Presi gli albanesi in fuga.Sono i complici dei due fratelli morti nell’inseguimento costato la vita anche a un carabiniere.

Chiari, commossa, ha dato l’ultimo saluto a Massimo Urbano di R. Bal.

I due albanesi in fuga sulla Lancia Thema che l’altra notte hanno causato la morte del carabiniere scelto Massimo Urbano, 28 anni, in forza al Nucleo radio mobile di Chiari, e di due loro connazionali sono stati arrestati dai carabinieri di Brescia, coordinati dal tenente colonnello Mauro Valentini. La notizia si è appresa proprio nel momento in cui, a Chiari, cominciavano i funerali di Urbano. Stando agli accertamenti finora svolti, pare che sulle due vetture inseguite - la Thema e la Fiat Croma i cui occupanti sono morti nell’impatto con un camion - vi fossero due coppie di fratelli. La fuga sul filo dei 200 all’ora delle due automobili e il sorpasso all’autoarticolato trasformatosi in una trappola mortale lasciano supporre che sulla Thema c’era qualcosa o qualcuno che non doveva essere scoperto. L’età dei quattro albanesi inseguiti dai carabinieri varia dai 18 ai 24 anni; pare fossero abitualmente residenti a Viadana (Mantova), dove ha trovato posto una numerosa comunità del Paese delle aquile. I due fermati sarebbero in regola con il permesso di soggiorno, sempre che non abbiano falsificato i documenti. A complicare il tutto c’è la difficoltà di identificazione certa sia dei due morti sia dei due fermati. A carico di questi ultimi, due fratelli di 21 e 24 anni originari di Kavaje, sono mosse varie accuse, dalla ricettazione all’omicidio colposo plurimo, dalla resistenza a pubblico ufficiale all’omissione di soccorso. Alla loro identificazione i carabinieri sono giunti attraverso un’agendina trovata in possesso di uno degli albanesi morti sulla Croma. L’ipotesi è che l’intero gruppo volesse fare un colpo in abitazioni del Bresciano o in qualche capannone industriale della zona di Chiari. I due fermati, interrogati a lungo nel corso della notte, sarebbero caduti in contraddizione senza riuscire a spiegare in modo convincente dove si trovassero nella notte tra lunedì e martedì. Fra gli appartenenti all’Arma serpeggiano malessere e delusione, sconforto e sfiducia. La sensazione più diffusa è quella di essere abbandonati a se stessi dalle forze politiche, che non forniscono mezzi adeguati, sia legislativi sia tecnici, perché possano adempiere il loro dovere. Al funerale di Massimo Urbano c’erano i bambini delle scuole, i colleghi della Compagnia di Chiari, gli amici, ma anche centinaia di semplici cittadini che lo avevano conosciuto negli otto anni del suo servizio nella cittadina. Qualche carabiniere aveva il volto tirato e stanco a causa delle indagini mai interrotte dalle 4 dell’altra notte. I colleghi hanno accompagnato il corteo funebre che dal municipio è giunto nella chiesa tra due ali di folla. Sul sagrato il padre, la madre e i tre fratelli di Massimo hanno ricevuto l’abbraccio del comandante generale dei carabinieri, Sergio Siracusa. «L’Arma - dirà poi l’alto ufficiale - ha perso un figlio: la sua morte servirà da stimolo per svolgere meglio il nostro lavoro al servizio delle istituzioni e della nostra popolazione»). «Non sempre guardiamo con sufficiente attenzione all’impegno dei carabinieri - ha detto invece il vescovo ausiliario di Brescia, monsignor Mario Vigilio Olmi, durante l’omelia -. In realtà, Signore, tu ci inviti a comprendere la disponibilità con cui servono, in modo che non si sentano scoraggiati. Possono chiedere ulteriori mezzi, rafforzamenti d’organico - ha proseguito monsignor Olmi - ma non si risolvono questi problemi se tutti i cittadini, e i cristiani in partiolare, non diventano più consapevoli della loro responsabilità, perché il bene trionfi ed il male si senta sempre più emarginato». Un applauso ha salutato la bara di Massimo Urbano quando, finita la funzione, i colleghi l’hanno portata fuori dalla chiesa. In quell’istante tutte le sirene delle auto delle forze dell’ordine presenti sono state fatte suonare contemporaneamente.

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