Chiesa e fascismo.

 I Patti Lateranensi.

 

 Mentre in Francia Pio XI si mostrava inflessibile contro un movimento totalitario, L’Action Francaise, in Italia assumeva un atteggiamento di cauto ottimismo verso il fascismo.

La Civiltà Cattolica”, periodico gesuita che interpretava e divulgava il pensiero del pontefice, sottolineava i pericoli di una collaborazione tra cattolici e socialisti, e, dall’altro si mostrò più sensibile ai pericoli di un’opposizione ad oltranza al governo che alle esigenze della giustizia violata. Il Partito Popolare indebolito dalla mancanza di coesione interna e dal distacco del Vaticano nei suoi confronti, fu privato praticamente della possibilità di un’opposizione efficace. Si rendeva così più facile al fascismo la trasformazione della struttura dello Stato italiano e arrivando alla dittatura. La S. Sede nel 1923 persuase il segretario del partito popolare, don Sturzo, a dimettersi dalla sua carica, ed alla fine del 1924 gli consigliò di lasciare l’Italia.

Mentre cresceva lo Stato totalitario la possibilità della conciliazione tra Stato e Chiesa già raggiunta sul piano morale e politico m ancora irrealizzata sul piano giuridico, per le difficoltà e il rifiuto opposto dal liberalismo e da Vittorio Emanuele III. Fra il 1925-1926 una commissione mista, composta da laici ed ecclesiastici, aveva preparato il riordinamento di vari punti della legislazione sulle proprietà ecclesiastiche. Quando la commissione del febbraio 1926 pubblicò la relazione e gli schemi dei disegni di legge, Pio XI in una lettera al suo segretario di Stato, card. Gasparri, dichiarò di non poter acconsentire ad una rielaborazione del diritto ecclesiastico finché durava l’iniqua condizione fatta al pontefice. Il governo fascista, mosso non tanto da sincere convinzioni religiose quanto da motivi politici, iniziò subito i primi cauti sondaggi. Il 4 ottobre 1926, Mussolini incaricò il consigliere di Stato Domenico Barone di iniziare trattative ufficiose con la S. Sede, rappresentata dall’avv. Francesco Pacelli. Il Barone morì i primi giorni del ’29: da allora Pacelli trattò direttamente con Mussolini.

Le trattative ufficiose, che durarono fino al novembre del ’28, quando ebbero inizio i colloqui ufficiali, si prolungarono: per due volte, all’inizio del ’27 e nell’aprile del ’28, in seguito alle pretese monopolistiche del fascismo sull’educazione giovanile, espresse chiaramente nello scioglimento di ogni organizzazione di educazione fisica, morale e spirituale dei giovani che non facesse capo all’opera dei Balilla, il papa, ritirò al Pacelli ogni mandato per le trattative. Mussolini modificò allora il senso della decisione e la sua portata: attraverso una decina di schemi proposti successivamente dalle due parti, si giunse al testo definitivo dell’11 febbraio 1929.

Sin dall’inizio la S. Sede aveva espresso con chiarezza due richieste: un trattato che le riconoscesse ufficialmente una sovranità territoriale, e un concordato che regolasse le condizioni della Chiesa in Italia. Il governo italiano si piegò al primo riconoscimento, in contrasto con la mentalità liberale e con una larag parte della tradizione risorgimentale. Pio XI non ebbe però difficoltà a restringere sempre di più l’estensione territoriale del suo Stato: si delimitarono così i confini della Città del Vaticano, il 10 febbraio 1929.

Mussolini non ebbe invece difficoltà ad accettare il principio di un concordato, presentato dapprima vagamente come soluzione di questioni giuridico-amministrative, e poi esplicitamente richiesto. Il Barone presentò la soluzione concordataria come l’attuazione delle tesi di Cavour “libera Chiesa in libero Stato”, e come il superamento della linea liberale-giolittiana delle due parallele, e il ritorno ad una tradizione secolare. Pio XI nei primi schemi avanzò richieste assai spinte, come l’adempimento collettivo, da parte degli studenti delle scuole pubbliche, del precetto festivo sotto la guida dei loro insegnanti,la revisione di tutti i libri scolastici di testo. La S. Sede, se nel corso delle trattative rinunziò a questi postulati, si batté a fondo e con successo per altri punti, di ben maggiore importanza pratica e teorica. Si ebbe così il ripristino dell’insegnamento della religione nelle scuole medie superiori (non nelle università), il riconoscimento degli effetti civili del matrimonio religioso, una maggiore libertà nella scelta dei vescovi e nell’amministrazione dei beni ecclesiastici.

