THREAD N.RO 32

 

 

Da:   "Simona J." <[email protected]>

Data:  Lun Ott 21, 2002  11:27 pm

Oggetto:  paranoia?

 

 

Non capisco che cavolo mi succede... oggi sento una tristezza infinita,

uno sconforto pazzesco. Mi sembra di essere all'interno di "TheTruman

Show", ho l'impressione che il mondo intero mi sia nemico. Sono una

cavia da laboratorio e tutti si divertono alle mie spalle? Oscillo tra

due estremi: considerarmi l'unica persona sana in un universo

di pazzi o una povera demente che non capisce un accidente di niente.

Stamattina mi sono svegliata con la percezione netta dell'assurdità

della mia situazione. Insomma, ho visto ancora più lucidamente quanto

idiota e stupido sia essere costretta a vivere in clandestinità, con la

paura di essere dileggiata, discriminata, ripudiata dalla società.

Società? Ma si può definire società lo schifo in cui viviamo? E'

veramente incredibile. Viviamo su un pianeta sospeso nel vuoto senza

sapere perché, eppure molti di noi sembrano trovare la loro ragion

d'essere discriminando, deridendo, insultando, calpestando la vita di

altri esseri che cercano solo un modo per essere felici. Per quale

motivo? Ma senza nessun motivo, è ovvio! Per ignoranza, superstizione,

dogma, religione... per ragioni che non sono ragioni, insomma. E'

l'idiozia la molla che fa muovere gran parte del genere umano. Non ce la

faccio più. Voglio andarmene. Ma dove vado? Negli USA, in Australia, in

Svizzera, in Botswana, nel deserto del Sahara, su Venere?

 

Simona

 

--

Reality is what refuses to go away when I stop believing in it.

(Philip K. Dick)

 

Da:   tonia <[email protected]>

Data:  Mar Ott 22, 2002  2:37 am

Oggetto:  Re: [disforia di genere] paranoia?

 

 

Simona dove vuoi andare?

Ovunque sarebbe la stessa cosa.Ovunque troveresti persone che trovano,come dici,la loro ragione d'essere

discriminando e calpestando la vita di altre persone.Lo fanno per ignoranza certo,ma senza rendersi conto del male che fanno agli altri.

A modo loro hannoraggiunto delle certezze,il resto non conta.

E tu,se hai maturato la consapevolezza della stupidità di vivere in clandestinità,abbi la forza di uscirne.Il nodo cruciale è questo:uscire dalla clandestinità.

Se una come noi ha il coraggio di rivelarsi,dovrà certamente affrontare delle prove molto dure ma alla fine,certamente sarà accettata.Io credo sempre che il mondo sia migliore di quanto ci aspettiamo.Tu sei ancora giovane,e puoi farcela anzi devi farcela.Passerai dei momenti brutti ma alla fine del tunnel c'è la luce.Raggiungila e vedrai un nuovo

mondo.Questa forza io non l'ho mai avuta ed è il mio grande rimpianto.Adesso,alla mia età credo che sia troppo tardi.Ma almeno tu e tutte le altre amiche che leggo in lista,provateci.Vedrete che sarà meno difficile di quanto pensiate.

Vi abbraccio tutte

Tonia

 

Da:   "Mia" <[email protected]>

Data:  Mar Ott 22, 2002  10:18 am

Oggetto:  R: [disforia di genere] paranoia?

 

> -----Messaggio originale-----

> Da: Simona J. [mailto:[email protected]]

> Inviato: lunedì 21 ottobre 2002 23.28

> A: [email protected]

> Oggetto: [disforia di genere] paranoia?

>

>

> Non capisco che cavolo mi succede... oggi sento una tristezza infinita,

> uno sconforto pazzesco. Mi sembra di essere all'interno di "TheTruman

> Show" [...]

 

E' la pioggia.

E' che ci sono giorni che ti svegli la mattina e vedi buio, e fai fatica a ricordare che c'è il sole dietro. E' inutile andare via. Andare lontane inseguendo la luce non serve, perchè l'unica luce che può illuminarti davvero è quella che devi trovare dentro di te... perchè quel buio che ti porti dentro ti seguirebbe ovunque, anche su venere. Soprattutto su venere.

Buio extraterrestre, buio forte della tua debolezza, buio nel buio...

 

Ci sono persone a cui non scriverei le stesse parole.

Ci sono persone che non possono alzarsi, e percorrere la loro strada, la loro veramente unica strada, senza curarsi di ciò che li circonda, dei pensieri comuni, delle convenzioni, delle loro paure, perchè non ne hanno la forza.

E non l'avranno mai.

 

Ma non esiste una ricetta unica, valida per tutti.

Io non ti conosco, Simona, ma sento chiarezza dentro di te, sento consapevolezza e forza.

Che cosa te ne faresti di una vita passata nella finzione ? Non è per te, non ci puoi stare, per questo vedi così buio: perchè sai che stai vivendo una vita che non ti corrisponde.

 

E allora accetta la sfida.

Offri te stessa, la Simona più vera, alla tua stessa vita. Offrile il meglio di te, senza curarti dei timori per le reazioni degli altri: le reazioni degli altri sono lo specchio delle nostre paure... ma l'unica cosa di cui possiamo e dobbiamo realmente avere paura è di continuare a vivere nella finzione, privando noi stesse e chi ci sta vicino della nostra parte migliore.

 

Trova te stessa, e non lasciarti più...

 

Mia

 

P.p. (piccola precisazione): con queste parole non voglio incitare nè te né chiunque altro ad una ribellione drastica e distruttiva, perchè la forza genera altra forza, e la violenza altra violenza. Nella mia esperienza personale, non mi sono mai trovata ad abbattere pareti o sfondare porte sbarrate... semplicemente aprivo tutte le porte che trovavo, ed infilavo la testa sorridendo, convinta che offrendo qualcosa di buono fosse più facile raccogliere merce di pari livello, e così è stato... mi sono sentita Truman pure io, ma nel modo contrario, nella sensazione che tutto fosse talmente bello da essere finto, e che un giorno sarebbe arrivata la fine del film e mi sarei ritrovata a vivere la vita di prima, nel buio di prima. Ma adesso so che non era un film...

 

 

Da:  "mila majolic" <[email protected]>

Data:  Mar Ott 22, 2002  12:29 pm

Oggetto:  Re: [disforia di genere] paranoia?

 

 

Ciao Simona,

mi sento vicinissima a te.A volte immagino come mi comporterei se le difficoltà logistiche(leggi:money)venissero superate,e il pensiero mi  sconcerta.Sono quasi certa tuttavia che se avessi i soldi in questo momento non esiterei più di tanto a vivere veramente da me stessa,forse perchè da anni abito fuori casa e anche a Bergamo ho un giro di amici per i quali sono già Mila.Credo tuttavia di comprendere fino in fondo quello che provi,anche  perchè siamo coetanee,mi sembra di aver capito,ed entambe studentesse contente di ciò che facciamo e della nostra interiorità,ma ansiose di  accordare il nostro fenomenico alla nostra essenza.

Davvero non ho parole di conforto,se non dirti che davvero non sei sola,non  siamo sole

Baci

Mila

 

 

Da:   "Simona J." <[email protected]>

Data:  Mer Ott 23, 2002  7:10 pm

Oggetto:  Re: [disforia di genere] paranoia? - 1

 

 

 Mia wrote:

 

[CUT]

 

Mia, ti ringrazio davvero per le cose bellissime che hai scritto. Sono servite a farmi stare meglio, mi sono sentita meno sola. Ringrazio anche Tonia, Mara, Stephy, Mila, tutte.

Il problema però resta, ed è concreto. Cercherò di essere il più sintetica possibile. Quando non sono travolta da crisi mistiche o depressioni sconvolgenti, cerco di guardare le cose in modo pragmatico.

Ora, come dici tu stessa nella tua bellissima e-mail, non esiste una ricetta unica, valida per tutti. Nel mio caso, la soluzione prospettata da te, da Tonia e da molte altre persone con cui ho parlato, è assolutamente impraticabile. Io NON posso uscire allo scoperto e vivere la mia vita in questo posto, circondata da queste persone. Posso provare a farlo altrove, ma non QUI. E non dico questo basandomi su paure irrazionali o immotivate, ma su anni e anni passati a vagliare (razionalmente e non) tutte le mie possibili azioni e le reazioni conseguenti delle persone che mi stanno intorno. E' triste, ma è così. Il problema principale sono i miei genitori, persone fragilissime emotivamente e assolutamente incapaci di reggere ad una situazione di questo tipo. In genere, quando dico questo, molti controbattono con frasi di questo tipo:

 

1 - Tu non puoi essere sicura della reazione dei tuoi genitori. Ti vogliono bene, vedrai che prima o poi ti accetteranno.

