IL BATTITO DEL TEMPO



Liberamente tratto da Dylan Dog n° 154 "Il battito del tempo"

PERSONAGGI


Alan: Detective privato di grande fascino, Alan è il protagonista di questa storia. Indaga su una serie di misteriosi omicidi.
Tina: Una ragazza orfana sulla trentina d’anni, di professione fa l’illustratrice. Ma nessuno sa chi sia realmente.

Paul: Il fratello di Tina. Ha vent’anni, ma si comporta come un bambino di nove. Fino a qui, la gente direbbe che sia un povero ritardato mentale. Invece anche Paul, come Tina, nasconde un incredibile segreto…

Spugna: Ebbene sì, è proprio lui. Direttamente dall’Isola Che Non C’è, ecco il secondo ufficiale della ciurma di Capitan Uncino. E l’unico che sappia come sono andate le cose dopo la fine della storia di “Peter Pan”.

I bimbi sperduti: Quando Peter era sull’isola, si divertiva un mondo a duellare con i pirati, giocare con gli indiani, parlare con le sirene e divertirsi in compagnia dei suoi migliori amici, i Bimbi Sperduti. Ora che sono cresciuti e invecchiati, qualcuno li sta uccidendo. Grenville, Edward e Arthur sono morti: rimangono solo i gemelli Harold e William, Pennino e Piumino. Ma chi è che li vuole morti e perché?

Il signor Maine: “Oggi il signor Maine si è alzato presto…” Chi sarà questo misterioso signor Avery Maine? E perché compare così tanto nella storia? Lo scoprirete!






Buio. Poi si alzano le luci. Parte una musica di sottofondo. Si vede un arredamento di una casa di oggi e seduto su un divano il signor Avery Maine, un uomo di mezz’età, che sta bevendo lentamente del tè caldo.
Ora ci muoviamo ancora, dentro la sua testa, e se adesso chiudete i vostri occhi e aguzzate le vostre orecchie sentirete il rumore. Non sentite come un brusio di sottofondo? Ecco, quello è il rumore dei pensieri del signor Maine alle cinque e venticinque di un qualsiasi sabato pomeriggio. Il signor Maine pensa:


AVERY MAINE: È l’ora del tè. Ci sono dei pomeriggi speciali, e questo è uno di quelli, che mi danno una strana sensazione. Come se il battito del tempo si fosse fermato un’eternità e mezzo fa. Ecco, diciamo che tutto mi sembra irreale, a partire dalla fetta di limone nel tè, dato che non ne sento il sapore. Oddio..non tutto: almeno il suono della musica rock che viene dalla camera dei ragazzi è reale. Anche se ha qualcosa di strano: sembra un’incisione pirata degli anni ’60 che non sarà salvata dalla rimasterizzazione digitale.
Sono le cinque e trenta del pomeriggio, e nel giornale del pomeriggio c’è la foto di sua Altezza Reale. Ecco, appunto…giusto lei può essere reale, perché qui sembra tutto irreale. O al limite surreale.
Ho la sensazione che tra dodici secondi esatti precipiterò nella mia tazza di tè, affonderò come una zolletta di zucchero e come tale mi dissolverò. E giacerò sul fondo, polverizzato come i miei pensieri. Nessuno si accorgerà di niente.

Dissolvenza di luci.
Il Signor Maine esce.
Stesso arredamento, si vede Alan nel suo “studio” che fa qualcosa. Suona alla porta e vede Spugna che vuole parlare con lui.


SPUGNA: (preoccupato) Voi…voi siete Alan McCall?

ALAN: Sì, sono io. In cosa posso aiutarla?

SPUGNA: (stringendogli la mano) Ehm…mi chiamo Smith. John Smith. Voi avete un nome strano, sapete? Alan McCall…è insolito.

ROBERT: Lo so, ma cosa vuole farci…delle volte avrei voluto chiamarmi Alejandro Garcìa.

SPUGNA: Anche io. Io avrei voluto chiamarmi Smith.

ALAN: (perplesso) Scusi, ma lei non aveva detto prima di chiamarsi John Smith?

SPUGNA: A volte i desideri si avverano! (Alan lo guarda perplesso) Ma adesso veniamo al dunque: sono venuto qui, signor McCall, perché qualcuno sta cercando di uccidermi. E se lo dicessi alla polizia, non mi crederebbero.

ALAN: (interessato) E perché? Chi sarebbe interessato ad ucciderla, signor Smith?

SPUGNA: (deciso) I ragazzi dell’Isola Che Non C’è. Gli amici di Peter Pan, insomma, mi vogliono morto.

ALAN: (perplesso) Ehm…prego?

SPUGNA: Non mi credete, vero?

