Camminare in una valle senza strada, tra splendide foreste e bastionate granitiche imponenti…attraversare villaggi in pietra, spesso recuperati e abitati almeno d'estate, con locande, fontane, ristori…fare il bagno in pozze dall'acqua cristallina, fredda e leggera…
Innalzarsi con ripide svolte nel
fitto del bosco, costeggiando spigoli granitici…arrivare a scoprire le cime che
chiudono il vallone, baciate dall'ultimo raggio di sole, i torrioni di granito
infiammati di rose…
Questo vuol dire camminare in Val
di Mello. Questo è quello che ho provato a percorrerla per due giorni, in
compagnia di due amici incontrati lì per caso, ad un convegno sulla gestione
degli alpeggi.
La Val di Mello si raggiunge dal piccolo borgo di San Martino Val Masino, posto un chilometro a monte del Sasso Remenno, magnifico masso erratico, grazie ad un servizio navetta che porta direttamente a monte del primo risalto della valle (c'è anche la possibilità di salire a piedi, lungo la vecchia mulattiera, ma non dev'essere granchè).
Il primo impatto è quello con un ampio parcheggio, con montagne di automobili parcheggiate sui prati, ma basta alzare lo sguardo per vedere quel formidabile scudo granitico che è il Precipizio degli Asteroidi – simbolo dell'essere camminatore-arrampicatore in Val di Mello, per tanti motivi, non ultima la cena di pesce che viene organizzata periodicamente sulla sua cima dai "custodi" della valle… sarebbe stato interessante incontrarli… – e per farsi vincere dalla voglia di addentrarsi in questa valle.
Si prende così l'ampia mulattiera di fondovalle, dalla quale si staccano i sentieri per i ripidi valloni laterali, oltrepassando caratteristici borghi, bei massi di granito e magnifiche pozze.
Qui si sente ancora molto l'impatto del turismo… domenicale, quello delle scarpe da tennis e del costume fosforescente, del cellulare che suona in mezzo al prato e del "guarda che bella la mucca… ma quanta cacca fa… che schifo…dovrebbero pulire…", ma il disturbo è limitato: più si entra nella valle, meno si è raggiunti da questi inopportuni flash di vita cittadina.
E si arriva così, dopo il bel gruppo di case di Cascina Piana, al bivio per i rifugi Allievi e Bonacossa. E qui si finisce di scherzare: il sentiero si restringe e prende a salire senza pause, incuneandosi nel gradino basale che sostiene il Vallone di Zocca, tra pareti rocciose e con scorci sulla valle e sul versante opposto (davvero selvaggio) molto suggestivi.
Aceri e frassini lasciano il posto ai maggiociondoli, poi agli abeti rossi, infine ai larici. Nel frattempo si è passati vicino alla piccola Casera di Zocca, naturalmente circondata da un pascolo purtroppo invaso da alte erbe nitrofile, segno di passate gestioni non perfette, e si sono saliti centinaia di scalini in pietra.
E poi, all'improvviso, pam, come un fendente, come un treno Eurostar che ti passa a due metri, non te l'aspetti, giri di colpo la testa e ti vedi una lama di granito rosa.
Compare così, in una cornice di abeti e larici, la catena che chiude la valle. E salendo si scopre sempre di più.
Del resto del percorso, fuori dal bosco, fino ai rifugi, ti resta poco da descrivere, perché sei concentrato a guardare le torri di granito, il Piano di Zocca, le piode che ti circondano, la fioritura di trifoglio alpino. Ed è subito sera.
Dal rifugio la meta più semplice è, oltre alla percorrenza del famoso Sentiero Roma, la salita del facile pendio del Passo di Zocca. Meglio quando la neve copre i faticosi detriti del canalone, ma anche se questo è scoperto, come successo a noi, la difficoltà è minima. Dai 2756 metri del passo la vista si apre – non molto, a dir la verità – sulla Vedretta dell'Albigna, o meglio su ciò che ne rimane, sul gruppo delle Sciore, e su montagne svizzere imprecisate al fondo del vallone che scende dal passo. Dal versante italiano domina la svelta sagoma del Disgrazia, e la opprimente parete della Cima di Zocca, che ci ha sovrastato per tutto il percorso.
Il passo è disseminato di croci segnate sulla roccia, per far capire che il confine passa proprio qui – e dove sennò…
Fatte le foto di rito, siamo scesi nuovamente al rifugio per prendere la via del Sentiero Roma verso est, verso la selvaggia Val Torrone.
La balconata per raggiungere il Passo di Val Torrone è suggestiva, e permette di contemplare il panorama, attraversando piccole radure erbose tra le aspre rocce granitiche. Dal passo ci si deve calare in un canalone che, se privo di neve, non offre difficoltà di sorta – i tratti più difficili sono attrezzati con catene - mai esposto e con l'unico pericolo di riceversi qualche pietra in testa a causa di escursionisti distratti. Con la neve il discorso cambierebbe.
Dalla base del canalone (150 metri di dislivello), si apre la vista delle torri della Val Torrone, del Passo Cameraccio, dove transita il Sentiero Roma, e del Bivacco Manzi, duecento metri più su. Noi, da buoni pastoralisti, ci siamo scaraventati giù per la Val Torrone, lungo un sentiero di una ripidezza pazzesca, che attraverso dossi erbosi, canaloni di valanga, ripidi boschi, ci ha fiondato in basso, di nuovo al fondovalle della Val di Mello, nei pressi del bivio per la mitica – perché solitarissima – Val Cameraccio.
Che cascate, che abeti, che lastre di granito: un paesaggio che ricorda, in piccolo, Yosemite (non ci sono mai stato, ma dalle foto sembra proprio così).
Il rientro a San Martino, attraverso Rasica e la mulattiera di fondovalle, è quanto di più bello si possa attendere dalla fine di una camminata.