di Leonardo V. Arena
APPLICAZIONI CLINICHE DELLA LOGICA DEL NONSENSE
Espedienti terapeutici. La posizione dell'analista. La posizione dell'analizzato. Interpretazioni e costruzioni (il concetto di verità nel setting). Finalità e limiti dell'analisi. Rilievo della tematica per una psicologia transpersonale.
Si può applicare la logica del nonsense
alla sfera psicoterapeutica? La domanda è legittima, a causa della
non programmaticità di questa visione filosofica. Già nei
precedenti capitoli indicavo che la filosofia del nostro tempo è
meglio consegnata agli psicologi e agli psicoterapeuti che ai filosofi
propriamente detti o patentati (da chi, poi?). Ribadisco questo principio,
aggiungendo che è proprio nel campo clinico che la visione del nudo
trova feconda attuazione. Naturalmente, si tratterà di ridefinirne
finalità e programmi per poterne cogliere lo spirito. Giungo così
a una psicoanalisi del nonsense, che accoglie spunti freudiani e altri,
continuando un discorso che ho iniziato qualche tempo fa nel mio articolo
"La pratica del Buddhismo zen nella psicoterapia analitica" ("Studi urbinati",
B/2, 1983), sintetizzato nel lavoro collettaneo Psicoterapia e meditazione
(AA. VVV., Milano, Oscar Mondadori 1991).
Parto dal presupposto che la psicoterapia
sia un espediente, utile quanto altri, ma pur sempre tale, di valore provvisorio
e limitato. Questo va tenuto presente, ogni qual volta si cerchi di mediare
il campo terapeutico con la meditazione o le pratiche orientali, quali
lo Yoga, lo Zen, il dhikr sufi o la respirazione taoista. La metafora
della zattera torna ancora utile. Guai a scambiare il dito puntato sulla
luna con la mèta! Anche le aspettative del paziente, che dovessero
orientarsi in questa direzione, vanno corrette.
E' vero che un'analisi inizia sempre con una
grande speranza da parte dell'analizzato. Costui crede, in perfetta buona
fede, che il programma terapeutico si prefigga la remissione dei sintomi.
E' questo che lo sorregge, anche nei momenti più difficili
della sua esperienza. Poi egli comincia a sentire sempre più distante
questa mèta. Non che essa sparisca del tutto, però si allontana.
A questo punto, ci si dispera. Queste fasi del lavoro terapeutico rivelano
invece, nella logica del nonsense, la validità e l'efficacia del
medesimo. Si sta andando da qualche parte, grazie a certe considerazioni.
Si potrebbe capire che nessun traguardo sarà mai attingibile, e
che è solo il percorso a risultare stimolante. Kopp parlava dell'utilità
del molo, anziché del ponte, visto che il primo non ci porta da
nessuna parte, eppure esiste, per rivelarci le possibilità di uno
sviluppo autentico. Per dirlo con Heidegger, siamo sempre unterwegs,
per strada o in cammino, e mai prossimi alla mèta. Solo l'esorcista
del nudo potrebbe accusarci di nichilismo. Qualsiasi psicoterapeuta sa
bene che la remissione dei sintomi è un dato accidentale: può
anche mancare oppure, come nella farmacopea psichica, offrire soltanto
benefici temporanei. Tutto ciò è scoraggiante? Apparirebbe
certamente tale agli esorcisti, ma non a noi, che, anzi, siamo galvanizzati
da quest'assenza di traguardo; se la meta esistesse, ci malediremmo, noi
e il paziente, per non essere riusciti a guadagnarcela! Costruiamo allora,
insieme a lui, un'illusione molto incisiva: che ci dirigiamo da qualche
parte, nella speranza che il nostro viaggio si concluda con un trionfo.
Si tratta di una situazione analoga a quella
dell'insegnante del nonsense. Questi sa bene che il suo compito non consiste
nel veicolare nozioni, neppure sul nudo. Lo studente va interessato trasversalmente,
rimandandolo alla propria interiorità. La comunicazione di
nozioni appare uno specchio per le allodole, dotato però di una
finalità intrinseca, impercettibile a prima vista. E pazienza se
qualche studente dovesse sentirsi disorientato o demotivato! Naturalmente,
si dovrà tentare di adattare la terapia o qualsiasi contesto didattico
al tempo e al luogo, alle improrogabili esigenze della persona. Ogni
difficoltà verrà presentata in base a un noto principio sufi:
ciascuno può capire soltanto ciò che riesce a vedere. Così,
l’ampliamento della percezione si otterrà soltanto con lo sviluppo
di un nuovo organo di percezione. In questa corrente della mistica islamica
questo strumento viene paragonato a una gazzella, destinata a percorrere
territori inesplorati.
