Pubblicità
e
propaganda.
Il
controllo
dell’opinione
pubblica.
La
pubblicità
commerciale
e
la
propaganda
ideologica
hanno
occupato
dall’Ottocento
a
oggi,
un
ruolo
essenziale
nello
sviluppo
dei
mezzi
di
comunicazione
di
massa,
in
particolare
della
stampa
quotidiana
e
periodica,
della
radio
e
della
TV.
La
politica
adottata
in
questo
campo
da
molte
forze
politiche
(sia
in
regime
democratico,
sia
negli
stati
totalitari,)
è
stata
guidata
soprattutto
dalla
speranza
di
poter
utilizzare
i
mezzi
di
comunicazione
di
massa
per
influenzare
l’opinione
pubblica
in
proprio
favore
e
dalla
volontà
di
impedirne
l’uso
da
parte
dei
propri
avversari.
La
pubblicità
e
la
propaganda
hanno
origini
antiche,
in
quanto
traggono
molti
dei
loro
strumenti
da
una
tradizione
retorica
e
artistica
che
risale
fino
all’antichità
classica.
Nel
Novecento,
però,
esse
sono
state
intese
e
organizzate
come
vere
e
proprie
tecnologie,
tecniche
di
condizionamento
finalizzate
a
spingere
il
pubblico
a
determinati
comportamenti:
a
fargli
scegliere
e
consumare
determinate
merci,
votare
un
particolare
partito,
appoggiare
una
ben
precisa
causa
o
ideologia.
La
propaganda
politica.
Durante
la
prima
guerra
mondiale,
la
propaganda
politica,
che
aveva
già
conosciuto
una
grande
espansione
e
un
affinamento
delle
sue
tecniche
all’epoca
della
nascita
dei
partiti
politici
di
massa,
vide
un
ulteriore
sviluppo
grazie
all’impiego
delle
nuove
tecnologie
di
comunicazione.
L’esigenza,
avvertita
da
tutti
i
governi,
di
rinsaldare
il
proprio
“fronte
interno”
e
di
distruggere
il
morale
dei
paesi
avversari,
portò
all’istituzione
di
uffici
appositi,
alla
diretta
dipendenza
dei
comandi
centrali
e
largamente
finanziati,
destinati
alla
cosiddetta
“guerra
psicologica”.
Psicologi,
linguisti,
sociologi
vennero
incaricati
di
analizzare
gli
effetti
dei
messaggi
sulle
popolazioni,
mentre
mezzi
di
comunicazione
relativamente
nuovi,
come
il
cinema,
la
fotografia,
l’altoparlante,
la
fonografia,
venivano
adibiti
non
solo
a
scopi
puramente
militari
ma
anche
a
fini
propagandistici.
Nell’intento
di
conquistare
rapidamente
gli
ideali
patriottici
anche
i
settori
sociali
ai
quali
essi
erano
rimasti
fino
ad
allora
largamente
estranei,
come
i
contadini
e i
lavoratori
dell’industria,
i
gruppi
dirigenti
degli
stati
belligeranti
non
si
fecero
scrupolo
di
utilizzare
anche
gli
aspetti
generalmente
considerati
“deteriori”
dei
mezzi
di
comunicazione
di
massa.
Così
il
“divismo”,
l’attaccamento,
cioè,
del
pubblico
ad
alcune
figure
di
attori
o
cantanti,
visti
come
l’incarnazione
dell’intero
mondo
immaginario
dello
spettacolo,
venne
messo
al
servizio
della
guerra.
In
America
i
divi
più
in
voga
quali
Charlie
Chaplin,
tennero
comizi
patriottici
nelle
grandi
città;
in
Italia
il
leggendario
“Maciste”,
muscoloso
eroe
dei
film
mitologici,
venne
vestito
dei
panni
militari
e
mandato
a
combattere
contro
gli
austriaci.
Con
la
propaganda
di
guerra,
i
mezzi
di
comunicazione
di
massa
conquistavano
un
pubblico
ancor
più
ampio
che
in
passato
e
raggiungevano
zone
e
paesi
che
prima
erano
stati
solo
marginalmente
interessati:
ciò
contribuì
ad
omogeneizzare
i
gusti
e i
comportamenti.
Dopo
il
primo
conflitto
mondiale,
in
molti
paesi
l’apparato
propagandistico
si
istituzionalizzò,
divenendo
parte
integrante
della
macchina
statale.
