Mattia Galdiolo ©  

domenica 9 marzo 2003

descrizione di:  BAGNI , AULA MAGNA, CORRIDOI, BIBLIOTECA, MENSA, AULA STUDIO, SEGRETERIA, PRESIDENZA, STUDIO DOCENTE.

Forma scelta: raccontino umoristico (ma mica tanto)


BAGNI

I bagni dei maschi al Liviano sono la rappresentazione double faces delle persone che circolano per le restanti parti del palazzo. È una stanza rettangolare di tre metri per cinque. Si entra da una porta sul lato lungo a destra e appena entrati sulla  destra si trovano: tre lavandini con specchiera, distributore di fazzolettini e pattumiere per gli stessi (sempre stracolme), dosatore per il sapone. Sul fondo della stanza si aprono tre porte di legno bianco, scadente, per tre gabinetti che sono di uno sporco da far ribrezzo (del resto c’è da aspettarselo). Sulle pareti si vedono le opinioni dei ragazzi (parlo solo dei maschi, il gabinetto delle ragazze è fuori dalla mia immaginazione): si va dalle amene frasi naziste di gente che mi stupisco sia alfabetizzata (e trionfano neologismi della prima ora), alle risposte dal vago sapore post resistenza degli appartenenti alla sinistra, le due anime del Liviano (palazzo di soave architettura fascista degno di una zona industriale di paese). Su tutte, come a fare da paciere svolazzano riferimenti agli omosessuali (sui quali c’è una pax aurea fra le due ali politiche, che concordano su una virile condanna a ruolo di ancelle della virilità dei suddetti) aggettivati in modo colorito e sulle pratiche innominabili sulle quali si gioca di fantasia (devo dire che loro si spingono molto più in la di quanto non facciano gli omosessuali veri). Come dessert ci sono appuntamenti piuttosto fantasiosi e numeri di telefono vari e non meno fantasiosi .

Le scritte, anche molto più articolate in modo ideologico di quanto non si possa qui riferire, sono a mio avviso quello che realmente passa per la testa di quei ragazzi pascolanti per l’atrio. Mi consola pensare che lo scriverle sulle porte e pareti dei cessi serva da sfogo creativo, un certo margine di perbenismo e le regole del politicamente corretto impediscono di proferirle in pubblico. Sarò fin troppo poetico ma credo che quei WC siano la prammatica realizzazione di costruzioni filosofiche. Costruzioni che normalmente gironzolano per quei crani, rasati o coi rasta che siano, e che altrimenti sarebbero destinate a non vedere mai la luce. Devo dire che hanno trovato il posto giusto. Tra gli olezzi del gabinetto ci stanno divinamente, come un Leonardo al Louvre.

 

AULA MAGNA

Di Aule Magne in senso proprio l’Università di Padova ne ha una molto pretenziosa al Bo. È una stanza ampia come si conviene a un posto del genere. Prima di accedervi si passa davanti alla cattedra di Galileo (se non mi sbaglio) che in poche parole è uno scranno posto sopra una scala di legno. Somiglia più alle sedie usate dagli arbitri di tennis per non prendersi le palle in faccia che non a una cattedra. Indubbiamente simbolo di cosa intende per cultura l’ateneo patavino.

Dicevo della stanza. È tappezzata di broccato rosso, il soffitto è affrescato con profusione di stucchi d’orati e riferimenti mitologici alla cultura. Di sicuro quelle ninfe e divinità mezze nude hanno viste diverse menti colte passare sotto le loro natiche. A forza di sentire conferenze mi domando come abbiano fatto a conservare la loro carnagione florida e lo sguardo vispo.

La stanza si presenta divisa come uno stadio, da una parte, vicino alla porta ci sono file di sedili per il pubblico con delle sedie dall’aria scomoda per gli invitati, di solito sono riservate. Davanti, se non ricordo male, ci dovrebbe essere un tavolo di legno con tre sedie. Il motivo del numero delle sedie non lo so ma immagino che mettendocene di più, data la natura rustica del tavolo, sembrerebbe un  emiciclo di amiconi in taverna e non il pulpito dei conferenzieri al Bo. Il tutto devo dire ha una sua solennità e qualità non disprezzabile, c’è un’ottima acustica.

