THREAD N.RO 26

Da:   "Maryliz" <[email protected]>

Data:  Gio Ago 1, 2002  9:24 pm

Oggetto:  L'apparenza

 

 

 Sono stata due giorni a rimuginare. Due giorni pensando a  frasi lette, a parole dette, a pensieri già fatti. In questi casi entro in una specie di trance. Come un sonnambulismo vigile durante la quale faccio tutto ma contemporaneamente penso ad altro.

Allora mia moglie, che si accorge subito, mi domanda preoccupata: “ Che hai ? Qualcosa che non và ? “. E io , se non ho ancora ordinato i miei pensieri da poterli  spiegare, glisso rispondendo : “ No. Niente. Non è niente”. E lei si incazza e si intristisce. E io mi intristisco. Ed entriamo in una fase di incomunicabilità che dopo un pò , e dopo qualche lacrima spesa nel chiarimento, ci rivede d’amore e d’accordo più di prima.

Sono stata due giorni a rimuginare sul messaggio che Mia ha raccontato alla nostra psicoana-Lista (quanto mi piace questa definizione…). Mi ha colpito perché affronta gli stessi sentimenti che mi arrovellano in questi mesi, giorni, ore, minuti della mia vita : lavoro, corpo, amore, immagine.

Il mio lavoro è un lavoro di management e quindi,  proprio per questo e chissà per quanto tempo ancora, la mia azienda sono io. Cioè, verso l’esterno, la mia azienda non è impersonalmente una sigla che raffigura una organizzazione ma è legatissima ( è il mio ex-studio) alla mia esperienza professionale ed alla mia immagine.

Ecco. Veniamo al punto. L’immagine che gli altri hanno di me. Credo sia pressoché inalterata. Nonostante che le variazioni fisiche prodotte dalla terapia ormonale e il viso quasi glabro e i capelli ricresciuti, mi abbiano ringiovanito. E questo desta sorpresa in chi non mi ha incontarto da un bel po’. Ieri, un tale, attribuendo il mio ringiovanimento ad una perdita di chili (che non c’è stata) dice : “ Ingegnere… ma lei sembra più giovane di almeno sei anni !”.

Quindi il corpo è cambiato (nuda non sono malaccio …) ma, al contrario di Mia,  la mia immagine no.  Anzi invece che di “immagine”  preferirei parlare di “apparenza“ per una certa ragione che ora vi spiego.

Ne discutevo proprio ieri con un collega ( un manager di una grande ditta mia cliente e mio caro amico..)..

 

Gli dicevo: “ A me dell’apparenza non è che mi freghi molto… Il mio motto è: eccellenza senza apparenza. Vorrei sparire. Non esistere come personaggio.”

E lui:  “ Ma non puoi riuscirci. Hai costruito tanto in questi anni e tutti inevitabilmente ti conoscono e ti apprezzano per quello che hai fatto e sei.”

Frase che altri avrebbero provato piacere a sentire e che invece a me brucia un pò.

 

Apparenza.. Credo che questa sia una parola chiave.

Alessia , nel suo bel messaggio intitolato “camminare”,   cita il doppio vincolo del mio adorato Bateson (per chi vuole approfondire ecco un link http://www.netmeta.com/tesi/autoref/metacom/metacom.htm

e scommetto che sta roba piace a Katya”). Ho riflettuto un pò e sono arrivata alle considerazioni che seguono. Io invece che la parola amore userei la parola “apparenza”.

 

Esempio di doppio vincolo basato sull’apparenza inculcato da erronei comportamenti familiari

 

Messaggio  a :  Le femminucce sono sempre a posto. Pulite e carine. Gentili ed educate. Amabili“

Messaggio  b :  Tu non sei una femminuccia.

Messaggio  c :  Devi essere  sempre a posto. Pulito. Carino. Gentile ed educato. Amabile.