ALAN: Vi ho detto che dobbiamo andare per ordine, signor Smith. La seconda domanda è: perché i ragazzi dell’Isola Che Non C’è vorrebbero uccidervi?

SPUGNA: Perché c’è qualcuno che sta uccidendo loro. Uno per uno. Avrete sentito dei delitti di ragazzi giovani, no? Beh, ho ragione di credere che si tratti di loro. E sembra che l’autore di queste morti sia il capitano…e siccome non trovano il capitano, vogliono uccidere me, perché mi trovano. Sanno che vado all’ospedale un giorno sì e un giorno no, e nei giorni-sì mi trovano facilmente. Sono lì tutti i giorni-sì e alle nove e venti mi danno le pillole. E oggi è un giorno sì e mi hanno trovato appunto. Erano travestiti da chirurgo. Sembrava uno, ma erano due, uno sulle spalle dell’altro: l’ho capito perché il chirurgo aveva un paio di occhi sulla pancia.

Si sente il campanello. Robert apre ed entra un uomo.

UOMO: (serio) Sto cercando un certo signor Smith. So che è venuto con un taxi a questo indirizzo.

ALAN: E perché lo cercate? Mi sembra un po’ cresciuto per essere riaccompagnato a casa.

UOMO: Infatti non è quella la sua destinazione. Sono il dottor Duncan McEwan, dell’ospedale Nightingale, reparto psichiatria. Il signor Smith oggi ha saltato la sua seduta…e la sua dose di farmaci.

SPUGNA: (sulla difensiva) Ero arrivato in anticipo! Mi avete fatto aspettare un’ora…e intanto due mocciosi hanno tentato di uccidermi!

UOMO: (paterno) Signor Smith, lo sa che le succede quando non prende le pillole, vero? Ricordate? Una volta si è convinto si avere visto uscire da una pizzeria Marilyn Manson a braccetto con la Arcuri.
SPUGNA: (ricordando) Beh…sì…in effetti, avrei giurato che fosse lui!

UOMO: (c.s.) Ecco. Ora lei dovrebbe venire con me. L’infermiera deve ancora darvi le vostre pillole, no?

SPUGNA: (convinto) Sì, certo. Devo prendere le mie pillole.

UOMO: Bene. E ora che tutto è stato chiarito, sono sicuro che il signor McCall non avrà niente in contrario a lasciare che il signor Smith venga con me.

ALAN: Ehmmm…veramente un motivo ce l’avrei: voglio delle spiegazioni.

UOMO: Come vuole: il signor Smith soffre di una forma di depressione associata a forme di comportamento paranoide. È in cura da noi come “paziente esterno”, cioè viene in ospedale a giorni alterni per la somministrazione dei farmaci sotto controllo medico. Oggi è arrivato come tutti i mercoledì, puntualmente in anticipo, ma c’è stato un contrattempo: non abbiamo potuto riceverlo subito e quando l’abbiamo cercato non l’abbiamo più trovato. Per fortuna, un paziente che lo conosceva di vista è venuto a dirci che lo aveva visto salire su un taxi. Perciò abbiamo allertato la polizia, che ha chiamato la compagnia dei taxi e ci ha segnalato il suo indirizzo, Robert. Ora è tutto chiaro, no?

ALAN: (sospettoso) Non tutto, dottore. Il signor Smith ha detto che qualcuno vestito da chirurgo l’ha inseguito nel corridoio dell’ospedale con un bisturi in mano.

UOMO: (perplesso) Un bisturi? Ma il nostro è un reparto psichiatrico. Gli oggetti taglienti che si possono trovare sono al massimo i bastoncini di plastica per mescolare lo zucchero nel caffè!

ALAN: Sì, ma in ospedale ci sono anche strumenti chirurgici.

UOMO: (seccato) Senta, ora cerchi di non essere paranoico, le dispiace? C’è gente che vede un camice bianco e pensa subito a pazienti legati ad un lettino e lobotomizzati…l’ho visto anch’io “Qualcuno volò sul nido del cuculo”…ma è solo un film! E di ventiquattro anni fa, per giunta! Gli scienziati pazzi esistono solo nei fumetti e al cinema, e gli stereotipi degli psichiatri che a furia di frequentare i loro pazienti diventano pazzi loro esistono solo nelle barzellette. E se non lo sa, l’ospedale “Nightingale” ha un reparto psichiatrico all’avanguardia!

ALAN: (calmo) Ok, ok, dottore. Non avevo nessuna intenzione di offendervi.

UOMO: Bene. Credo che possiamo andare, signor Smith.

SPUGNA: (chinando la testa umilmente) Sì…mi spiace di avervi disturbato, Alan.

ALAN: Non c’è niente di cui scusarsi, signor Smith. (squilla il telefono. Alan esce)

UOMO: Ha ragione. Non deve preoccuparsi, signor Smith. Ora prendete le vostre medicine e andrà tutto a posto.