 

 

CORRIDOI

I corridoi dell’università si distinguono molto l’uno dall’altro da palazzo a palazzo. Ci sono palazzi come il Liviano i cui corridoi essendo fatti di marmo bianco hanno lo stile e l’umanità del macello municipale. Altri, più vecchi e malandati sono costellati di bacheche e poltrone sfondate e sono arredate di studenti che attendono il loro docente per una registrazione o un colloquio. Alcuni ospitano librerie piene di libri. Mi domando cosa farà l’Università di Padova quando avrà riempito di libri anche i bagni. Probabilmente comprerà un altro palazzo da farcire. Ricordo un corridoio a giurisprudenza, al dipartimento di Diritto Comparato. Un luogo simpatico, pieno di graziosi studenti che graziosamente aspettavano, chi un libro, chi un docente, che entrambi. Si aprivano porte su biblioteche di libri dalle costole colorate (testi di giurisprudenza, immagino avvincenti come l’elenco del telefono) o su docenti nell’atto di ricevere studenti. Il mio docente del momento arrivava e non ho potuto deliziarmi oltre. Ricordo di aver adocchiato scatoloni pieni di carte burocratiche ammucchiati sul fondo del corridoio, sul quale si apriva (ora non può dati gli scatoloni) una porta di formica e degli scaffali che ospitavano riviste sul diritto comparato, in bella mostra su teche di vetro piene di polvere.

 

BIBLIOTECA

Le biblioteche sono stanze deliziose per chi ama i libri. Non parlo ovviamente delle biblioteche di paese che, per il bibliofilo, sono una tortura dei sensi. In particolare adoro la biblioteca di Palazzo Maldura. Il palazzo credo del ‘600 è splendidamente decadente, anche se il vero aggettivo sarebbe cadente e il magnificamente, a vederlo, sembra fuori luogo. La biblioteca è articolata in una decina di stanze, posizionate in modo tale da far fare un grazioso tour per gli scaffali se inavvertitamente ti dovesse servire un volume nell’ultima stanza. Tuttavia il tour non è sgradevole, la luce arriva soffusa, sia per effetto delle polveri tossiche che le danno una sfumatura suggestiva sia per la polvere della stanza che ronza nei fasci illuminati. I volumi non sono posti lungo le pareti ma per economizzare spazio in una serie di scaffali ad altezza uomo che riempiono tutte le stanze. Devo dire con una certa logica. Si lasciano libere le pareti ed è una gran cosa, gli affreschi sono godibili anche se un po’ manieristi. La sala con i fauni pompeiani, quella con piccole decorazioni floreali… cercare un libro nelle collocazioni un po’ articolate diventa anche una ludica passeggiata nell’arte.

Nota sulla decadenza: Palazzo Maldura viaggiando sui 400 o 500 anni è vetusto e come si è già potuto notare non immune da crolli marginali di stucchi e calcinacci. Mi domando come possano sostenere, gli interpiani di canna, il peso di qualche migliaio di volumi che spesso non stanno vicino ai muri portanti ma nel centro delle stanze.

Presto o tardi, in un turbinio di fauni e fiorellini, forse assisteremo al crollo della cultura umanistica.

 

MENSA

La mensa dove mi servo più di frequente è la Pio X che gli studenti chiamano PIOX (con gran divertimento del prof. di Storia Contemporanea che trovava divertente far assomigliare il nome di un papa a una marca di biciclette da montagna). La mensa è nei sotterranei e allusivamente di venerdì si mangia molto pesce e poca carne. Mi domando come mai di quaresima sia ancora aperta, ma non sono un esperto di tradizioni religiose. Per entrarci una volta il percorso era più accidentato, adesso hanno ristrutturato e la prima volta proprio non vedevo l’ingresso. I pavimenti sono bianchi, i banconi della mensa sono di acciaio brillante, il cibo non è cattivo. Non sono a disposizione caraffe, come nella migliore tradizione calvinista e luterana secondo la quale per accede alla salvezza bisogna praticare un percorso di ascesi,  per raggiungere i rubinetti delle bibite bisogna praticare lo slalom fra stretti tavolini di plastica bianca. Ovviamente ci scappano gli shampoo alla coca cola. Poi come in ogni tradizione religiosa ci sono coloro che hanno trovato la soluzione, come c’era la vendita delle indulgenze,  alla PIOX ci si può prendere più bicchieri.