 

Io non ricordo ( forse li ho rimossi)  messaggi simili ricorrenti. Ma, col senno di poi, e ripensando alla mentalità nevrotica di mia madre, questi sono messaggi che molto probabilmente lei ha applicato su di me. Mio padre, assente affettivamente, non credo abbia  avuto molta influenza nello sviluppo della mia complessa personalità.

Comunque l’apparenza è per me una parola chiave. Anche perché poi io la rifiuto. Da maschio adulto io ho rifiutato l’apparenza. Non amo ostentare abiti eleganti, macchine potenti, conquiste femminili o altri segnali di classico prestigio maschile. Il bisogno di apparenza, negato nella realtà,  è restato  confinato nella mia testa, nel mio disturbo di identità di genere, nella femmina interna.

 

L’apparenza è una forma di “metacomunicazione” della propria identità. Deduco quindi  che io ho rifiutato l’apparenza dei classici simboli maschili perchè non riconoscevo mia l’identità maschile.

Alcune molto radicali direbbero : ma non si tratta di “apparenza” ma di “essenza”.

Cioè la tesi sarebbe: esser femmine ( o maschi)  è qualcosa che riguarda la  testa e non il modo di vestirsi, comportarsi, ecc. ecc.  Ma se fosse così non avrebbe senso parlare di disturbo di identità di genere. Ognuno/a si convincerebbe della propria maschilità o femminilità interiore e non farebbe mai esercizio di  “apparenza” . Invece non è generalmente così. Anzi è proprio il contrario.

 

E’ a questo punto ecco perché sono veramente nel pallone.

Il doppio vincolo si manifesta con tutta la sua complessità. Il desiderio di apparenza (femminile) è forte e contemporaneamente ho accumulato mille ragioni per le quali sono convinta che l’apparenza non è tutto nella vita.

 

Ricapitoliamo.

Lavoro - La mia azienda, nonostante molti sforzi fatti, ancora ha la mia immagine. Non so quanto delle mie mutazioni presenti o future abbia potuto o potrà influire nel suo sviluppo. A dire il vero un po’ mi sono scocciata del mio lavoro ed a volte ( sempre più spesso)  sogno di andare a vendere “gelati in Grecia” per usare le parole di Mia.

Ma, come al solito, tra il dire ed il fare sta di mezzo il mare ( Ionio nel mio caso…).

Corpo – Non ho in mente operazioni e il mio pi…lo, nonostante io non lo ami spasmodicamente, può stare tranquillo al suo posto, magari nascosto nel suo “tucking”. Per il resto la femminilizzazione è già quella che è. Non so quanto ancora potrà progredire. Non arriverò al seno di Dolly Parton (e non ci tengo)  anche se sono sulla buona strada…:-)).  I capelli in alcune zone purtroppo sono lenti a crescere.  Ma non dispero. La poca barba rimasta sonnecchia.

Amore – E’ la cosa più bella che ho. L’unica mia fonte di stabilità e di gioia. La possibilità di condividere anche queste cose che scrivo qui ( lei le leggerà) mi da una certa forza e tranquillità. Almeno questo bisogno esistenziale lo sento risolto.

Immagine – Insoddisfacente. La voglia di apparenza femminile è soddisfatta come un gioco poche ore al giorno. E’ una specie di valvolina di sfogo. Non so quando, non so come, fare altro.

 

Basta. Questo messaggio probabilmente  non servirà a nessuno se non a me per mettere ordine nei miei pensieri.  E perciò smetto…

 

Mary

Più confusa che persuasa…

che, quindi, come fa Alessia, cammina, cammina amando camminare

 

Da:  "Kim Perez" <[email protected]>

Data:  Sab Ago 3, 2002  10:34 am

Oggetto:  RE: [disforia di genere] L'apparenza

 

Cara Maryliz,

 

Qualche commenti.

 

>Lavoro - La mia azienda, nonostante molti sforzi fatti, ancora ha la mia immagine. Non so quanto delle mie mutazioni presenti o future abbia potuto o potrà influire nel suo sviluppo. A dire il vero un po’ mi sono scocciata del mio lavoro ed a volte ( sempre più spesso)  sogno di andare a vendere “gelati in Grecia” per usare le parole di Mia.