2 - Non sei nella loro testa, che ne sai di quello che pensano? E poi, anche se non ti accettassero, sarebbe solo a causa della loro ignoranza. Tu non avresti alcun motivo per sentiri in colpa.

3 - Se una come noi ha il coraggio di rivelarsi, dovrà certamente affrontare delle prove molto dure ma alla

fine, certamente sarà accettata. Io credo sempre che il mondo sia migliore di quanto ci aspettiamo. Tu sei

ancora giovane, e puoi farcela anzi devi farcela. Passerai dei momenti brutti ma alla fine del tunnel c'è la luce.

4 - Offri te stessa, la Simona più vera, alla tua stessa vita. Offrile il meglio di te, senza curarti dei timori per le reazioni degli altri: le reazioni degli altri sono lo specchio delle nostre paure... ma l'unica cosa di cui possiamo e dobbiamo realmente avere paura è di continuare a vivere nella finzione, privando noi stesse e chi ci sta vicino della nostra parte migliore.

 

 

La frase numero 3 l'ho copiata dall'email di Tonia, la 4 dalla tua. Non vorrei essere fraintesa, ho apprezzato tantissimo quello che avete scritto. Il fatto è che il mio problema rimane. Questi discorsi sono bellissimi e spesso possono essere messi in pratica, ma, nel mio caso, non mi aiutano a trovare una soluzione concreta.

Ogni giorno sentiamo di suicidi e di omicidi per i motivi più idioti (non che esistano dei buoni motivi per suicidarsi o ammazzare qualcuno, ma a volte rimango di stucco sentendo di persone che si ammazzano per questioni davvero ridicole). Ci sembrano fatti lontani, che mai e poi mai potrebbero riguardare noi e le persone che ci stanno intorno.

In realtà non è così. I miei genitori, come ho scritto nell'email dedicata ad una parte della mia infanzia, qualche giorno fa, sono persone profondamente insoddisfatte ed estremamente fragili. Sempre in bilico, pronti a cadere nel baratro della depressione. Sono frustrati per quello che non sono riusciti a fare e hanno delle aspettative enormi nei confronti dei loro figli. Ora, io potrei affrontare tutto di petto oppure aprirmi gradualmente e con naturalezza, ma sarebbe lo stesso. Non capirebbero, soffrirebbero, ne farebbero una tragedia di proporzioni immani. Mia madre urlerebbe, piangerebbe, si farebbe del male. Io non voglio che accada tutto questo. E' solo lo specchio della mia paura? No, assolutamente. Io conosco le persone che mi stanno intorno benissimo, meglio di me stessa. Ho anche potuto toccare con mano, in questi 23 anni, la loro fragilità. Se fossi vissuta in una famiglia di stronzi bigotti e insensibili, sarebbe stato più facile, per certi versi. Mi sarei esposta e li avrei affrontati, il coraggio ce l'ho. Se fossi vissuta in una qualsiasi altra situazione, forse avrei potuto seguire i vostri suggerimenti. Magari, non in maniera traumatica, ma lentamente, con gradualità, sarei uscita fuori. Ma purtroppo è questa la mia realtà. E' un dato di fatto, non è frutto della mia angoscia o delle mie paure. Una volta mia mamma, quando avevo 7/8 anni (capitoli infantili non ancora affrontati via mail) mi scoprì con uno dei suoi rossetti in mano (solo in mano... non l'avevo sulle labbra). Ebbene, ha pianto per tutta la giornata, e mentre piangeva mi diceva: "Simone, perché hai preso quel rossetto, che cavolo volevi fare, perché?", piangeva, gridava e continuava a ripetere: "ma tu lo sai che sei un maschio, vero? lo sai? ti piacciono i maschietti?" e io, da bimbo saggio costretto a subire un peso più grande di me, per non farla soffrire: "mamma, tranquilla, stavo solo giocando, lo so che sono un maschietto." Ma non serviva, lei continuava a piangere. Smise dopo giorni, grazie anche a me che facevo di tutto per comportarmi da "maschietto". Mia madre è troppo fragile, ha paura di tutto ciò che possa anche solo MINIMAMENTE scardinare la "normalità". Anche mio padre è così, ma lui tiene tutto dentro, non esterna in maniera esagerata la sua debolezza; quantomeno, non la esterna quasi mai. E' un po' come una pentola a pressione che ogni tanto esplode.

Ora, io sono d'accordo con tutto quello che dite. E' giustissimo. Potrei anche seguire le indicazioni della frase 2, nel caso in cui i miei genitori mi ripudiassero, mi cacciassero via di casa ecc. Potrebbero "perdonarmi" a distanza di anni, o potrei essere io a perdonare loro. Comunque, tutto sarebbe risolvibile. Ma nel mio caso non sarebbe questa la loro reazione. Farebbero del male a loro stessi. Seriamente. Credetemi, ne sono certa. E io non voglio che si facciano del male, non voglio vederli soffrire in questo modo. A questo punto mi rimangono da seguire solo due vie:

 

1- Imparare a dominare quel che sento dentro e trasformare l'angoscia derivante dall'occultamento della mia vera identità, trasformandola in una pulsione creativa. Potrei diventare un artista tormentato e nevrotico come Woody Allen :-). Certo, anche in questo caso andrei a vivere fuori, ma non per paura o chissà per quale motivo, ma solo perché non ce la faccio a vivere tutta la vita nello stesso puntino. Se poi questo puntino si chiama Catania e si trova in Sicilia, cavolo, è ancora peggio. Si, è bellissimo: c'è il sole, il mare, la montagna, la storia, i cannoli, le cassate... Venire a passare qualche giorno qua da turista dev'essere stupendo. Ma provate a viverci tutta la vita, e capirete cos'è davvero la mentalità mafiosa diffusa che si respira da queste parti; il provincialismo allo stato puro, il non sapere né volere valorizzare minimamente quello che si ha. La Sicilia è la terra delle potenzialità inespresse, del non detto, del non fatto. La terra in cui si occulta e si nasconde, in cui si tace sempre. Senza generalizzare, ci sono anche le eccezioni (tipo Maryliz ^__^), ma, appunto, sono solo eccezioni.

Ecco, se seguissi il punto 1 potrei restare un "maschio", andare a vivere da qualche altra parte (magari a New York, che da sempre è la città dei miei sogni) e imparare a sublimare la mia sofferenza, mantendendo al tempo stesso tutti i legami. Ma potrei anche non farcela, e sarebbero guai.

 

2- La seconda opzione prevede invece l'eliminazione totale di tutti i ponti che mi legano al passato. Andare via, fare perdere piano piano le mie tracce... e ricominciare da capo. Transizionare ed allontanare i fantasmi della mia vita precedente. Vi assicuro che per i miei sarebbe mooooolto meglio avere un figlio lontano a fare chissà cosa in un'altra nazione, piuttosto che un figlio che vuole cambiare sesso. Lo accetterebbero, lo metabolizzerebbero. "Chissà dov'è?",direbbero, "chissà cosa fa? Ah, guarda, ci ha mandato una cartolina, sta bene." Invece, come ho già detto e ripetuto, NON accetterebbero in NESSUN modo una mia transizione. L'unica possibilità, forse, sarebbe porli di fronte al fatto compiuto a distanza di 20 anni, magari in una puntata di "Carramba, che sorpresa!" (che schifo!).

 

Queste sono le 2 sole possibilità che ho. Non ci sono psicoterapeuti, verità luminose o outing soft, morbidi e leggeri, in grado di cambiare la situazione. Forse l'ipotesi numero 2 vi sembrerà fantascientifica e poco realistica. Probabilmente lo è, ma è l'unica realizzabile. Che posso farci? Davvero, secondo voi, mai nessuna prima di me ha fatto una cosa del genere? Devo perdere ogni speranza? Premesso il tipo di situazione in cui mi trovo, continuate ancora a pensare che sia solo una fantasia, un desiderio di fuga irrealizzabile? Devo per forza scontrami con la fragilità dei miei? Lontano da qui potrei essere serena e potrei pure diventare una che lotta per i diritti di chi viene discriminato e fa tutto quello che può per cambiare le cose. A me non manca la voglia di combattere, non è questo il punto.

 

Cosa fare, allora? Vi prego, non ripetetemi: tutto si sistema, la realtà è meno buia di quel che sembra, lotta a viso aperto in questa realtà, sii te stessa naturalmente, eccetera eccetera... Sono frasi bellissime, ma non mi servono.

