Da: "Maryliz" <[email protected]>
Data: Mer Ago 21, 2002 5:15 pm
Oggetto: Accadimenti estivi
Vi racconto questa...
Indugiavo svestita (reggiseno e mutandine) stravaccandomi tra un divano e una poltrona, sgranocchiando qualcosa o sorbendomi una bevanda fresca. Oziavo e leggevo. Mia moglie era da qualche parte in casa...
Improvvisamente suona il citofono.
Trrrrrrr..........Panico. Chi sarà mai?
Aspetta... non rispondere. Magari sono i soliti Testimoni di Geova che ci provano.
Mia moglie si affaccia dal balcone cercando di vedere chi è al portone. Non ci riesce. Gli alberi son cresciuti troppo. Arrivano ormai al secondo piano dove abitiamo.
Un altro trillo, stavolta più insistente: Trrrrrrrrr....Trrrrrrrrrr
Io, nel frattempo, comincio a rivestirmi. Tanto lo dovevo fare, devo tornare in ufficio. Maglietta bianca stretta, camicia larga, pantaloni, calzini, mocassini....Fatto!
Il mio seno sparisce, ma solo per occhi disattenti, nell'ampiezza della camicia extralarge.
Squilla anche il telefono...(i cellulari ormai potrebbero sostituire i citofoni; ci avete mai pensato?). Risponde mia moglie : " Ah.. sei tu ? Aspetta che apro..."
E' mia cognata. La sorella piccola ( per modo di dire : 29 anni !) di mia moglie.
Allegra, gioiosa, caratterialmente adorabile. L'ho un pò allevata anch'io. Lei, ancora ragazza, frequentò per anni casa nostra nelle pause pranzo dei suoi primi lavoretti. Ed è venuta su così, libera, molto spensierata, eternamente adolescente.
Entra trafelata come è il suo solito: bella, alta, bionda, abbronzatissima, e subito mi intercetta mentre entro in bagno : " Ciccino, ah sei qui........ ciaooooo!" avvicinandomi con i suoi sinceri modi iperaffettuosi. Io mi infilo in bagno. Lei, ovviamente, non mi segue.
Sistemo i capelli, lunghetti si ma non tanto, bagnandoli e fissandoli con un po di gel, in modo che le stempiature diventino solo un effetto ottico di una acconciatura molto tirata all'indietro. Un pò di copriocchiaie e mi conformo al nuovo look androgino che ho adottato da qualche mese.
Esco dal bagno e la ritrovo in soggiorno a parlare con sua sorella.
Vedendomi si alza e si avvicina. E' un tipo a cui piace il contatto umano. E poi mi vuole bene sul serio. Sa che amo sua sorella e non ha mai capito cosa io abbia di diverso rispetto agli altri uomini... La trattengo dall'abbracciarmi prendendole i polsi. Devo farlo. Lei mi ha sempre preso in giro divertita per la mia ginecomastia (anche precedente le mie cure ormonali) e trovo inopportuno, per ora, farle sentire la presenza di un reggiseno che si sforza di contenere due tette terza misura.
Mi dice, allegra :
"Che sei brutto con quei capelli lunghi...perchè non li tagli ?"
E' evidente che il suo concetto di "bruttezza" è riferito ad una immagine maschile e quindi me ne compiaccio un pò...
La lascio libera, svicolando da altri possibili abbracci.
Mentre raccolgo chiavi, telefonino, portafoglio le dico, ridendo :
" Tagliarli e perchè ?.. mi farò le trecce appena crescono ancora!"
Vado alla porta d'ingresso. Mia moglie mi viene dietro per salutarmi e ci baciamo sulla soglia, come al solito.
Mentre andavo in ufficio pensavo : " Se volessi dirglielo come farei? Cosa direi ? "
E allora ho immaginato, usando i soliti toni scherzosi dei discorsi tra me e lei, di proseguire il discorso dei capelli.....
Discorso improbabile ma non impossibile:
- Perché dici che devo tagliarli ? Tu non hai i capelli lunghi ?
- Si. Ma io sono femmina...
- E allora ? Perché è importante distinguersi tra maschi e femmine ? Se io volessi stare in una posizione intermedia ?
