L’attenzione all’opinione
straniera
Mussolini
curò
al
massimo
i
rapporti
con
i
corrispondenti
esteri
in
Italia
e
in
genere
con
le
personalità
straniere
più
in
vista
o
di
passaggio
a
Roma,
accordando
loro
numerose
interviste
ed
udienze
e
facendo
di
tutto
per
presentarsi
loro
nella
luce
più
favorevole.
Questa
azione
ebbe
notevole
incremento
dopo
la
crisi
post-delitto
Matteotti
ricorrendo
ad
espedienti
tra
cui
l’attribuzione
ai
visitatori
di
dichiarazioni
parzialmente
diverse
da
quelle
effettivamente
rilasciate.
L’opinione
statunitense.
Riguardo
agli
Stati
Uniti,
dalla
lettura
dei
settimanali
popolari
americani,
dei
periodici
politici,
delle
pubblicazioni
universitarie,
dai
quotidiani
italo-americani
e
analizzando
le
indagini
sull’opinione
pubblica
nel
decennio
1920-30,
si
comprende
che
la
grande
maggioranza
degli
emigrati
italiani
accoglieva
con
entusiasmo
il
sorgere
del
fascismo
nelle
loro
terre
d’origine
e
fra
essi
la
popolarità
di
Mussolini
raggiunse
il
culmine
durante
la
guerra
d’Etiopia.
Inoltre:
|
la
maggior
parte
degli
uomini
d’affari
americani
si
mostrò
in
un
primo
momento
favorevole
al
fascismo;
| |
|
i
cattolici
avevano
una
opinione
discorde:
la
maggior
parte
di
essi
considerava
con
favore
il
concordato
del
1929
ma
verso
la
metà
del
decennio
almeno
alcuni
scrittori
espressero
la
loro
preoccupazione
sulla
incompatibilità
delle
dottrine
fasciste
con
quelle
della
Chiesa;
| |
|
gli
intellettuali
conservatori
videro
il
fascismo
come
una
risposta
costruttiva
al
capitalismo,
quelli
moderati
si
opposero
ad
esso
ritenendolo
una
minaccia
alla
democrazia
liberale;
| |
|
i
sindacati
si
opposero
al
fascismo
vedendo
in
esso
la
risposta
del
capitalismo
all’affermarsi
della
classe
lavoratrice;
| |
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i
marxisti
interpretavano
il
fascismo
come
la
fine
violenta
di
un
sistema
capitalistico
decadente.
|
Gli
sviluppi
conseguenti
all’invasione
dell’Etiopia
da
parte
di
Mussolini
nel
1935,
l’intervento
nella
guerra
civile
spagnola,
l’alleanza
con
Hitler
e
l’introduzione
della
lotta
razziale
con
gli
ebrei
fecero
sì
che
gli
osservatori
americani
divenissero
critici
del
fascismo
italiano.
L'opinione
inglese
L’ascesa al potere di Mussolini negli anni Venti aveva rappresentato per buona parte dell’opinione pubblica britannica un segnale positivo in vista di un rinnovamento del sistema politico italiano. Mussolini fu inizialmente considerato come il leader capace di eliminare il giolittismo e la corruzione nonché di portare disciplina in quello che, agli occhi di molti inglesi, era un popolo di analfabeti. Certo, vi fu anche chi espresse preoccupazione per i metodi antidemocratici e repressivi dei fascisti, soprattutto in seguito al delitto Matteotti, ma la risposta della stampa e degli ambienti conservatori fu che ciò che accadeva in Italia non doveva essere giudicato secondo i canoni della politica britannica. La tendenza era, infatti, quella di approvare il governo di "uomini forti" in quei paesi stranieri ritenuti incapaci di raggiungere un livello di democrazia simile a quello del Regno Unito. Mussolini si era, inoltre, guadagnato la stima dei conservatori britannici per la gestione della politica estera e per il presunto ripristino dell’ordine nel paese, dopo la tormentata stagione postbellica, e dopo aver sventato una possibile deriva rivoluzionaria, di tipo bolscevico.. George Shaw sulle pagine del Manchester Guardian prima e di The Nation poi difese i metodi di Mussolini: secondo il commediografo irlandese il leader fascista aveva salvato l’Italia dall’anarchia del periodo postbellico e ne aveva risanata l’economia.