Spero di non esservi sembrata polemica, anzi. Vi stimo, vi ammiro per quello che mi avete detto. Forse volevo solo sfogarmi, non lo so. O forse, in cuor mio, spero sempre che prima o poi che venga qualcuno con la bacchetta magica e mi dica: "questa è la soluzione".

Certo, so quello che volete dirmi, la soluzione è dentro di me... però è sbagliata. ^__^

 

Ciao,

Simona

[altered state

 

Da:   "Elena" <[email protected]>

Data:  Mer Ott 23, 2002  7:44 pm

Oggetto:  Re: [disforia di genere] paranoia? - 1

 

 

Cara Simona, purtroppo la soluzione non la so, l'unica cosa che sento di dirti è di non rinunciare mai a te stessa, e continuare a progettare il futuro di Simona, anche se l'unico modo è spostare la tua vita altrove, fino a quando potrai metterlo in pratica. Trasformare l'angoscia in pulsione creativa è troppo sfibrante e non credo che alla lunga sia quello che vuoi nè che nessuno ti auguri.

Ti abbraccio forte

 

Elena

 

 

Da:   Francesco Tuccia <[email protected]>

Data:  Gio Ott 24, 2002  1:06 am

Oggetto:  Re: [disforia di genere] paranoia? - 1

 

 

>>> Io NON posso uscire allo scoperto e vivere la mia vita in questo posto, circondata da queste persone. Posso provare a farlo altrove, ma non QUI. <<<

 

 

La penso come te. Nessuno come te può conoscere la tua situazione. Capisco il problema con i tuoi genitori. Per me è diverso, non ho mai avuto un rapporto positivo con loro e se non avessi un figlio me ne andrei da qui per ricominciare tutto dall'inizio. I miei sono cattolicissimi e di centro destra, non hanno mai avuto una particolare sensibilità verso i gays, comunque penso che probabilmente alla fine potrebbero - forse - chissà - accettarmi, il problema magari è che a me non me ne frega niente di essere accettato da loro.

Io personalmente condivido tutte le risposte che hai dato ai quattro punti, ma ti dico la mia: per me daresti un dolore immenso ai tuoi genitori, forse il peggiore in assoluto, ma alla fine non potrebbero non accettarti, perché tu comunque sei sangue del loro sangue ed in nome del bel rapporto che avete alla fine finirebbero con l'abbracciarti. Il problema è se è necessario che lo vengano a sapere. Penso che non lo sia, non è obbligatorio che i nostri genitori debbano necessariamente sapere tutto quello che ci passa per la testa. Certo, se uno transiziona poi chiunque se ne accorgerebbe, ed anche questo è vero, però penso che al tuo posto mi comporterei come te, farei di tutto per evitare loro questa sofferenza. Per cui non è tanto importante chiedersi come reagirebbero se venissero a saperlo, ma fino a che punto è importante farli soffrire così tanto. Nel mio romanzo faccio delle escursioni nel mio passato e se i miei genitori lo leggessero rimarrebbero francamente di merda, ma la penso come te: loro non lo leggeranno mai, a qual pro farli soffrire? Perché dovrebbero leggere tutto quello che provo quando con le dita tocco un abito femminile in un negozio (che poi ovviamente non compro)? E perché dovrebbero leggere le mie analisi su fatti avvenuti quando ero un bambino? E' andata così, punto.

 

 

>>>Ogni giorno sentiamo di suicidi e di omicidi per i motivi più idioti (non che esistano dei buoni motivi per suicidarsi o ammazzare qualcuno, ma a volte rimango di stucco sentendo di persone che si ammazzano per questioni davvero ridicole).<<<

 

 

Qui non ti seguo, per ogni cosa che accade ci sono de' motivi. Nulla è casuale. Anche i motivi che alla superficie possono sembrare futili nascondono tormenti.

 

>>>Mia madre urlerebbe, piangerebbe, si farebbe del male.<<<

 

Sì, ma poi, successivamente, magari dopo una settimana, dopo un mese, dopo un anno, dopo un decennio non piangerebbe più e forse potrebbe anche abbracciare la sua Simona. Quando mio figlio dà una craniata per terra mi prende un terrore panico, ma poi - sorpresa! - si rialza.

 

 >>>Io non voglio che accada tutto questo. E' solo lo specchio della mia paura? No, assolutamente. <<<

 

E' questo il punto. Il problema è tuo, non di tua madre. Tua madre potrebbe stare male per anni, ma non all'infinito. Il problema è questo: fino a che punto è giusto farla stare male? Anche solo per un'ora? Penso che sia lo specchio della tua paura. Così come il fatto che io non vada avanti per la mia strada è uno specchio della mia paura. Certo, io dico sempre che non posso vivere come vorrei qui, ora, in questa casa con un bimbo di tre anni. In realtà io so benissimo - ne sono assolutamente convinta - che a mio figlio, se mi truccassi ed andassi in giro con i tacchi a spillo, non fregherebbe nulla, sarò sempre il suo paparino, in ogni caso. Magari l'unico problema potrebbe essere il fatto che se accompagnassi mio figlio dai suoi amichetti come faccio tutti i giorni in tailleur e tacchi a spillo i genitori di quei bimbi vieterebbero loro di giocare con mio figlio, ma penso che se una persona vuole una cosa veramente supera ogni ostacolo. In maniera molto Pagana io dico sempre che dobbiamo essere più forti di tutto, perfino del destino che ci mette i bastoni fra le ruote, ma in questo caso mi genufletto: non voglio saperne di vivere in un certo modo. Almeno non qui ed ora, per il futuro si vedrà.

 

>>>Io conosco le persone che mi stanno intorno benissimo, meglio di me stessa. <<<

 

Può anche darsi, ma non dimenticare che gli esseri umani - talvolta - hanno risorse che non immagini.

 

>>>Se fossi vissuta in una famiglia di stronzi bigotti e insensibili, sarebbe stato più facile, per certi versi. Mi sarei esposta e li avrei affrontati, il coraggio ce l'ho. <<<

 

Ah ah ah ah, scusami se rido, ma quando sono nervosa mi scappa una risatina isterica, il fatto è che non vorrei urtarti, ma sincerità per sincerità: ne sei veramente sicura? Oppure lo specchio della tua paura ti avrebbe portato ad escogitare altri pensieri che ti avrebbero in qualche modo bloccata? Guarda che io sono dalla tua parte, comunque nel mio cervello cerco sempre di farmi trabocchetti continui, prendila come un gioco, non come un giudizio, né come una certezza.

 

>>>Una volta mia mamma, quando avevo 7/8 anni (capitoli infantili non ancora affrontati via mail) mi scoprì con uno dei suoi rossetti in mano (solo in mano... non l'avevo sulle labbra). <<<

 

Io avevo vent'anni. Andai vicino Modena per il servizio civile. Ci dettero mezzo milione per acquistare abiti. La metà di quei soldi la spesi per acquistare una giacca ed una camicia per donne. Roba che non ho mai indossato ma che tenevo in un armadio. Un giorno mia madre entrò in camera e mi disse in tono severo: "Franco, ma perché compri abiti femminili?" Con un sorrisino da cazzo le risposi che erano per Cinzia, la ragazza che a quel tempo era la mia fidanzata e finì lì. Più traumatico fu il giorno in cui mio padre vide la mia carta d'identità. Avevo 21 anni. Un giorno ero sdraiato sul mio letto. Avevo dimenticato il portafogli sulla scrivania. Mio padre entrò e, da bravo ficcanaso, lo aprì. Io sbiancai. Aprì la carta d'identità, mi guardò e mi fece un sorriso come per dire: "che buffone che sei, come mai in un documento di riconoscimento ti metti a fare il pagliaccio?" ed uscì dalla mia stanza. Non ne abbiamo mai parlato. Fra l'altro proprio l'altro giorno mi è capitata fra le mani. Magari domani se ho due minuti la scansiono e la mando in lista, così ci facciamo tutti/e due risate. Una foto del cazzo proprio, con delle occhiaie poi.... che ero tanto giovane.... com'è che io ho sempre avuto le occhiaie? Boh!