SPUGNA: Beh, avrei dovuto prenderle due ore e quindici minuti fa. Sono già le undici e trentacinque.

UOMO: (controlla i suoi due orologi) Eh già…avete ragione. (escono)

Luci spente. Un altro omicidio è stato commesso. Per cercare altre spiegazioni, Alan va a casa di Spugna. Ma cosa trova? Trova che la casa di Spugna è una nave, e quindi entra dentro per chiedere spiegazioni. Ancora buio. Alan chiama qualcuno.

ALAN: È permesso? C’è…c’è qualcuno?

SPUGNA: (gridando) Chi va là!? Fatti riconoscere o ti pianto una palla in mezzo agli occhi!

ALAN: Sono io, signor Smith.

SPUGNA: (sentendo la voce) ALAN! (si accendono le luci) Pinze e martelli! Questa sì che è fortuna! Contavo di tornare a trovarvi. (posa la sua pistola stile pirata) Accomodatevi, ma attento alla testa: il soffitto è basso.

ALAN: Me n’ero accorto! (massaggiandosi la testa) All’ospedale mi hanno dato questo indirizzo…ma non pensavo che fosse il suo indirizzo di casa.

SPUGNA: (compiaciuto) Invece lo è! Io vivo qui. E ci lavoro anche: chiedo tre sterline per visitare la nave…è autentica, sapete? (ROBERT si siede su una poltrona grande. Spugna si allarma) No! Non sedetevi lì!

ALAN: (perplesso) E perché? (Spugna prende un’altra sedia)

SPUGNA: (mortificato) Scusate la mia reazione, ma quella è la sedia del capitano. Sedetevi pure qui. Sapete, al capitano non piace che ci si sieda al suo posto

ALAN: (c.s.) Il capitano?

SPUGNA: Quella è la sua sedia. Ora è via, da circa settant’anni, ma tornerà. Lo sto aspettando. Non dovrebbe tardare tanto…dieci o vent’anni, tutt’al più. Un goccio di rhum? Fa bene ai reumatismi, qui c’è un’umidità che non vi dico…

ALAN: Perché no? (Spugna gli offre un bicchiere) Ho sentito che hanno ucciso un altro ragazzo, signor Smith.

SPUGNA: Beh, sì. Spero che mi crederete, adesso.

ALAN: Veramente non ho mai detto di crederle o meno.

SPUGNA: Beh, questo vi fa onore. Siete un ragazzo educato, evidentemente. (si alza) Perciò ho pensato di portarvi una prova di quello che vi ho detto…e l’ho trovata in una bancarella di antiquariato. La prova è questa.

Spugna consegna a Robert un’illustrazione di una vecchia edizione di Peter Pan. E Robert, appena la vede, rimane colpito.

ALAN: (sbalordito) Diosanto! Ma questo…questo…

SPUGNA: (orgoglioso) Eh già…sono io. Alle prese con Peter Pan e gli altri mocciosi, i Bimbi Sperduti dell’Isola Che Non C’è.

ALAN: E qui c’è scritto che la stampa è stata fatta nel…

SPUGNA: …1942. A essere sincero, non ho idea di chi possa essere il “GCS” autore del disegno. Ma guardate il ritratto del ragazzo sull’estrema destra e confrontatelo con quello del giornale. Identici, no? (Robert annuisce incredulo) Non ho voluto insistere davanti al dr. McEwan. Mi avrebbero preso per pazzo, avrebbero detto che stavo raccontando tutte frottole. Ma l’unica frottola che ho raccontato finora è quella sul mio nome. (Robert lo guarda perplesso) Ebbene sì, Alan: io non mi chiamo Smith, ma Spugna. Nostromo del “Barbecue”, agli ordini del capitano Giacomo Uncino. (Robert lo guarda perplesso) Siete ancora scettico sulla mia teoria?

ALAN: (serio) Devo considerare tutte le possibilità, signor…Spugna. Una somiglianza fra due ritratti potrebbe sembrare una coincidenza.

SPUGNA: Due somiglianze, Robert. La mia, e poi quel ragazzo ucciso nel porto. E se porterete questo disegno alla polizia, vi accorgerete che le somiglianze diverranno quattro. Sono più che sicuro che quei ragazzi venivano dall’Isola Che Non C’è.

ALAN: Ehm…signor Spugna…credo che qui dobbiamo chiarire il problema…

SPUGNA: (alzandosi e dirigendosi verso un armadio) Nessun problema! Perdonate la dimenticanza.(gli consegna un sacchetto con dei soldi) Prendete, sono dobloni autentici!

ALAN: Non parlavo del mio compenso, signor Spugna. Lasciamo da parte per un attimo la questione dell’Isola Che Non C’è. È chiaro che dietro a tutto questo c’è qualcuno che conosceva quei ragazzi e che li uccida per motivi chiari solo a lui.