- Saresti puppo - lei dice ridendo ( frocio, finocchio ndt)...
- Puppo ? E perché ? Io amo tua sorella e lo sai. Tu confondi il genere con il sesso. Sai che ti dico ? Considerami "transgender".. sai che vuol dire ?
- No - ribatte un pò stupita.
- Una persona che ha superato il concetto di genere: maschile e femminile. Che, mantenendo comunque le sue preferenze sessuali, se vuole farsi crescere i capelli o truccarsi o mettere una gonna lo fa quando le piace fregandosene dell'opinione degli altri...
- Cooosa ? Ti piace vestirti da donna ?
- Si! Embè ? Che c'è di male ?
- Ohhhh...Trooooooppo divertente.....- scoppiando a ridere e rivolgendosi a mia moglie - ma tu che dici ?
- E che devo dire ?... Effettivamente che ci fa... - dice mia moglie, alzando le spalle un pò imbarazzata.
- Mi sto pisciando dal ridere....Allora...Ora capisco....
- Che capisci ?
- Niente. Sono troppo divertita... magari qualche volta usciamo assieme...- dice con tono esilarato.
- E perché no... Ma in un posto deserto.....O dove nessuno mi conosce... - ribatto io, ridendo con lei.
Mary
moderatrice che, stavolta, spera proprio di non avervi annoiato
Da: "infringer" <[email protected]>
Data: Dom Ago 25, 2002 1:16 pm
Oggetto: R: [disforia di genere] Accadimenti estivi
Leggo
con interesse quello che scrivi, Mary, paragonandolo alla mia situazione. C'era
un periodo della mia vita in cui la mia immagine sociale era fortemente
strutturata. Avevo una moglie, un lavoro "serio",
"manageriale", "maschile", "privilegiato", con
colleghi ancorati a forti e salde concezioni del mondo, umano e professionale,
di tipo tradizionale.
Se
vivessi oggi una situazione del genere, confesso che avrei molte più difficoltà
ad esprimere quello che sono e ad intraprendere la strada della transizione.
Fortunatamente,
per circostanze solo apparentemente estranee alla mia volontà, mi sono
ritrovata a "fare S-carriera", cioè carriera alla rovescia. La mia
vita si è progressivamente destrutturata in tutte le sue componenti, mettendo a
repentaglio il vissuto stesso di continuità della mia persona, con:
1) il
fallimento di due matrimoni;
2) il
fallimento nel lavoro;
3) il
rifiuto del rientro nella bella società del posto privilegiato e prestigioso;
4) lo
sgretolamento delle certezze e dei valori sulla cui base avevo impostato un
tratto piuttosto lungo della mia vita;
5) una
sensazione di vuoto esistenziale, di carenza si senso, di obiettivi di vita,
come risultante di tutto ciò.
L'altra
faccia della medaglia di questo processo è stata quella delle scelte in
positivo, vale a dire:
A) la
scelta della precarietà economica;
B) la
scelta di vivere di lavori umili e poco caratterizzati sul piano del genere;
C) la
scelta dell'anonimato sociale nella piccola città in cui vivo;
D) la
ricerca di nuovi legami con persone affini o diverse ma comunque potenzialmente
sinergiche con me.
Ognuna
di queste scelte (A-B-C-D) comporta un prezzo da pagare, che non è da me
accettato tranquillamente. Ogni giorno debbo lottare per impormi di non cadere
in tentazione e non ricercare alla minima difficoltà quelle facili soluzioni
che nella prima parte della mia vita sono state il mio oppio.
Tutte
assieme queste scelte hanno fatto sì che le mie possibilità di espressione e di
ritagliarmi un'immagine mia, personale, siano oggi molto più facili che in
precedenza. Faccio lavori che non vuol fare nessuno, in ambienti
prevalentemente femminili.
Esprimere
la mia identità, oggi come oggi, nonostante alcune ineliminabili difficoltà di
fondo che comunque ci sono, è più facile di come sarebbe stato se fossi rimasta
negli uffici con aria condizionata dei palazzoni di Milanodue.