Nella psicoterapia è vitale il percorso,
non il risultato. E' il paziente a scoprirlo, a suo vantaggio. Ma questa
consapevolezza richiede tempi speciali, che solo il ritmo e le movenze
individuali possono determinare. Insomma, nessun processo può essere
accelerato o ritardato. L'esigenza freudiana di elaborare la situazione
terapeutica conserva il suo valore. Necessità inevitabili, e improrogabili,
sono in questione. Il ponte, per riprendere Kopp, porta da qualche parte:
si potrà dire di averlo attraversato o meno, e fino a dove; il molo,
invece, si perde nel mare: il piacere del passante consiste nel transitarvi,
senza giungere necessariamente alla sua fine, che non è il
fine.
La finzione in terapia risulterà talmente
efficace al punto che, talvolta, potremmo dimenticarcene noi stessi, e
puntare al successo o alla modifica delle abitudini del paziente. Velleità
di varia natura, che però non smentiscono il programma. La situazione
è talmente paradossale che anche in questi casi conserva la sua
incisività, sebbene una parte di noi tenda a smentirne l'autenticità
o il grado di realtà.
Come si rapporta l'analista del nonsense al
setting? Egli accetterà, come s'è detto, la finzione, ammettendo
implicitamente insieme all'analizzato che si procede verso la mèta
della salute. Senza dichiarare, per eccesso di zelo, che il percorso è
inattingibile né la sua durata. Il titolo dell'opera di Wu-men,
La barriera senza porta (Wu-men kuan) si presta bene a illustrare
questa funzione della clinica. L'analista farà percepire al paziente
un ostacolo, che poi si rivelerà insormontabile. Gradualmente, il
paziente imparerà ad accettarlo senza provare impotenza o frustrazione.
Chi parla di frustrazione, per alludere a questo processo, si richiama
pur sempre a un significato; io, invece, non uso questa parola, se non
a scopo provvisorio: non alludo a un senso della vita, da cui il cliente
sarebbe escluso in virtù del mio silenzio. Quanto a me, dovrò
tentare ogni via per fargli capire che questo senso non esiste, o che,
a ben vedere, fa tutt'uno con il nudo.
Alcuni di questi atteggiamenti sono già
evidenti nella letteratura. Il rispecchiamento di Rogers è tra i
più potenti strumenti in grado di condurre al nudo. Si consideri
quest’esempio. Il cliente, come viene chiamato nel counseling, accenna
insistentemente a una sua fobia delle altezze, e si sente rispondere: "Dunque,
se ho ben capito, lei ha paura di andare in alto". Quello voleva una rassicurazione,
ed è invece riportato al suo sintomo; per tacere del fatto che la
ripetizione di ciò che, da tempo, costituisce l'oggetto principale
dei suoi discorsi sembra costituire una sottile presa in giro. A uno sguardo
più attento, tuttavia, si scoprirà che anche questa ironia
non è che una componente bodhisattvica del comportamento dell'analista,
dettata dalla compassione e dal sincero interesse per gli altri.
Cosa può rispondere, comunque, l'analizzato
a certe affermazioni? Supponendo che la discussione si protragga già
da tempo, e che si sia tornati più volte su questa fobia, si potrebbe
arrivare a un vero e proprio insight: “Ma, forse, i miei sintomi non esprimono
nulla!”. Non è detto che ci si giunga subito, però col tempo…
Oppure il cliente potrebbe diffidare di un analista tanto ottuso, e dar
luogo a una reazione trasferenziale, positiva a lungo termine. Ci si potrebbe
scuotere da uno stallo, o prevenirlo. Anche in questo caso il cliente sarebbe
scoraggiato dal cercare aiuto a un altro, e potrebbe ritenere l'analista
un incapace - situazione che può generare altre, valide reazioni.
L'analista non avrà paura di sembrare tale, e accoglierà
ciò che tra i sufi malamatiyya rappresenta una realtà auspicabile:
il disprezzo degli altri, al fine di annullare l'io che comanda (nafs-al-ammara).
Una strada che potrebbe aver percorso il Cristo stesso, sollecitando il
biasimo e la denigrazione.
Sul rispecchiamento esiste un aneddoto, che
ne addita rischi e shortcomings. Ci ricorda che nessun metodo è
infallibile e che, per poter funzionare, ciascuno va inserito nella cornice
del nudo. Il paziente è sconcertato, e si lamenta; l'analista lo
imita. Il paziente si alza dalla sedia e si dirige alla finestra, continuando
a gemere; l'analista fa altrettanto. Alla fine, il cliente si getta dalla
finestra con un grido disperato; il counselor lo imita, con la stessa veemenza
(!). Il metodo di Rogers ha persino generato un software che ne riproduce
i tratti. Ciò non lo invalida, ma lo colloca nella giusta dimensione.
A un collega, scandalizzato che la logica del nonsense venisse riprodotta
da un computer, sottolineavo che ciò potrebbe rappresentarne il
suo uso ottimale, al riparo da automatismi e condizionamenti di sorta.