 

AULA STUDIO

Normalmente non vado in aula studio, preferisco studiare a casa. Tuttavia per un esame particolarmente insopportabile,  per il quale l’attrattiva di leggere altro era troppo forte, mi sono rinchiuso in un’aula studio. È in un palazzo che credo sia vescovile, e la sala studio è al secondo piano. Le stanze sono alte e spoglie, hanno un che di dominicano. E Domini canis mi sentivo io andando a studiare quella roba pertanto era appropriato. Danno su un piccolo giardino con un che di chiostro e sono piene di tavolacci di legno piuttosto rustici. C’è pochissima gente perché l’ingresso non è visibilissimo e non credo sia molto conosciuto. Inoltre i cartelli delle conferenze in programma scoraggiano i più. Tuttavia è accogliente e per studiare è perfetta. Silenziosissima e con una macchinetta per il caffè in una stanza appartata in cui, con le dovute precauzioni, si è fatto penetrare il ventesimo secolo.

 

SEGRETERIA

La segreteria dell’ateneo patavino è molto divertente. È la versione accademica del supermarket delle casalinghe. Come ci sono casalinghe che fanno la spesa tre volte al giorno per il gusto di andare a spettegolare sono fermamente convinto ci sia chi andrebbe tre volte al giorno in segreteria, verosimilmente per lo stesso scopo. Ma non è necessario, se si va in segreteria conviene portarsi da leggere o andarci con un amico di buona favella, tanto ci si passa la giornata. Ultimamente però la segreteria si è rinnovata. Da luogo di società, scalcinato e un po’ retrò è diventata una scenografia da film sulle avventure nello spazio. Ha cambiato di posto, si è infatti trasferita davanti a un fosso in sede decentrata, e come ho detto si è rinnovata, arredi in plastica grigio\verde, legno e qualcosa d’altro. Inoltre sono stati introdotti con efficienza i numeri, come dal salumiere, in modo da far perdere meno tempo. Ha perso parte del suo ruolo di socialità. Adesso funziona che prendi il biglietto e in certi periodi torni dopo due o tre giorni. Tuttavia assomiglia sempre a un supermarket, sia nel design un po’ algido, sia concettualmente, solo che ora grazie al sistema dei numeri, si è specializzata: è diventata il banco macelleria.

 

 

PRESIDENZA

La presidenza mi ricorda sempre “Alice nel Paese delle Meraviglie”, più che altro la scena di Alice dal Cappellaio Matto. Ma, mie reminiscenze letterarie a parte, è molto più accogliente di quanto la dicitura “presidenza” farebbe pensare. Per la verità quello che meglio mi ricordo è l’ufficio della Segreteria di Presidenza. La presidenza vera e propria non mi pare di averla mai sbirciata. La segreteria come dicevo è accogliente, piena di carte e cartine, con la segretaria che gironzola e un sacco di gente che entra o esce dall’ufficio della Preside. La segretaria, una persona che mi ha dato l’idea di avere le sue idee su tutti e tutto, domina la situazione con una certa maestosa soavità. Ricorda certi sovrani illuminati dell’800, Caterina la Grande o giù di lì. Come la Russia la segreteria di presidenza ha una sua incomprensibile umanità, che sfugge forse a coloro che non ne fanno parte, tipo gli studenti.

 

STUDIO DOCENTE

Gli studioli dei docenti sono indicativi del loro grado in seno alla struttura accademica, della loro personalità e della materia insegnata. Ricordo di aver visto, lavorando in un dipartimento, studi in cui il docente non veniva mai, e studi in cui il docente passava le notti. Tutto questo segna l’aspetto di una stanza. Ci sono quelle molto personali. Si narra di una docente, una elegante signora, che quando riceve offre il caffè agli studenti in una stanza arredata con sobrietà di mobili d’antiquariato. Non so immaginare la reazione dei convitati. A me sono capitati solo uffici con scrivanie di formica sgradevoli alla vista e che so essere lo standard degli uffici dell’università.

In occasione di una registrazione sono andato nell’ufficio di una docente, che mi è rimasto fisso nella mente per l’aria tetra che vi si respirava. Avesse insegnato magia nera sarebbe stato perfettamente a tono. Nel contesto di un piano intero immerso nelle tenebre c’era il suo studio, una stanza grande e con solo una lampada da tavolo ad illuminare. La Signora era immersa nelle riflessioni suscitatele dagli immensi plichi di carte che ingombravano il suddetto ripiano di formica standard, che sembrava molto più esotico alla luce fioca della abat-jour, standard pure quella.

Tetrissima alla vista del mio compito, un 18, registrò e sbrigò la faccenda, una inezia, che minacciava  di contaminare la  sacralità di un luogo destinato alla Sibilla Cumana.

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