SPUGNA: (battendo il pugno sul tavolo) PINZE E MARTELLI! NON È ASSOLUTAMENTE VERO! Loro credono che sia il capitano che li voglia uccidere, ma il capitano non c’entra affatto! È partito, come ho detto, e se fosse tornato sarei stato il primo a saperlo!

ALAN: Senta…perché non mi racconta la sua storia partendo dall’inizio?

SPUGNA: Beh…forse sarebbe più giusto dire che si comincia dalla fine.

I due interlocutori sono immobili. Si guardano. Spugna racconta, dunque. E Robert ascolta attento e si dimentica perfino dell’umidità che gli fa crescere la muffa sulle scarpe. Spugna racconta di come andò a finire la storia di Peter Pan, del Capitano Giacomo Uncino e dell’Isola Che Non C’è. Ora, della storia di Peter Pan circolano molte versioni. Per citarne alcune, c’è la versione di Mr. Barrie, che è anche la più conosciuta, di Mr. Disney e di Mr. Spielberg. Per non parlare poi delle versioni di Mr. Bennato e di Miss DeLillo. Ma loro non c’erano, sull’Isola Che Non C’è. Spugna invece sì, e quindi è un biografo ufficiale…anzi, secondo ufficiale per essere precisi! Quella che racconta lui è la verità, né più, né meno, né moltiplicato, né diviso.
La storia di Spugna comincia là dove finisce la storia che conosciamo tutti: il coccodrillo che aveva ingoiato la mano del Capitano con la sveglia che insegue il Capitano in mare. Dopo che il Capitano se ne fu andato, la ciurma lo aspettò per sette giorni e sette notti, e ingannò l’attesa vuotando sette forni e sette botti. Ma il capitano non tornò. Allora tutti i pirati lasciarono l’isola, spargendosi per i sette mari. E ognuno ebbe la sua parte di bottiglia, una bottiglia di rhum e una stella da seguire: c’è chi continuò a navigare, ma in Internet, chi divenne animatore in un villaggio vacanze e chi mise su un salone di piercing e tatuaggi. Dopo i pirati, a lasciare l’isola furono gli indiani: alcuni finirono nelle riserve, altri divennero indiani metropolitani e i più lungimiranti si dedicarono alla musica etnica e alla lotta per i diritti delle minoranze.
Intanto Wendy, Gianni e Michele, i ragazzi venuti dal Mondo Che C’è, erano tornati da tempo in quel mondo, e vissero e invecchiarono e, come tutti, morirono. Peter ne fu molto rattristato. Un giorno disse che sarebbe andato a portare la tomba di Wendy sopra un campo di fiori (sarebbe stato troppo semplice portare fiori sulla tomba di Wendy). Sparì tutt’a un tratto, portandosi via solo il suo berretto e la sua ombra. E nessuno lo vide più.
Dopo di lui fu il turno della fata, Trilly. E poi fu il turno delle sirene: misero su un gruppo pop e cedettero la propria immagine per sponsorizzare biancheria intima, macchine fotografiche e bevande gassate.
A questo punto, non aveva più senso restare sull’isola. E i ragazzi se ne andarono via, verso il Mondo Reale. E dato che sull’isola Spugna era rimasto da solo, anche lui mollò gli ormeggi e, all’alba di un qualsiasi venercoledì 33 ottembre, lasciò l’isola che non c’era…e l’isola, da quel giorno, ci fu.


SPUGNA: Rockettari e bancarottieri la scelsero come paradiso fiscale, un regista pulp ci girò un film cult e uno stilista organizzò una sfilata. E questo è quanto è successo. Ed è tutto quello che so. A parte il fatto che gli amici di Peter sono qui sulla Terra. Certo, mi rendo conto che è difficile credere a quello che ho raccontato!

ALAN: No.

SPUGNA: (incredulo) No? In che senso?

ALAN: (sorridendo) Nel senso che no, non stento a credere a quello che mi avete raccontato. Signor Spugna, io vivo in questo mondo. E parafrasando un film, “ho visto cose che voi pirati non potreste nemmeno immaginare”. Soprattutto in centro nelle ore di punta.

SPUGNA: Vuol dire che accettate il caso?

