"My name is Tanino", un altro sogno americano targato LI
Esce finalmente nelle sale cinematografiche, con quasi due anni di ritardo sulla tabella di marcia, il nuovo film di Paolo Virzì. "My name is Tanino" aveva compiuto una fugace apparizione pubblica lo scorso anno, al Festival di Venezia, ma la mancanza di una distribuzione lo aveva fatto tornare in magazzino. Nel corso della "giornata Virzì", organizzata dall’associazione "Nido del cuculo" e dal sottoscritto l’anno scorso allo stand cinema della Festa dell’Unità di Livorno, il regista aveva preannunciato che, probabilmente, la pellicola avrebbe circolato col marchio "Medusa", e così è stato. Nella nostra città l’anteprima del film si è trasformata in un maxi-evento, dato che da pochi giorni è attivo il nuovo multisala di Porta a Terra, e l’arrivo del cast di "My name is Tanino" è servito per mettere in piedi una sorta di seconda inaugurazione della struttura.
Io ho preferito vedere il film al cinema Admiral di Roma (dove al momento viene proiettato in 14 sale). So di parlare controcorrente, molti critici non sono stati benevoli nei confronti di "My name is Tanino". La mia impressione, invece, è stata positiva. Dal punto di vista della sceneggiatura, lo ritengo il miglior film di Virzì. Per me, si distingue dalle sue opere precedenti anzitutto perché si colloca in una dimensione più ampia, lontano dai microcosmi cui il regista livornese ci aveva abituato. Certo, a voler essere ipercritici si potrebbe dire che alla provincia di Livorno o a Procida vengono sostituite Castelluzzo del Golfo (TP) e Rhode Island, ma ci sono anche Roma e New York, anzi Manhattan, due facce di una stessa medaglia, il sogno cinematografico di Tanino. Da quando sono iniziate le riprese del film a oggi, nel mondo, è successo di tutto. C’è stato l’11 settembre 2001 (e infatti in alcune inquadrature si intravedono le Twin Towers), è uscito un film, "Il mio grasso grosso matrimonio greco" che può in qualche maniera farci ricordare situazioni presenti in "My name is Tanino", almeno quando si pensa a colonie di immigrati mediterranei kitsch e obesi. Abbiamo visto anche "B. B. e il Cormorano", diretto e interpretato da Edoardo Gabbriellini, protagonista di "Ovosodo", anch’esso imperniato sulla speranza di varcare l’Oceano Atlantico. Il film di Virzì, comunque, ha l’enorme pregio di basarsi su un soggetto ben strutturato, concretizzato efficacemente in una sceneggiatura curata dalla collaudata squadra Paolo Virzì - Francesco Bruni, ai quali si è aggiunto Francesco Piccolo. C'è molto dello stile di Virzì anche in questo film. La voce narrante del protagonista (Corrado Fortuna), come in "Ovosodo"; l'impiego della tecnica mista, che unisce tra loro pellicola 35mm - video - pellicola super8 (come in "Ovosodo", il regista sembra appassionarsi ai filmini girati durante il parto); il sapiente uso del flashback unito a un tocco di surreale (quando il protagonista non fa in tempo a pensare di partire per l’America che già tutta Castelluzzo ne parla, oppure quando il padre di Tanino, nella bara, si anima per dire al figlio: "Poi ti spiego..."). Questi sono gli elementi tipici del suo cinema, ma Virzì aggiunge nel nuovo film una dimensione narrativa assai più profonda, coi traumatici ricordi d’infanzia che pian piano prendono forma, le visioni oniriche che riempiono i frequenti svenimenti di Tanino e il gioco da commedia degli equivoci nel quale si trova invischiato al momento di venire ospitato dalla famiglia di Sally, e che ha svolgimenti tragicomici. Dopo tanti e poi tanti film italiani sulla problematica dei rapporti in famiglia, Virzì, che comunque ha sempre preferito ispirarsi a gruppi familiari al di fuori dello standard, dalla coppia proletaria di Piombino (nella "Bella vita") ai due clan di opposte tendenze politiche (che si combattono durante le "Ferie d'agosto"), passando per la famiglia Mansani di "Ovosodo" e gli allevatori di struzzi di "Baci e abbracci", anche in questo "My name is Tanino" la famiglia non assomiglia certo a quella del "Mulino Bianco" o alle dinastie dei film di Scola. C'è un genitore morto prematuramente (in "Ovosodo" era la madre, qui tocca al padre, in "Baci e abbracci" Paolantoni tenta di suicidarsi ma non ci riesce), c'è un caustico ritratto di una famiglia White Anglo Saxon Protestant, che accoglie nel suo seno questo giovane italiano disorientato dall'impatto con la società degli States, un po' pulcino e un po' Aladino. Non ci sono, meno male, le depressioni e gli arrivismi dei componenti le famiglie dei film di Muccino o di Ozpetek. Non è poca cosa, credetemi... Giunto alla soglia dei quarant'anni e al suo quinto film come regista, Virzì ha acquisito piena padronanza del mezzo cinematografico. Non è sempre così, basti pensare ai film di Benigni, ad esempio, che scontano perennemente la presenza di molte sbavature che avrebbero avuto bisogno di una smussatina. Il montaggio di Jacopo Quadri, lasciata da parte la frenesia di jump-cut del precedente "Baci e abbracci", è tornato al rigore semplice ed espressivo di "Ovosodo", la storia fila via liscia e senza intoppi. La fotografia di Arnaldo Catinari, ricca di toni caldi nelle scene ambientate a Castelluzzo del Golfo e a Rhode Island, si incupisce nelle scene ambientate nella metropoli, a Roma come a New York, quasi a sottolineare la differente atmosfera che si respira nelle specifiche situazioni. Certo, Virzì ricorda Fellini per quel suo chiodo fisso di immedesimarsi nel protagonista dei suoi "racconti di formazione" (in questo, Edoardo Gabbriellini e Corrado Fortuna rappresentano un po' quello che Marcello Mastroianni fu per il Maestro), e per la sua produzione di schizzi per lo storyboard (come si può vedere dal bel libro pubblicato da Arcana). Tra gli attori reclutati in America vale la pena sottolineare la bella prova di Jessica De Marco (Angelina Omobono), impiegata di banca alla sua prima esperienza cinematografica. Avrei voluto vedere in qualche altra scena anche Marina Orsini (Giuliana, ragazza conosciuta a una festa), brava attrice canadese di origine italiana, ma ciò dipende anche dal fatto che mi piacciono queste figure di "grillo parlante". Una sola cosa (ma nel cinema tutto è possibile): se la graziosa Sally, americana, dimentica la sua videocamera nello zainetto di Tanino, l'apparecchiatura dovrebbe funzionare in standard NTSC, e non essere compatibile col sistema europeo PAL. Invece, il nostro eroe la connette al televisore del suo appartamento al Prenestino, e visiona senza difficoltà alcuna le immagini girate a Castelluzzo. Gli unici problemi gli arrivano dai coinquilini pugliesi che vogliono vedere la partita di calcio... "My name is Tanino", nonostante abbia avuto questa travagliata gestazione, adesso è sugli schermi e, per me, supera l'esame. Mi auguro che anche il pubblico concordi.
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