Crimini di guerra italiani
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Con crimini di guerra italiani ci si riferisce a quegli atti, contrari alle leggi e ai trattati internazionali, commessi dagli eserciti italiani nel corso della storia. Gli eccessi militari sono stati numerosi nelle guerre coloniali, in Africa e in modo particolare per quanto riguarda la guerra d'Abissinia in Etiopia, e durante la Seconda guerra mondiale in Grecia e Iugoslavia. La maggior parte e delle atrocità, nonostante le richieste delle parti coinvolte, per ragioni politiche non furono mai sottoposte ad un esame legale nel dopoguerra. Per mancanza degli atti legali e per le suddette ragioni politiche, i crimini di guerra italiani sono una parte di storia, ancorché ben documentata, assai poco conosciuta.
Indice[nascondi] |
Africa
La "riconquista" della Libia
Secondo alcune stime furono 21.123 i libici uccisi dalle truppe italiane (tra il 1911 e il 1932), tuttavia non è facile calcolare il numero di morti durante il periodo fascista in senso stretto, presumibilmente circa 13000.
La repressione italiana in Tripolitania e in Cirenaica avvenne tramite i tribunali militari speciali, per cui i processi avvenivano spesso all'aperto e in pubblico per confutare le notizie di esecuzioni sommarie. Gli imputati indigeni venivano il più delle volte condannati a morte e le sentenze immediatamente eseguite. Le accuse più diffuse erano quelle relative all'aiuto dato ai ribelli.
Deportazioni
Nel 1930 furono eseguite diverse deportazioni delle tribù che abitavano il Gebel cirenaico e la chiusura delle zavie (centri polivalenti senussiti).
In queste deportazioni, durate 20 settimane, delle 100.000 persone ne arrivarono 85.000 (relazione del generale Cicconetti al generale Rodolfo Graziani). Le persone furono falcidiate dalla sete e dalla fame, a volte anche dall'aviazione italiana che mitragliava a volo radente coloro che si opponevano. Tra i vari episodi di crudeltà si ricorda l'abbandono di 35 indigeni, tra cui donne e bambini, nel deserto privi di acqua a causa di una rissa scoppiata tra loro; altri morti per fustigazioni e fatica.
Il motivo delle deportazioni viene da taluni ricollegato alla ripopolazione del Gebel da parte di coloni italiani, mentre Graziani le giustificava per porre termine alla ribellione senussita:
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«... lasciare le popolazioni nei loro territori di origine e
dare ampia libertà di azione alle truppe per scovare e
annientare i ribelli ovunque si trovassero. Non mi sfuggivano
le tragiche conseguenze cui avrebbe condotto questo metodo
perché conoscendo a fondo l'ignoranza delle popolazioni
beduine, e l'opera su di essa compiuta dalla propaganda
senussita, ritenevo che esse sarebbero state indotte a
persistere nell'errore e a continuare a rifornire le masse
armate di viveri, uomini, armi, donde sarebbe derivato lo
sterminio pressoché totale delle popolazioni beduine della
Cirenaica ...
La seconda via era quella di mettere le popolazioni in grado di non aver contatto con i ribelli ossia supplire con un intervento coattivo del Governo alla loro ignoranza e deficiente responsabilità risparmiandole agli orrori della guerra ... sarebbe stato meglio far sopportare a questa i disagi e le ristrettezze del concentramento ... anziché esporle allo sterminio. Questo spirito umanitario divenne oggetto di campagna diffamatrice nei confronti dell'Italia accusata di vilipendio e di offesa alla religione perché abbatteva i suoi templi, di atrocità e di ogni genere e perfino del getto dell'alto degli aereoplani di gente musulmana! Nulla di più spudorato ... Oggi quelle popolazioni a rischio sterminio sono avviate a raggiungere quel livello di vita civile ed economica che ingentilirà i loro costumi nobiliterà i loro cuori e costituirà il primo fattore della loro felicità. Marsa el Brega, Agheila, Sidi hamed el Magrum oggi hanno l'aspetto di piccoli villaggi.» |
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(gen. Rodolfo
Graziani)
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Il 31 luglio 1930 l'oasi di Taizerbo viene bombardata con bombe all'iprite. Cufra, città santa per gli islamici considerata da Graziani "centro di raccolta di tutto il fuoriuscitismo libico" è bombardata il 26 agosto e i ribelli inseguiti verso il confine con l'Egitto. Lo stesso Graziani parla di 100 uccisi, 14 passati per le armi e 250 prigionieri tra cui donne e bambini. Il 20 gennaio 1931 Cufra è occupata; ne seguirono tre giorni di saccheggi e violenze.