Ma, come al solito, tra il dire ed il fare sta di mezzo il mare ( Ionio nel mio caso…).

 

Condizionamenti lavorali, prigioni lavorali. È possibile che la personalizzazione del tuo lavoro diminisca senza sparire? Esistono i collaboratori... : )!  O tu dovi sempre mettere il viso ed il tuo viso dove avere la maschera conservatrice? È possibile rischiare una sfida contro il conservatismo?

 

Penso che si dove fare sempre un bilancio entre quello che vogliamo e il suo prezzo. Non credo che per te il lavoro e il amore siano due cose diverse. Leggendoti, penso che tu lavori per una persona. Ma anche il suo amore ha una responsabilità verso te. In Spagna, diciamo "con te, pane e cipolla" (no, "con te, auto dell' ultima generazione, seconda case, vacanze in Hawaii, ecc... " : )

 

La realtà trans è una realtà obiettiva, che dove essere considerata e rispetata negli suoi equilibri, che può diventare tristezza, depressione, introversione, rancore... Non può essere dimenticata...

 

Una amante negoziazione si impose!

 

 

>Corpo – Non ho in mente operazioni e il mio pi…lo, nonostante io non lo ami spasmodicamente, può stare tranquillo al suo posto, magari nascosto nel suo “tucking”. Per il resto la femminilizzazione è già quella che è. Non so quanto ancora potrà progredire. Non arriverò al seno di Dolly Parton (e non ci tengo)  anche se sono sulla buona strada…:-)).  I capelli in alcune zone purtroppo sono lenti a crescere.  Ma non dispero. La poca barba rimasta sonnecchia.

 

Una negoziazione anche con te stessa. Tu sei dunque ambigua. Tu puoi vivere l'ambiguità? Tu puoi fare un complesso mappa dal tuo living out, modullando l'espressione, più o meno, secondo l'occassione?

 

Io ho vissuto due esperienze: all'inizio delle mia transizione, io ero così convinta della impossibilità pratica di vivere come una donna per me (lavoro incluso), che ero rassegnata a vivere nello ambiente trans, ad usare abiti più o meno unisex ed a transformare il mio corpo... insomma, a realizzare una certa ambiguità.

 

Ora, quando vivo come donna o meglio, come trans, bisogno di affirmare questa ambiguità per il mio equilibrio.

 

Le due esperienze non sono equivalenti. La prima è più dura, la seconda è più gradevole, ma nel fondo, tutte i due raffirmano la realtà che credo che è tua e mia: l'ambiguità.

 

A partire da quella realtà, si posse fare una crescenza creativa della propria vita.

 

Almeno, si favorisce di non restare bloccatta per la paura al estero.

 

Si può trovare molte e ambigue forme di esprimere l'ambiguità...

 

>Amore – E’ la cosa più bella che ho. L’unica mia fonte di stabilità e di gioia. La possibilità di condividere anche queste cose che scrivo qui ( lei le leggerà) mi da una certa forza e tranquillità. Almeno questo bisogno esistenziale lo sento risolto.

 

Silenzio. È bello.

 

>Immagine – Insoddisfacente. La voglia di apparenza femminile è soddisfatta come un gioco poche ore al giorno. E’ una specie di valvolina di sfogo. Non so quando, non so come, fare altro.

 

Il desiderio di apparenza femminile ortodossa, innegabile è legato alla repressione totale di questa apparenza. È lo scoppio della nostra identità, l'affermazione rabbiosa della nostra volontà. Quando si rompe la repressione, si trova che l'apparenza personale desiderata può essere molto meno ortodossa... ed anche più corrispondente alla realtà personale. Io mi sentevo obbligata a dipingere le mie unghie; fa tempo che non le dipinto più. Io sono una trans, un essere ambiguo, non una donna!

