Il fascismo e D’Annunzio
Il
sussidiario,
soprattutto
nelle
sezioni
di
religione
e
grammatica,
contiene
numerosi
esempi
di
brani
di
autori
italiani,
scelti
con
attenzione
e
giustificabili
sotto
un
profilo
propagandistico:
niente
infatti
si
può
dire
casuale
all’interno
del
libro,
sia
per
quanto
riguarda
le
immagini,
sia
per
il
lessico
e
l’impostazione.
Un autore di cui è riportato un intero brano, “Il seminatore”, è Gabriele D’Annunzio.
Certo
non
deve
stupire
la
sua
presenza
se
si
considera
il
ruolo
che
egli
aveva
avuto
nella
propaganda
fascista.
Il
primo
impegno
politico
di
D’Annunzio,
è
del
1897,
anno
in
cui
viene
eletto
deputato
per
il
collegio
di
Ortona
con
il
sostegno
della
Destra.
Il
24
marzo
1900,
in
una
delle
sue
frequenti
presenze
alle
sedute
parlamentari,
D’Annunzio
lascia
clamorosamente
la
maggioranza
e
si
unisce
alla
sinistra
che
attua
l’ostruzionismo
contro
le
leggi
reazionarie
del
governo.
Si
ripresenta
poi
alle
nuove
elezioni
come
candidato
della
Sinistra
nel
collegio
di
Firenze,
ma
non
viene
eletto.
Dopo
un
periodo
di
assenza
dal
mondo
politico,
con
la
prima
guerra
mondiale,
l’estetismo
e
il
superomismo
di
D’Annunzio
si
convertono
in
oratoria
nazionalistica
per
uno
sfruttamento
politico
e
militare
delle
masse.
Nel
maggio
del
1915,
in
Italia,
proclama
il
suo
interventismo
e
dopo
l’entrata
in
guerra
del
24
maggio,
si
arruola
come
tenente
dei
Lanceri
di
Novara.
Durante
un’azione
bellica
viene
anche
ferito
all’occhio
destro.
Alla
fine
della
guerra
in
Italia
emergevano
istanze
nazionalistiche
e
reazionarie,
con
aspirazioni
verso
un
cambiamento
radicale
della
situazione
politica.
D’Annunzio,
avvalendosi
del
prestigio
conquistato
in
guerra
divenne
protagonista
politico
dei
primi
anni
del
dopoguerra.
Condusse
infatti
una
violenta
battaglia
per
l’annessione
all’Italia
dell’Istria
e
della
Dalmazia
e
guidò
l’impresa
di
Fiume
alla
testa
di
bande
armate
di
legionari
che
occuparono
la
città
il
12
settembre
1919,
instaurandovi
una
repubblica
da
lui
presieduta,
la
“Reggenza
italiana
del
Carnaro”.
Essa
fu
fatta
cadere
dal
governo
Giolitti
il
21
dicembre
1920
(il
“Natale
di
sangue”).
Ma
la
logica
nazionalistica
e
imperialista
dell’impresa
avvicinano
D’Annunzio
al
nuovo
partito
fascista.
Mussolini
coglie,
infatti,
l’impresa
fiumana
come
ulteriore
“occasione
politica”
per
la
propria
affermazione.
Egli
esprime
in
più
occasioni
il
proprio
consenso
a
Gabriele
D’Annunzio
interpretandone
le
gesta
secondo
gli
stereotipi
nazionalisti
della
necessità
di
riparare
al
torto
italiano
subito
a
Versailles,
che
faceva
di
Fiume
il
simbolo
della
“Vittoria
Mutilata”.
Notevoli
sono
le
differenze
caratteriali,
ideologiche
e
politiche
tra
D’Annunzio
e
Mussolini
e
diversa
fu
la
valutazione
e
l’interpretazione
che
diedero
del
fiumanesimo.
Mussolini,
riconosce
l’intuito
del
poeta
ma
ne
sottovaluta
le
capacità
politiche
e
intuisce
la
debolezza
di
un
atto
che,
per
quanto
eroico,
non
aveva
potenzialità
eversive
tali
da
renderlo
un
pericolo
per
il
governo.
Nei
suoi
articoli,
Mussolini
appoggia
D’Annunzio,
ma
nei
fatti
non
gli
offre
mai
il
proprio
concreto
e
aperto
sostegno.