Il giornale di Gerusalemme "Al Jamia el Arabia" pubblica il 28 aprile 1931, un manifesto in cui si ricordano:
La guerra di conquista dell'Etiopia
| Per approfondire, vedi la voce Seconda guerra italo-abissina. |
Nell'ottobre del 1935. Il generale De Bono ordina ai 3 corpi d'armata italiana di passare il confine del Mareb (confine eritreo) avendo come primo obiettivo Adua e Adigrat. I militari italiani avanzano senza incontrare resistenza. L'aviazione, intanto, bombarda Adua e Adigrat facendo numerose vittime tra i civili.
Il 6 ottobre l'armata italiana entra ad Adua incontrando poca resistenza poiché Hailè Selassiè ha scelto la tattica del ripiegamento per portare i nemici al centro del paese, lontano dai loro centri di rifornimento.
De Bono, intanto, provvede al rafforzamento delle posizioni occupate costruendo strade, impianti di linee telefoniche, allestendo campi militari. Conoscendo le abitudini dei militari De Bono il 15 ottobre, vigilia dell'occupazione di Axum, scriverà al generale Maravigna:
Il 28 novembre prende il comando Badoglio. Viste le difficoltà incontrate per l'avanzata, viene deciso un cambio di strategia. La guerra così diviene guerra di distruzione, con cui verranno colpite città, accampamenti, e persino ospedali con l'impiego per la prima volta di gas asfissianti ed iprite.
Dal 22 dicembre al 18 gennaio 1936 vengono lanciati sul fronte nord duemila quintali di bombe, per una parte rilevante caricate a gas tra cui l'iprite (solfuro di etile biclorurato), che provoca la necrosi del protoplasma cellulare e morte.
Sul fronte sud Graziani decide di utilizzare in modo massiccio l'aviazione, ottenendo da Mussolini stesso libertà d'azione per l'uso dei gas asfissianti.
Nella testimonianza di ras Destà all'imperatore si racconta:
Successivi attacchi conducono persino ad un bombardamento di tende e automezzi di un ospedale da campo svedese con i contrassegni della Croce Rossa provocando morti e feriti. La notizia farà il giro del mondo.
Il 10 febbraio Badoglio inizia l'offensiva sull'Ambaradan durante la quale vengono sparate molte granate caricate con arsine. Nello stesso luogo vengono catturati due europei al servizio del negus, il medico polacco Belau e il suo assistente che verranno torturati perché ritrattino la dichiarazione inviata alla Società delle Nazioni, che denunciavano il bombardamento indiscriminato di Dessiè.
Il 3 e 4 marzo Badoglio, vedendo fuggire il grosso dell'esercito del ras Immirù verso i guadi del Tacazzè, ordina all'aviazione di proseguire da sola la battaglia. Verrà così unitizzata ancora una volta iprite. I piloti che scendono a volo radente per mitragliare i superstiti rilevano notevoli masse nemiche abbattute e grande quantità di uomini e di quadrupedi trasportati dalla corrente.
Il 29 marzo è lo stesso Mussolini a rinnovare l'autorizzazione per l'uso di gas di qualunque specie.
Il 4 aprile gli scampati alla battaglia di Mau Ceu verranno bombardati con 700 quintali di bombe, di cui molte ad iprite. Hailè Selassiè racconta:
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«Per gli aviatori italiani non era più guerra era un gioco.
Quale era il rischio nel mitragliare dei cadaveri e dei
morenti i cui occhi erano bruciati dai gas?»
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Il giornalista Cesco Tomaselli racconta:
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«Le bombe esplodono nel fitto degli uomini che arrancano
curvi, tenendo le mani sulla testa come si fa quando si è
colti da una grandinata sui campi.»
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Il 15 aprile Graziani dà inizio all'offensiva su Harar dopo aver gasato e bombardato per un mese la difesa etiope iniziando così l'attacco da terra. Il vescovo cattolico di Harar scrive ai suoi superiori in Francia:
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«Il bombardamento che gli italiani hanno fatto contro la città
è un atto barbaro che merita la maledizione del Cielo.»
