Il Partito Fascista,
dall’affermazione alla sfiducia
Uno
dei
fattori
che
ha
permesso
l’ascesa
dei
consensi
e
dei
riconoscimenti
che
il
fascismo
e
Mussolini
raccoglievano
all’estero
fu
la
propaganda
attuata
dalla
stampa
divulgativa
che
ne
incoraggiava
e
sollecitava
l’abilità.
Tra
il
’25-26
e
soprattutto
nel
’29
questi
consensi
divennero
sempre
più
numerosi
e
autorevoli
contribuirono
ad
affermare
il
prestigio
del
fascismo
tra
gli
italiani.
Se il credito del fascismo non era alto come ideologia, lo era quello personale di Mussolini: a mano a mano che l’esperimento fascista mostrava i suoi limiti e i suoi lati negativi, gli italiani si aggrapparono alla fiducia nell’uomo, alla speranza nel capo, superiore a tutte le parti, in grado di intendere le aspirazioni del paese e di essere mediatore dei conflitti interni, imponendo la sua volontà. A tutti i livelli della società italiana, lo spirito di rivolta e il desiderio di spezzare il sistema che aveva caratterizzato il periodo a cavallo della guerra e dai quali erano nati i vari movimenti rivoluzionari sia politici, sia culturali (come bolscevismo, fascismo, espressionismo, futurismo) andavano cedendo ad una sorta di conservatorismo caratterizzato da un ritorno ad alcuni valori e istituzioni tradizionali quali soprattutto la “Nazione”, la “Famiglia”, la “Fede”, la “Terra”.
Chiare
manifestazioni
ne
erano
l’esaurirsi
del
futurismo,
il
declino
dell’attualismo
gentiliano
e
della
sua
funzione
di
legittimazione
culturale
del
fascismo
e
l’acquisto
di
valore
delle
correnti
filosofiche
e
culturali
cattoliche
e
lo
sviluppo
dell’attendismo
cosciente
di
tipo
“rondiano”
nei
gruppi
di
“Solaria”
e
di
“Pegaso”
e
“Frontespizio”
insieme
all’affermazione
di
movimenti
come
“strapaese”
e
“stracittà”
tendenti
a
negare
al
validità
dei
nuovi
valori
e a
riaffermare
quelli
della
tradizione
(per
i
primi
quelli
del
carattere
rurale
e
paesano
della
gente
italica,
quelli
di
ordine
borghese
per
gli
ultimi)
contro
i
miti
falliti
della
precedente
generazione
intellettuale.
La
vera
peculiarità
della
cultura
italiana
durante
il
regime
era
non
quella
politica,
fondata
su
una
contrapposizione
tra
“impegno”
e
“disimpegno”,
tra
fascismo
ed
antifascismo,
ma
fondata
su
un
ripiegamento
di
posizioni
legate
alla
tradizione
che
si
traducevano
in
una
ripresa
e
in
una
rivalorizzazione
dell’idea
di
patria
e
della
speranza
che
si
portasse
a
compimento
il
processo
nazionale
italiano.Nei
due
decenni
a
cavallo
del
nuovo
secolo
la
componente
morale
e
politica
del
sentimento
nazionale
italiano
in
ricordo
“della
grandezza
passata”
e
nell’attesa
“di
una
grandezza
futura”
si
era
trasformata,
ma
non
esaurita.
Essa
si
era
retoricizzata
in
ambito
letterario
trovando
l’attenzione
di
Carducci,
D’Annunzio
e
Oriani;
in
altri
ambienti
si
era
fatta
più
tenace
ed
aggressiva
assumendo
caratteristiche
nazionalistiche
o
era
diventata
un
aspetto
elementare
e
grezzo
della
“cultura”
media
di
larga
parte
degli
italiani.