 

>>>1- Imparare a dominare quel che sento dentro e trasformare l'angoscia derivante dall'occultamento della mia vera identità, trasformandola in una pulsione creativa.<<<

 

Questa è un'ottima idea, io lo sto facendo. Poi non è detto che tu debba farlo per tutta la vita, potrebbe essere un inizio. Se non cominci non potrai saperlo mai. Le idee non ti mancano. :-)

 

>>> Si, è bellissimo: c'è il sole, il mare, la montagna, la storia, i cannoli, le cassate... <<<

 

Ed il pane? Ed i pomodori? E le melanzane? E le zucchine? Beh, ma dì, sei mai stata al nord? Prova a venire qui ed a mangiarti un'insalata oppure una fetta di pane con olio e pomodoro come si fa solo dalle tue parti (uhm.... al solo pensiero mi viene l'acquolina in bocca.... pane olio e sale.... uhm....) te ne tornerai in Sicilia e non scapperai più di lì :-)

 

>>>2- La seconda opzione prevede invece l'eliminazione totale di tutti i ponti che mi legano al passato. Andare via, fare perdere piano piano le mie tracce... e ricominciare da capo. Transizionare ed allontanare i fantasmi della mia vita precedente. Vi assicuro che per i miei sarebbe mooooolto meglio avere un figlio lontano a fare chissà cosa in un'altra nazione, piuttosto che un figlio che vuole cambiare sesso. Lo accetterebbero, lo metabolizzerebbero. <<<

 

Ma come puoi dire questo? Come puoi pensare che se tu te ne andassi PER SEMPRE i tuoi potrebbero vivere tranquillare il resto de' loro giorni? Ora io non so se sei figlia unica, ma al di là di tutto, pensi che si accontenterebbero di una cartolina ogni tanto? Li faresti morire di malinconia, un figlio parte e non torna mai più. Atroce!

 

>>>Invece, come ho già detto e ripetuto, NON accetterebbero in NESSUN modo una mia transizione. <<<

 

Probabilmente hai ragione, ma stai parlando tu, non loro.

 

>>>Premesso il tipo di situazione in cui mi trovo, continuate ancora a pensare che sia solo una fantasia, un desiderio di fuga irrealizzabile? <<<

 

Nessuno dice che sia irrealizzabile, ma l'unica cosa che mi chiedo è questa: veramente pensi che non sarebbe traumatizzante per i tuoi una fuga per sempre? Tu mi risponderai: sì, ma sarebbe più traumatizzante per loro se io cambiassi sesso. E allora ti dico quello che mi dice SEMPRE la neuropsichiatra di mio figlio: SIGNOR TUCCIA, NON ANTICIPI SEMPRE! Giuliano è Giuliano, non è lei, non si preoccupi di quello che farebbe o non farebbe, lei viva la sua vita.

 

>>>Vi prego, non ripetetemi: tutto si sistema, la realtà è meno buia di quel che sembra, lotta a viso aperto in questa realtà, sii te stessa naturalmente, eccetera eccetera... Sono frasi bellissime, ma non mi servono.<<<

 

Sì, hai ragione, qui siamo in buonismo new age :-)

Io qui non sto dicendo che i tuoi genitori ti amano e quindi che se ti "riveli" loro ti accetteranno, che non puoi sapere come stanno veramente le cose, ecc. io ti sto dicendo che non è detto che tu conosca alla perfezione TUTTE le eventuali loro reazioni innanzi ad un tuo eventuale coming out e ti sto dicendo che se tu lo facessi li faresti soffrire da matti per chissà quanto tempo che sarebbe tutto difficilissimo, che vivresti per chissà quanto tempo male con la necessità di essere più forte di una tensione violentissima che ti dilanierebbe le carni e l'anima fino allo spasimo, ecc. ecc. ma che alla fine potrebbe anche esserci un epilogo che tu non hai mai preso in considerazione. Io lascio sempre aperte tutte le porte.

 

>>> Vi stimo, vi ammiro per quello che mi avete detto. <<<

 

Beh, vedremo, dopo quello che ti ho scritto.... eh eh eh eh

Dafne demoniaca

 

 

Da:   "Mary Liz" <[email protected]>

Data:  Gio Ott 24, 2002  12:06 am

Oggetto:  Re: [disforia di genere] paranoia? - 2

 

 

>From: "Simona J."

........................ Philip K. Dick, il grandissimo scrittore di fantascienza, un vero e proprio visionario, incompreso per anni (adesso è diventato di moda ma non è capito da nessuno) nei suoi romanzi si pone spesso interrogativi del tipo: esiste qualcosa al di fuori della mia coscienza? cos'è la coscienza? ................

 

Stasera ho finito il libro di  Steven Pinker “Come funziona la mente“ - Mondadori saggi

Pinker è il direttore del Centro di Neuroscienza cognitiva al MIT : (di Boston non di Bologna !!).

L’ultima pagina del libro viene a fagiolo per dare un seguito alle parole di Simona.

Se ne avete voglia..vi riporto l'ultima pagina per una  paziente lettura.. 

 

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In matematica si dice che i numeri interi sono chiusi rispetto all’addizione:addizionando due interi si ottiene un altro intero non si può mai ottenere un numero frazionario. Ma questo non significa che l’insieme dei numeri interi sia finito. I pensieri concepibili dagli esseri umani sono chiusi rispetto al funzionamento delle nostre facoltà cognitive, e forse non comprenderanno mai le soluzioni ai problemi della filosofia. Ma l’insieme dei pensieri pensabili può esser ugualmente infinito.

 

La chiusura cognitiva è una conclusione pessimistica ? Niente affatto! La trovo anzi tonificante, segno di un grande progresso nella nostra comprensione della mente. Ed è la mia ultima opportunità per perseguire lo scopo di questo libro : aiutarvi ad uscire per un momento dalla vostra mente perché vediate i pensieri e le vostre sensazioni come magnifiche invenzioni del mondo naturale piuttosto che come il solo modo in cui possono stare le cose.

 

In primo luogo, se la mente è un sistema di organi progettati dalla selezione naturale, perché dovremmo aspettarci che comprenda tutti i misteri e afferri tutte le verità ? Dovremmo essere grati del fatto che i problemi della scienza sono abbastanza simili per struttura a quelli dei nostri antenati cacciatori-raccoglitori, così da consentirci di compiere tutti i progressi che abbiamo compiuto. Se non esistesse niente che fossimo incapaci di comprendere, dovremmo mettere in discussione la visione scientifica del mondo che vede la mente come un prodotto della natura. La chiusura cognitiva deve essere vera, se sappiamo di cosa stiamo parlando.  Tuttavia si sarebbe potuto pensare che l’ipotesi fosse una mera fantasticheria, una possibilità logica che non va oltre le chiacchierate a arda notte attorno a una bottiglia. Il tentativo fatto da McGinn per identificare i problemi umanamente insolubili è un passo avanti.

 

Meglio ancora, possiamo intravedere perché certi problemi sono al di là della nostra comprensione. Un tema ricorrente di questo libro è che la mente deve la sua potenza alle capacità combinatorie, compositive e sintattiche di cui dispone (capitolo II). Le nostre idee complesse sono costituite da idee più semplici, e il significato del tutto è determinato dai significati delle parti e dai significati delle parti e dai significati delle relazioni che le collegano: parte-di-un-tutto, esempio-di-una-categoria, oggetto-in-un-posto, agente-che-esercita-una-forza, causa-di-un-effetto, mente-che-possiede-una-convinzione. Queste connessioni, logiche e simili a leggi, forniscono i significati delle proposizioni del linguaggio corrente, e mediante analogie e metafore, prestano le loro strutture ai contenuti esoterici della scienza e della matematica dove sono assemblate in edifici teorici sempre più grandi ( capitolo V) Noi cogliamo la materia in termini di molecole, atomi, e quark; la vita in termini di DNA, geni e albero  di organismi; il cambiamento in termini di posizione, quantità di moto e forza; la matematica in termini di simboli ed operazioni. Sono tutti assemblaggi di elementi costituiti secondo determinate leggi, in cui le proprietà del tutto sono prevedibili a partire dalle proprietà delle parti e dal modo in cui esse sono combinate. Anche quando gli scienziati vengono alle prese con continui senza interruzioni o con processi dinamici, esprimono le loro teorie in parole, equazioni e simulazioni al computer, mezzi combinatori che si adattano alla struttura della mente. E’ una fortuna per noi che le parti del mondo si comportino come regolari interazioni tra elementi più semplici.