Si accenna a una stupidità che non contrasta con l'esercizio della
professione terapeutica, bensì la corrobora. Lacan vi si richiama,
esasperando, come al solito, uno spunto freudiano. In quest'ottica, persino
un analista imbecille potrebbe avere successo.
Ho esaminato vari espedienti di una clinica
del nonsense nel succitato "La pratica del Buddhismo zen nella psicoterapia
analitica". Qui posso limitarmi a ribadire che il silenzio, la risposta
contraddittoria e la produzione deliberata della confusione si rivelano
tra i più opportuni. I maestri ch'an e zen, ancora una volta, ci
forniscono molti suggerimenti. Con la moderazione d'obbligo, si potrebbe
replicare sulle loro basi ai nostri clienti, alle domande angosciose sulla
fine del trattamento o sulle possibilità della salute, per tacere
della richiesta di informazioni personali, freneticamente sollecitate.
Parole senza senso, magari disarticolate o in lingue ignorate dai clienti,
uno scivolamento del discorso da un piano di realtà a un altro e
un mutismo ostinato rappresentano solo alcune possibilità. Durante
una seduta Erickson estrasse una trombetta giocattolo, e riferì
che da quel momento il suo rapporto con un determinato paziente mutò
positivamente. In certi casi, non è certo l'emulazione dei grandi,
bensì il loro stimolo a guidarci in direzioni nonsensical.
In generale, si sottoscriverà una logica
indistinta, che penalizza la centralità di qualsiasi discorso. Come
analisti, prenderemo alla lettera il consiglio freudiano dell'attenzione
parimenti fluttuante (gleichschwebende Aufmerksamkeit), senza sottolineare
alcuna linea principale del monologo dell'analizzato: vagheremo da un tema
all'altro, dando quasi l'impressione che non ne svisceriamo alcuno. Si
raccomanda però una certa prudenza nell'applicazione di questo metodo
con i borderline o gli psicotici. Questa cautela non è suggerita
nello Zen, ma se ne videro le conseguenze; si pensi soltanto al caso del
maestro Hakuin, il quale finì per soffrire di varie forme di makyò,
equivalente giapponese dei deliri psicotici.
Per gli stessi motivi, l'analista del nonsense
eviterà con cura di stilare annotazioni durante il setting o altrove:
ciò che è importante memorizzare della vita del paziente
sarà incamerato, mentre ogni altra pista interpretativa o nozionistica
è da bandire. Non si insisterà mai abbastanza su questo tratto
nell'analisi didattica. Anche in pedagogia, questo è un presupposto
essenziale: don Juan scoraggiava Castaneda, irridendolo per il costante
ricorso al blocco notes. Non si caldeggi la convinzione scolastica, purtroppo
ancora diffusa, secondo cui la conoscenza deriverebbe da un accumulo di
informazioni, memorizzate e/o apprese.
Freud asseriva che le domande dell'analizzato
non dovrebbero trovare riscontro, proprio per impedire alla realtà
materiale di interferire con la realtà psichica. Ogni richiesta
di informazioni sulla biografia dell'analista, per esempio, andrebbe puntualmente
respinta. Ci si dovrebbe impegnare sul fronte dell’illusione, sui tentativi
dell'analizzato di appagare il desiderio. Sin qui la psicoanalisi classica.
Io ritengo che certe risposte non vadano fornite per non cementare la visione
del paziente, ancorata a un livello di coscienza che ricerca il senso della
vita, e si attiene ancora alla logica degli opposti. Nella realtà
convenzionale, ogni domanda ha una risposta; nel setting è diverso.
I maestri zen evitavano persino di rispondere all'appello, per non alimentare
negli interlocutori la presunzione di una realtà separata, dove
l’ “io” viene distinto dal “tu”. Certi kòan ammettono soltanto,
o principalmente, questa interpretazione. Qui non è in questione
la scortesia, bensì la compassione, il rifiuto del maestro di impegolarsi
nell'illusione. Non è casuale che proprio nella cultura cinese,
molto attenta alle regole del galateo (li), il Ch'an insistesse sulla mancata
replica agli appelli: si voleva scuotere radicalmente una mentalità
rigida, ossequiosa dell'etichetta.
E se l'analista incontrasse il paziente per
strada, al di fuori del setting? Qui ci si trova in un altro piano di realtà,
e certe precauzioni vanno ridimensionate. Si potrà tranquillamente
salutare l'analizzato, contrariamente a quanto suggeriscono i dogmatici,
anche se non va incoraggiata una conversazione occasionale approfondita,
le cui conseguenze non tarderebbero a pesare in analisi. Anche nella terapia
del nonsense il paziente tenta disperatamente di cogliere in fallo l'analista,
additandone incoerenze e limiti: è la sua vocazione a esorcizzare
il nudo che ve lo spinge inconsapevolmente. Perciò, ci si comporti
con prudenza, pronti al fatto che ogni esposizione personale sul piano
delle convenzioni troverà un riscontro, e sarà quindi da
discutere, nel setting. Posso dire di essermi pentito, a volte, di aver
concesso eccessiva confidenza a certi miei pazienti: più che altro,
però, era l' acting out a preoccuparmi, cioè la loro volontà
di non affrontare in terapia certe questioni, “agendole” indebitamente
nella loro sfera di esistenza personale. Si trattava di psicotici latenti
o borderline: classificazioni che talvolta tornano utili, sul piano del
samvriti.
