L’idealismo attualistico

di G. Gentile

La filosofia di G. Gentile si presentò come una “riforma” dell’idealismo hegeliano; nel portare a termine questo progetto, Gentile si ispirò al pensiero di un altro studioso di Hegel, Bertrando Spaventa, il quale già in pieno ottocento aveva espresso la necessità di reinterpretare Hegel in chiave “soggettivistica”: Hegel cioè aveva creato una metafisica “oggettiva” di pensiero e natura (la realtà complessiva come sintesi di queste due dimensioni), confondendo tra il pensiero come atto pensante ed il pensiero come “oggetto pensato”. Gentile sviluppò e portò all’estremo l’impostazione “soggettivistica” di Spaventa. Il sistema di Hegel, con la sua complessa dialettica dell’idea, della natura e dello spirito, costituiva una sorta di metafisica del “pensato”, ossia degli “oggetti” creati dal pensiero stesso: il “pensato”, nel linguaggio gentiliano, significava appunto la molteplicità di concetti, la trama dei pensieri in cui si oggettivava e si esprimeva l’attività pensante del soggetto; Hegel aveva commesso l’errore di identificare quest’ultima proprio con i suoi “oggetti pensati” (i vari momenti della dialettica dell’idea, della natura e dello spirito). Per Gentile invece bisognava distinguere nettamente tra il pensiero come “attività pensante”, come causa infinita, ed il pensiero come “oggetto pensato”, quindi come effetto. Il sistema hegeliano si era completamente sbilanciato verso questo “pensiero pensato”, oggettivato, annullando l’originalità e la “superiorità” del puro atto pensante, subordinando la causa (l’infinito atto pensante) all’effetto (i concetti pensati). Il pensiero pensante, inteso come infinito atto pensante, era dunque per Gentile il principio originario di qualsiasi realtà logica, naturale e storica, giacchè ogni aspetto di essa risultava essere solo l’effetto di questa infinita attività: i concetti e le idee, le determinazioni della natura estesa, le vicende della storia non avrebbero alcuna realtà ed alcun fondamento se non si presupponesse questa causa pensante sempre in atto. La natura ad esempio si presentava come un “contenuto pensato”, ossia come un pensiero che riteneva vera una realtà considerata come esistente per sé, autosufficiente, autonoma ed indipendente dall’atto pensante che l’aveva concepita: ma per Gentile nulla aveva senso e realtà all’infuori dell’infinita attività pensante, che era infinita creazione autocosciente di sé e quindi del mondo stesso. Date queste premesse, Gentile ritenne che il complesso sistema dialettico costruito da Hegel non avesse alcuna ragion d’essere poiché esso era nato proprio dalla errata riduzione dell’attività pensante infinita alla trama dei pensieri e dei concetti “pensati”: quindi risultava del tutto inutile e fuorviante immaginare una lunga serie di sequenze dialettiche (tesi, antitesi e sintesi), aventi valore logico ed ontologico, applicate all’idea in sé, alla natura, allo spirito soggettivo ed oggettivo. Tali momenti per Gentile costituivano solo movimenti interni all’attività pensante ed effetti di essa ma non coglievano affatto l’essenza del pensiero sempre in atto, la sua forma pura e trascendentale (nel senso di universale), che non coincideva immediatamente con essi: il pensiero creava dunque se stesso (autoctisi, autocreazione) producendo un “oggetto”, il “pensato”, che ne costituiva un prodotto necessario ma che non coincideva con l’atto pensante che l’aveva generato. Hegel quindi aveva costruito una dialettica del pensiero pensato ed oggettivato ma non una dialettica del pensiero pensante. Rispetto all’atto infinito del pensiero non si poteva pertanto applicare il sistema dialettico hegeliano: non aveva più senso parlare di una dialettica dell’idea, della natura e dello spirito soggettivo ed oggettivo. L’unica dialettica possibile era quella dello spirito assoluto, cioè del pensiero pienamente consapevole di sé, consapevole di essere una totalità assoluta in cui si sintetizzavano ed unificavano tutte le determinazioni logiche ed ontologiche della realtà.

Arte, religione e filosofia

Gli unici momenti della dialettica interna del pensiero pensante furono identificati da Gentile nelle tre posizioni che Hegel aveva riconosciuto nello spirito assoluto, ossia l’arte come tesi, la religione come antitesi e la filosofia come sintesi. Tesi ed antitesi costituivano due momenti astratti, la sintesi era invece il momento della concretezza, quindi della verità e della realtà effettiva. In questo schema neoidealistico la scienza venne considerata come un’esperienza conoscitiva “inferiore”: essa si poneva come conoscenza astratta-dogmatica e naturalistica. Astratta e dogmatica perché la scienza concepiva la natura come una realtà indipendente dal pensiero, anzi anteriore ad esso ed in grado di limitarlo e condizionarlo; naturalistica perché la natura così intesa si presentava come negazione della libertà dello spirito, quindi come meccanicismo deterministico. L’arte costituiva il momento della “soggettività” dello spirito, la religione quello della “oggettività”, la filosofia quello del sapere assoluto: erano evidenti le analogie con teoria hegeliana. Nell’arte l’io trascendentale ed infinito si manifestava nella soggettività del “sentimento”; ciò significava che nel momento estetico lo spirito si staccava dalla realtà sensibile esterna, con i suoi rapporti necessari, per affermarsi come libertà creativa, quindi come emozione, sogno, liricità, sentimento, fantasia ecc. Nel concepire l’arte come sentimento quasi “ineffabile” ed inesprimibile dell’io pensante, Gentile si collegava certamente a una certa visione del romanticismo: tuttavia questo sentimento, nel suo divenire consapevole di sé, implicava una contaminazione ed un legame con elementi di “razionalità”. Il rapporto tra arte e razionalità pensante risultava complesso: da un lato l’arte esisteva in quanto non era pensiero razionale, dall’altro però essa tendeva a trasformarsi in esso; ma l’arte divenuta pensiero negava se stessa. Quindi l’arte poteva essere vissuta ma non pensata: se la si pensava essa moriva. La religione, come antitesi dello spirito assoluto, costituiva il passaggio all’oggettività: essa era data dall’ammissione di una realtà spirituale assoluta considerata come indipendente dal pensiero che la pensava. In questo modo la religione annullava la soggettività del pensiero nell’oggettività della realtà divina, il soggetto pensante, l’attività pensante derivava da Dio stesso: la religione per questo si presentava come etero-ctisi, cioè creazione da parte di un principio esterno, il contrario del processo di autoctisi, ossia di creazione e rivelazione di sé del pensiero stesso. Con la filosofia finalmente il pensiero infinito diventava assoluto, in quanto comprendeva consapevolmente di essere autosufficiente ed immanente a se stesso e alla realtà che da esso derivava: il pensiero filosofico realizzava quindi la sintesi di arte e religione e, come sintesi, le conteneva e le superava. Solo la superiore razionalità filosofica era in grado di svelare che l’assoluto altro non era che il progressivo ed infinito “farsi del pensiero pensante” e che tutta la realtà era l’effetto di tale processo. Da questo punto di vista, come aveva già ritenuto Hegel, i tanti sistemi filosofici della storia avevano rappresentato la massima consapevolezza di sé raggiunta dallo spirito nelle diverse epoche e pertanto la filosofia coincideva con la sua storia poiché le filosofie del passato confluivano nella filosofia del presente.

 

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