I Patti Lateranensi, firmati l’11 febbraio 1929 alle ore 12 nel palazzo del Laterano da “sua Eminenza […] il signor Cardinale Pietro Gasparri […] e Sua Eccellenza il Signor Cavaliere Benito Mussolini”, abbracciarono un trattato e un concordato. Il trattato riconosce il nuovo Stato della Città del Vaticano, determinandone l’estensione, dall’altra dichiara chiusa la questione romana. Esso afferma poi nell’art. 1 che la religione cattolica è l’unica religione dello Stato italiano; stabilisce speciali prerogative giuridiche per persone attinenti al supremo governo della Chiesa, accorda delle sentenze ecclesiastiche, concernenti materie spirituali o disciplinari relative a persone ecclesiastiche, l’efficacia giuridica anche per lo Stato italiano (art. 23); garantisce alla S. Sede il diritto di legazione attiva e passiva, la libertà nei concili e liquida il credito della S. Sede verso l’Italia mediante il versamento di un miliardo in titoli di Stato e di 750 milioni di lire in contanti. Il concordato assicura alla Chiesa il libero esercizio del potere spirituale, del culto, accordando inoltre agli ecclesiastici per gli atti del loro ministero spirituale la difesa da parte delle istituzioni italiane 8art.1): attribuisce speciali privilegi agli ecclesiastici e un certo appoggio giuridico ai vescovi nei confronti degli ecclesiastici da loro dipendenti (nell’art.5 lo Stato si impegna ad impedire agli ecclesiastici scomunicati di assumere o conservare insegnamenti, uffici o impieghi nei quelli siano a contato immediato con il pubblico), lo Stato riordina a favore della Chiesa la complessa questione della proprietà ecclesiastica e del mantenimento del clero e riconosce “la personalità giuridica delle associazioni religiose, con o senza voti”. Come aveva stabilito al legge del 7 luglio 1866 era finalmente superata l’ostilità contro gli istituti religiosi; essi potevano infatti possedere e acquistare  (art. 29), e dichiara libera la nomina dei vescovi, ma esige la previa comunicazione dei nomi al governo; riconosce gli effetti civili del matrimonio religioso (art.34), estende alle scuole secondarie l’insegnamento della religione già introdotto qualche anno prima in quelle elementari (art.36), limita l’attività dell’azione cattolica ordinando loro di mantenersi al di fuori di ogni partito politico.

I Patti vennero accolti con favore dalla larghissima maggioranza dell’opinione pubblica. L’opposizione cattolica al fascismo si era mantenuta intatta soprattutto in alcuni gruppi, a Roma fra gli ex popolari ormai dispersi dopo li scioglimento dei partiti politici, e in Lombardia tra gli erede della tradizione cattolico-liberale. L’opposizione si fondava su motivi politici (difesa della libertà) e religiosi (rifiuto di un regime che violava i diritti fondamentali della persona umana). Nel campo liberale rimase famoso l’atteggiamento di Benedetto Croce che nelle discussione in Senato fece del rifiuto della soluzione concordataria una questione di coscienza. Tra i cattolici antifascisti non si ebbero proteste pubbliche, per non sollevare difficoltà alla S. Sede e per non violare la disciplina. De Gasperi si limitò a sfogare in privato le sue impressioni. Solo chi era ormai in esilio, come Luigi Sturzo, Giuseppe Donati, Francesco Luigi Ferrari, poté liberamente sottoporre i Patti ad una critica serrata.

