Irene Spadaro (Bologna)
I TUOI OCCHI
Elegante e deciso il tuo incedere fra la gente, arresti i tuoi passi a poca distanza da me. Un’energia dentro, mi conduce ad oltrepassare la soglia dei tuoi occhi, e li contemplo come sbalordita all’ingresso di una Cattedrale. Da qui scorgo gli affreschi della tua adolescenza, i marmi specchiati delle tue certezze che duramente hai levigato, gli ori e gli argenti a cui solo tu sai dare un nome. Con sguardo attento ed orecchio vigile, attendo che tu mi sia guida nel visitare siffatte meraviglie. Le panche rovinate da vandali di passaggio, il tabernacolo sorvegliato dei tuoi intimi pensieri, le cripte del tuo passato dove nessuno accede da tempo. I cunicoli per portarti in salvo, ed uscire sempre a testa alta da ogni saccheggio. Nel nocciola del colore, profondità d’oceano e freschezza d’altura. Tutto questo distinguo tra un batter di ciglia e l’altro. Parlo ai tuoi occhi, paziente, attendo, che le tue armoniose labbra si dischiudano ad un sorriso.
NON UN SOLO GIORNO
Una porta spalancata dietro le mie spalle. Non la guardo. Corro affannata, terrorizzata. Gli occhi sgranati. La pelle non avverte l’inverno e la neve che pavimenta e offusca tutti i colori delle piante. Brandelli di abiti, trattengo con le mani. Lividi nelle giunture, e sangue che fiotta pompato dalla corsa. Corro, affondo i piedi, sollevo i ginocchi per volare via mentre dentro mi sento sporca. I roveti imprimono la loro aguzza presenza sulle braccia, ma non sento dolore, sotto i piedi, continuo a correre. Affranta con i lombi in fiamme, completamente priva di parvenze umane, come animale ferito, stracciato, deriso ed umiliato cado definitivamente in ginocchio, quasi come colpita da uno sparo. Si spegne la luce della vita, a rallentatore le mie braccia si distendono lungo i fianchi. Cado in avanti, il viso riverso alla neve che prima mi disseta, poi mi gela. Forse mi conserva, adesso che preferisco la morte alla vita. Non voglio un solo giorno in più a tutto questo dolore.
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