Essa
credeva
che
all’Italia
aspettasse
una
funzione
nel
mondo,
una
missione
più
importante
di
quella
che
aveva
e
la
convinzione
che
il
risorgimento
fosse
rimasto
interrotto
e
addirittura
tradito
per
la
scarsa
modernità
della
classe
politica
italiana.
Questo
patriottismo
aveva
costituito
un
momento
assai
importante
dell’affermazione
e
del
successo
fascisti.
Il
trionfo
di
questi
avvenne
quando
la
società
italiana
ripiegò
ancora
di
più
in
se
stessa
in
quel
processo
di
reintegrazione
nella
tradizione.
Solo
in
questo
nuovo
clima
si
realizzò
quella
identificazione
di
massa
del
Regime
con
la
Patria,
che
passò
attraverso
due
fasi
significative:
la
prima
a
carattere
“risorgimentale”
(il
fascismo
come
sviluppo
e
compimento
del
Risorgimento)
, e
la
seconda
a
carattere
imperiale
(
Italia
come
erede
della
potenza
e
della
funzione
civilizzatrice
dell’antica
Roma).
Soprattutto
nei
giovani,
c’era
un
senso
di
disponibilità
per
un’azione
di
rinnovamento
morale
e
di
sviluppo
economico
e
sociale
del
paese,
tradizionale
nella
forma
mentre
rivoluzionario
nella
sostanza.
Molti
giovani
pensavano
che
l’Italia
avesse
trovato
quei
veri
valori
morali
e
nazionali
che
potevano
fondare
una
tale
azione
in
un
regime
politico
che
aveva
il
pregio
di
poter
comandare
e
farsi
ubbidire
tenendo
alla
sua
testa
un
uomo
dinamico,
nuovo
e
spregiudicato.
In
questo
clima
di
disponibilità,
per
rendere
politicamente
efficace
il
mito
del
“duce”
non
bastava
mettere
in
atto
una
massiccia
azione
propagandistica
imperniata
sulla
martellante
esaltazione
di
Mussolini
come
capo
del
Fascismo.
Una
prolungata
mobilitazione
propagandistica
di
questo
tipo,
infatti,
non
sarebbe
stata
sostenuta
dalle
masse
perché
non
accompagnata
da
imponenti
e
rapide
realizzazioni.
Era
necessario
quindi
che
le
masse
venissero
assecondate
nel
loro
prevalente
stato
d’animo,
che
esso
fosse
interpretato
e
capito
dal
duce:
la
rivoluzione,
cioè,
doveva
essere
innanzi
tutto
restaurazione
e
prendere
slancio
dalla
riaffermazione
di
quei
valori,
istituzioni
e
aspirazioni
di
progresso
che
il
fallimento
della
rivolta
degli
anni
precedenti
e
l’incapacità
del
regime
liberale
avevano
rafforzato.
Solo
a
questa
condizione
le
masse
si
sarebbero
riconosciute
nel
duce,
avrebbero
creduto
di
pensare
e
agire
tramite
lui.
Così,
la
disponibilità
delle
masse
si
sarebbero
trasformate
in
adesione
attiva
e
concreta,
nell’attendismo
attivo
che
fu
la
caratteristica
dell’adesione
al
regime
fascista
negli
anni
trenta.
Il
mito
del
Duce.
I
caratteri
generali
del
mito
del
Duce,
la
sua
indispensabilità
agli
effetti
della
caratterizzazione
del
regime
fascista
e
le
sue
componenti
principali,
sia
quelle
connesse
al
particolare
momento
morale
e
psicologico
che
attraversava
l’Italia,
sia
quelle
più
politiche,
sollecitate
cioè
dal
fascismo
attraverso
un’accorta
adeguazione
(conservatrice
nella
sostanza
ma
rivoluzionaria
nelle
manifestazioni
esterne)
della
propria
azione
politica
alle
aspirazioni
più
vive
delle
masse
e
attraverso,
ancora,
una
sua
massiccia
valorizzazione
propagandistica
al
servizio
della
quale
cominciarono
a
mettersi
per
la
prima
volta
tutti
i
nuovi
moderni
mezzi
di
comunicazione
di
massa,
dalla
radio1
al
cinematografo.