Luci.
Seconda parentesi sui pensieri del signor Avery Maine, di domenica mattina. Riecco quella sensazione di irrealtà. Come diceva quella canzone? “Smoke gets in your eyes”, fumo negli occhi…il signor Maine osserva le nuvole di fumo che si librano pigre verso la finestra, finestra che sua moglie, donna previdente, ha lasciato aperta per non affumicare la stanza. Attraverso la finestra, il signor Maine vede i soffitti delle altre case, mattoni rossicci e uno spicchio di cielo color metallo le cui nuvole di fumo vanno a confondersi. Poi la finestra è chiusa e le tapparelle sono abbassate. Perciò non si vede niente, né mattoni rossi, né tetti né tantomeno il cielo.
Il signor Maine spegne il sigaro e i suoi pensieri. Quel piccolo spazio in un angolo della sua mente viene occupato da altre piccole incombenze quotidiane, come per esempio dare da mangiare al pappagallo.
Robert ha saputo l’autore del disegno ed è posizionato verso una quinta, aspettando di essere ricevuto. Gli apre la porta Tina.

TINA: Sì?

ALAN: (incredulo) Ehm…Gwyneth Clementina Saville?

TINA: Sì, è il mio nome all’anagrafe. Tina è quello che usano tutti.

ALAN: Lieto di conoscerti, Tina. Mi chiamo Alan McCall. È il mio nome all’anagrafe, ma tutti mi chiamano Al. (stringe la mano)

TINA: Magnifico. Cosa posso fare per te, Al?

ROBERT: Innanzitutto accettare i miei complimenti. Mai vista un’ottantenne in forma simile (Tina rimane a bocca aperta, poi le viene l’illuminazione).

TINA: (sorridendo) Ma certo! Tu cerchi mia nonna! (lo invita ad entrare ed accomodarsi) Nonna Gwyneth è morta con i miei genitori. Un brutto incidente stradale. Non sarai mica qui per questioni di eredità, spero! (serve del tè)

ALAN: No, sta’ tranquilla. Io…sto scrivendo un libro sulla storia dell’illustrazione. E so che tua nonna era un’illustratrice.

TINA: Oh certo. È una specie di tradizione di famiglia. Anche mia madre disegnava.

ALAN: (le passa il foglio) Bene, allora veniamo subito al dunque: riconosci quest’illustrazione?

TINA: (esaminandolo) Beh, riconosco la firma della nonna. E questo sarebbe Peter Pan, vero?

ALAN: Esatto. Sai dirmi qualcos’altro?

TINA: (perplessa) Perché? C’è anche dell’altro? (sente degli strani rumori provenire dalla quinta) PAUL! Che cosa stai combinando!? (entra Paul)

PAUL: Niente, Tina. Mi stavo solo spenzolando dal lampadario e…(guarda Robert) EHI! Non dirmi che abbiamo visite! (si mette in una posa strana)

TINA: Alan, questo è Paul.

ALAN: (stringendo la mano a Paul) Ehm…ciao, Paul. Felice di conoscerti.

TINA: Paul…

PAUL: (sorridendo) Cos’è quella faccia? Gli ho solo stretto la mano! È buona educazione stringere la mano, me lo dici sempre! Adesso posso uscire a cacciare le farfalle in giardino con il bazooka?

TINA: Perché invece non giochi qui in casa?

Paul si porta un po’ di giocattoli nella sala e comincia a giocare tranquillamente.
Intanto, Tina e Robert continuano a parlare.


TINA: Paul è mio fratello. Da quando i nostri genitori sono morti, gli faccio da mamma e me la cavo discretamente. Dovrei fargli anche da papà, ma francamente non capisco un’acca di calcio e di automobili. Ma non voglio annoiarti con la storia della mia famiglia…stavi dicendo?

ALAN: Stavamo parlando di quell’illustrazione. Lo stile di tua nonna è molto preciso, quasi fotografico, il che è insolito per l’epoca. Mi chiedo se usasse dei modelli…

TINA: Non so. Non ne ho idea. Francamente, non mi è mai passato per la testa di chiederglielo. E comunque ero molto piccola quando mia nonna è morta. All’epoca sapevo a malapena distinguere una matita da un pastello a cera…

ALAN: Tu lavori anche come illustratrice, vero?

TINA: (indicando il tavolino) Apri quel portfolio sul tavolino.

ALAN: (aprendo la busta e vedendo dei disegni) Belli. Decisamente diversi dallo stile di tua nonna.

TINA: (con aria un po’ di sfida) Sentiamo, signor esperto…sai dirmi perché sono diversi dallo stile di mia nonna?

ALAN: (esitando) Ehmmm…perché evidentemente tu hai un tuo stile?

TINA: (seria) No. Perché quei disegni non sono miei, ma di Elizabeth Badmington Ridley, la più grande illustratrice inglese. La più famosa del momento. Strano che tu non la conosca, visto che studi storia dell’illustrazione!

ALAN: (fingendo di conoscerla) Ma…certo! La Ridley! Ma come ho fatto a non riconoscerla!

TINA: (seria) Un errore più che scusabilissimo, visto che Elizabeth Badmington Ridley non esiste.