Ve
pijasse 'na disforia antimanageriale a tutt*
Alessia
Da: "infringer" <[email protected]>
Data: Dom Ago 25, 2002 1:52 pm
Oggetto: R: [disforia di genere] Accadimenti estivi
Completo
brevemente quello che ho scritto poco fa.
Allo
stabilimento termale dove lavoro sono quasi tutte donne. C'è poi un presidente
che comanda, ovviamente uomo e ovviamente supermaschio e tutto di un pezzo. Due
mie compagne di reparto conoscono la mia situazione, le altre no. Se domani
gliela chiarissi non avrei problemi di alcun tipo. Non sarò più Fabrizio, sarò
Alessia anche per le altre. Solo che non trovo alcuna ragione per farlo adesso.
Col
presidente la situazione sarebbe diversa e potrebbe rovesciarsi. Perché lì non
è più in causa l'uomo, ma la struttura con la quale è tenuto a identificarsi.
Noi,
umili operaie, abbiamo il pribvilegio della libertà, da questo punto di vista.
Credo
che sia tutto un gioco nella dialettica tra persona e struttura. Ogni impresa
ha un organigramma ufficiale, una struttura formale in cui interagiscono ruoli.
Ma oltre a questa, esiste una struttura non ufficiale, informale, in cui
interagiscono le stesse persone, ma secondo altre regole, non scritte nei
registri del management. E' stato rilevato più volte da sociologi d'impresa,
che ciò che manda avanti il funzionamento di un'azienda non è la struttura
formale, ma quella informale, cioè quella dove il lavoro è animato dal calore
umano e dal rapporto interpersonale tra i partecipanti. Io cerco di curare
questo aspetto relazionale con le persone. Non mi farò più intimidire dalla
freddezza delle strutture, che può più facilmente uccidere i fuori-norma. Curo
la mia immagine all'interno della struttura informale.
Ormai,
per questo, non ho più paura di essere "sgamata".
Ve
ri-pijasse 'na disforia antimanageriale informale a tutt*.
Alessia
Da: "Mary Liz" <[email protected]>
Data: Dom Ago 25, 2002 7:10 pm
Oggetto: Re: R: [disforia di genere] Accadimenti
estivi
Infringer
wrote :
Leggo
con interesse quello che scrivi, Mary, paragonandolo alla mia situazione. C'era
un periodo della mia vita in cui la mia immagine sociale era fortemente
strutturata. Avevo una moglie, un lavoro "serio",
"manageriale", "maschile", "privilegiato", con
colleghi ancorati a forti e salde concezioni del mondo, umano e professionale,
di tipo tradizionale.
>Se
vivessi oggi una situazione del genere, confesso che avrei molte più difficoltà
ad esprimere quello che sono e ad intraprendere la strada della transizione.
>Fortunatamente,
per circostanze solo apparentemente estranee alla mia volontà, mi sono
ritrovata a "fare S-carriera", cioè carriera alla rovescia. La mia
vita si è progressivamente destrutturata in tutte le sue componenti, mettendo a
repentaglio il vissuto stesso di continuità della mia persona, con:
>1)
il fallimento di due matrimoni;
>2)
il fallimento nel lavoro;
>3)
il rifiuto del rientro nella bella società del posto privilegiato e
prestigioso;
>4)
lo sgretolamento delle certezze e dei valori sulla cui base avevo impostato un
tratto piuttosto lungo della mia vita;
>5)
una sensazione di vuoto esistenziale, di carenza si senso, di obiettivi di
vita, come risultante di tutto ciò.
Se ho capito bene:
Per un tratto della tua vita hai
quindi salito delle scale. Sei arrivata in alto. Poi, ad un certo punto, hai
deciso di scendere e sei uscita dalla porta da cui eri entrata. Di nuovo
libera. Libera dal lavoro, libera da impegni sentimentali, libera di cercare te
stessa, anzi di ritrovare te stessa.
Ho avuto in questi mesi, in
qualche momento di sconforto, pensieri nella
stessa direzione. E, parlando con amici (manager anche loro ma senza
disforia ), ho riscontrato la stessa voglia di azzerare tutto per ricominciare
con nuovi presupposti.
