L’educazione della gioventù
Dalla
stessa
natura
dello
stato
totalitario
fascista
doveva
sorgere
l’esigenza
di
inquadrare
la
gioventù
italiana
in
rigide
organizzazioni
di
regime
e
di
plasmarla
secondo
i
principi
dell’educazione
fascista,
le
cui
iniziative
che
si
vanno
dispiegando
fin
dai
primi
anni
della
instaurazione
della
dittatura,
alla
creazione
dell’Opera
Nazionale
Balilla
alla
progressiva
fascistizzazione
della
scuola
e
delle
università.
L’Opera
Nazionale
Balilla
viene
istituita
nel
1926
come
un’organizzazione
para-militare
finalizzata
a
infondere
nei
giovani
il
sentimento
della
disciplina
e
dell’educazione
militare,
a
“fare
in
sostanza,
di
ogni
giovane
un
vero
e
proprio
strumento
bellico
al
servizio
di
una
patria
identificata
col
fascismo
ed
il
suo
capo.
Il
giuramento
con
cui
a
sette
anni
tutti
i
bambini
entravano
a
far
parte
dell’
O.N.B.
così
recitava:
“Nel
nome
di
Dio
e
dell’Italia,
giuro
di
eseguire
gli
ordini
del
Duce
e
di
servire
con
tutte
le
mie
forze
e
se
necessario
con
il
mio
sangue
la
causa
della
rivoluzione
fascista”.
La
denominazione
dell’organizzazione
faceva
riferimento
al
leggendario
ragazzo
genovese,
il Balilla,
che
nel
1746,
lanciando
un
sasso
contro
alcuni
soldati
austriaci
avrebbe
dato
avvio
all’insurrezione
di
Genova
contro
l’Austria.
Il
fascismo
nel
quadro
dell’interpretazione
di
se
stesso,
come
prosecuzione
del
Risorgimento,
riesumò
il
nome
del
Balilla
che
durante
le
lotte
risorgimentali
aveva
avuto
grande
fortuna
grazie
all’inno
“Fratelli
d’Italia”
del
mazziniano
Goffredo
Mameli,
un
cui
verso
canta:
“i
figli
d’Italia
si
chiaman
balilla”.
Per
tutti
i
ragazzi
che
frequentavano
la
scuola
pubblica
l’iscrizione
all’
O.N.B.
era
obbligatorio
e
comportava
il
pagamento
di
una
quota
annuale
da
pagarsi
insieme
con
le
tasse
scolastiche.
I
ragazzi
dagli
8
anni
ai
14
prendevano
il
nome
di Balilla,
dai
15
ai
18
divenivano
avanguardisti,
dopo
di
che
entravano
come
giovani
fascisti,
nei
fasci
giovanili
di
combattimento,
per
essere
infine
accolti,
a
21
anni,
nel
Partito.
Analogamente
le
ragazze
venivano
inquadrate,
ai
corrispondenti
livelli
di
età,
tra
le
piccole
italiane,
le
giovani
italiane,
le
giovani
fasciste.
Nel
1934
si
giunse
addirittura
all’irreggimentazione
dell’infanzia,
con
l’istituzione
del
reparto
dei
figli
della
lupa,
per
i
ragazzini
e
le
bambine
dai
6
agli
8
anni.
Nel
1937
l’O.N.B.
che
fino
allora
era
dipesa
dal
ministero
dell’educazione
nazionale
confluisce
nella
gioventù
italiana
del
littorio,
“G.I.L.”,
e
viene
messa
alle
dirette
dipendenze
del
partito.
Si
accentua
il
carattere
militaresco
dell’organizzazione,
con
l’istituzione
di
nuovi
reparti
come
quello
degli
avanguardisti
moschettieri
compresi
tra
i
15
e i
17
anni,
che
vengono
dotati
di
veri
moschetti.
Dopo
l’istituzione
nel
1935
del
sabato
fascista,
che
prevedeva
per
adulti
e
ragazzi
la
partecipazione
obbligatoria
nel
pomeriggio
alle
diverse
iniziative
predisposte
dal
regime,
i
ragazzi
dovevano
recarsi
all’adunata
presso
il
loro
gruppo
rionale,
dove
venivano
inquadrati,
e,
sotto
il
comando
di
istruttori
della
milizia
fascista,
venivano
sottoposti
all’istruzione
pre-militare
e
all’indottrinamento
politico.