Queste tesi furono ampiamente sfruttate dalla propaganda fascista all’estero: essa influì notevolmente sull’opinione degli ambienti politici e dell’opinione pubblica britannica. Infatti i fasci italiani nel Regno Unito furono sempre piuttosto attivi, specialmente a Londra, operando principalmente per l’aggregazione degli emigrati italiani e per la diffusione di un’immagine vincente dell’Italia fascista.
L’ascesa al potere di Hitler e del nazismo in Germania diffuse negli ambienti politici britannici il timore di un’alleanza tra i regimi fascisti. Nei quotidiani britannici dal 1933 si coglie la tendenza ad attribuire la stessa valenza di significato ai termini "nazista" e "fascista" e, a non distinguere i due uomini a capo. Essi avvertirono, però, che il pericolo maggiore era rappresentato dalla Germania, e ritennero necessario stabilire delle buone relazioni con l’Italia, per poi intraprendere, con il sostegno del duce, il più difficile dialogo con il Fuhrer.
Mussolini avrebbe potuto influenzare Hitler e svolgere un ruolo di mediatore internazionale per favorire la nascita di un patto tra le quattro potenze europee. Anche se alcuni pubblicisti britannici dell’epoca scrissero:
“Germany
is
the
predominant
partner
in
the
Axis.
Italy
is
the
noisy
but
rather
anxious
second:
shouting
and
strutting
to
convince
the
world
that
she
is
just
as
important
as
her
fellow,
but
by
no
means
succeeding
in
convincing
herself”
Dalla metà degli anni Trenta in poi, la guerra d’Etiopia e l’intervento italiano in Spagna rischiarono di compromettere le relazioni anglo-italiane e diedero uno "scossone" alla popolarità del duce che non tralasciò mai le relazioni con la Gran Bretagna
Il consenso che il duce ancora raccoglieva, sebbene in misura minore rispetto al periodo 1935-’36 era certo anche il frutto dei successi tanto elogiati dalla propaganda ed attribuiti all’organizzazione dello Stato fascista.
Ma il ruolo che il duce voleva per sé e per l’Italia era quello di "arbiter of the destinies of both factions in quarrel", secondo l’inviato del Manchester Guardian. Gli altri articoli di quest’ultimo sembrano essere rivolti al duce stesso, con un invito implicito a non entrare in conflitto con le potenze occidentali:
“Mussolini, who has managed to reconcile his national omnipotence with the survival of the Savoy dynasty and of the See of Peter, would avoid any gross frontal assault to the national independence of the Great European countries. He has the sense to respect the British Empire as much as the Savoy dynasty, and the Third Reich as much as the Vatican.”.
Il duce aveva scelto un alleato per nulla interessato all’Italia come potenza e invece proiettato ad estendere il proprio dominio anche al Mediterraneo. Tuttavia, malgrado la maggioranza degli italiani diffidasse dell’alleato tedesco e non desiderasse un destino comune per le due nazioni, il duce sembrava ritenere che la Germania avrebbe limitato la propria espansione all’Europa centro-orientale.
“Mussolini seems still to stake his hopes on the Axis partner keeping a respectable distance and allowing him, in the sphere of Italy’s radiation, to shine alone as the creator of the new Romanism”
Il 1938 fu ricco di eventi che condizionarono la popolarità di Mussolini: da un lato con l’accordo raggiunto nell’aprile con la Gran Bretagna e la conferenza di Monaco di fine settembre guadagnò la stima italiana ed estera, dall’altro, però, la sua immagine declinò per i continui rinvii dell’entrata in vigore dell’accordo anglo-italiano, per il mancato ritiro dei "volontari" dalla Spagna e per la decisione di discriminare gli ebrei
Nel 1939, il tentativo di Mussolini di tenere testa al suo alleato ebbe come esito l’invasione dell’Albania e per il Daily Herald le ragioni di quell’iniziativa risultarono ben chiare:
“The
Duce’s
vanity
has
need
of
a
diplomatic
and
a
military
triumph”.