 

So che la gente vuol avere una immagine certa che dica se si vuol essere un uomo o una donna... Ho trovato, certamente, più tolleranza ed benestanza quando la mia immagine è stata più classicamente femminile ed ho paura perche ricordo l'ostilità accentuata nel tempo dove la mia immagine obbediva fondamentalmente il codice maschile, includendo pochi elementi, ma dissonanti, del codice femminile... Possiblemente, se si vuol essere accettata, si dove obbedire formalmente il codice femminile, includendo pelo lungo (o parrucca), gonna, ecc, ma una vece seguito, senza dubbio per gli altri che tu vuoi vivere come donna, ogni genere di libertà sono permesse.

 

Bisogna parlare e parlare di tutto questo!

 

Baci,

 

Kim

 

Da:   "Mia" <[email protected]>

Data:  Sab Ago 3, 2002  10:51 am

Oggetto:  R: [disforia di genere] L'apparenza

 

 

-----Messaggio originale-----

Da: Maryliz [mailto:[email protected]]

Inviato: giovedì 1 agosto 2002 21.25

A: [email protected]

Oggetto: [disforia di genere] L'apparenza

 

 

 Sono stata due giorni a rimuginare. Due giorni pensando a  frasi lette, a parole dette, a pensieri già fatti. In questi casi entro in una specie di trance. Come un sonnambulismo vigile durante la quale faccio tutto ma contemporaneamente penso ad altro.

 [cut]

 

Cara Mary,

ho letto alcune volte il tuo messaggio, cercando di cogliere qual era quella parte che, per un motivo che non riuscivo a mettere a fuoco, mi sembrava poco armonica: il tuo discorso fila liscio ed è coerente, ma c'era qualcosa sotto che non mi quadrava... e leggi e rileggi, mi è venuto il sospetto che ci sia troppa testa nelle tue parole, troppo controllo, voglio dire... è chiaro che può essere una valida formula per risolvere le situazioni difficili, e magari ce ne fosse, in giro, di testa quanta ne servirebbe... però quando parli della tua immagine femminile che, come un gioco, è soddisfatta solo poche ore al giorno, e ci racconti di non sapere nè quando nè come fare altro, mi hai ricordato tantissimo come mi sentivo pochi anni fa, quando la consapevolezza iniziava a farsi sentire e i conflitti che mi avevano accompagnata per tutta la vita avevano finalmente iniziato a spegnersi.

 

Allora, se quanto mi è sembrato di cogliere dalle tue parole è un po' vero, ti racconto com'è andata a me... non tanto perchè io sia convinta che il mio modello sia applicabile universalmente, intendiamoci... penso possano e debbano essere semplicemente spunti di riflessione, ecco tutto: ognuno prende i pezzettini che più sente vicini (pezzettini di chiunque, questa lista è veramente un concentrato di vissuti e di capacità espressive come raramente può capitare di mettere vicine in qualunque altro contesto) e li usa per comporre il suo proprio, unico ed esclusivo mosaico.

 

A me capitava così: che iniziavo a sentirmi donna, ma la mia immagine, quella che tu chiami apparenza, era decisamente maschile, e così veniva percepita da tutti gli altri. Probabilmente il fatto di essermi presentata da Costanzo con quell'apparenza lì, ovvero di maschio (anche se non troppo maschile), ha avuto l'importantissimo effetto di liberarmi dal peso dei chiarimenti, delle spiegazioni... non c'erano più alcune persone che sapevano e la maggioranza che non sapeva nulla, era diventata una notizia ufficiale e tutti (parlo degli ambienti che frequentavo, sia nel lavoro che tra amici) sapevano come stavano le cose.

Non avevo più un pesante segreto da nascondere, e quindi potevo muovermi con maggiore libertà.

Probabilmente è stato un vantaggio.

 

Qualche tempo dopo però mi sembrava di essere arrivata ad un punto morto: mi ero liberata da quell'immagine troppo maschile che avevo sempre odiato, avevo smesso di vestirmi come un soldatino da lavoro, però non riuscivo a intravedere lo spiraglio nel quale avrei potuto infilarmi per andare un po' più avanti... l'idea di andare a lavorare in gonna non era un'esigenza primaria e neppure un obiettivo estetico assoluto, era semplicemente un obiettivo che, nella mia testa, rappresentava quella libertà che stavo inseguendo, e che mi sembrava sempre troppo lontana.