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Da un telegramma di Mussolini a Badoglio:
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«Occupata Addis
Abeba V.E darà ordine perché:
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Il cronista G. Steer scrive:
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«Gli italiani istituirono immediatamente la pena
di morte per due reati: il primo riguardava la
partecipazione al saccheggio, il secondo il possesso di
armi... Ottantacinque etiopi, accusati di saccheggio, furono
giudicati e condannati a morte da una corte sommaria. Ma le
fucilazioni eseguite dai carabinieri
sul posto furono molte di più, ed esse vennero fatte senza
alcuna parvenza di processo. Se oggetti che essi ritenevano
rubati venivano scoperti in un tucul, il proprietario era
immediatamente ucciso. Inquirenti francesi hanno calcolato che
almeno 1.500 sono stati liquidati in questo modo.»
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Le repressioni in Africa Orientale Italiana dopo la proclamazione dell'Impero
Nei primi giorni del giugno 1936 Mussolini telegrafa a Graziani con i seguenti ordini:
Così nel timore che la popolazione insorga i carabinieri operano arresti di massa di etiopi adulti. Poggiali afferma:
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«Probabilmente la maggior parte è innocente persino di
quanto accaduto. Trattamento superlativamente brutale da parte
dei carabinieri, che distribuiscono scudisciate e colpi di
calci di pistola.»
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Secondo gli ordini di Mussolini, tutti i capi catturati verranno passati alle armi e il villaggio di Goggetti, in cui si sono rifugiati i ribelli, dato alle fiamme. Ecco l'ordine telegrafato:
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«È inteso che la popolazione maschile di Goggetti di età
superiore ai 18 anni deve essere passata per le armi e il
paese distrutto.»
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Ma un fallito attentato a Graziani si scatena la reazione ancora più violenta degli italiani. Il 17 febbraio 1937 Graziani invita nel suo palazzo di Addis Abeba la nobiltà etiope per festeggiare la nascita del principe di Napoli e per l'occasione decide di distribuire una elemosina ad invalidi del luogo (ciechi, storpi, zoppi ). La testimonianza di un medico ungherese presente, sottolinea la dura rappresaglia seguita al fallito attentato. Anche le immagini del filmato Fascist Legacy della BBC mostrano come nessun etiope uscì vivo dal cortile dove si teneva la cerimonia.
Proseguono le violenze, vengono inquinati i terreni con aggressivi chimici, abbattuto il bestiame. Molti uomini bruciati vivi, altri lapidati o squartati. Mussolini con un fonogramma impone che ogni civile sospettato sia fucilato senza processo.
Il numero esatto delle vittime della repressione è di 30.000 per gli etiopi, tra i 1.400 e i 6.000 per inglesi, francesi e americani.
Dal 30
aprile 1937
le esecuzioni sono passate a 710, il 5
luglio a 1686, il 25
luglio a 1878 e il 3 agosto a 1918. Dalla relazione del colonnello Hazon
si evince che i soli carabinieri hanno passato per le armi 2.509
indigeni.
Alcuni episodi raccontati dallo stesso Graziani testimoniano che le
esecuzioni avvenivano spesso senza la minima prova.
Graziani, alla fine dell'anno, verrà sostituito con il Duca d'Aosta Amedeo (1898-1942).
I campi di concentramento nell'Africa italiana
Nell'Africa Italiana si contavano diversi campi di prigionia (16 in Libia, 1 in Eritrea, 1 in Somalia). Nei campi vennero inviate sia le tribù allontanate dal Gebel el- Achdar sia gli indigeni appartenenti a tribù seminomadi vaganti attorno alle oasi o all'interno.
Nei 4 campi di rieducazione venivano inviati giovani appartenenti a tribù più evolute per trasformarli in impiegati utili all'amministrazione coloniale.
Infine nei 3 campi di punizione venivano inviati tutti coloro che avevano commesso reati o ostacolato l'occupazione italiana.
Dalla testimonianza di un sopravvissuto, Reth Belgassen recluso ad Agheila:
Nella propaganda fascista "L'Oltremare" si affermava: "... Nel campo di Soluch c'è ordine e una disciplina perfetta e regna ordine e pulizia".
Grecia
L'occupazione della Iugoslavia
| Per approfondire, vedi la voce Operazione 25. |
[modifica] La repressione politica e le istruzioni militari
Dai documenti redatti dall'Alto Commissario Emilio Grazioli, ma anche da quelli dei generali Roatta, Robotti e Gambara, emerge un conflitto che non si limita alla repressione contro il Fronte di Liberazione, ma che parte da una diversa visione politica del rapporto tra vincitori e vinti, tra razza dominatrice e popolazione assoggettata: quindi marcatamente razzista.