 

Ma nei problemi della filosofia c’è qualcosa di peculiarmente olistico, di ovunque contemporaneamente, di-in-nessun-luogo e di-tutto-allo-stesso-tempo. La facoltà senziente non è una combinazione di eventi cerebrali o stati computazionali : come un neurone sensibile al rosso dia luogo alla sensazione oggettiva del rosso non è meno misterioso di come il cervello nel suo insieme dia luogo all’intero flusso della coscienza. L?”io” non è una combinazione doi parti del corpo o stati cerebrali o particele d’informazione, ma un’unità d “seità” nel tempo, un singolo luogo che non è in nessun luogo particolare. Il libero arbitrio, per definizione, non è una catena causale di eventi e stati. Anche se gli aspetti combinatori del significato I in che modo le parole o le idee si combinano nei significati di frasi e periodi) sono stati decifrati, il nucleo del significato, il semplice atto del riferirsi a qualcosa, resta un enigma, perché e stranamente distinto da qualsiasi connessione causale tra la cosa cui si fa riferimento e la persona che fa riferimento. La conoscenza genera anch’essa il paradosso per cui chi conosce ha familiarità con cose che non hanno mai esercitato alcun influsso su di lui. La nostra profonda perplessità riguardo gli enigmi della coscienza, del sé, della volontà e della conoscenza viene forse da una mancata corrispondenza tra la natura  stessa di tali problemi e l’apparato computazionale di cui la soluzione naturale ci ha dotati.

 

Se queste congetture sono giuste, l’ultimo scherzo ce lo giocherebbe la nostra psiche. La cosa più innegabile che ci sia, la nostra consapevolezza, sarebbe al di fuori della nostra portata concettuale. Ma se la mente è parte della  natura, questo è ciò che dobbiamo aspettarci, anzi, che dobbiamo accogliere con favore. Il mondo naturale  ci riempie di meravigliato sgomento per le strutture specializzate delle sue creature e delle sue parti. Non prendiamo in giro l’aquila per la sua goffaggine nel camminare,  e che l’occhio non sia molto bravo nell’udire non ci turba: sappiamo che una struttura può eccellere una sfida solo venendo a compromessi in altre.

 

Il nostro sconcerto di fronte ai misteri che da secoli ci assillano è forse il prezzo che paghiamo per una mente combinatoria che ci ha dischiuso un modo di parole e frasi, teorie ed equazioni, poesie e melodie, scherzi e racconti, esattamente le cose per le quali vale la pena avere una mente.

 

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Cara Simona, ecco  il secondo libro che tenterò di regalarti…J

Mary

 

 

 

Da:   "Stephy" <[email protected]>

Data:  Gio Ott 24, 2002  1:27 am

Oggetto:  RE: [disforia di genere] paranoia? - 5 la Vendetta.. (stralungo e molto psico...)

 

Cara Simo,

Lungi da me l’idea di avere soluzioni in tasca o presuntuose illuminazioni su chicchessia.

A volte però capita di esser più lucidi, perchè meno profondamente coinvolti, nell’analizzare le problematiche degli altri che le proprie.....

Io le mie, come ben sai, le sto risolvendo ora e non ho certo brillato in perspicacia e tempismo.... :-(

Dopo aver letto la tua mail e riletto quell’inizio di biografia che hai postato qualche giorno fa, mi viene voglia di chiederti un paio di cose e di esporti una riflessione...

 

Indipendentemente da ogni transizione ed ogni problematica di gender, per quanto tempo rinuncerai alla tua vita per assecondare i ricatti affettivi materno-familiari che, da quanto leggo in biografia, sembrano essere iniziati prestissimo nella tua infanzia?

 

Non ritieni che una situazione di labilità emotiva genitoriale (perlomeno così tu la descrivi nel tuo post) abbisogni di apporti diversi, più professionali e forse esterni alla famiglia? (il sentimento di onnipotenza che scaturisce dall’essere il fattore determinante della stabilità psicologica dei propri genitori può rappresentare una pericolosa seduzione.....una zuccherosa catena, per il figlio che decide di sacrificare se stesso sull’altare del soccorso alla famiglia...).

 

Registro inoltre il fatto che tuo fratello da circa un anno s’è defilato (per giustissimi quanto accademici motivi, per carità...). Ma non so se per questo si flagella quotidianamente in balia dei sensi di colpa per l’abbandono geografico-domestico del setting familiare.

 

Insomma, il tuo teorema dice: o me la batto e mando cartoline fasulle da chissadove e vivo da donna come pare a me (occhio non vede cuore non duole.....ne il mio ne il loro), oppure, se decido di restare a Catania, non vivo ne come donna ne come uomo perchè il mio destino ed il mio ruolo sono già segnati: assecondatrice delle familiari ambizioni/frustrazioni ed assassina del mio vero essere.

 

Personalmente credo che di famiglia si possa anche morire, onde per cui non posso esserti di grande aiuto come sedatrice di impulsi ribelli etc .... (semmai il contrario).

Da eccellente agnello sacrificale quale sono stata, posso dirti che sono tutt’ora incazzatella per gli anni spesi al servizio di una causa assurda quale il mantenimento di una certa omeostasi familiare.

E’ vero, sono stata anche molto utile: ho consentito a mia sorella di schivare (da buon agnello sacrificale) gli strali e le frane depressive di una madre bambina in sete perenne di conferme e rispecchiamenti narcisistici (da me zerbinescamente forniti sin da bimba).

 

Ho anche contribuito con la mia problematicità ed inadeguatezza a mantenere unita una coppia assolutamente finita, inesistente......(finalmente separatasi dopo che Stephy ha cominciato un suo percorso sano di affrancamento)

Ho avuto, per dirla in sintesi, un ruolo di primo piano nel palcoscenico delle relazioni familiari (intrecciate, inconsce, sotterranee, doppiogiochiste, mistificate e patogene).

Mia sorella, come figurante o gregaria e a volte solo comparsa, ha avuto invece spazi e tempi per elaborare una sua emotività, per evolvere relazionalmente fuori dalla famiglia.

Non sono stata tuttavia uno schermo perfetto. L’uragano psicopatologico familiare ha lambito anche la sua fragile identità di bimba e di adolescente.

Se l’è cavata con qualche leggera escoriazione e qualche contusione: fuori di metafora è diventata frigidella e rabbiosamente insicura...

Ma son cose che si possono risolvere in vari modi. Dalla biodanza alla psicoanalisi, all’impegno politico, ad un bell’innamoramento con un biker tatuato..... tutto aiuta....

 

Scusa Simo, mi sono persa.

 

Sinteticamente credo che possa aiutarti seguire le orme di tuo fratello.

 

Prova a vivere per un periodo fuori casa. Ma non per poter essere più o meno donna, ma per poter ridimensionare (vedendoli da lontano diventano più piccoli, in tutti i sensi) i tuoi genitori ed i sistemi relazionali che governano i vostri rapporti.

 

Per quanto riguarda la sublimazione scegliendo la via dell’arte?

Ma tu non devi scegliere la via dell’arte. Tu se già un’artista. Che tu lo voglia o no.

Se c’ho che ricordi e che hai provato è quello che hai descritto:

 

 “e io, da bimbo saggio costretto a subire un peso più grande di me, per non farla soffrire: "mamma, tranquilla, stavo solo giocando, lo so che sono un maschietto.....”

 

Sicuramente hai sviluppato delle capacità percettive fuori norma....

Come le applicherai, dove e quando..... non è possibile dirlo.

Per ora ti limiti a farlo in questo group con post splendidi ed intensi.

 

E con questo finale molto Otelma (il delirio dell’una di notte....perdonami) ti saluto e ti abbraccio forte...

 

 Stefania

 

P.S.: Rileggo e mi accorgo di aver dimenticato qualcosa.

 

Anche se presto per dirlo, l’autonomizzazione/affrancamento/allontanamento dalla famiglia ha favorito l’emergere di un emotività più autentica e di affetti più sinceri nei momenti in cui ci si incontra.

 

Ma, nel mio caso, è veramente troppo presto per parlare (il terrore di spiacevoli sorprese mi tiene sempre vigile...)

 

 

Da:   "Mia" <[email protected]>

Data:  Gio Ott 24, 2002  11:11 am

Oggetto:  R: [disforia di genere] paranoia? - 5 la Vendetta.. (stralungo e molto psico...)

 

 

Cara Simo,

ieri sera leggevo la tua risposta alla mia mail, e volevo risponderti, ma era tardi.

 

(per inciso: evidentemente 'tardi' è un concetto alquanto arbitrario: questa notte, tra le 2:37 e le 6:09, sono arrivati in lista ben sette messaggi... ma che fate, la notte, invece di dormire ? Oooops, scusate, come non detto: non lo voglio sapere :-)))

 

Questa mattina pensavo di riprendere brevemente il discorso, ma la mail di Stephy ha anticipato, con grande competenza e precisione, alcuni miei pensieri, e allargato ulteriormente lo scenario, che a parer mio abbandona l'ambito della nostra cara disforia, e abbraccia quello ben più ampio dell'esistenza in generale: perchè l'affrancamento dalla famiglia e dalle sue micidiali ragnatele è una delle tappe fondamentali nella crescita individuale.