Il
fascismo
volle
essere
anche
entusiasmo
di
costruzione,
passione
in
cui
trovano
posto
le
dinamiche
forze
dei
giovani.
Per
trent’anni
si
era
ripetuto
che
la
vita
italiana
aveva
bisogno
di
essere
rinnovata
dal
profondo,
che
era
ora
che
l’Italia
diventasse
uno
Stato
moderno,
che
bisognava
superare
le
lentezze
burocratiche:
era
chiaro
che
questo
stato
d’animo
non
poteva
non
essere
favorevole
all’ascesa
del
fascismo.
In
effetti
Mussolini
aveva
promesso
ai
giovani
era
stata:
“Fra
dieci
anni,
o
camerati,
l’Italia
sarà
irriconoscibile”.
Ogni
dittatura
totalitaria
deve
avere
una
sua
base
di
necessità
e
inattaccabilità
che
toglie
forza
alle
obbiezioni
degli
avversari
e
strappa
il
consenso
della
massa
del
popolo.
Questo
dato
di
necessità
fu
avvertito
in
Russia
alla
fine
del
1917
con
la
pace
e
la
rivoluzione
agraria,
nel
1933
in
Germania
con
la
revisione
del
trattato
di
pace
e
in
Italia
con
la
bonifica
delle
terre
incolte,
l’accessibilità
di
zone
arretrate
ottenuta
con
la
costruzione
di
strade
e
acquedotti.
Mussolini
poteva
essere
sicuro
di
non
trovare
obiezioni
quando
diceva:
“In
una
Italia
tutta
bonificata,
coltivata,
irrigata,
disciplinata,
cioè
fascista,
c’è
posto
e
pane
ancora
per
dieci
milioni
di
uomini”
(1928),
come
quando
con
un’abile
regia,
si
mostrava
sulla
trebbiatrice
a
prendere
nelle
sue
mani
i
covoni
strappati
alla
palude.
In
realtà,
l’Italia
era
già
stata
patria
di
straordinarie
bonifiche
ma
queste
opere
non
erano
mai
entrate
nella
coscienza
della
nazione,
né
legate
alle
altre
opere
della
nazione,
per
esempio
strade
e
sviluppo
automobilistico,
come
ora.
La
volontà
di
Mussolini
era
quella
di
dare
soddisfazione
ai
desideri
delle
masse
e
fare
leva
sulla
loro
situazione
psicologica
per
rafforzare
e
dilatare
il
proprio
prestigio
e
il
proprio
potere.
Tipici
sono
i
casi
della
politica
agraria
e
di
quella
demografica.
L’agricoltura
italiana
era
tutt’altro
che
prospera
e
questa
situazione
incideva
sfavorevolmente
sul
complesso
dell’economia
nazionale
che
doveva
essere
risolta
con
un
massiccio
intervento
diretto
ed
indiretto
dello
Stato.
Data
questa
realtà
economica,
la
“battaglia
del
grano”,
la
politica
agraria
di
Serpieri
e
la
politica
di
bonifica
del
1928
erano
necessarie.
La
politica
agraria
messa
in
atto
dal
fascismo
dal
’27-28
ebbe
anche
una
componente
ideologica
e
propagandistica
che
si
adattava
in
larga
misura
alla
condizione
umana
e
psicologica
predominante
non
solo
nel
mondo
contadino
ma
anche
in
vasti
settori
operai
e
piccolo
e
medio
borghesi
che
di
fronte
alla
rapida
trasformazione
della
società
si
sentivano
moralmente
a
disagio
e
tendevano
ora
a
spiegare
le
ragioni
del
loro
disagio
con
una
critica
tradizionale
e
conservatrice
della
nuova
società
e a
reagire
ad
esso
con
un
ritorno
a
valori
culturali
tipici
della
società
prevalentemente
agricola
che
è
l’Italia,
nonostante
il
suo
ancora
limitato
sviluppo
economico.