Non esistono errori nella terapia del nonsense.
Lo psicoterapeuta non si macchia di alcunché, purché, beninteso,
non indulga a scorrettezze, le stesse che sarebbero etichettate così
da psicoanalisti o psicoterapeuti. Per ragioni pragmatiche, è vietato
ogni comportamento erotico nei confronti dei pazienti; altrimenti, si darebbe
adito a problemi di natura esistenziale, generando attaccamenti perniciosi.
La situazione descritta nel film Il diavolo in corpo risulta straordinariamente
realistica. La deontologia non cade in secondo piano, ma va ricordato che
sul piano del nonsense trionfa l'efficacia, anziché il vero o la
norma. Si consideri anche che gli amori psicotici sono destinati a fallire.
E che il nudo incoraggi la promiscuità
o il libertinaggio nella clinica è decisamente da respingere: non
per ragioni etiche, ancora, bensì perché non si renderebbe
un buon servigio né a se stessi né ai pazienti. La scorrettezza
coinvolge qualsiasi tentativo di frode o la richiesta di favori personali
ai pazienti. Si rammenti che, pur avendo oltrepassato il piano del bene
e del male, il fautore del nonsense sposa le perfezioni etiche o paramita,
ovvero un comportamento innocuo nei confronti degli esseri viventi. Paradosso
che si pose nei confronti di un maestro ch'an, accusato di immoralismo
per la sua adesione a un'etica non duale. I risvolti etici del nudo
verranno trattati più approfonditamente, per sanare eventuali equivoci,
in un apposito volume.
Se l'analista non fosse certo della propria
posizione, e dubitasse della logica del nonsense, gli sconsiglierei di
adottarla per ragioni evidenti. Il minimo sospetto ne tradirebbe i reali
intenti, vanificando qualsiasi terapia. Di più: nessuna concezione
dottrinale andrebbe professata ipocritamente, meno che mai una che invalida
tutte le concezioni dottrinali in quanto tali.
L'aspirante analista risulterà formato
da un training didattico, strutturato in base a quelli già esistenti.
In un primo tempo, dovrà passare lui stesso per la fase di analizzato:
rischi e pericoli vanno conosciuti di persona per poterli riscontrare negli
altri. Freud e i maestri sufi si fanno portavoci delle stesse esigenze.
Dopodiché, costui affronterà un'analisi didattica, sottoponendo
al vaglio di un esperto i suoi primi casi. Tuttavia, la mia esperienza
didattica ha messo in luce i limiti di questo approccio. Presentavo i miei
pazienti a un supervisore che di loro ignorava tutto, persino l'aspetto
fisico; le sedute erano condotte con l'ausilio di un registratore. I consigli
che mi venivano impartiti, per tacere delle interpretazioni, erano approssimativi
e imprecisi, come, del resto, non potevano che essere. Mi sono quindi convinto
che lo stadio didattico sia importante, ma che vada sempre condotto al
riparo dagli intellettualismi, specie quelli relativi al lavoro altrui,
di cui si hanno scarse cognizioni o informazioni: l'analista didatta, che
non si trova nel flusso degli eventi, non potrà ergersi a giudice
insindacabile. Anche la posizione di Lacan, secondo cui l'analista si legittima
da sé, è perlomeno fuorviante: conosco persone irresponsabili,
le quali non esiterebbero a farla propria, dichiarando di aver raggiunto
una mèta da cui sono, invece, pericolosamente lontani. Solo con
gli uomini del piano supremo tale formulazione avrebbe un indiscutibile
valore.
La parola "terapia" è largamente usata
in questo capitolo. In realtà, la logica del nonsense conosce perlopiù
un'applicazione esistenziale ed è affine alle metodologie di psicoanalisi
filosofica o come la si voglia chiamare. Essa comporta un tentativo alieno
al dialogo socratico, cioè a intenti puramente persuasivi; in questo
senso, prenderebbe le distanze anche dalle moderne modalità filosofiche
di intervento psicologico, a causa della loro verbosità e concettuosità.