 

Partendo dallo stesso presupposto di Stephy, ovvero quello di non avere alcuna soluzione pronta per l'uso nè presuntuose illuminazioni per chicchessia ti offro comunque qualche scampolo del mio vissuto personale, augurandomi che possa esserti d'aiuto semplicemente come stimolo alla riflessione.

 

Famiglia: la mia famiglia non era come la tua, perchè, in particolare mia madre, senz'altro avrebbe potuto capirmi, e forse lo sapevo. Ciò nonostante, l'idea di raccontare tutto, di parlare di me, mi risultava assolutamente inaffrontabile. Sarei morta io, o sarebbero morti loro, non lo so, ma non riuscivo neppure ad immaginarlo.Se pensavo anche solamente di parlarne, mi sentivo diventare minuscola per la vergogna, mi veniva il mal di stomaco, mi prendeva il panico. L'idea poi che mi potessero addirittura vedere, conciata in quel modo, con quegli abiti ridicoli addosso, semplicemente mi terrorizzava.

 

America (NY) e Fuga (è una storia che ho già raccontato, mi pare, in questa lista): avevo 21 anni, e una valigia piena di abiti che indossavo solamente in casa. Non ero mai uscita e mi sentivo prigioniera. Ritenevo che la soluzione sarebbe stata quella di allontanarsi da tutto e da tutti, e iniziare a vivere come sognavo, notte e giorno, da sempre. A New York andai per trovare una scuola, o qualcosa di interessante da fare.. questa era la scusa ufficiale, e comunque avevo tutto il tempo che volevo; stavo a casa di un amico di mia madre, e spesso lui era via... la casa era tutta per me, e nessuno mi conosceva, ma non riuscii neppure ad arrivare in terrazza, terrorizzata dall'idea che mi vedessero quelli che stavano all'ottantasettesimo piano del palazzo di fronte. Alla fine mi ritrovai così esasperata che buttai la mia femminilità in un cassonetto delle immondizie insieme a tutto ciò che mi serviva per diventare le donna che non ero, e vissi i giorni più brutti della mia vita... sola, lontana da tutto e da tutti (e soprattutto da me stessa) e senza alcun tipo di prospettiva davanti a me. In quei giorni avrebbe potuto succedermi di tutto... in questo senso, ho avuto davvero fortuna.

 

Stati d'animo: è difficile vedere da fuori ciò che si agita dentro alle persone che abbiamo vicine. Spesso le pareti che si ergono all'interno di un nucleo familiare sono più alte e forti di qualunque altra parete, e spesso accade che sia proprio con le persone a noi più vicine che ci ritroviamo incapaci di affrontare conversazioni che con altri possiamo tranquillamente gestire. Tieni però presente che le energie che ci portiamo dentro esistono comunque, e chi ci sta vicino le sente chiaramente. Il tuo disagio è qualcosa che gli altri sentono con chiarezza, e la mancanza di comunicazione porta ad uno stato di non-conoscenza che crea terrore e immobilità. La tua storia del rossetto la dice lunga: è normalissimo giocare con un rossetto, non bisogna essere disforici per farlo. Ma se tua madre reagì in quel modo invece di giocare con te, molto probabilmente fu perchè già aveva avuto qualche percezione in merito al fatto che qualcosa di "strano" stava accadendo o era accaduto, ed aveva già iniziato a sviluppare la sua paura.

La verità può essere difficile da affrontare e può essere molto dolorosa, ma l'immobilismo di cui parlo crea uno stato di sofferenza forse più lieve ma continuo, costante, invariabile nel tempo: e secondo me è il peggior modo per soffrire...

 

America (NY) e Figa: avevo 35 anni e una valigia piena di abiti che avevo finalmente iniziato ad indossare; la figa pensavo di essere io ed andai a NY per fare le mie prime uscite in mezzo alla gente "normale", perchè avevo capito che il Desigual, in termini di esperienza, era scarsamente rappresentativo (almeno per l'esperienza di vita che cercavo io, ovvero quella normale, di tutti i giorni). Li' feci per la prima volta le cose che avevo sempre sognato: andai a cena fuori, al cinema, a fare spese... solo che ben presto scoprii che anche quella era un'esperienza poco rappresentativa, perchè la questione non si poneva in termini di accettazione e/o accoglienza: lì semplicemente la gente non ti vede, potresti indossare una foglia di fico e metterti un caso di banane sulla testa, e continuerebbero a non vederti... ma io non volevo essere ignorata, non era quella la libertà che cercavo.

 

America e Famiglia: mio fratello non è per nulla disforico: lui è architetto (era una battuta, ma non so se faccia ridere). E' un bravo ragazzo che si dà un gran da fare ed è molto *normale*. Ha sposato una brava ragazza americana, florida e della Florida, che ha una bella e brava e ricca famiglia di origni irlandesi. Tre anni fa è pure nato il piccolo Pietro, che è un bellissimo bambino biondo e pieno di entusiasmo. Insomma, il *quadretto* sembrava perfetto... peccato che mio fratello e sua moglie non parlino più con mia madre e mia madre non veda più il suo nipotino; queste tensioni sono cresciute a tal punto che la nostra famiglia, che tutto sommato era sopravvissuta abbastanza bene al mio 'outing' di qualche anno prima, risulta oggi completamente sgretolata.

Mia madre soffre per questa situazione come non ha mai sofferto. Mio fratello pure.

Morale della favola: non occorre essere disforici per farsi del male a vicenda e senza volerlo, e non credo che sia nascondendo la tua disforia che potrai garantire alla tua famiglia una vita serena e felice.

 

Forse c'erano anche altre cose che volevo dire, ma ora non mi vengono più in mente e comunque devo staccare...

Baci

Mia

 

 

Da:   "Maryliz" <[email protected]>

Data:  Gio Ott 24, 2002  1:37 pm

Oggetto:  paranoia? - 6 vediamo un pò...

 

Al diavolo il lavoro...ma devo scrivere.

Non si possono dare tutti i torti a Simona.

Il suo comportamento è guidato da questo ragionamento:

 

La mia mia libertà di esprimere ora, in questo contesto, quello che sono e voglio essere può determinare infelicità e sofferenza (che io stimo sarà grandissima) nei miei genitori. Io non posso sopportare la sofferenza di qualcuno a cui voglio bene. Un senso di colpa terribile mi divorerebbe...

 

I suoi genitori non sono orribili, ne degni di essere abbandonati. Sono genitori molto fragili, persone che probabilmente hanno perso molti treni nella loro vita, persone che hanno sacrificato ai figli molte delle loro aspirazioni e si sono rassegnate ad una vita molto "normale" e sicura.

 

SimonE e suo fratello rappresentano il loro riscatto. La trasformazione di SimonE in SimonA li potrebbe distruggere. Per la loro insicurezza, la loro incapacità di gestire autonomamente la loro prospettiva di vita al di fuori di una cornice familiare convenzionale.

 

Simona ha probabilmente ragione : impazzirebbero di dolore.

 

Simona prospetta due soluzioni:

 

1) Lasciare tutto com'è. Crescere, allontanarsi, soffocando la disforia in attività creative e lavorative anche di prestigio : Nemo profeta in patria.... Potrebbe pure farcela. Ma quanti rimpianti, quanti pensieri di insoddisfazione potrebbero riaffiorare in lei negli anni futuri?

 

Io, in lei, rivedo me stessa. Vent'anni fa : in una ignoranza abissale sul sesso e sul genere, divorata da una morbosa curiosita per tutto ciò che semplicemente sfiorasse l'argomento transessualismo, senza Internet, con gli unici e prevalenti stimoli provenienti dalla pornografia ( che ancora permangono purtroppo) che assimilavano transessualismo=perversione= vergogna. Era anche facile abbandonare tutto. Buttare via tutto di quei pensieri, cose, storie, riviste, così "vergognosi". E quindi affogarsi nel lavoro, nella propria affermazione professionale. Con il guaio che non siamo persone stupide. Anzi. La sensibilità femminile unita alla capacità analitica maschile ci permette, volendolo, di eccellere in ogni campo. Costruiamo quindi con terribile efficenza le sbarre della nostra stessa gabbia. La rete delle amicizie, la fama, gli impegni, la famiglia, tutto congiurerà e costituirà vincolo nel futuro. Tutto dovrà perciò essere lacerato e ricucito.

