La Questione G8


Da La Repubblica (31/08/2001)

"Io mi sono nutrito di violenza, è il mio mestiere, ne ho vista tanta. Ma se dovessi dare una spiegazione del clima che ho visto, penso che in altri 52 anni non riuscirei a darla, perché già dal venerdì sera io ho visto numerosissimi episodi di violenza esercitati all'interno della caserma di Bolzaneto".

"Ho visto cose sia all'interno che all'esterno dell'infermeria - ha continuato Poggi - all'interno dell'infermeria mi ha colpito l'atteggiamento di un medico che ha tolto ad una ragazza un piercing strappandoglielo dalla faccia. Ho visto picchiare a destra e a sinistra, da tutte le parti, in ogni occasione, in ogni frangente. Pugni nelle reni, pugni e calci violenti. Picchiarono tutti: i poliziotti penitenziari a cui ogni tanto si aggiungeva anche la polizia di Stato quando passava e non disdegnava, però prevalentemente i penitenziari".
M.P. - Infermiere

 

Da La Repubblica (29/07/2001)

"...avevano guanti neri imbottiti e picchiavano con i manganelli in modo sapiente alle gambe e alle reni per evitare di lasciare segni. Ma la cosa peggiore succedeva all'ufficio matricola, l'ultimo passaggio prima del carcere: costringevano a firmare ammissioni di responsabilità. E' successo a un ragazzino francese biondo accusato di tentato omicidio. Lui si e' rifiutato perchè, senza traduzione, non capiva. Al grido "non vuole firmare", lo hanno buttato nel corridoio della palestra di Bolzaneto fra due ali di agenti penitenziari che lo picchiavano. Dopo ore in piedi a gambe divaricate, il giovane ha ceduto."

"Sono stato travolto da una carica perchè volevo aiutare una signora che camminava in mezzo al lancio dei lacrimogeni.della polizia e alle pietre degli anarchici. Mi son trovato davanto la polizia, non sono scappato perchè non aveva senso, ho alzato lebraccia e mi hanno travolto e bastonato. Da quel momento un inferno di botte, insulti e violenza durato fino all'arrivo nel carcere di Alessandria."
F.F. 51 anni, professore di filosofia.

"Dalle due alle nove di sera in piedi sotto il sole, il sangue rappreso sulla faccia, la voglia di svenire, la paura di farlo. Ogni volta che si provava a dire qualcosa erano botte e insulti del tipo "meglio essere in Cina così vi potevamo uccidere subito" (...) "Ci danno il benvenuto i signori in grigioverde col giubbotto nero dei Gom, solito trattamento: ginocchia a terra, calci e manganello. I colleghi della polizia ci mettono in fila fronte al muro e guai a chi si gira"
"Ero in mezzo alla strada, proprio davanti al cancello della scuola Diaz, quando sono arrivate le camionette. E ci sono rimasto intrappolato mentre i carabinieri chiudevano i due lati della via. Quando ho visto un gruppo venirmi addosso ho mostrato la tessera da giornalista. Mi hanno colpito subito con i manganelli. Poi uno con lo scudo mi ha schiacciato contro il muro e l'altro mi ha riempito di botte ai fianchi. (...) Pensavo che sarei morto e così ho fatto finta di esserlo. Un carabiniere è venuto a sentirmi la vena del collo e poi altri due mi hanno trascinato dentro la scuola, con gli altri."
Mark Covell, giornalista inglese, un polmone bucato, qualche costola rotta, un paio di denti in meno.
 

 

 

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