A mio avviso, la scoperta freudiana fondamentale consiste nell'aver inventato,
almeno nella nostra cultura, una diversa modalità di dialogo, alternativa
alla retorica del convincimento. Essa, quindi, risulta più simile
all'atteggiamento dei maestri buddhisti nei kòan o alle metodologie
sufi della narrazione, cui sono idealmente imparentate alcune tecniche
ipnotiche di Milton Erickson. Posso aggiungere che ho trovato molto
stimolante per gli analizzati il ricorso a storie didattiche (o "cliniche"),
personalizzate a seconda dei casi. Un materiale inesauribile mi è
stato fornito dal mio Il canto del derviscio (Milano 1993 e sgg.), riscrittura
e rielaborazione dal Mathnawi di Rumi. Talvolta, all'analizzato si
racconta una storia per aggirarne le resistenze e le idiosincrasie nei
confronti della terapia. Ogni intento esplicativo o chiarificante va in
tal caso scoraggiato, per non invalidare gli effetti della narrazione.
I maestri sufi ricorrevano a queste tecniche con gli studenti recalcitranti.
Dobbiamo anche considerare la situazione del cliente in analisi: una parte
di lui (o di lei) è disponibile a un'alleanza terapeutica, mentre
l'altra vi reagisce con violenza. Si cercherà di accostarsi a entrambe
le tendenze. In base alle considerazioni suesposte, ribadisco quanto già
espresso altrove, in tempi "non sospetti": la logica del nonsense fonda
una psicoecologia, piuttosto che una terapia, non aderendo al sistema
psichiatrico di classificazione delle malattie mentali, di cui, comunque,
terrà conto in sede strumentale.
L'analista del nonsense sarà anche
un esperto di tecniche meditative. Anche qui l'esperienza personale corrobora
i risultati e gli esiti del lavoro. Non sarà necessario conoscere
tutte le tradizioni, naturalmente, ma solo quelle con cui il nudo si trovi
in perfetta sintonia. Nel corso del libro, le affinità con il Buddhismo
sono state più spesso notate, ma anche il Sufismo offre vari modelli
interessanti. Queste due vie presentano metodi pratici per verificare la
bontà delle rispettive dottrine. Un solo esempio potrà illustrare
il quadro. L'osservazione buddhista dei pensieri costituisce la migliore
obiezione all'idealismo: un'idea segue all'altra, che si limita a svanire;
talvolta, anche solo per un attimo si attesta il regno magico dell'assenza
di pensiero. L'esistenza zen della non mente (mu shin) non potrebbe trovare
testimonianza più efficace. Vanno peraltro evitate le adesioni fideistiche
a tradizioni esclusive, che pretendono di monopolizzare l'attenzione dell'adepto.
Ciò vuol dire che le pratiche vanno adattate al tempo e al luogo,
oltreché alle persone. Il praticante del nonsense rifuggirà
da qualsiasi scuola che non valorizzi il principio. E' curioso notare come,
tutto sommato, pochi maestri si siano resi conto di quest'esigenza: a parte
Gurdjieff, fautore di una riattualizzazione del Sufismo, è
a Idries Shah che possiamo richiamarci, e alla sua ostilità verso
schematismi e settarismi.
Non si insisterà mai abbastanza sul
fatto che lo psicoanalista del nudo non si affida a una teoria o a un corpus
di dottrine precostituite, bensì a un atteggiamento mentale di estrema
apertura. Come tale, sarà più un personaggio simpatetico,
seppure non condiscendente, anziché un esperto o un teoreta. Conoscerà
varie concezioni psicologiche, certo, ma si affiderà soprattutto
agli insights che si celano in lui stesso. Farà proprio il percorso
iniziatico di Jung, il quale pescò nell'interiorità i presupposti
delle sue metodologie. Così, imparerà anche dalle sue esperienze
nevrotiche o di disagio mentale. La lettura dell'autobografia di Jung potrà
mostrargli percorsi di pensiero molto utili.
Vari requisiti sono richiesti anche all'analizzato.
L'apertura mentale che si esige dall'analista dovrebbe essere una sua qualità.
Più che la cultura, non necessariamente auspicabile, è questa
la caratteristica determinante. Specie perché essa potrà
tornargli utile nei momenti critici dell'analisi, dandogli la forza di
continuare. Talvolta, la terapia del nudo presenta sedute completamente
mute, con il silenzio che regna da padrone. Solo l'apertura mentale, non
certo l'intelligenza matematica o l'erudizione, è in grado di sopportare
queste fasi. La persona colta, invece, supponente e presuntuosa, non sembra
idealmente candidata a questo tipo di terapia. Naturalmente la capacità
di affrontare il silenzio dipende anche dal livello di angoscia personale,
non solo dalla disponibilità del paziente.