Pertanto
il
duce
non
sembrava
più
meritevole
della
fiducia
della
Gran
Bretagna.
Si notò anche il radicale cambiamento di Mussolini degli ultimi 4 anni:
“That Mussolini was keen, fit, alert. ... bright-eyed, hard-muscled, capable, one guessed, of any exertion. A man of energy and decisive will. The Mussolini of last January was, by comparison, flabby. He looked far more then four years older, the skin was not so clear, the jowl was sagging. ... the springy walk had become something of a waddle. ... It was the difference between a man in a hard training and a man gone rather soft”.
Un duce stanco ed invecchiato, dunque, e l’identificazione tra uomo e regime è sintomatica, anche esso è in declino.
Gran Bretagna e Italia già nel 1937, le due nazioni avevano siglato un accordo per il Mediterraneo, noto come Gentlemen’s Agreement, che, però, non trovò mai applicazione concreta, a causa di reciproci sospetti (l’Italia era convinta che la Gran Bretagna ostacolasse il suo sviluppo e la Gran Bretagna riteneva che l’Italia volesse estrometterla dal Mediterraneo e dal Medio Oriente), nell’agosto 1937 si verificarono alcuni attacchi ad imbarcazioni britanniche e francesi al largo della costa spagnola e Gran Bretagna e Francia presentarono le loro accuse all’Italia, che, però, negò ogni responsabilità; il 6 novembre l’Italia aderì al Patto Antikomintern con Germania e Giappone e il 23 dicembre, si ritiro dalla Società delle Nazioni. Il distacco con la Gran Bretagna crebbe e si rimandò l’avvio delle conversazioni ai primi mesi del 1938.
Intanto il Times notò che nel corso del mese di febbraio la stampa italiana aveva mitigato i toni della propaganda antiebraica e le relazioni anglo-italiane sembravano avviate ad un miglioramento, in buona parte dovuto - secondo il corrispondente romano alla parziale frattura tra Roma e Berlino seguita all’annuncio della nazificazione dell’Austria. il Times escludeva la possibilità che Mussolini, pur mostrandosi disponibile al colloquio con la Gran Bretagna, avrebbe compromesso i propri rapporti con Hitler per difendere l’indipendenza austriaca:.
Dalla metà di marzo i rappresentanti dei due governi si incontrarono con regolarità: l’Inghilterra premeva per la soluzione del problema spagnolo, chiedendo che l’Italia si impegnasse a ritirare i propri contingenti in quell’area; l’Italia pretendeva indicazioni precise sull’intenzione britannica di operare il riconoscimento dell’impero.
Nei primi giorni di aprile il Times riportò un discorso del Primo Ministro inglese,
“ During recent weeks we have been engaging in conversations /.../ with Italian Government with the result that a whole cloud of suspicion and misunderstanding has been blown away. There is today a good prospect of restoring those friendly relations which, until they where recently broken, had lasted so long that they had become almost traditional between our two countries”.
Il Patto di Pasqua - così chiamato perché ricorrevano in quei giorni le festività pasquali - fu siglato il 16 aprile a Roma e la sua entrata in vigore era subordinata alla soluzione della questione spagnola e al riconoscimento giuridico della conquista dell’Etiopia,
Il 22 aprile anche il Ministro degli Esteri francese Blondel aveva presentato un memorandum contenente le richieste della Francia per un accordo con l’Italia e anche se alcuni punti erano da discutere il Ministro degli Esteri Ciano tuttavia non escluse la possibilità di accettare. Solo qualche settimana più tardi, però, il discorso che Mussolini pronunciò a Genova il 14 maggio non lasciò dubbi sull’atteggiamento che l’Italia avrebbe adottato nei confronti della Francia, e da più parti si ritenne che la visita di Hitler in Italia conclusasi solo pochi giorni prima avesse influito sulla posizione del duce. Esso suscitò il risentimento di Francia e Gran Bretagna. Tra il giugno e l’agosto del 1938 crebbero le tensioni e, ancora una volta, l’entrata in vigore dell’accordo fu rimandata.
Il patto entrò in vigore il 16 novembre.