Mussolini nei due discorsi del 13 e 25 maggio tenuti successivamente alla Camera e al senato, tentò di minimizzare la portata di concessioni fatte alla S. Sede: la Chiesa in Italia non era sovrana e nemmeno libera; il cattolicesimo era divenuto universale solo perché sviluppatosi a Roma; il potere temporale era sepolto; il fascismo non rinunziava ad educare i giovani al senso della virilità, della potenza, della conquista; il concordato non tradiva gli interessi dello stato; in ogni caso, salvo il trattato, favorevole allo Stato, e il concordato, favorevole alla Chiesa, era suscettibile di modifiche. Pio XI indicò Mussolini come l’uomo “che la Provvidenza ci ah fatto incontrare”, replicò ora vivacemente in un discorso agli alunni di un collegio di gesuiti (14 maggio), e soprattutto in una lettera al card. Gasparri (30 maggio). Il papa nei due interventi sottolineò il limite della missione educativa dello Stato, confutò punto per punto le affermazioni di Mussolini, definite “ereticali e peggio che ereticali”, ribadì al sovranità della Chiesa, la sua missione educativa e sottolineò il nesso tra trattato e concordato, riassunto con l’efficace espressione: “ Simul stabunt oppure simul cadent. Il papa pretese che il protocollo riaffermasse esplicitamente il legame fra i due atti. Dopo laboriose discussioni in extremis, che obbligarono l’avv. Il pomeriggio del 6 giugno 1929, venne trovata una formula accettabile alle due parti, perché esprimeva il proposito di osservare lealmente, nello spirito e nella lettera, trattato e concordato. Il 7 giugno 1929 si procedette alla ratifica, e in dicembre il re d’Italia rese visita al papa.  

Giudizi sui Patti Lateranensi.

 Pio XI definì il concordato del ’29 come uno dei migliori, fra i concordati stipulati dalla Chiesa. I pontefici seguenti hanno visto nei Patti il presupposto del libero esercizio della religione e della pacifica convivenza dei due poteri. Per al stampa confessionale è il 1929 e non il 1870 a costituire la tappa conclusiva del Risorgimento, perché ha assicurato finalmente la vera unità spirituale del popolo italiano. Contro questo si sollevarono liberali, socialisti e cattolici di sinistra, con severe critiche sia alla soluzione concordataria in se stessa, che, se per i laicisti costituisce un tradimento della vera sovranità statale, per questi cattolici mette l’accento sull’elemento giuridico della Chiesa, presentandola davanti allo stato cioè come una potenza fondata su mezzi e strutture umane e difesa da queste invece che dall’efficacia della verità. Da cattolici e laicisti si è puntualizzata la tendenza a rivendicare per la Chiesa un regime di privilegio, dalla minorazione dei diritti civili del sacerdote scomunicato, all’appoggio dello Stato a vari atti della gerarchia, all’affermazione dei principio dell’art. 1 del trattato sulla religione di Stato e dell’art. 36 del concordato sull’insegnamento della religione, considerato fondamento e coronamento della istruzione pubblica; in contrasto non solo con l’art. 27 della Costituzione repubblicana sulla libertà d’insegnamento, ma con tutta al realtà, si è denunciata la collusione di interessi tra al Chiesa cattolica e il regime totalitario: De Gasperi esprimeva nel ’29 l’augurio che concordato non significasse concordanza, don Sturzo osservava nel 1937 che il fascismo cercava di strumentalizzare la Chiesa, inquadrandola nella sua concezione etico-sociale dello stato, voleva cioè utilizzare l’universalismo cattolico per al sua politica di esasperato nazionalismo, mentre la Chiesa cedeva alla tentazione di restaurare uno Stato cattolico. Dal 1929 ad oggi le critiche ai Patti Lateranensi hanno ripetuto senza grande novità questi motivi sostanziali, approfondendo tuttavia maggiormente le riflessioni sia sui pericoli e le conseguenze dell’alleanza tra Chiesa e fascismo, sia sulla validità del sistema concordatario che, strumento di difesa eventualmente utile davanti a un regime totalitario, sembra meno necessario in un regime democratico.

Per quanto riguarda l’avvicinamento tra S. Sede e fascismo bisogna ricordare che i pontefici avevano avanzato proposte analoghe già nel 1919 e che la questione romana si sarebbe potuta risolvere già allora, sotto un regime liberale, se Vittorio Emanuele III non avesse posto il suo veto. La responsabilità è dunque della monarchia e non della Chiesa. Nel a929 il fascismo trasse indubbio vantaggio dai Patti anche se essi non costituivano un riconoscimento delle teorie su cui poggiava il regiem. I Patti trascendevano le circostanze storiche in cui erano stipulati. Il trattato è perciò al parte storicamente valida e significativa degli accordi.

Le critiche sul concordato, invece, vertono sia sul sistema concordatario, sia sul contenuto specifico del concordato del ’29.

Per quanto riguarda il primo aspetto della questione si deve ammettere che il concordato resta solo un mezzo, che non costituisce l’unica soluzione dei rapporti tra Chiesa e stato e non va guardata con una diffidenza che rivela una mancanza di realismo.