L'intelligenza emotiva svolge un certo ruolo
in questi processi. Seguendo Goleman, si potrebbe dedurre che è
questo il tipo di abilità necessaria in terapia, tanto da parte
dell'analista quanto dell'analizzato. Anche quest'ultimo, infatti, deve
saper cogliere gli stati d'animo dell'altro. L'analista scopre il proprio
controtransfert grazie a questo tipo di intelligenza, mentre l'analizzato
intuisce, a poco a poco, in quale misura abbia proiettato sul terapeuta
le proprie aspettative, per poi scoprirlo nudo e insignificante verso la
conclusione dell'analisi, ovvero pari a lui stesso e a ogni altra persona
al mondo. Il re è nudo. Non si insisterà mai abbastanza su
questo: man mano che progredisce nella consapevolezza della nudità,
l'analizzato si accorge che il terapeuta non possiede affatto le qualità
positive (o negative) che gli aveva attribuito; questo però, anziché
farlo rifuggire dal setting, gli permetterà di inquadrare la situazione
diversamente: è alla compassione che, ora, potrà rivolgersi,
nella percezione di un disagio che si avverte universale. Si tratta pur
sempre, beninteso, di un disagio (pali: dukkha) soggettivo, persistente
finché dura l'esorcismo del nudo. Una volta che l'analizzato ne
divenga consapevole, se ne libera.
Seguendo, ancora, la pista freudiana, l'analizzato
è tenuto a parlare. Solo a questo, evitando qualsiasi scantonamento
nell'azione. Ma io non userei il termine "libere associazioni", che ancora
conserva il suo maleodorante lezzo materialistico-meccanicistico. No. Io
restituirei alla parola il suo senso originario, cosa che fece lo stesso
Freud quando ancora non pretendeva di passare alla Storia. Freie Einfälle
è l'espressione per "idee libere", un contenuto che scorre senza
intralci. A quel tempo, la teleologia psicoanalitica, stretta parente dell'esorcismo
del nudo, non aveva ancora compiuto i suoi danni. Raccomanderei anche
che il paziente, cui non si chiede che di parlare, gestisca autonomamente
l'esercizio del discorso, decidendo se tenere per sé una qualsiasi
informazione. So che questo stride con la fonte freudiana; d’altra parte,
credere che si debba dire tutto è l'ennesima licenza alla mitologia
del vero o della confessione. Possiamo serbare in mente l'idea che non
vogliamo dichiarare: una parte di noi l'avrà già accolta,
o ben osservata. Non è necessario che l'altro, cioè
il terapeuta, ne venga a conoscenza. Lo stesso vale per le famose "notizie
riguardo terzi", che non si capisce perché non possano essere tenute
segrete. Troppi spunti freudiani sembrano mere concessioni alla curiosità
dell'analista, cioè alla sua patologia.
Eviterei di introdurre un registratore nel
setting, per una suggestione dell'analista o dell'analizzato. Sarebbe una
componente superflua, e addirittura nociva, nel caso che uno dei due riascoltasse
dopo qualche tempo i nastri: si avrebbe l'impressione di un discorso estraneo,
scarso o privo di interesse. E' la stessa ragione che interdice ai pazienti
freudiani di scrivere un sogno, contrariamente agli junghiani. Adduco quindi
motivazioni ben diverse da quelle che fecero scattare il famoso caso del
paziente con il registratore nella psicoanalisi di lingua francese, ampiamente
legittimato dal contesto.
Perché l'analizzato dovrebbe anteporre
il nonsense ad altre terapie? Non c'è risposta a questa domanda,
così come non si capisce perché dovrebbe preferire Adler
a Freud o Jung a entrambi. Ciascuno si sentirà in sintonia con una
posizione o l'altra, con una persona o un’altra, e sceglierà l’analista
a lui affine piuttosto che la corrente. Va osservato che nessun terapeuta
si identifica totalmente con la propria linea dottrinale. D'altro lato,
è giusto profilare un candidato ideale alla terapia del nudo: la
persona che ha percorso molte vie spirituali, e che ha manifestato una
lieve insoddisfazione per tutte, specie per quelle che hanno preteso di
monopolizzare la sua attenzione. Questo individuo potrebbe essere definito
"cinese", in quanto professa varie religioni o visioni filosofiche nello
stesso tempo: non si sente materialista a tempo pieno, e l'idealismo potrebbe
attrarlo - o viceversa. Si tratta di un uomo disincantato, che non si lascia
sedurre dal primo imbonitore o analista selvaggio di turno. Critico, ma
costruttivo, è ossequioso delle regole al punto da poter garantire
all'analista un lavoro tranquillo. Con ciò, si escludono certe patologie
dove l'aggressività è troppo spinta: non perché non
si possa migliorare anche in certi casi, ma perché il lavoro sarebbe
più lungo e gravoso, forse votato a un minore successo. Penso a
certe psicosi o a gravi pazienti borderline, i quali non trarrebbero vantaggi
neanche da una psicoanalisi tradizionale. Se l’analizzato non possiede
certe qualità, l'analista dovrebbe allontanarlo senza esitare. Né
dovrebbe allettarlo con facili promesse di guarigione: la terapia del nudo
mette in discussione l'analizzato, e questo va messo subito in chiaro.