Essa
era
costituita
da
un
lato
dalla
difesa
e
dalla
valorizzazione
ad
oltranza
della
ruralità,
della
terra
e
della
famiglia
e
da
un
altro
lato
dalla
necessità
e
dalla
concreta
possibilità
per
l’Italia
di
valorizzare
il
suo
potenziale
umano
e
di
accrescerlo
con
un
massiccio
intervento
demografico
che
avrebbe
dimostrato
la
vitalità
fisica
e
soprattutto
morale
del
popolo
italiano
rispetto
agli
altri,
soprattutto
ai
francesi
e
agli
inglesi
che
dimostravano
di
stare
esaurendosi
poiché
la
loro
natalità
era
in
progressiva
diminuzione.
La
prima
esplicita
teorizzazione
della
necessità
di
una
decisa
politica
demografica
si
ha
nella
prima
parte
del
discorso
dell’Ascensione,
il
26
maggio
1927,
quando
Mussolini
stesso
disse:
“l’Italia,
per
contare
qualche
cosa,
deve
affacciarsi
sulla
soglia
della
seconda
metà
di
questo
secolo
con
una
popolazione
non
inferiore
ai
sessanta
milioni
di
abitanti”.
Per
il
duce,
il
numero
è
potenza,
e
questa
politica
demografica
avrebbe
trasformato
l’Italia
in
potenza,
anche
sul
piano
interno,
rendendo
più
facile
e
rapido
il
suo
sviluppo
economico
e
sociale.
Questa
massiccia
azione
culturale,
legislativa
e
propagandistica
impegnò
dal
’27-28
in
poi
larga
parte
delle
energie
del
regime
e
del
fascismo
e
fu
sostenuta
da
numerosi
interventi
dello
stesso
Mussolini
che
ne
fece
oggetto
di
scritti
e
discorsi,
che
di
plateali
manifestazioni
propagandistiche.
Altri
strumenti
importanti,
infatti,
erano
ad
esempio
le
fotografie
riprodotte
con
grande
rilievo
dalla
stampa
e i
cinegiornali
nei
quali
il
duce
era
colto
nell’atto
di
trebbiare
o
di
raccogliere
il
grano
o
di
premiare
personalmente
le
famiglie
numerose.
Il
successo
del
fascismo
e
le
ragioni
di
fondo
del
mito
di
Mussolini
su
un
piano
politico
generale
non
possono
sottovalutare
al
politica
agraria
e
demografica
che,
sia
nei
risultati
che
nella
loro
ideologizzazione
e
nelle
speranza
che
suscitarono,
rappresentano
un
aspetto
decisivo
del
consenso
che
il
fascismo
riuscì
a
realizzare
intorno
a
Mussolini
tra
la
fine
degli
anni
venti
e
la
metà
del
decennio
successivo.
1
La
prima
concessione
governativa
dei
servizi
di
radiodiffusione
fu
stipulata
nel
1924
con
l’Unione
radiofonica
italiana
(trasformatasi
nel
’27
nell’Ente
italiano
audizioni
radiofoniche)
che
impiantò
nello
stesso
anno
un
emittente
a
Roma.
A
questa
prima
stazione
seguirono
quelle
di
Milano
(1925),
Napoli
81926),
Torino,
Bolzano
e
Genova
(1928).
Nel
’30
gli
abbonati
all’EIAR
erano
ancora
relativamente
pochi,
circa
centomila;
negli
anni
successivi
il
loro
numero
aumentò
rapidamente:
nel
’42
gli
abbonati
sarebbero
stati
un
milione
e
novecentomila,
serviti
da
trentadue
stazioni.