ALAN: (titubando) Ok…ok…Tina, posso spiegarti ogni cosa…

TINA: (interrompendolo) Sì, che non sia con la storia dell’illustrazione. Perché se è vero che sei un illustratore, io sono la fata turchina di Pinocchio! Ora, egregio signor Alan Mc Call, ammesso che sia quello il tuo vero nome, te ne vai. Ma prima finisci il tuo tè.

ALAN: (perplesso) Finisco il mio tè?

TINA: Detesto vedere la roba sprecata. (Alan finisce il tè, saluta Paul che ricambia il saluto. Poi esce)

PAUL: (guardando la quinta dalla quale è uscito) Ma chi era quello, Tina?

TINA: Un emerito bugiardo. (sghignazzando) Ma credo di averlo sistemato. (guarda Paul) Beh, giovanotto…basta giocare. È ora di andare a letto.

PAUL: Ma non ho voglia di dormire!

TINA: Dài che sono le nove e mezzo. Forza! A dormire!

PAUL: Non voglio dormire. Ho paura di fare brutti sogni. Faccio un sacco di sogni stranissimi, lo sai? A volte ho paura…

TINA: (tenera) Sta’ tranquillo. I sogni faranno anche paura, ma non fanno male a nessuno. Adesso dormi…

PAUL: Tina, dimmi una cosa…noi resteremo sempre insieme? Sempre sempre sempre?

TINA: Sempre sempre sempre.

Paul esce. Tina aspetta che si sia addormentato ed esce anche lei.
Luci.
In un parco della città un ragazzo giovane sui venticinque sta aspettando Robert Garcìa. È nervoso e agitato perché pensa di essere seguito da qualcuno. Guarda l’orologio.
Entra Tina di sorpresa.


TINA: Aspetti Alan McCall? Non verrà! Credo che a quest’ora stia dormendo.

PIUMINO: (sbalordito) Trilly!

TINA: (minacciosa) Sì, io. Non avrai pensato di scamparla, vero? Non dopo quello che avete fatto.

PIUMINO: (c.s.) Ma allora…era vero! Spugna non c’entrava niente! Ti prego…non uccidermi…cerca di capire…

Tina sguaina una spada stile film di pirati e la infilza nel corpo di Piumino, che cade a terra agonizzante.

PIUMINO: Io…sto morendo…non volevo morire…

TINA: (indifferente) E invece morirai, non posso farci niente.

PIUMINO: Come hai fatto a trovarmi?

TINA: A una fata non serve l’elettronica per capire che avevi fatto una telefonata ad Alan McCall. Ormai dovresti saperlo, Pennino. (Piumino ride anche se a stento) Ridi? A me non sembrava una battuta così divertente!

PIUMINO: La battuta…era penosa. Ridevo perché…perché…io non…non sono Pennino…sono Piumino. Perfino Peter…ci confondeva sempre! Ma perché? Cerca…di capirci… non avevamo altra scelta!

TINA: Non avevate altra scelta!? L’avevate fatta,la vostra scelta, e vi siete rimangiati la parola! Non l’avete adesso, la scelta. Morirete tutti!

Luci.
Torna l’arredamento della casa. Si vede il signor Maine che sta prendendo un bicchier d’acqua.


AVERY MAINE: Mi ci voleva proprio! Qualcosa ha turbato il mio sonno, ma non è stato un incubo. Forse è stato il pappagallo. Ha gracchiato qualcosa tipo “Pinze e martelli!” In ogni caso, ora sembra che stia dormendo. (guarda in basso) Ma che…la mia ombra…si sta staccando da me!?
(verso una quinta) Torna subito qui!

Ma l’ombra non ne vuole sapere. E vola via.

AVERY MAINE: (dirigendosi verso una quinta, seccato) Ma guarda tu cosa mi tocca fare alla mia età! Inseguire la mia ombra, che roba! (illuminato) Ci sono! adesso ho capito! Un’ombra non può sfuggire al proprio padrone, tantomeno essere inseguita da lui! Quindi è logico che sto sognando!

Il signor Maine sa che il punto è un altro. È lui che sta sognando, oppure è la sua ombra?
(Il signor Maine esce dalla quinta per poi entrare dall’altra parte del palcoscenico). Ed ecco che raggiunge la sua ombra in una casa che non ha mai visto, ma gli è familiare. E, a dire il vero, anche la sagoma nel letto gli è familiare.
Il signor Maine guarda l’ombra confusa nel letto con quella sagoma familiare, e in un attimo capisce tutto. (esce) E un attimo dopo cessa di esistere.
Si vede l’ombra che è davanti a Paul, che si sveglia lentamente.


OMBRA: (scuotendolo) Sveglia, Peter. Il sogno è finito. (Peter si sveglia e guarda l’ombra) Sono io, la tua ombra. Il tuo sogno del signor Maine è finito. Puoi nuovamente essere te stesso.