Sarebbe bene precisare sin dalla prima seduta che si può sviluppare
un transfert negativo, una sorta di complesso di Giuda nei confronti di
un analista-Cristo, visto così perché ci introduce a un nuovo
percorso. Anticipare certe situazioni può contribuire a risolverle
o a ridimensionarle. In effetti, se è l'analista a comunicare al
paziente il pericolo di un transfert negativo o di certi ostacoli, è
meno probabile che questi li sviluppi; si tratta di un paradosso o double
bind, su cui Jay Haley ci ha ampiamente informati.
Un'applicazione terapeutica del nudo si fonda
su un'epistemologia che smentisce il vero e il falso, e si rivela non duale.
Così, ogni accenno all'interpretazione è da bandire. Già
Freud passò dall' interpretazione alla costruzione, nel tentativo
di dichiarare che la realtà psichica è soggettiva; il primo
termine rinvia al vero, il secondo all'efficacia dell'informazione. La
terapia del nudo si spinge oltre, rifiutando anche la costruzione come
residuo di un'epistemologia della verità (e ritenendo limitata quella
dell'efficacia). Anche Lacan, dunque, con il suo esplicito richiamo alla
verità è accantonato. Che sia costruzione o interpretazione,
ogni comunicazione del terapeuta rischia di catapultare l'analizzato nella
logica duale, esponendolo al principio di non contraddizione. Questa massima
va applicata a ragion veduta. Vari espedienti sono necessari, quindi anche
l'interpretazione al momento opportuno. Ma l'analista la formulerà
sempre con uno spirito zen, consapevole che l'analizzato rischia di prenderla
alla lettera. Il terapeuta stesso potrà invalidarla, successivamente,
o lasciar trapelare al paziente l'inconsistenza di una lettura puramente
razionale dei suoi vissuti. Si avrà modo, così, di imitare
quel maestro zen che forniva risposte contraddittorie alle medesime questioni:
"La mente è il Buddha", e "La mente non è il Buddha". Anche
Chao-chou avrebbe ammesso, in occasioni diverse, che un cane possedeva
la natura buddhica o che ne era privo; l'ultima replica è quella
resa famosa come primo kòan del Wu-men kuan. Chi si scandalizzasse
che la terapia del nonsense si concede, talvolta, blande interpretazioni
è animato da uno spirito dogmatico. L'analista del nudo non teme
incoerenze, né dovrebbe curarsi di giustificarle.
L'analizzato dovrebbe semplicemente accorgersi
che i suoi sintomi non hanno senso. Non è importante che ricostruisca
il suo passato, alla ricerca di un trauma o conflitti infantili. Accolgo
ciò che Lacan asserisce del complesso rapporto tra il significante
e il significato. Ogni sintomo sembra avere un senso, ma solo perché
tutte le sue cause non sono state vagliate a fondo. Come ci mostra "Il
seminario sulla Lettera rubata", ogni causa di un sintomo svanisce, cioè
perde consistenza, una volta indagata, e scivola in un'altra nell'ipotetica
catena associativa; alla fine, il senso ultimo del sintomo si svela
come un significante primario che non dice nulla. Lacan intende in questo
senso l'icona del lupo, nel celebre caso dell'uomo dei lupi: non più
una imago castrante, bensì nuda, dietro cui non si cela alcun significato.
Lo stesso paziente, dopo diversi anni dalla conclusione dell’analisi, ricordò
che il suo sogno principale, affollato di lupi, mancava di un senso ultimo:
l'analisi del dottor Freud non fu esaustiva. Come se la sua angoscia,
di fronte a questi lupi, e a una persecuzione bell'e buona che tornava
persino nel nome di uno dei suoi insegnanti (Wolf), possedesse una matrice
numinosa, cui la logica, persino quella dell'inconscio, si mostra impotente.
Non è determinante che l'inconscio
divenga conscio, al contrario di quanto ammettono in varia misura ma con
parole analoghe i grandi della triade analitica, Freud, Jung e Adler: questa
sarebbe, ancora, una ricerca epistemica basata sugli opposti (vero/falso,
conscio/inconscio). Gli alchimisti deploravano che la "spiegazione" junghiana
avesse sostituito all'indecifrabilità della diade zolfo/mercurio
quella conscio/inconscio; così, non si faceva luce sulla loro scienza.
Il nonsense permette di uscire dal dualismo: l'analizzato attinge una singolare
assenza del senso, da non confondere con la mancanza vera e propria. Questi
scopre nel proprio mondo la sciocchezza, le infiltrazioni dell'assurdo
che, lungi dal minarne la consapevolezza, la elevano all'ennesima potenza.
Cos'altro gli si potrebbe chiedere? Io respingo, come ultimo residuo di
una mentalità ottocentesca, esausta, il programma freudiano del
Wo Es war, soll Ich werden, al pari dell'individuazione junghiana o dei
tentativi adleriani di ridimensionare la volontà di potenza: esangui
spettri razionalistici del passato.
Una siffatta analisi presenta dei limiti?