Chi, come te e me, ha
l'aggravante di una strana dissonanza tra quello che deve essere per gli altri
e quello che vorrebbe essere per se, forse ha spinte ancora più forti in questo
senso.
Se devo tornare al paragone delle
scale, io , che mi trovo nella singolare situazione di dipendenza dalla mia
stessa azienda, non potendo licenziarmi senza creare non pochi problemi a molte
persone e famiglie, invece di scendere giù sto tentando di uscire dalla
terrazza.
"Dalla terrazza ? Per
buttarti giù..." direte.
No. Intendo dire che se riesco a
completare il disegno della mia azienda, in modo da renderla una organizzazione
autonoma nel mercato, avrò creato il valore mobiliare sufficiente per
permettermi di decidere che fare della mia vita senza fare troppo danno. Potrò
allora decidere se restare a dirigere oppure vendere tutto. E quindi uscire dalla terrazza, ma di un edificio
ormai completo.
E' maledettamente difficile e
costoso, però tutto quello che sto facendo da un paio d'anni è orientato in
questo senso e la mia disforia è solo una molla in più delle tante che mi
spingono a far questo.
>L'altra
faccia della medaglia di questo processo è stata quella delle scelte in
positivo, vale a dire:
>A)
la scelta della precarietà economica;
>B)
la scelta di vivere di lavori umili e poco caratterizzati sul piano del genere;
>C)
la scelta dell'anonimato sociale nella piccola città in cui vivo;
>D)
la ricerca di nuovi legami con persone affini o diverse ma comunque
potenzialmente sinergiche con me.
>Ognuna
di queste scelte (A-B-C-D) comporta un prezzo da pagare, che non è da me
accettato tranquillamente. Ogni giorno debbo lottare per impormi di non cadere
in tentazione e non ricercare alla minima difficoltà quelle facili soluzioni
che nella prima parte della mia vita sono state il mio oppio.
Io, come sai, come sapete, ho una
fortuna. Ho una persona che mi ama. E che io amo. Però la disforia, che in
genere complica quasi sempre tutto, ha
rafforzato molto del nostro amore. E' come se si fosse creato una specie di
presupposto di eterna precarietà, di dinamicità, di cambiamento, che ci fa
sentire come necessario stare vicine per darci forza l'un l'altra.
L'"ego" , e l'egoismo
quindi, in amore sparisce. Tutte le mie scelte tengono conto di questo.
Ci capita spesso di fare ipotesi
sul possibile "minimalismo" di una vita futura: Cosa ci basterebbe
per... Cosa faremmo se....E ci aiuta in questo il fatto di essere temprate
dall'essere passate entrambe da non brevi periodi di ristrettezze. La paura del
cambiamento comunque c'è. Soprattutto c'è il timore di non avere la forza e la
determinazione dei vent'anni.
Ma, saggiamente, poi si riflette
che non è più tempo di scalate alla ricerca di qualche improbabile futuro
migliore. Non ne vale la pena. La felicità la si può ottenere vivendo nel
presente e godendosi anche piccole, semplici, cose.
>Tutte
assieme queste scelte hanno fatto sì che le mie possibilità di espressione e di
ritagliarmi un'immagine mia, personale, siano oggi molto più facili che in
precedenza. Faccio lavori che non vuol fare nessuno, in ambienti
prevalentemente femminili.
>Esprimere
la mia identità, oggi come oggi, nonostante alcune ineliminabili difficoltà di
fondo che comunque ci sono, è più facile di come sarebbe stato se fossi rimasta
negli uffici con aria condizionata dei palazzoni di Milanodue.
Per esprimere la mia identità ho
consolidato in me la convinzione di non seguire nessuna "road
map". Niente tappe forzate. Ne
mete obbligate. Mi sto sforzando di vivere alla giornata tutti gli aspetti
della mia vita. Lavoro, amore,
disforia.. E cerco di condividere questa ritrovata filosofia di vita con la mia
con-sorte. Ovviamete non manca, per entrambe, qualche momento di tristezza e
depressione ma credo sia normale...
>Ve
pijasse 'na disforia antimanageriale a tutt*
Mannaggia... Io convivo con una
disforia manageriale di 4o grado rafforzata....
>Alessia
Mary