Rispetto invece al contenuto effettivo del concordato, esso tende a dare alla chiesa in Italia una oposizione di privilegio, che oltrepassa largamente le esigenze davanti alla sua speciale posizione. Questa tendenza rispondeva al carattere autoritario di Pio XI, profondamente ostile ad ogni forma di laicismo ma favorevole alle tesi dello Stato cattolico. Ma alle varie affermazioni del concordato egli non ha corrisposto un genuino rinnovamento religioso, forse anche per la mancanza di un’autentica libertà culturale e l’eccessiva fiducia posta nelle strutture.

 Il conflitto con il fascismo, 1931-39.

 I dissensi tra Chiesa e Fascismo nascevano dalle proteste monopolistiche del regime in fatto di educazione cui si opponevano le rivendicazioni della Chiesa, ribadite da pio XI nella Divini illius magisteri (1929), uscita sei mesi dopo la ratifica dei Patti Lateranensi, dalle crescenti ingerenze del regime in tuta la vita italiana, con la creazione di un artificioso clima di esaltazione della violenza e della guerra, e, dopo il 1936, dalla servile imitazione del nazismo con il suo razzismo. Si trattava in sostanza non solo di difendere gli accordi del ’29 e la libertà dell’azione cattolica, ma anche i diritti naturali dell’uomo, la libertà dell’individuo e della famiglia davanti allo Stato.

Pio XI, lento nelle parole e nei gesti, cauto negli interventi, lungamente meditati, fermissimo nelle risoluzioni, appare molto superiore a Mussolini, pronto alle dichiarazioni avventate e facile a cedere all’esibizionismo, quanto sollecito a mutare i suoi propositi e le linee d’azione.

Le relazioni tra la Chiesa e lo Stato fascista ebbero due momenti di forte tensione;: nel 1931 per le minacce contro l’azione cattolica, nel 1938-39, per le prime applicazioni delle leggi razziali, che violavano anche uno dei punti del concordato. Tra l’aprile e il maggio 1931 si sviluppò una forte polemica relativa alle pretese politiche dell’azione cattolica ed all’aiuto materiale offerto da De Gasperi, si accentuò in seguito in un discorso a Milano del segretario del partito fascista Giuriati, a cui il papa replicò esplicitamente in una lettera al card. Schuster, arcivescovo di Milano. Alla fine di maggio il governo deliberò lo scioglimento delle associazioni della gioventù cattolica e della federazione degli universitari cattolici (FUCI). Il 4 giugno, il direttorio del partito proclamava il suo rispetto per la Chiesa, ma confermava le sue accuse all’azione cattolica. Pio XI pubblicò il 29 giugno l’enciclica Non abbiamo bisogno, redatta da lui stesso in cui esprimeva la sua gratitudine  alla gerarchia e al clero per la solidarietà mostrata in quei mesi, confutava le accuse lanciate dalla stampa e criticava la concezione totalitaria dello Stato, ribadendo i diritti naturali della famiglia e quelli soprannaturali della Chiesa sull’educazione.

Prevalse la prudenza, si evitò la condanna formale cui al maggioranza dei cardinali si era mostrata contraria, minacciata esplicitamente a Mussolini e, e dopo una serie di colloqui fra il capo del governo e il fiduciario del papa, il gesuita Venturi, si giunse nel settembre ad un accordo che salvava l’esistenza dei circoli di azione cattolica, sia pure limitandone l’attività al campo puramente religioso e rinunciando ad una direzione centralizzata a carattere nazionale.

Durante la conquista dell’Abissinia (1935-1936), l’episcopato italiano fu largamente coinvolto nell’entusiasmo che si era diffuso nel popolo italiano. Il 27 agosto Pio XI in un lungo discorso tenuto a Castelgandolfo accusò come ingiusta una guerra di conquista. Il discorso venne riportato dall’”Osservatore Romano” del 29 agosto, con piena fedeltà al pensiero del papa ma con lo sforzo paziente di evitare ogni espressione che potesse irritare il governo italiano. Nel dicembre, in fine, il pontefice inviò a Mussolini Venturi, nella speranza di indurre il capo italiano ad accettare le proposte di conciliazione avanzate dalla Gran Bretagna. Mussolini replicò aspramente. 

 Nel 1939 ebbe inizio il Pontificato di Pio XII che si contraddistinse per una sostanziale chiusura conservatrice e tradizionalista, basata sullo strapotere della Curia romana.

 

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