Evidentemente, al pari di altri metodi terapici, neanche qui si pretende
di formulare una panacea, universalmente valida. Si è già
detto delle ideali disposizioni dei pazienti. Va aggiunto che sintomatologie
persistenti richiedono interventi lunghi, proprio come nella psicoanalisi.
Nel nonsense, l'idea della destituzione di significato del sintomo può
incontrare solide resistenze, spesso insormontabili. La vita quotidiana
e le esigenze professionali degli analizzati potrebbero contrastare con
la finalità e la mèta della terapia, propendendo per l'esorcismo
del nudo, piuttosto che per l'apertura. E' un rischio che si deve correre.
Molti potrebbero non trovarsi a proprio agio nello scivolamento da un piano
di realtà all'altro, auspicato dal nonsense. Si esige un minimo
di funzionamento nel convenzionale, per poi muoversi agilmente al livello
supremo. La teoria di Nagarjuna viene così a essere soddisfatta
appieno.
Anche sulla durata si deve essere chiari:
due o tre anni sono più che sufficienti, tranne che in casi gravi,
resistenti alla consapevolezza. Il terapeuta del nonsense non cercherà
mai di far dipendere da sé o dal suo metodo l'analizzato, e si augura
che, il più presto possibile, costui si liberi dalla sua influenza.
Tutto ciò che rischia di assumere una parvenza teleologica va escluso
dalla strutturazione del setting: la durata delle sedute, seguendo un suggerimento
di Lacan, non può essere predeterminata. In certe occasioni l'incontro
sarà più lungo, in altre meno. Dal punto di vista convenzionale,
la motivazione è questa: il paziente potrebbe indulgere alle sue
resistenze, e sfruttare il tempo che gli è concesso a suo uso personale,
per nascondersi anziché manifestarsi. Sul piano del nudo, va escluso
tutto ciò che è meccanico, come la durata prestabilita delle
sedute: l'analizzato deve trovarsi davanti alla imprevedibilità
della vita, non a uno schema di condizionamento che non lo porterebbe da
nessuna parte. Anche la pratica della meditazione, che il terapeuta suggerirà
nei casi opportuni, non andrà effettuata con spirito meccanico e
abitudinario, pena la totale assenza di efficacia.
Va riconosciuto che le applicazioni cliniche
della logica del nonsense non strutturano un metodo, quanto un programma
o un modello estremamente flessibile. Detrattori e terapeuti dovranno quindi
considerare le osservazioni del presente capitolo come una guida, linee
direttrici che non pretendono all'esaustività né di essere
seguite alla lettera. Molti metodi, come quello junghiano, rientrano in
questo quadro, senza perdere con ciò la loro incidenza.
E' con questo spirito che mi accingo a concludere
questa Appendice con una escursione nel campo della psicologia transpersonale.
E' questo, infatti, l'ambito più fecondo di applicazione di una
logica del nudo come hanno mostrato gli sviluppi più recenti del
mio lavoro, didattici e letterari. L'apertura al nonsense, che una conclusione
ideale della terapia promette, implica la nascita di un elemento intrinseco,
che alcuni chiamano il Sé o essenza. Io continuo a definirlo il
nudo, e mi preme indicarne alcune caratteristiche principali. Esso non
ha nulla a che fare con l'eredità storico-culturale dell'individuo:
non è ciò che i gurdjieffiani o i Sufi chiamerebbero la personalità
o l'io. Sembra eterno, assolutamente originario: la sua nascita, quindi,
è una rinascita. E' a lui che dobbiamo le nostre migliori prestazioni
in tutti i campi. Il paziente lo potenzia al di là del metodo, in
virtù di un costante contatto con la semplice presenza del terapeuta
nel setting. Questa situazione sembra sviluppare una particolare baraka
o energia psichica, che l’analizzato può scoprire nella sua stessa
intimità. Ecco perché, in ultima analisi, qualsiasi metodo
terapico va invalidato. Per meglio dire, il modello continua ad agire sul
piano della realtà convenzionale, ma, in sottofondo, esiste questa
presenza simpatetica, vera matrice del cambiamento o della consapevolezza
nel paziente. Credo che la scuola di Kohut abbia individuato alcuni aspetti
di questo fenomeno. Ma non è necessario che l'analizzato venga
incoraggiato o tranquillizzato nella comoda cornice del témenos
analitico. E' sufficiente che il terapeuta condivida insieme a lui uno
spazio, all'inizio soltanto fisico. Successivamente, i ricordi relativi
alla seduta e il residuo "psichico" della presenza dell'analista continueranno
a operare nella sua mente. Così potrà emergere il nudo, qualcosa
che nessuna trattazione riuscirebbe a descrivere. Si potrebbe solo accennare
al fatto che esso sembra trascendere qualsiasi realtà appresa dall'individuo
nella sua formazione culturale. Per questo lo scivolamento nel transpersonale
appare inevitabile e anche, perché no, necessario.
Di ciò di cui si dovrebbe tacere, occorre
parlare.