 

Alla fine, poichè non trovavo, pensandoci e ripensandoci, una strada razionale per raggiungere il mio obiettivo, ho smesso di pensarci: mi sono detta ok, lasciamo che la vita faccia il suo corso... lasciamo che le cose accadano, che il mio sentire attuale si consolidi, che la mia consapevolezza di essere donna si depositi dentro di me, come uno strato solido, compatto e totalmente integrato in me, e vediamo cosa accade, cosa accadrà...

 

I primi segnali di un cambiamento che stava avvenendo ad un livello molto più profondo di quello esteriore, legato agli abiti e, in generale, all'apparenza, l'ho avuto nel corso di una maratona. Lo so, sembra strano, anzi è strano, stranissimo, ma è andata così: che molte volte il pubblico che assisteva alla gara ai lati della strada (la maratona di Venezia è molto seguita dal pubblico, e la gente non se ne va dopo il passaggio dei primi, aspetta anche i più lenti, e ti incita, partecipa, ti sostiene... è molto bello) mi gridava frasi tipo 'bravaaaa !!!!' o 'coraggiosaaaaa !!!' e via dicendo. Precisiamo: io sono 1.80 e peso 78kg, faccio sport da una vita e si vede, inequivocabilmente. Inoltre, in una gara lunga e pesante come una maratona, non puoi lasciare nulla al caso: le canottierine e i top femminili sono troppo stretti sul giro manica, e dopo due ore di corsa cominciano a segarti la pelle.... per cui nulla, in teoria, poteva trasmettere immagini femminili, eppure quegli incitamenti erano chiari, erano espliciti ed erano diretti a me, e mi facevano sentire doppiamente felice (la prima felicità era quella di avercela fatta ad arrivare in fondo).

 

Il percorso, quindi, sembrava delinearsi da solo, strada facendo: avevo iniziato a lasciare che la mia femminilità uscisse e diventasse visibile, a prescindere dall'abito che indossavo, a prescindere dalle persone con le quali interagivo... e quando ho iniziato a capire che così venivo percepita dagli altri, sempre e comunque, è arrivato anche il famoso giorno della gonna in ufficio, e le parole della nostra segretaria sarebbero state da incorniciare: mi ha guardata, mi ha sorriso e mi ha detto: wow, come sei elegante oggi !!!

 

Quindi, per concludere, questo volevo dire: che personalmente non ho fatto un cambio repentino di rotta, non c'è stato un giorno preciso nel quale le cose hanno cambiato forma, o colore... è stato un graduale, lento e progressivo spostamento... quasi non me ne accorgevo, mi sembrava che non accadesse nulla, e invece ho scoperto, proprio in questi giorni, di essere lì dove non avrei mai pensato di potermi un giorno trovare...

 

Per cui, care amiche, l'augurio più bello che mi sento di fare a tutte, me compresa, è proprio quello: buon cammino !

Mia  

 

 

Da:   "Dagmar" <[email protected]>

Data:  Sab Ago 3, 2002  11:29 am

Oggetto:  Re: [disforia di genere] L'apparenza

 

 

----- Original Message -----

From: Kim Perez

To: [email protected]

Sent: Saturday, August 03, 2002 10:34 AM

Subject: RE: [disforia di genere] L'apparenza

 

Io ho vissuto due esperienze: all'inizio delle mia transizione, io ero così convinta della impossibilità pratica di vivere come una donna per me (lavoro incluso), che ero rassegnata a vivere nello ambiente trans, ad usare abiti più o meno unisex ed a transformare il mio corpo... insomma, a realizzare una certa ambiguità.

 Ora, quando vivo come donna o meglio, come trans, bisogno di affirmare questa ambiguità per il mio equilibrio.