PAUL: (guardandosi intorno) Non…non siamo sull’isola. Ma quanto ho dormito?

OMBRA: Un bel po’ di tempo, temo. Almeno settant’anni, a occhio e croce.

PAUL: Settanta? (si alza dal letto) Allora è stata lei! Trilly!

OMBRA: Eh già. Ti ha preso per il naso, a quanto vedo. Sei caduto vittima del suo incantesimo.

PAUL: (furioso) Dannata fata! Lo sapevo che non dovevo fidarmi di lei! Dov’è adesso?

OMBRA: Non è qui. È una lunga storia. Dobbiamo muoverci, però.

PAUL: (perplesso) Dobbiamo muoverci? E per andare dove?

OMBRA: È una lunga storia, te l’ho detto. Te la spiegherò strada facendo. Vieni?

PAUL: (incerto) Io…spero di non aver dimenticato come si fa. Sai, essendo stato sotto incantesimo per settant’anni mi sento…

OMBRA: (interrompendolo e facendogli vedere i suoi vestiti) E ti sentiresti più a tuo agio con questi? (Peter sorride, fa segno di sì con la testa ed esce con l’ombra)

Luci. La scena torna nuda. Un ragazzo, Pennino, sta correndo spaventato. E inciampa. Entra Tina.

TINA: Non serve a niente correre, Pennino. Dovresti saperlo che non si sfugge alla collera di una fata. (Pennino comincia a tremare e a contorcersi in preda a dolori atroci. Entra Robert armato di spada tipo medievale)

ALAN: Lascialo andare!

TINA: (sorridendo) Alan, Alan…quel giocattolo con me è inutile!

PENNINO: ATTENTO!

Alan sente un caldo atroce invadergli la mano e getta subito la spada.

TINA: Te l’ho detto, Robert. È inutile, non puoi minacciarmi. Sono una fata, ricordi? So fare gli incantesimi! (Alan viene “incollato” al pavimento, bloccato) Ecco…visto?

Alan: Perché…perché fai tutto questo!?

TINA: Vuoi dire perché li ho uccisi? Perché lo meritavano. Per quello che mi hanno fatto.

Alan: (perplesso) Un gruppo di ragazzi? Ma cosa possono averti mai fatto un gruppo di ragazzi?

TINA: (voltandosi) Vuoi dirglielo tu, Pennino?

PENNINO: No! Ti prego…ti prego…

TINA: Non te lo vuole dire, Alan. Ma non fa niente. Te lo dico io.

Luci molto basse.

TINA: Se seguite la seconda stella a destra e poi proseguite dritti fino al mattino, non troverete più l’isola che non c’è. E nemmeno i Bimbi Sperduti. Dopo la partenza di Peter, si sono dispersi per il mondo e hanno accettato di vivere una vita normale. E sono cresciuti.
Sono uomini. Sono vecchi. Hanno la barba e i capelli bianchi, e zoppicano e affannano salendo le scale. Ma non è così per Peter. Trilly non ha permesso che crescesse. Gli ha tolto la memoria, gli ha fatto un incantesimo per tenerlo sempre giovane come lei…e con lei. I vicini li credono fratello e sorella. Ammirano la giovane “Tina” che, con il suo lavoro di illustratrice, mantiene il suo fratellino mentalmente ritardato. Né Trilly né Peter pensano più all’Isola Che Non C’è e assaporano, ognuno a modo suo, la propria gioventù.
Una volta, negli anni ’40, Trilly realizzò alcune illustrazioni per la loro storia raccontata da Mr. Barrie. Ma evitò di disegnare il volto di Peter per attirare l’attenzione su di sé.
Peter è felice nei panni di Paul. Nel profondo del suo cuore, in realtà, è cosciente dell’incantesimo ma è troppo debole per spezzarlo. Così, si è inventato il sogno del signor Avery Maine che, fateci caso, suona un po’ come “Every Man”, Ogni Uomo. Buffo, no? Ogni uomo vorrebbe essere Peter Pan, ma egli vuole essere come ogni uomo.
Passano gli anni, e i ragazzi…ora ex ragazzi…Peter e Trilly si ritrovano al funerale di un amico comune. Lo hanno visto ammalarsi e morire. Ma non è così per Peter: è giovane grazie all’amore di Trilly. I bimbi sperduti, ora uomini, vorrebbero tornare giovani, ma non possono: non ci sono fate che li amino. E decidono che, se l’amore non è concesso loro, se lo prenderanno con la forza.
Di notte, essi vanno a casa di Peter. Aspettano che si addormenti: sull’isola, neanche le cannonate dei pirati lo svegliavano. Aspettano che Trilly esca dal bagno e le saltano addosso. Le infilano la federa del cuscino sulla testa, accecandola temporaneamente: le fate, per gettare l’incantesimo, devono vedere il loro bersaglio.
E così accade l’inevitabile. E i cinque possono tornare di nuovo i bimbi sperduti

Si riaccendono le luci. Si vedono in scena Pennino, Alan e Tina.