 

E poi...raggiunta la sicurezza, la soddisfazione professionale, l'appagamento nella crescita personale esteriore ecco che imperiosamente riemergerà il bisogno di capire se stessi. Chi sono io ? Che voglio fare della mia vita ? Che mi frega di quello che faccio, creo, scrivo, dirigo ecc.. se non sto bene con me stessa ?

 

Insomma è una bomba ad orologeria.

 

La soluzione non è impraticabile ma è sicuramente densa di incognite. Lei , conoscendo meglio di me ai miei tempi come vanno queste cose, potrebbe crearsi delle vie di fuga, ipotizzare delle strade alternative da imboccare raggiunti certi traguardi.... Tutto da congegnare, tutto da vivere...

 

2) Partire, allontanarsi, espatriare.... cambiare contesto, farsi dimenticare. Quasi morire. Stabilirsi a distanze galattiche, Nuova Zelanda, California, almeno 12 ore di volo con un Boeing 747. Non la trovo molto differente dalla prima soluzione. In fondo il tempo necessario per mettere a punto questo piano, per allentare i contatti, per sparire, per quasi morire senza farli soffrire lo devi pur metter in conto. Altrimenti il dolore che daresti loro è equivalente a quello che proverebbero se tu morissi. SimonE.... puff.... sparitO.

 

Può essere ? Penso di no...

 

Nel frattempo faresti altro, non necessariamente transizioneresti subito, magari finisci a Bruxelles in qualche super-master o in qualche scuola per registi californiana. Quanto impiegherai ad esser te stessa : un mese, un anno ? due ?

 

Ma, nel frattempo, continuerai ad aver contatti con la tua famiglia : lettere, e-mail, cartoline, magari installano pure una web cam per vederti... E forse torneresti per le feste comandate ( Natale, Capodanno, S.Agata :-)). Insomma spereresti di trasformarti protetta dalla lontananza. Le tue mutazioni sarebbero a loro invisibili ma, ad un certo punto, necessariamente dovrai spedire una lettera ed una foto in cui dirai : "

Vedi mamma come sono diventatA ? Ti prego accettami.. ecc...ecc.."

 

E tua mamma si spara.... perché nel frattempo le si sono ancora più induriti i neuroni per la lontananza della sua primaria ragione di vita (i suoi figli), poi chissà che pensieri di successo ha fatto per suo figliO, chissà quanto è fiera di LUI con gli altri familiari e gli amici... E le crolla tutto in un colpo solo. Avresti minori sensi di colpa ? Lontano dagli occhi... lontano dal cuore...

 

Ma può essere ?

 

Che posso consigliarti allora ? Questo consiglio te l'ho già dato veramente in un' altra occasione private ma ora questo consiglio lo pubblico perchè così potrà essere commentato, criticato, discusso.

Spero che i tuoi genitori ( 50 anni circa mi hai detto ) non abbiano già atrofizzato ogni possibilità di sviluppo cognitivo, di desiderio di realizzazione, di apertura mentale, di liberazione dalle loro paure. Non mi riferisco alla paura del transessualismo, dell'omosessulaità, o di qualunque cosa di "anormale" ai loro occhi.

Mi riferisco alla paura di vivere per se stessi, di porsi dei nuovi obiettivi personali anche semplici ma liberatori. Obiettivi estetici, culturali, lavorativi, qualunque cosa che li faccia uscire dal loro torpore esistenziale.

Secondo me la vera transizione=liberazione la devono cominciare loro. Come fare ? Come aiutarli a sconfiggere le loro paure ?

Ovviamente non riuscirai a portarli dallo psicoterapeuta. E allora ? Allora comincia a comprare ed a regalare ai tuoi quei simpatici libri-manuali best-sellers, con un sacco di esempi di gente frustrata che ha ritrovato se stessa e di tecniche per affrontare e sconfiggere le proprie paure.

Io trovo che non solo non fa male a noi tutte leggere questa roba ma, secondo me, fa un sacco bene anche a chi ci sta vicino.

Lo scopo è creare nelle loro testoline una specie di rete d'emergenza contro il collasso emotivo che una rivelazione sconvolgente potrebbe scatenare.

Se questa autolibroterapia avrà effetto te ne accorgerai. I loro atteggiamenti cambieranno. Magari si potrà parlare di argomenti scabrosi con più facilità.. Si aprirà un dialogo possibile. L'apertura mentale migliorerà...

Perchè non provare ? Un pò di tempo ce l'hai. Prova a farli transizionare :-) Così poi, in ogni scenario, con qualunque soluzione, le tua transizione potrebbe non essere così difficile...

Con affetto infinito,

la tua concittadina

Mary

 

Da: "Simona J." <[email protected]>
Data: Sab Ott 26, 2002 5:14 pm
Oggetto: Paranoia 7 - fuga da Alcatraz

Le vostre risposte alle mie paranoie numerate sono la prova definitiva che questa è davvero una psicana-lista. E' bellissimo poter leggere, nelle vostre e-mail, storie del vostro passato. Tutti questi frammenti, tutti questi pezzi sparsi qua e là, lentamente mi aiutano a comporre il variegato mosaico delle vostre vite, che non conosco se non attraverso quel che avete scritto qui. Inoltre servono a far luce sul mio presente, avvolto dalla nebbia e dal caos. Quindi, vi prego, continuate a parlare di voi, delle vostre scelte, delle vostre peripezie e disavventure nel corso degli anni. Fatelo per me. :)

Per quanto riguarda i consigli, i suggerimenti, le supposizioni, le teorie e le idee che avete tirato fuori sulla mia situazione e sul modo migliore per affrontarla, potrei rispondere punto per punto a tutte le cose che mi avete scritto, ma mi ci vorrebbero giorni e giorni, perché mi sono accorta che ho ancora un'infinità di cose da dire. Per ora mi limito a replicare sinteticamente ad alcune frasi che mi hanno particolarmente colpito.

 

[Maryliz] Nel frattempo faresti altro, non necessariamente transizioneresti subito, magari finisci a Bruxelles in qualche super-master o in qualche scuola per registi californiana. Quanto impiegherai ad esser te stessa : un mese, un anno ? due ? Ma, nel frattempo, continuerai ad aver contatti con la tua famiglia : lettere, e-mail, cartoline, magari installano pure una web cam per vederti... E forse torneresti per le feste comandate ( Natale, Capodanno, S.Agata :-)). Insomma spereresti di trasformarti protetta dalla lontananza. Le tue mutazioni sarebbero a loro invisibili ma, ad un certo punto, necessariamente dovrai spedire una lettera ed una foto in cui dirai : " Vedi mamma come sono diventatA ? Ti prego accettami.. ecc...ecc.."

 

Non è detto che sia questa l'unica possibilità, Mary. Potrei fare come il papà di un mio amico. Partire alla ricerca della verità, di me stessO o di qualsiasi altra cosa. Cioè, DIRE agli altri che parto per questi motivi. D'altronde la mia passione per la filosofia è talmente forte che una motivazione del genere non stupirebbe più di tanto i miei. Certo, li spiazzerebbe, ma potrebbero capirmi. E poi, dai, che cosa romantica! Il proprio figlio, laureato in filosofia, che anziché cercare il posto fisso, una bella casetta col giardino, un matrimonio perfetto, i figli, i cani, la vestaglia di lino e la camicia inamidata, decide di partire per chissà dove, in cerca di chissà cosa. Quand'era giovane, il papà di un mio amico è partito per l'India ed è rimasto lì per qualche anno. Cosa potrei dire ai miei? Che ho deciso di compiere un viaggio alla ricerca del Graal, della mitica città di Agarthi soto il deserto del Gobi, di qualche antico manoscritto perduto tra i polverosi scaffali di una biblioteca dimenticata. Un viaggio alla ricerca della verità, della conoscenza. Un viaggio compiuto per abbeverarmi alla fonte del sapere. Cosa penserebbero? "Nostro figlio è pazzo, è partito alla ricerca di antiche verità perdute". Te l'immagini? "Chissà dov'è? Forse in Tibet, tra i monaci. O forse in un antico tempio Indù". Probabilmente penserebbero che ho fatto una follia, ma come potrebbero biasimarmi? E nel frattempo io potrei transizionare, e poi magari tornare dopo anni e dire: "papà, mamma... mentre mi trovavo ad Haiti per studiare pratiche magiche e riti voodoo, uno stregone ha compiuto una maledizione e mi ha trasformato in una donna". ^___^

 

Ovviamente non riuscirai a portarli dallo psicoterapeuta. E allora ? Allora comincia a comprare ed a regalare ai tuoi quei simpatici libri-manuali best-sellers, con un sacco di esempi di gente frustrata che ha ritrovato se stessa e di tecniche per affrontare e sconfiggere le proprie paure. Io trovo che non solo non fa male a noi tutte leggere questa roba ma, secondo me, fa un sacco bene anche a chi ci sta vicino. Lo scopo è creare nelle loro testoline una specie di rete d'emergenza contro il collasso emotivo che una rivelazione sconvolgente potrebbe scatenare. Perchè non provare ? Un pò di tempo ce l'hai. Prova a farli transizionare :-) Così poi, in ogni scenario, con qualunque soluzione, le tua transizione potrebbe non essere così difficile...

