“Cose da non dirsi”

La direzione centralizzata della stampa operava anche sulle scelte lessicali, lavorando ad un vocabolario di regime.

Ecco solo alcuni esempi di una serie di “cose da non dirsi”:

    Notizie che non vanno mai riprese:scioperi nel campo nemico. Tali notizie non devono apparire;

       Non occuparsi in alcun modo delle code davanti ai negozi:

       Non riprendere dalla “Gazzetta Ufficiale” i dati pubblici sul bilancio di previsione della guerra;

       Astenersi da articoli che sollevino questioni circa il valore presente e futuro della lira.

Ecco invece una cosa da farsi:

I giornali riproducano ogni giorno una frase o brani di discorsi del Duce (Grande, vivido discorso, o altra aggettivazione del genere)”.

L’elenco dei divieti è di certo più numeroso di quello delle indicazioni in positivo. I tabù sono tanti e spesso curiosi: i compleanni del duce, le difficoltà di Cristoforo Colombo nell’amica nazione spagnola, la preoccupante nazionalità di Copernico o di Costanza Garibaldi (di origini inglesi), un manifesto di martinetti, una malriuscita sfilata di donne fasciste, il cuore del duce, le radio clandestine, la crisi economica di Trieste, la Russia del 1939, certi brani di discorsi pontifici, gli incidenti aviatori, gli operati degli arbitri nelle partite di calcio, il Diario di Cavour, il libro di una maestra sullo Scolaro Mussolini, Moravia, L. Russo, Charlie Chaplin, le donne in costume da bagno, le donne magre, ecc.

Per quanto riguarda la creazione di una decorosa immagine del piano economico italiano bisognava tener presente che:

 E’ istituito presso il Ministero, Divisione della Stampa Italiana, un ufficio al quale bisogna sottoporre preventivamente tutti gli articoli economici, finanziari che contengono proposte, che riecheggiano provvedimenti presi da altri, che possono dare la sensazione al pubblico che provvedimenti simili possono essere adottati anche dall’Italia, e insomma tutti gli articoli e commenti che non siano illustrativi di provvedimenti già adottati in Italia. Tale disposizione è tassativa”.

Il ministero, inoltre, organizza campagne a seconda delle esigenze politiche del momento.

Un esempio è quella anti-inglese all’epoca delle sanzioni per l’Etiopia o questa dell’ 8 settembre 1939:

  Simpatia per la Germania. Molta misura e discrezione nei confronti della Francia. Tener sempre presente e far risalire la responsabilità della guerra all’Inghilterra”.

Un’altra campagna organizzata è quella legata alla decisione fascista di scendere in campo sulla questione razziale: prima quando la vittoriosa guerra in Etiopia pone la questione del confronto con i nuovi sudditi di colore e poi quando vengono promulgate le leggi antiebraiche. Nell’agosto 1938 è fatto obbligo alla stampa: “anziché parlare di ebraismo ed antiebraismo, usare l’espressione giudaismo ed antigiudaismo.

 

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