 Le due esperienze non sono equivalenti. La prima è più dura, la seconda è più gradevole, ma nel fondo, tutte i due raffirmano la realtà che credo che è tua e mia: l'ambiguità.

 A partire da quella realtà, si posse fare una crescenza creativa della propria vita.

 Almeno, si favorisce di non restare bloccatta per la paura al estero.

 Si può trovare molte e ambigue forme di esprimere l'ambiguità...

 

 

Kim, mi parli dal cuore! Hai colto un punto molto importante per tutti noi che ci sentiamo T* in un modo o nell'altro! Per sentirci "a casa" dentro noi stess* fondamentalmente è indispensabile che accettiamo l'ambiguità, chi più, chi meno, ma comunque presente.

 

Che siamo aspiranti donne, uomini o ermafroditi il discorso non cambia.. siamo comunque in percorso, e quel percorso stesso ci rende esseri diversi, non inquadrabili in una categoria precisa.

 

C'è chi chiude tutte le porte una volta arrivat* all'agognato cambio di sesso e per non pensare più alle sofferenze terribili subite rescinde i contatti con altri esseri T*.

 

Ma penso che sia la parte più piccola di noi (anche perchè molt* non intendono, almeno per ora, di operarsi). Il resto si rende conto che è proprio l'ambiguità, la diversità, la continua ricerca di noi stessi a renderci non solo interessant* ma anche più viv*.

 

Sono già stata bastonat* una volta sull'altra lista quando affermavo la mia "teoria" delle persone T* con una marcia in più.. ma non ho minimamente cambiato opinione. E' un po' come il discorso dei lati del cervello.. c'è chi usa il lato sinistro, chi il lato destro. Ognuna di queste modalità ha i suoi vantaggi e svantaggi e può garantire vite di successo, interessanti, forse anche contente. Ma.. per essere veramente complet* occorre utilizzare AMBO I LATI del cervello!!! A parte il fatto che leggevo un po' di tempo fa che tra le persone T* l'incidenza di persone che facevano proprio questo è molto più alta che tra la popolazione media, la nostra cosidetta "ambiguità" non è altro che la capacità e la volontà di scegliere del mondo fisico, emozionale e mentale femminile e maschile le cose che più sembrano "nostre" e amalgamarle in modo da diventare persone veramente complete.

Esempi? Ce ne sono tanti.. giusto qualcuno a caso..totalmente indifferente dal sesso biologico!

 

  scrivere al mattino un rapporto dettagliato relativo alla situazione economica del settore petrolchimico, uscire a mangiare un boccone e poi rimettersi al computer per buttare giù il 15.capitolo del giallo ambientato nella Firenze dantesca..

   prendere l'aperitivo flirtando selvaggiamente a destra e sinistra cercando di abbordare chiunque vi sta attorno.. e poi cenare silenziosamente da sol* con un buon libro in un ristorante tranquillo, sentendovi addosso molti sguardi ma essere più interessat* a finire il libro che ad alzare gli occhi e vedere chi vi guarda..

  nella stessa notte penetrare la persona nel vostro letto con tutti gli strumenti a vostra disposizione fino a quando chiede pietà.. e mettervi poi completamente nelle mani (e altro) di questa stessa persona...e non riuscire assolutamente a dire dove avete provato più piacere

  vestirvi di giorno con un sobrio completo maschile ma con gli occhi truccati violentemente, e di sera con la gonnellona a fiori, le scarpe da tennis e un top trasparente..ma il viso senza trucco alcuno e i capelli tirati severissimamente indietro con il gel...

 

e cosi via.. molt* di voi sapranno bene di cosa parlo.

Se non sapete ancora che metà del cervello usate abitualmente, c'è un test in inglese qui: http://www.emode.com/jumpto?test=brainogt&where=invite , la valutazione generale è gratis, chi vuole sapere dettagli più approfonditi paga 15 dollari o giù di lì.

 

Buon sabato ambiguo a tutt* :)))

Dagmar ambidestr* :)))

 

 

 

 

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