L’arte italiana tra le due

 guerre.

 

Con lo scoppio della guerra i vari gruppi delle avanguardie si disperdono. I contatti tra le nazioni si interrompono bruscamente, venendo a far cessare quella circolarità della cultura che permette agli uni di conoscere ciò che fanno gli altri in un rapido aggiornamento, in una rapida assimilazione ed elaborazione delle idee. I singoli artisti restano isolati. Molti di essi partono per la guerra, alcuni vi restano uccisi. Quando i superstiti possono ritrovarsi, ognuno di loro, per le esperienze compiute, è mutato, così come è mutata la situazione. Il cammino non può essere ripreso dove è stato interrotto. La guerra richiama alla realtà e distrugge le teorie estetiche delle avanguardie.

Con l’eccezione del surrealismo che continua a sostenere la preminenza del sogno inconscio sulla realtà, tutta l’Europa, tende a ricostruire se stessa sulla base della chiarezza razionale in opposizione agli intellettualismi dei gruppi delle avanguardie, incomprensibili ai più.

“Il ritorno all’ordine”, in Italia, è un fenomeno comune a tutta l’Europa.

A Roma la rivista “Valori plastici” fondata nel 1918 da Mario Broglio, esprimendo la concezione idealista della pittura metafisica, si proponeva di provincializzare l’arte italiana, portando a conoscenza dei lettori le novità raggiunte in campo internazionale e richiamando, al tempo stesso, allo studio dei pittori italiani del ‘300 e del ‘400, per trarne l’insegnamento dei valori “puri”, i valori volumetrici-spaziali, chiamati “valori plastici”.

La chiarezza nazionale, la solidità della fola, la precisione del disegno, la nettezza del colore sono elementi comuni a quasi tutti gli artisti.

 “Il ritorno all’ordine” come recupero della tradizione non è però pacifico.

Esisteva un equivoco di fondo nel riallacciarsi, in modo apparentemente uguale, al ‘300 e al ‘400, che sono invece due periodi storicamente ben diversi. La semplificazione delle forme del ‘300 ha un significato comunale  e medievale: tende a rendere evidente, in funzione della massa, il significato relativo della storia religiosa narrata. Nel ‘400 significa invece ridurre la realtà a volumi geometrici, chiari, elementari, e perciò immediatamente percepibili dalla ragione che dà ad essi il proprio ordine logico, attraverso la prospettiva.

C’è polemica tra chi intende “il ritorno all’ordine” come modo per creare uno stile nazionale unitario e chi invece lo intende come recupero delle tradizioni locali, contro tutti gli influssi stranieri.

Nell’ottobre del 1922 a Milano, si costituì un gruppo artistico denominato “Novecento” la cui ispiratrice e madrina fu Margherita Sarfatti, studiosa di arte contemporanea e collaboratrice del “Popolo d’Italia”, il giornale ufficiale del partito fascista.

Il “Novecento” pur non avendo un ideologia precisa come l’avevano avuta i molti movimenti artistici precedenti, pur non potendosi perciò configurare come una vera tendenza, né esprimendo in alcun modo temi fascisti, era certo gradito al partito perché appariva contraddistinto dal “ritorno all’ordine”.

 Le singole personalità dei molti artisti che hanno partecipato al “Novcento” sono talmente disparati e differenziati nei valori, che rendono impossibile dare un giudizio globale che li comprenda tutti. Ciò spiega perché il termine, nato nel 1922 a designare un gruppo di soli sete pittori e quindi storicamente riferibili solo ad esso fino al 1933-’34 abbia avuto invece un estinzione sempre maggiore indicando genericamente tutta la produzione artistica italiana tra il ’20 e il ’40.

Alcuni esempi sono:

 

q       Mario Sironi (Sassari, 1885 – Milano, 1961), è figura preminente nell’ambito del “Novecento italiano” formatosi nel 1926 come conseguenza del “Novecento” per la coincidenza con al sua tendenza verso un arte monumentale, alla quale perviene dopo avere aderito al futurismo e dopo una breve parentesi metafisica. Sironi crede nel fascismo che considera “stile di vita”, la vita stessa degli italiani, e crede che la pittura morale possa farsi strumento dell’educazione delle masse, comunicando loro valori attuali. Molto più efficacemente, Sirone raggiunge la compiutezza dell’opera d’arte, dimostrando la propria naturale validità pittorica, nei passaggi urbani desolate rappresentazioni di squallide periferie o in alcuni ritratti come l’architetto, una delle opere miglio

           ri della pittura italiana del secolo.

                            

Qui, veramente Sironi ha raggiunto una straordinaria sintesi stilistica, costruendo l’immagine con pochi piani (ci sono angolature spigolose del viso esaltate dal rapporto luce-ombra, e la calotta semplificata dei capelli) con il volumetrico inserirsi del busto obliquo e avanzate nello spazio.

 

           

           Mario Sironi, Paesaggio urbano; 1921; tempera su cartone. Milano, Collezione privata.

 q       Ottone Rosai (Firenze 1895-Ivrea 1957) è artista molto discusso: “piccolo maestro”, “pittore degli omini”, “maestro popolare”, paragonabile a un naif, per alcuni; “grande maestro”, discendente diretto dei pittori fiorentini del ‘300-‘400, per altri. Ma il contatto con essi è solo apparente: consiste nella semplificazione delle superfici, dei volumi, delle prospettive. Egli rappresenta soprattutto Firenze, la Firenze povera, dimessa, popolata di uomini oppressi e stanchi, espressa mediante un colore fumoso, sporco, triste. Nel clima trionfalistico dell’Italia fascista, fra le due guerre, Rosai va contro la corrente ufficiale: non esalta la grandezza, gli “immancabili destini di gloria della patria”, ma narra la vita fiorentina, entro vicoli bui e tortuosi, luoghi di incontro degli abitanti.

 

Ottone Rosai, “Via Toscanella”; 1922; olio su tela.

 Via Toscanella è stata rappresentata più volte dal pittore, che ha anche intitolato col nome di questa

  strada una sua raccolta di liriche.          

          

q       Corrado Adorno: formatosi nell’ambiente fiorentino dei post-macchiaioli, soprattutto accanto a Ludovico Tommasi, il pittore evolve il concerto di macchia in senso moderno, evitando sia il disfarsi dell’immagine, sia la copia veristica di essa, rendendone con sintesi e forza volumetrica. L’essenza più intima senza lasciarsi trascinare dalle mode delle correnti contemporanee. All’avvento del regime fascista, al quale fu sempre contrario, piuttosto che scendere e a compromessi con la propria coscienza, preferì rifiutare la propria partecipazione a mostre e ressegne, continuando a dipingere in solitudine.

          Corrado Adorno, La lettura, 1920; olio su tavola. Collezione privata.

 

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