TINA: Capisci adesso, Alan?

Alan: Capisco, Tina. È orribile…ma non hai il diritto di farti giustizia da te.

TINA: Ah no? E cosa dovevo fare? Andare alla polizia e raccontare che cinque vecchi mi avevano stuprata per ritornare bambini? Non c’era altro da fare. Hanno detto di non avere scelta (prende la spada di Alan) e l’hanno lasciata a me. (va verso Pennino con l’intenzione di ucciderlo, ma Alan si frappone e Tina lo pugnala)

Entra Paul di scatto.

PAUL: TRILLY! Cosa stai facendo!?

PENNINO: Peter! Salvami, ti prego! Mi vuole uccidere!

PAUL: (furioso) Regoleremo i nostri conti dopo, Trilly. Dobbiamo discutere di molte cose!

TINA: Aspetta Peter…tu non sai quello che…

ALAN: (agonizzante) Ehm…vi spiace se potete rimandare tutto a dopo? Se non vi dispiace, gradirei che chiamiate un’ambulanza perché sto morendo dissanguato!

PAUL: (dirigendosi verso Robert) Ehm…è proprio qui il problema, amico. L’ambulanza non farebbe in tempo. Comunque, conosco quelle ferite e non hai nessuna possibilità di cavartela. Ti assicuro che stai morendo.

ALAN: E ti pareva che andava a finire così! (si accascia a terra)

PAUL: Ecco. E ci è scappato un altro morto. Per colpa tua. Dicevi di amarmi, ma volevi tenermi tutto per te. Tu…schifosa, possessiva fata…non credevo potessi arrivare a tanto. Adesso, sai che c’è una cosa da fare. Una soltanto.

TINA: Non…non puoi chiedermi questo, Peter. Non…non starai dicendo sul serio. Non puoi condannarmi per salvare un comune mortale: sai bene che se mando indietro il tempo una seconda volta perderò i miei poteri.

PAUL: Allora condannerai me alla solitudine. Perché ho deciso di invecchiare, Trilly. Se scegli di salvare Alan McCall e di forzare il tempo, io resterò con te e invecchieremo insieme. Ma se ti rifiuti resterai sola. Per sempre.

I due escono insieme con Pennino. Improvvisamente, accade qualcosa di strano, come se la zona in cui Alan si trova fosse colpita da violenti fulmini. Dopo che i fulmini sono cessati, Alan dapprima è immobile. Poi si alza lentamente.

ALAN: Ma che…? È stato Peter? Ha convinto Trilly a fermare tutto? Un momento…chi è questo Peter? E perché sono qui? Boh! (esce)

Entrano Paul e Tina ormai invecchiati, passeggiano. Poi si fermano e osservano la gente che va e viene in un parco.

TINA: Vuoi sapere una cosa, Peter? Secondo me quella statua non ti somiglia tanto.

PAUL: Giusto. Io ero molto, mooolto più bello. E più sexy. Altro che Leonardo Di Caprio.

TINA: Già. E io assomigliavo a Nicole Kidman.

PAUL: Ehi! Hai dei rimpianti, eh, piccola?

TINA: Chi non ne ha? È normalissimo averne. E noi siamo due persone come tante altre, no? (escono)

Entra Spugna carico di buste della spesa, fischiettando. Appena sta tornando a casa si ferma di stucco: la nave non c’è più. Si sente una voce che solo Spugna può riconoscere.

CAPITAN UNCINO: SPUGNA! PENDAGLIO DA FORCA!Che diavolo ci fai lì impalato?! Sali a bordo!

SPUGNA: (perplesso) Ehm…sì! Sì, signor capitano! (entra Capitan Uncino) Capitano, io…non so dirvi quanto sia felice di vedervi. (osserva il guanto nero che ha sulla mano destra) Ma vi ricordavo…ehm…diverso…

CAPITAN UNCINO: Il tempo passa per tutti. Lasciamo perdere i salamelecchi, Spugna. Siamo di nuovo a bordo, ed ora è questo che conta! Al timone, ora. Riprendiamo la navigazione!

SPUGNA: (sull’attenti) Sì signore…ma…qual è la rotta? L’Isola Che Non C’è adesso c’è…

CAPITAN UNCINO: Che mi venga un colpo, Spugna! Lo so benissimo che fine ha fatto, l’Isola Che Non C’è! Ti sembra un problema? Da qualche parte non ce ne sarà un’altra! (Spugna rimane sull’attenti. Il Capitano esce, compiaciuto. Si chiude il sipario.)






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