I cento passi
Il film di Marco Tullio Giordana, ricostruisce la breve ed
esemplare vita di un giovane siciliano, Peppino Impastato, che negli anni delle
contestazioni studentesche, osò contestare la mafia.
Il film si apre mostrandoci gli Impastato che partecipano
ad una festa di famiglia (intesa in ampio senso) in cui il bambino Peppino è
testimone del cambio di guardia ai vertici della cupola mafiosa palermitana:
s’intuisce chiaramente che Tano Badalamenti presto salirà alla ribalta.
Ritroviamo Peppino, ormai cresciuto, giovane infiammato
dagli ideali di libertà e di giustizia: è il ’68, ed anche a Cinisi, il paese
di Peppino, si ascolta la stessa musica e si nutre la stessa speranza di
cambiare il mondo come succedeva, in quel periodo, da una parte all’altra del
globo.
Per Peppino il ’68 significa lotta alla mafia, ribellione
alla corruzione e alla connivenza tra politici e mafiosi. Peppino, che ha
studiato ed è dotato di uno spiccato senso critico, comprende che è necessario
mostrare alla gente, e in particolare ai suoi coetanei, qual è il vero volto
della mafia che possiede solo la cultura della violenza e della sopraffazione e
che è costituita da persone mediocri e non da eroi. Ad essa egli si oppone attivandosi prima
politicamente, iscrivendosi alla locale sezione del P.C.I. e poi attraverso la
fondazione di un giornalino e di un circolo culturale, tutte esperienze,
queste, ispirate dalla necessità di diffondere, oltre al valore della legalità,
il senso della bellezza della natura e dell’importanza della cultura. Peppino
infatti dice: <<Bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in
uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione>>. Egli
non vuole uniformarsi alla logica mafiosa,
non vuole “baciare le mani” ai boss, non vuole percorrere quei cento passi (da
cui il titolo del film) che servono per arrivare da casa sua alla soglia di
casa di Badalamenti, e che indicano, quindi, la vicinanza della mafia, la sua
immanenza.
Attraverso un’altra sua creazione, Radio Aut, che
trasmetteva da Terrasini, a 2 km da Cinisi, Peppino dà inizio alla sua rivolta
alternativa per mezzo di una sagace e
puntuale satira della società mafiosa, ridicolizzando e allo stesso tempo
denunciando con forza non solo i traffici di droga e le speculazioni edilizie,
dovute agli scellerati accordi tra P.C.I. e D.C., ma avendo come bersaglio soprattutto Tano Badalamenti, simbolo
dell’alleanza tra Chiesa, D.C. e mafia. E, forse, proprio questo non verrà
perdonato a Peppino: l’aver messo alla berlina l ’ “onore” e il “prestigio” dei
capi. Claudio Fava, sceneggiatore, ha detto: “ Uomini come Peppino sono davvero pericolosi per i boss. Sono la morte
della mafia perché insegnano ai giovani l’alfabeto della libertà, la potenza
dell’ironia. Piccoli eroi quotidiani in lotta contro la lunga linea d’ombra
racchiusa in quei cento passi che separano la via della normalità da quella del
crimine
Il 9 maggio 1978 il corpo di Peppino
Impastato, dilaniato da una bomba, verrà ritrovato su un binario della ferrovia di Cinisi. Il caso venne sbrigativamente archiviato come un suicidio e si
disse anche che Impastato era un terrorista morto mentre piazzava la bomba alla
ferrovia. La sua morte non ebbe perciò
all’epoca gran risalto, anche perché coincise con il ritrovamento del corpo di
Aldo Moro ucciso dalle Brigate Rosse. Il muro di falsi che per ben 23 anni aveva negato a Peppino Impastato l’onore della verità, si
è sgretolato il 5 marzo 2001, quando i giudici della Corte d’Assise di Palermo
hanno inflitto 30 anni di carcere a Vito Palazzolo che ordinò, insieme al suo
capo Badalamenti, la morte del giovane.
Le scena del funerale di Peppino, con in sottofondo le note di “A Whiter
Of Pale” dei Procul Harum, accompagnato da un corteo numerosissimo di persone
di ogni età, molte con il pugno alzato e con bandiere rosse levate al cielo e
striscioni a ribadire che le sue idee di libertà non sarebbero morte con lui,
concludono con efficacia visiva il film.
“Ho
voluto raccontare una storia vera, a suo modo epica e unica. Abbiamo girato a
Cinisi, accanto alla madre e agli amici di Peppino ascoltando i loro discorsi,
rivivendo quegli anni e la tragica fine di un ragazzo che credeva nella
libertà”. (M.T.Giordana –regista del film-)
Maria Elisa Del
Grande
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