Il vocabolario politico.

 

Il rinnovamento creato da una qualsiasi politica si manifesta con mutamenti di segno del vocabolario politico. Nel caso del fascismo, Mussolini, giornalista, oratore, creatore di slogan, il mutamento riguarda più che il vocabolario, la connotazione positiva o negativa dei vocaboli. Privilegiata fin dai primi anni ’20 è l’area semantica militare. Tra gli accostamenti più noti c’è il motto “Libro e moschetto”. Di uso continuo diventano parole come: Duce, romanità, gerarchia, impero, marcia, consegna, ranghi, disciplina.

Altri punti di riferimento semantico diventano l’ordine e la rivoluzione. Tra le parole proibite, con i loro composti e derivati, sono: bolscevico, sovversivo, parlamento, elezioni, democrazia, massoneria, uguaglianza, socialismo, anarchia, internazionalismo, sciopero. Tra le parole eliminate poi ci sono: padrone, padronato, capitalista sostituite con datore di lavoro, in contesto nazionale, e plutocrazia e plutocrati, in contesto internazionale e accezione negativa. Al posto di contadino, legato ad un’accesa fase di rivendicazioni sociali, si fa strada rurale, che ha il pregio di annullare nominalmente le differenze di classe o di grado per una ricomposizione unitaria delle masse. Lo stesso ruolo assume la parola combattente.

Inoltre tra le parole connotate positivamente  troviamo: nazione, patria, Italia, primato, Roma, esercito, guerra, gerarchia, ordine, autorità, stato, popolo, gregario, disciplina, corporazione, fede, destino, trincea, marcia, direttiva e comando.

Il regime, per recuperare in senso positivo e inserire nella cultura politica delle masse parole già connotate in senso negativo, ebbe un impegno costante. Per quanto riguarda per esempio autorità e gerarchia, si trattava di propagandare come valori rapporti e ruoli sociali fatti sentire per decenni alle masse come negativi dall’avversa propaganda anarchica, socialista e democratico-repubblicana. Ma sul piano sociale, nel suo sforzo di controllo dei comportamenti subalterni, il regime può fare riferimento alla precedente e non contraddittoria educazione di massa dell’esercito monarchico e della chiesa cattolica. Questo riguardo a stereotipi come: ubbidienza, fedeltà, fede, gerarchia, e alla celebre parola d’ordine, tanto militaresca quanto mistica, “credere, obbedire, combattere”.

Per l’assimilazione e la riformulazione politica di termini come massa e popolo, il regime deve fare i conti con l’educazione socialista: i vocaboli in questione però, hanno uso politico oscillatorio e assumono connotazioni diverse a seconda della convenienza del caso. Tra esse per esempio: borghesia, proletario, rivoluzione, popolare, tradizione e moderno.

In conclusione alcune parole, tra le quali le precedenti, diventano quasi magiche per il fascismo, che diffonde, infatti, l’obbligo di pensare per stereotipi e tende, perciò, ad imperniare ogni discorso sulla ripetizione di tali parole.

Così scrive Giuseppe Maggiore, giurista, scrive nel 1929:

I Francesi della Rivoluzione si vergognarono di chiamarsi sudditi, e amarono dirsi cittadini; noi ci onoriamo di essere sudditi, soggetti a un potere che è onorevole servire, poiché è il potere della nazione. Gli individualisti predicano una loro morale da signori; noi non arrossiamo di seguire una morale da servi, quante volte si tratti di servire la patria, fino all’abnegazione, fino alla rinuncia

E ancora:

“…il Fascismo non ha ritegno di rinsaldare quelli che la vecchia coscienza liberale chiamò ceppi dell’individuo, ossia tutte quelle forme di aggregazione sociale, da cui la libertà dell’individuo esce limitata. Mettere al posto dell’autonomia, la subordinazione gerarchica in luogo della libera iniziativa individuale: questo è stato il programma del fascismo.”

Nel 1942 lo steso Mussolini afferma che dopo la guerra

bisognerà gravitare, con tutta la nostra capacità organizzativa, sull’Italia meridionale e insulare. I meridionali e gli insulari sono quasi senza un’esperienza politica, attuale, moderna […] sono vergini. La prima esperienza di politica moderna e d’organizzazione, la fanno col Fascismo.”

Questa passività così elogiata è favorevole alle forme di attivismo subordinato ma rappresenta la programmazione da parte delle autorità di un diverso ritratto dell’italiano, di un’identità che modifichi i tratti collettivi dell’italiano prefascista e li adegui alle esigenze del regime.

 

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