La riforma della scuola

Gentile concentra nelle mani dei presidi e dei direttori scolastici la direzione delle scuole medie ed elementari, creando qualche contraddizione con la riconosciuta autonomia didattica dei docenti. I rettori delle università sono di nomina regia e i presidi delle facoltà vengono nominati direttamente dal ministro.

Quanto all’accesso agli studi secondari ed universitari, vige un criterio di selezione rigidamente classista, fondato sul rispetto delle gerarchie sociali. Dopo una scuola elementare eguale per tutti, quattro sono i percorsi rigidi che separano i destini dei ragazzi. Per la grande massa popolare sono previsti tre anni di scuola complementare dopo di che si è condannati al lavoro manuale; agli impieghi minori delle industrie e del commercio, ambiti dalla borghesia, si accede dopo quattro anni di scuola tecnica, ai quali segue, per chi voglia proseguire gli studi, l’istituto tecnico; per la formazione dei maestri è previsto un istituto magistrale, cui si accede dopo quattro anni preparatori; infine il ginnasio e  il liceo classico, ai quali si affianca, in posizione subordinata, un liceo scientifico, che avviano agli studi superiori, in base ad una rigorosa selezione meritocratica, le elite dei giovani destinati a formare la classe dirigente del paese, in fine, un severo esame di Stato, che consente di eguagliare, secondo le aspettative della Chiesa cattolica, le scuole private alle scuole pubbliche, conclude gli studi secondari.  Gentile sottovaluta l’importanza degli studi tecnici e scientifici, e fa dell’umanesimo filosofico-letterario, secondo i dettami della sua filosofia, il terreno della più alta formazione dell’uomo. La filosofia, insegnata secondo una prospettiva storicistica rappresenta il coronamento di quella formazione, tanto che l’insegnamento della religione cattolica, esteso dalla scuola elementare alla scuola media, viene escluso dal liceo dove esso è assorbito appunto dall’insegnamento della filosofia. Avversata da molti oppositori di parte laica, democratica  e socialista e in qualche caso, anche all’interno del partito fascista, la riforma gentiliana sarebbe stata sostenuta da Mussolini che l’avrebbe definita come la più fascista delle riforme.

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