Era
inevitabile
che
sorgessero
conflitti
con
la
chiesa,
preoccupata
di
vedersi
sfuggire
di
mano
il
controllo
dell’educazione
spirituale
ed
anche
fisico-sportiva
della
gioventù.
Le
organizzazioni
scoutistiche
cattoliche
furono
considerate
dal
regime
incompatibile
con
l’O.N.B
e
la
G.I.L.
che
erano
solite
organizzare
saggi
ginnici,
gare
sportive,
campeggi
estivi,
e
diverse
di
esse
vennero
sciolte.
Venne
minacciata
anche
l’esistenza
delle
associazioni
che
facevano
capo
all’azione
cattolica
e
solo
con
la
conciliazione
tra
stato
e
chiesa
del
1929
e
l’accordo
intervenuto
successivamente,
con
cui
l’attività
dell’azione
cattolica
veniva
rigorosamente
limitate
al
campo
religioso,
fu
assicurata
una
pur
difficile
convivenza
tra
organizzazioni
fasciste
e
cattoliche.
Anche
la
scuola
pubblica
venne
sottoposta
ad
un’opera
di
radicale
manipolazione
autoritaria.
Essa
assunse,
dopo
la
conciliazione
del
’29
uno
spiccato
carattere
clerico-fascista:
al
posto
della
preminenza
dell’insegnamento
filosofico
e
della
funzione
etico,
religiosa
autonoma,
dello
stato,
subentrò
il
predominio
dell’insegnamento
religioso
gestito
direttamente
dalla
gerarchia
ecclesiastica,
e
l’asse
intorno
al
quale
venne
a
ruotare
la
formazione
educativa
dei
ragazzi
fu
costituito
dal
tradizionale
trinomio
tipico
della
destra
clericale,
Dio,
Patria
e
Famiglia
che
venne
riproposto
integrato
con
al
retorica
dell’esaltazione
del
duce.
Nel
1930,
venne
imposto
nella
scuola
elementare
il
libro
di
testo
unico
curato
da
una
commissione
nazionale,
composta
di
gerarchi,
prelati
e
pedagogisti,
e
stampato
in
milioni
di
copie
dal
poligrafico
dello
stato.
Si
trattava
di
testi
in
cui
patria,
religione,
spirito
guerresco,
mitizzazione
del
capo,
educazione,
all’obbedienza
e
all’accettazione
passiva
delle
gerarchie
sociali,
politiche
e
religiose
si
mescolavano
insieme
a
costituire
una
miscela
pedagogica
non
si
sa
se
più
pericolosa
o
più
ridicola,
come
esempio
ecco
alcune
righe
tratte
dal
libro
di
lettura
obbligatorio
nel
1936
per
i
ragazzi
di
terza
elementare:
“sono
gli
occhi
del
duce
che
vi
scrutano.
Che
cosa
sia
quello
sguardo
nessuno
sa
dire.
E’
un’aquila
che
apre
le
ali
e
sale
nello
spazio,
è
una
fiamma
che
entra
nel
vostro
cuore
per
accenderlo
di
fuoco
vermiglio..”
E
ancora:
“un
fanciullo
che
,
pur
non
rifiutando
di
obbedire
chiede:
perché?
E’
come
una
baionetta
di
latta…Obbedite,
perché
dovete
obbedire.
Chi
cerca
i
motivi
dell’obbedienza
li
troverà
in
queste
parole
di
Mussolini…Siamo
irrigiditi
sull’attenti
per
omaggio
di
gratitudine
e
obbedienza
a
colui
che
preparò,
condusse,
vinse
la
più
grande
guerra
coloniale
che
la
storia
ricordi...Una
fede
ha
creato
l’impero,
questa:
Mussolini
ha
sempre
ragione”.
Fin
dal
1925
un
decreto
legge
aveva
disposto
che
funzionari
statali,
compresi
gli
insegnanti,
potessero
essere
esclusi
dall’impiego
qualora
non
avessero
dato
piena
garanzia
di
un
fedele
adempimento
dei
loro
doveri
o
si
ponessero
in
posizioni
di
incompatibilità
con
le
generali
direttive
del
governo.
Nel
1933
venne
precluso
l’accesso
all’insegnamento
a
chi
non
fosse
iscritto
al
partito
e
poi
diventò
d’obbligo
la
divisa
fascista
di
sabato
e
nelle
ricorrenze
fasciste.
Nel 1931 un decreto legge proposto da Gentile proponeva per essi l’obbligo del giuramento fascista. Soltanto 13 professori su circa 1200 si rifiutarono di giurare e dovettero lasciare la cattedra.