Animiamo ciò che vediamo, vediamo solo ciò che animiamo
(W.Emerson)
Se l'occhio non fosse solare, come potremmo vedere la luce?
(Goethe)
Luce e visione, siano esse metafore o realtà fisiche, appartengono entrambe sia al mutevole mondo artistico sia a quello più rigido del mondo scientifico. E dunque l'occhio di uno spettatore più incline al secondo recherà con sé un'impronta che proietterà sull'oggetto della propria visione. Così, frequentando io più il secondo mondo che non il primo, proverò a dar corpo alla "mia" visione dei quadri del mio caro amico Luigi Nanni. Già Goethe aveva parlato di una "luce del corpo", intendendo come non sia sufficiente la luce naturale per "osservare" ma occorra anche usare quella interiore dell'intelligenza coerente. In mancanza di quest'ultima, lo splendore del mondo, dell'opera d'arte che di quel mondo è la rappresentazione "congelata" nel tempo e nello spazio, rimarrebbe muta davanti al nostro spirito indagatore. I quadri di Luigi Nanni rappresentano in maniera esemplare questa necessità di ricorrere alla "luce del corpo": unicamente illuminati da quella fisica essi possono trasmettere un vago senso d'inquietudine, un ricordo di atmosfere gotiche che disorienta il pellegrino, oggi fin troppo avvezzo alla banalità di atmosfere solari o ad albe troppo chiare per essere vere nel senso più profondo del termine. Personaggi, paesaggi, strumenti rimandano a momenti, non solo artistici ma anche personali, in cui l'ombra è sempre presente, anche nel più luminoso slancio verso il sublime. Un "memento" sobriamente severo che ci ricolloca nel posto che ci compete nella Natura e nella nostra piccola, insignificante storia. Fin qui l'emotività, l'impressione istintiva, fin qui la luce "naturale" che illumina ma non comprende. Oltre, a soccorrere lo smarrimento, ecco intervenire la "la luce del corpo", la luce dell'occhio dell'intelligenza. Lo strumento, l'organo (ma c'è poi così differenza?) che non solo vede ma anche comprende. E improvvisamente le figure del Nanni acquistano un nuovo spessore, una nuova vita. Figure che raccontano una storia fatta di passioni ora vitali ora devastanti, che narrano una Natura contorta, come raccolta su sé stessa ma solo per raccogliere nuova energia da lanciare verso l'alto, verso la promessa del domani. Strumenti antichi, quasi bruciati dal tempo e dalla passione che arde nei loro involucri e che solo mani rare e sapienti hanno saputo liberare per qualche istante per entrare in risonanza con le segrete armonie del Cosmo. Personaggi dove il corpo è solo un supporto per il volto, sempre intenso, sempre preciso, e oltre questo, in una sorta di metafisiche scatole cinesi, il volto sfuma nello sguardo sia esso consapevole della propria grandezza oppure turbato dal proprio ineluttabile destino. Ed è a quello sguardo, a quella luce che viene da un altro mondo e da un altro momento che il mio sguardo rimane incatenato, affascinato, disorientato. E poi lo sguardo di Wolf o di Lulù, si tramuta in suono, in parole e racconta il tormento dell'uno e il desiderio dell'altra. E sono storie che solo Nanni permette ancora di ascoltare. Grazie.
Giancarlo Bernardi