 

Guarda Mary, io posso pure provare... però non credo che far leggere ai miei qualche bestseller americano di pseudo-psicologia, tipo "Come affrontare le proprie paure", "Come essere davvero se stessi" o "Come vincere al superenalotto con la forza del pensiero", possa sortire effetti stupefacenti. Seriamente, molti di questi libri sono pure interessanti e ben scritti, ma i miei vivono in un ambiente che è miliardi di volte più forte di qualsiasi libro. Forse, se ci trasferissimo tutti in una casa sperduta e isolata in aperta campagna, senza i cento zii, cugini, parenti vari, colleghi di lavoro e vicini di casa in mezzo ai piedi, quei libri servirebbero a qualcosa. Ma il peso della Famiglia (si, la Famiglia con la F maiuscola, tipo quella del Padrino), unito a quello dell'ambiente sociale e di lavoro, è TROPPO forte per loro. Voglio dire che magari la forza di cambiare, dentro di loro, c'è. Ma gli strumenti per farla uscire fuori sono nulli in confronto alla fittissima rete di luoghi comuni e "normalità" formata dalle persone che li circondano.

 

[Stephy] Insomma, il tuo teorema dice: o me la batto e mando cartoline fasulle da chissadove e vivo da donna come pare a me (occhio non vede cuore non duole.....ne il mio ne il loro), oppure, se decido di restare a Catania, non vivo ne come donna ne come uomo perchè il mio destino ed il mio ruolo sono già segnati: assecondatrice delle familiari ambizioni/frustrazioni ed assassina del mio vero essere.

 

NO, l'idea di restare a Catania e di continuare a fare "l'assecondatrice delle familiari ambizioni/frustrazioni" non la prendo neanche in considerazione. Non esiste. Io, come suggerisci tu stessa, ho BISOGNO di andare a vivere fuori, di essere indipendente. Questo a prescindere dalla disforia di genere. E' una cosa che devo fare, anche per capire in che misura posso cambiare. Andando a vivere fuori potrei rendermi conto in maniera più serena e realistica di quello che posso e non posso fare.

sicuramente hai sviluppato delle capacità percettive fuori norma....

Questo è indubbio, e non lo dico per vantarmi. Anzi, spesso vivo la mia ipersensibilità come una condanna. Sin da quand'ero piccolissima sento, in maniera a volte disturbante ed eccessiva, lo stato d'animo delle persone che mi circondano. Diciamo che non arrivo ad un sesto senso, però un quinto senso e mezzo ce l'ho di sicuro. ^__^ Il bello è che se c'è qualcosa che non va, non riesco ad accettarlo. Me ne accorgo subito, cerco di capire quale sia l'origine e faccio tutto quello che posso per evitarne il ripresentarsi. In alcuni casi non posso fare nulla, ma quando l'origine sono io, scatta la mia grande abilità nel recitare e gettare fumo negli occhi, e comincio a fingere. Io fingendo, recitando, soffro. E' sfibrante. Ma sono anche contenta perché grazie al mio "inganno" gli altri non soffrono più. Diciamo che il mio appagamento per essere riuscita nell'intento di far star meglio gli altri supera il mio struggimento per aver occultato una parte di me. Almeno, fino ad ora le cose sono andate così.

 

[Dafne] Io qui non sto dicendo che i tuoi genitori ti amano e quindi che se ti "riveli" loro ti accetteranno, che non puoi sapere come stanno veramente le cose, ecc. io ti sto dicendo che non è detto che tu conosca alla perfezione TUTTE le eventuali loro reazioni innanzi ad un tuo eventuale coming out e ti sto dicendo che se tu lo facessi li faresti soffrire da matti per chissà quanto tempo che sarebbe tutto difficilissimo, che vivresti per chissà quanto tempo male con la necessità di essere più forte di una tensione violentissima che ti dilanierebbe le carni e l'anima fino allo spasimo, ecc. ecc. ma che alla fine potrebbe anche esserci un epilogo che tu non hai mai preso in considerazione. Io lascio sempre aperte tutte le porte.

 

Io non conosco alla perfezione TUTTE le eventuali reazioni, però posso sapere, approssimativamente e senza nessuna certezza assoluta, quale potrebbe essere la loro reazione più PROBABILE. Mettendo tutto sulla bilancia mi accorgo che le probabilità che loro si comportino in un certo modo e che le cose prendano una determinata piega sono ENORMI. Certo, c'è sempre una possibilità dello 0,001% che tutto evolva in maniera differente. Ma è troppo poco. Se io seguissi questa via solo per un fantascientifico "epilogo che non ho mai preso in considerazione" sarei davvero incosciente.

 

[Mia] Tieni però presente che le energie che ci portiamo dentro esistono comunque, e chi ci sta vicino le sente chiaramente. Il tuo disagio è qualcosa che gli altri sentono con chiarezza, e la mancanza di comunicazione porta ad uno stato di non-conoscenza che crea terrore e immobilità. La tua storia del rossetto la dice lunga: è normalissimo giocare con un rossetto, non bisogna essere disforici per farlo. Ma se tua madre reagì in quel modo invece di giocare con te, molto probabilmente fu perchè già aveva avuto qualche percezione in merito al fatto che qualcosa di "strano" stava accadendo o era accaduto, ed aveva già iniziato a sviluppare la sua paura. La verità può essere difficile da affrontare e può essere molto dolorosa, ma l'immobilismo di cui parlo crea uno stato di sofferenza forse più lieve ma continuo, costante, invariabile nel tempo: e secondo me è il peggior modo per soffrire...

 

Mia, ti sembrerà assurdo, ma il mio disagio non è percepito da nessuno né con chiarezza né in modo confuso. Certo, anni fa è capitato che uscisse fuori qualcosa, soprattutto tra i 7 e i 12 anni (prima o poi vi racconterò un paio di episodi davvero buffi). Ma crescendo, come ho scritto anche sopra, ho creato un personaggio così perfetto, stratificato e complesso, da non destare il minimo sospetto. Io per gli altri sono quello che appaio. Ed io, in questo momento, appaio così come ho voluto apparire. Ho scelto di interpretare un ruolo, e in quel ruolo mi ci sono calata fino in fondo. Tra l'altro, per evitare di impazzire, ho fatto in modo che il mio personaggio non fosse di "cartone", palesemente falso e caricaturale. Insomma, non interpreto il ruolo di un macho sciupafemmine, tutto muscoli e niente cervello. Sono un ragazzo estroverso, spiritoso, fantasioso, brillante, molto volubile, pensieroso ma non chiuso. Si, sono complesso, dubbioso e tormentato da problemi filosofici e metafisici, ma questo è accettato da tutti senza problemi, perché fa parte del mio carattere. Spesso sono io quello che rompe una situazione di disagio e di silenzio. Un sacco di volte mi ritrovo a dire stupidaggini, raccontare cose assurde, fare il cretino, per tirare su la gente che mi sta intorno. No, nessuno sospetta proprio nulla. Nessuno eccetto la mia ragazza (ebbene si, ho la ragazza), ma questa è un'altra storia...

 

[Dagmar] Significa forse, prima di apparire ed essere donna in tutti i sensi, passare tutto lo spettro dell'arcobaleno.. con la velocità consentitaci dal nostro ambiente, ma senza che questo ambiente, come spesso avviene, diventa una scusa per non muoverci.

 

Si, sono d'accordo. Infatti ci voglio provare. Però non sempre è facile, e non è affatto detto che quella dell'ambiente sia solo una scusa per non muoversi. Spesso l'ambiente è così ostile da costituire un vero e proprio carcere, che impedisce davvero qualsiasi libertà di movimento. Un carcere di massima sicurezza, per giunta. Una specie di Alcatraz. Comunque, io sto tentando qualche piccolo, timido passo. Insomma, un po' mi muovo dentro la mia cella, ma non posso sperare che il semplice muovermi possa far sparire le sbarre. L'unica possibilità è quella di trovare un modo di evadere.

Non c'è nessuno che possa aiutarmi a progettare un piano? ;)

Un barbarico Yawp,

Simona

 

 

 

 

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