Secondo il generale Orlando:
Orlando, intende l'eliminazione della massa attraverso la deportazione di migliaia di uomini nei campi di concentramento, che i comandi militari hanno aperto in Italia e in Dalmazia per sloveni e croati.
Viene anche adottata la politica dell'affamamento e della rapina, praticata dai comandanti italiani, tra gli altri il gen. Danioni che progetta di:
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«Procedere alla requisizione dei raccolti lasciando ad ogni
singolo proprietario il puro necessario per non morire di
fame.»
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(gen. Danioni)
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Mario Roatta propone inoltre la deportazione: "di tutti i disoccupati e degli studenti per farne unità di lavoratori".
Inoltre viene condotta una repressione contro gli intellettuali (docenti e studenti dall'università alle scuole inferiori) essendo considerati la colonna portante del movimento partigiano.
L'11 luglio 1942 Robotti scrive a Grazioli dopo le ennesime "operazioni di rastrellamento ed epurazione politica", effettuate dal 24 giugno al 1 luglio a Lubiana e nella provincia è stata attuata la deportazione nei campi di più di 5.000 uomini (tra i 16 e i 50 anni); mentre il comandante dell'XI Corpo d'Armata lamenta che:
Nel corso di una riunione con i vertici delle Forze armate di Roma e della II Armata, tenuta a Gorizia il 31 luglio 1942, Mussolini approva le analisi e le decisioni di Roatta:
I campi di concentramento
La scelta di costituire campi di concentramento per i civili viene concepita dapprima per neutralizzare gli elementi ritenuti pericolosi per l'ordine pubblico; ma successivamente le deportazioni crescono, coinvolgendo quote sempre più vaste di popolazione soprattutto quella rurale.
In un vertice tenuto a Fiume il 23 maggio 1942, Roatta annuncia l'appoggio di Mussolini alla linea dura dei generali:
A partire dal luglio 1942 le divisioni italiane, con grandi operazioni di rastrellamento alla caccia delle formazioni partigiane, svuotano il territorio in cui queste sono più presenti, deportando la popolazione dei villaggi in campi di concentramento costituiti appositamente. Si tratta soprattutto di donne, bambini ed anziani, poiché gli "uomini validi" fuggono nei boschi alla vista dei reparti italiani, per evitare di essere presi come ostaggi e fucilati nelle quotidiane rappresaglie decretate dai tribunali militari di guerra.
Ma dai documenti degli stessi generali italiani emerge anche la determinazione per cui le rappresaglie contro i civili devono essere un'arma di pressione contro i partigiani del Fronte di Liberazione, che tengono in scacco una grossa parte dell'esercito italiano.
Tra l'estate del 1942 e quella del 1943 furono attivi sette campi di concentramento per civili sotto il controllo della II Armata (che aveva la competenza su Slovenia e Dalmazia).
Stabilire oggi il numero dei deportati risulta assai difficile, sia per la frammentarietà degli archivi consultabili, sia perché le stesse autorità italiane scrivevano di non avere un quadro delle situazione. Secondo alcune stime si conterebbero almeno 20.000 civili sloveni internati. Mentre un documento del Ministero degli interni italiano, databile alla fine dell'agosto 1942, indica un complesso di 50 mila elementi circa, sgombrati dai territori della frontiera orientale in seguito alle operazioni di polizia in corso, di cui la metà donne e bambini.
La causa principale delle morti nei campi era la fame e il freddo. Già nel maggio 1942 una lettera di un dirigente cattolico di Lubiana segnala alle autorità militari italiane, che "nel campo di concentramento di Gonars ... gli internati soffrono atrocemente la fame". Dal rapporto destinato ai comandi militari e redatto da un ufficiale medico, emerge un livello di alimentazione insufficiente ed una situazione igienica inadeguata. Lo stesso afferma che la insufficienza alimentare si moltiplica per il freddo e la dispersione di calore corporeo vivendo i civili sotto tende, con abiti estivi e coperte insufficienti.
Secondo le autorità italiane, fino al 19 novembre 1942, ad Arbe i morti erano stati 289 (di cui 62 bambini).