Nell’Italia
fascista,
accanto
all’ente
radiofonico,
Eiar,
formalmente
privato
ma
di
fatto
voce
del
regime,
nacque
un
Ente
cinema
e
un
Ufficio
per
la
stampa
e
propaganda,
poi
Ministero
della
cultura
popolare.
Nel
periodo
delle
guerre,
gli
apparati
di
propaganda
politica,
avevano
la
funzione
non
di
elaborare
specifici
messaggi,
ma
piuttosto
la
riorganizzazione
globale
e
coordinata
di
tutti
gli
strumenti
di
comunicazione
disponibili.
Da
un
lato
si
voleva
consentire
un
controllo
capillare
sulla
rete
delle
comunicazioni,
anche
per
poter
far
agire
rapidamente
l’azione
di
censura
quando
venivano
mesi
in
circolazione
messaggi
considerati
pericolosi;
dall’altro,
diffondendo
con
la
massima
tempestività
le
linee
politiche
man
mano
elaborate
dai
gruppi
dominanti.
Il
messaggio
propagandistico
del
Novecento
è
infatti,
a
differenza
dei
messaggi
diffusi
dalle
grandi
organizzazioni
religiose,
suscettibile
di
revisione,
in
coincidenza
con
le
esigenze
immediate
dell’azione
politica.
Il
genio
della
propaganda
era
ed
è,
non
solo
nei
paesi
totalitari,
prima
di
tutto
di
tipo
organizzativo.
Il
sistema
delle
comunicazioni
di
massa
in
un
paese
moderno
tende
di
per
sé
alla
frammentazione,
in
quanto
la
domanda
sociale
richiede
messaggi
sempre
nuovi.
Gli
apparati
propagandistici,
al
contrario,
sono
tanto
più
efficaci
in
quanto
riescono
a
coordinare
i
diversi
mezzi
e a
utilizzarli
per
la
diffusione
di
messaggi
coerenti
tra
loro.
Basti
pensare
all’immenso
sforzo
organizzativo
affrontato
dal
regime
fascista,
in
occasione
delle
leggi
anti-semite
del
1938,
per
cercare
di
diffondere
in
tempi
rapidissimi
l’odio
contro
gli
ebrei:
riviste,
vignette,
documentari,
trasmissioni
radiofoniche
vennero
utilizzati
per
fissare
il
pregiudizio
razziale,
che
fino
a
pochi
mesi
prima
era
in
Italia
minoritario.
Dopo
la
seconda
guerra
mondiale,
le
tecniche
della
propaganda
totalitaria
si
estesero
a
molti
paesi
di
recente
decolonizzazione.
In
Europa
occidentale
e
negli
Stati
Uniti,
invece,
le
attività
propagandistiche
più
aggressive,
avvertite
come
eccessivamente
manipolatorie
e
controproducenti,
conobbero
un
progressivo
declino.
Man
mano
che
le
attività
indirizzate
alla
mobilitazione
collettiva
lasciavano
il
posto
ad
altre
finalizzate
soprattutto
a
orientare
e
condizionare
i
comportamenti
elettorali,
la
propaganda
venne
assorbita
dalle
tecniche
e
dal
linguaggio
propri
della
pubblicità
commerciale.
Il
sondaggio
d’opinione.
Secondo
il
liberalismo
ottocentesco,
l’opinione
pubblica
era
una
collettività
di
individui
capaci
sia
di
acquisire
e
valutare
le
opinioni
espresse
da
altri,
che
non
solo
di
farsi
una
propria
opinione
ma
anche
di
esprimerla.
In
base
a
quest’immagine,
il
primo
mezzo
di
comunicazione
di
massa,
la
stampa,
aveva
la
funzione
non
di
guidare
o
manipolare
l’opinione
pubblica,
ma
di
rappresentarla.
Nel
corso
del
Novecento,
anche
per
la
perdita
di
fiducia,
da
parte
degli
intellettuali,
nell’autonomia
di
pensiero
delle
masse,
si
fece
strada
una
concezione
differente.
Non
erano
le
opinioni
dichiarate,
ma
al
contrario
gli
stati
d’animo
inespressi
dalla
popolazione,
a
provocare
i
comportamenti
politici
più
sorprendenti
e
influenti.
Quindi,
ciò
che
davvero
contava,
in
una
società
moderna,
non
erano
tanto
le
opinioni
espresse
dalla
stampa,
quanto
le
convinzioni
latenti,
magari
parzialmente
inconsapevoli.
Da
questa
concezione
nacque
negli
anni
trenta
l’industria
del
“sondaggio
d’opinione”,
del
quale
il
maggiore
istituto
di
ricerca
fu
il
Gallup,
fondato
nel
1935.