Al
contrario,
all’indomani
del
Natale
di
sangue
del
1921,
il
Comitato
Centrale
dei
Fasci
approva
all’unanimità,
meno
un
solo
voto,
un
ordine
del
giorno
di
protesta
contro
Giolitti
e
di
solidarietà
con
D’Annunzio:
quel
solo
voto
contrario
era
di
Mussolini.
Nei
momenti
che
poratano
il
fascismo
al
potere
D’Annunzio
si
trovò
preso
tra
propositi
diversi:
aspira
a
un
nuovo
protagonismo
personale,
ma
nutre
riserve
verso
alcuni
aspetti
del
programma
fascista
e
diffidenze
verso
il
personaggio
del
duce.
Il
poeta
è
convinto,
infatti,
che
il
fascismo
avrebbe
avuto
un
ruolo
di
scarsa
rilevanza
nella
politica
italiana
e
che,
ben
presto,
egli
si
sarebbe
sostituito
a
Mussolini
nel
ruolo
di
guida
di
un
movimento
rivoluzionario.
D’Annunzio,
tuttavia,
continua
a
cercarne
l’appoggio
per
reperire
fondi
per
la
causa
fiumana
incontrando
anche
il
duce
tra
il 25
e
il
27
Maggio
del
’25.
In
seguito
D’Annunzio,
ritiratosi
dalla
vita
politica
dopo
la
sconfitta
subita,
ammonisce
più
volte
i
suoi
legionari
a
non
far
parte
delle
squadre
fasciste,
a
mantenere
la
propria
indipendenza
o
passare
addirittura
all’opposizione.
L’opposizione
a
Mussolini
fu
netta,
ma
non
esplicita;
il
momento
non
gli
permetteva
di
entrare
in
aperta
polemica
con
il
duce,
ma
tuttavia
egli
era
libero
di
rifiutare
offerte
politiche
quali,
ad
esempio,
la
candidatura
a
Zara,
che
da
questo
gli
provenivano.
E’
tagliato
allora
fuori
dal
corso
degli
eventi
politici
e
preferisce
ritirarsi
nella
villa
di
Cargnacco,
sul
lago
di
Garda.
Continua
comunque
ad
essere
esaltato
dal
regime
fascista
come
artista
supremo
e
nel
1924
viene
nominato
principe
di
Montevenoso.
Il
regime
gli
concede
anche
un
finanziamento
per
trasformare
la
villa
in
un
vero
e
proprio
museo:
questa
fu
lasciata
in
eredità
allo
Stato
e
trasformata
nel
“Vittoriano
degli
Italiani”
alla
morte
del
poeta
il
I°
marzo
1938,
osannato
da
celebrazioni
ufficiali.

Un
altro
poeta
celebrato
è
Manzoni,
all’interno
della
sezione
religiosa.
Chi
meglio
di
lui
rappresenta
la
devozione
verso
la
Chiesa?
Nella
“Pentecoste”,
uno
degli
“Inni
sacri”
scritto
nel
1822,
abbiamo
un
Dio
pieno
di
amore
che
illumina
il
mondo
liberando
gli
uomini:
la
Provvidenza
si
presenta
come
una
delle
forze
fondamentali
che
agiscono
nella
storia
determinandone
il
corso;
l’uomo,
che
ha
ricevuto
il
dono
dello
Spirito,
trova
una
giuda
sicura
nella
Chiesa,
che
questo
Spirito
incarna.
|
Questi sono i primi dieci versi della poesia: il poeta si rivolge direttamente alla Chiesa, “Madre de’ Santi”, perché generatrice di santità, e la celebra attraverso i verbi soffici, combatti, preghi. Essa non solo combatte ma “spiega le tende” e dominerà nel mondo. |

Ecco un altro esempio del sussidiario: A Sera, di Fogazzaro.
Egli fu un intellettuale appartenente nel 1869 alla scapigliatura lombarda, impegnato a conciliare tradizione cattolica e mondo moderno, Chiesa e nuova realtà dello Stato unitario. Appartenne infatti al “modernismo”, e fu a favore di un moderato rinnovamento della chiesa. In lui, la religiosità è vissuta come tormento, tra dovere e passione; l’amore è turbamento mistico che si esalta nella rinuncia e nel sacrificio. La fama di Fogazzaro, almeno inizialmente, fu superiore a quella di D’Annunzio.