Significative a questo proposito, sono le affermazioni del generale Gambara, in data 17/12/1942 :
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«Logico ed opportuno che campo di concentramento non
significhi campo d'ingrassamento. L'individuo malato sta
tranquillo [...] Le condizioni da deperimento dei liberati di
Arbe sono veramente notevoli - ma Supersloda da tempo sta
migliorando le condizioni del campo. C'è da ritenere che
l'inconveniente sia praticamente eliminato"»
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(generale Gambara, 17
dicembre 1942)
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Della gravità della situazione nei campi scrivono anche ufficiali dei Carabinieri Reali nei loro rapporti ai comandi:
I campi di concentramento rimasero attivi fino al disfacimento dell'esercito italiano, avvenuto in seguito dell'armistizio dell'8 settembre 1943 e la conseguente cessazione delle ostilità da parte delle truppe monarchiche italiane verso le forze di liberazione jugoslave.
Inchieste sui criminali di guerra italiani
I crimini di guerra italiani furono sostanzialmente impuniti a causa della posizione politica assunta dall'Italia dopo l' 8 settembre. Al termine della guerra infatti gli alleati operarono una vasta operazione di copertura dei crimini di guerra. Gli unici processi effettuati riguardavano crimini commessi in Italia contro Italiani, ma mai furono aperti processi per crimini commessi all'estero. Le nazioni colpite dall'occupazione italiana cercarono di ottenere l'estradizione di svariati dirigenti militari, senza alcun successo. In particolare venivano accusati sia il generale Pietro Badoglio che Rodolfo Graziani, i quali non subirono mai un processo.
Successivamente i nuovi governi democratici Italiani operarono un'opera di copertura sui crimini, tanto che fino ad oggi, essi risultano poco noti.
- La mancata estradizione[1]
- L'impunità dei presunti criminali di guerra italiani accusati per stragi in Africa e in Europa
- La commissione d'inchiesta italiana per i presunti criminali di guerra italiani[2]
Note
- ↑ La mancata estradizione e l'impunità dei presunti criminali di guerra italiani accusati per stragi in Africa e in Europa
- ↑ La commissione d'inchiesta per i presunti criminali di guerra italiani
Letteratura
- Lidia Santarelli: "Muted violence: Italian war crimes in occupied Greece", Journal of Modern Italian Studies, September 2004, vol. 9, no. 3, pp. 280-299(20); Routledge, part of the Taylor & Francis Group [1]
- Effie G.H. Pedaliu: Britain and the ‘Hand-Over’ of Italian War Criminals to Yugoslavia, 1945–48,Journal of Contemporary History, Vol. 39, No. 4, 503-529 (2004)[2]
- Pietro Brignoli: Santa messa per i miei fucilati, Longanesi & C., Milano, 1973 [3]
- H James Burgwyn: General Roatta's war against the partisans in Yugoslavia: 1942, Journal of Modern Italian Studies, September 2004, vol. 9, no. 3, pp. 314-329(16) [4]
- Gianni Oliva: 'Si ammazza troppo poco'. I crimini di guerra italiani. 1940-43, Mondadori, 2006, ISBN 8804551291
- Angelo Del Boca: 'Italiani, brava gente?', Neri Pozza Editore, Vicenza 2005, ISBN 88730500135
- Marcel Junod: "Il Terzo Combattente: dall'iprite in Abissinia alla bomba atomica di Hiroshima", Franco Angeli, 2006, ISBN 8846479831
Filmografia
- Il leone del deserto (Lion of the Desert), 1981, regia di Moustapha Akkad, con Anthony Quinn, Oliver Reed, Irene Papas, Raf Vallone, Gastone Moschin. Non distribuito in Italia, nonostante il cast da cassetta, per problemi legali.
- Adua, (Adwa), 1999 Regia di Haile Gerima.
Voci correlate
- Crimine di guerra
- Crimine contro l'umanità
- Omar al-Mukhtar, leader senussita della rivolta anti-italiana in Libia dal 1911 al 1931, quando fu catturato, processato e giustiziato
Collegamenti esterni
- Colonialismo Italiano, Una bibliografia
- Bibliografia essenziale
- Crimini di guerra, un "pezzo nascosto" di storia italiana del Novecento
- (EN) Fascist Legacy Italy's bloody secrets, BBC 1989 documentary
- (EN) Italy's bloody secret
- Rapporti italo-sloveni 1880-1956 Relazione della Commissione storico-culturale italo-slovena
- Crimini di guerra fascisti durante l'occupazione della Jugoslavia
- Per una documentazione circostanziata e completa sui crimini di guerra italiani
- "Prima delle foibe"