EXPLANATION FOR AURYN

Molti di voi si staranno certamente chiedendo quale significato possa avere quello strano simbolo in cui siete entrati per accedere a questo luogo; pochi, invece, Lo avranno riconosciuto come l'artefatto pi� importante descritto in un libro che ha segnato una pagina memorabile nella storia della letteratura mondiale.
Mi sto riferendo a "La Storia Infinita", romanzo fantastico pubblicato nell'ormai lontano 1979 da Michael Ende. A quell'epoca io non ero nato, il Muro di Berlino era ancora in piedi e i Led Zeppelin avevano quasi raggiunto il tramonto della loro sfolgorante carriera, con la pubblicazione di "In Through The Out Door".
Ci� detto, permane ancora il dubbio riguardo la natura di codesto artefatto e le origini della Sua presenza nella prima pagina del sito che vi apprestate a visitare.
Si ritiene opportuno, innanzitutto, tentare di descrivere l'oggetto in questione mediante l'uso delle parole che Ende stesso per primo spese affinch� i lettori del Suo capolavoro potessero produrre nelle loro menti un'immagine di Esso; il passo di cui state per fruire � tratto dal Capitolo Secondo dell'opera di Ende.

Cairone era quello che nei tempi antichi si chiamava un centauro. Aveva sembianze umane fino alla vita e il resto del corpo era quello di un cavallo. Ma Cairone era un cosiddetto Centauro Nero. Era venuto da terre molto lontane del profondo sud. Per cui la sua parte umana aveva il colore dell'ebano, solo i capelli e la barba erano bianchissimi e crespi, mentre la sua parte equina era zebrata. Portava uno strano cappello di giunchi intrecciati e al collo aveva, appeso a una catena, un grande amuleto d'oro sul quale si vedevano due serpenti, uno chiaro e l'altro scuro, che si mordevano la coda a vicenda, formando cos� un ovale.

Mi preme precisare che la traduzione che vi presento non � frutto di un mio faticato sforzo, bens� la riproposizione letterale dell'edizione italiana pubblicata dalla Casa Editrice TEA nel giugno del 2004, tradotta da Amina Pandolfi; devo ammettere, senza infingimenti, che ho trovato questa edizione abbastanza scadente e abbondante di errori di battitura. Purtroppo, non ho ancora avuto tempo, o, forse, voglia, di andare in cerca di un'edizione differente; pertanto, mi scuso con tutti voi lettori per i fastidi che potrete avere nella fruizione dei brani scelti da questa edizione che saltuariamente vi capiter� di incontrare in queste pagine e in quelle che seguiranno.
Tralasciando un periodo intero, ecco come prosegue Ende poco pi� sotto:

Nel Regno di Fant�sia chiunque conosceva il significato di quel medaglione: era il segno distintivo di colui che agiva per incarico dell'Infanta Imperatrice e che era autorizzato a trattare in suo nome, come se lei stessa fosse stata presente.
Si diceva che esso conferisse a colui che lo portava forze misteriose, sebbene nessuno sapesse esattamente quali. Tutti conoscevano il suo nome: AURYN.
Ma molti non osavano nemmeno pronunciare quel nome, lo chiamavano il Pantakel o semplicemente il Gioiello o, ancor pi� semplicemente, lo Splendore.

Ritengo che i due luoghi del libro appena citati possano essere sufficienti per dare un'immagine di Auryn anche a tutti quelli che non hanno mai avuto modo di leggere "La Storia Infinita", ahiloro! Invero, occorre ammettere che ancora non si spiega il Suo significato simbolico in questa sede; al fine di chiarirlo per il meglio non occorrer� comprendere n� cosa fosse il Pantakel all'interno del romanzo, n� quale valore recondito potesse avere per Ende, bens� cosa Esso richiami nella mia mente con le Sue forme e con le Sue caratteristiche.
Da tempo, ormai, aborro le definizioni schematiche, le distinzioni rigide, le classificazioni perentorie. Esiste, purtroppo, chi distingue con una linea netta il bianco e il nero, chi conficca paletti invalicabili a separare determinate categorie mentali, chi etichetta con appellativi forzati e innaturali comportamenti e persone diverse.
Orbene, devo ammettere che negli ultimi anni della mia vita ho iniziato a comprendere, almeno in parte, la bellezza emanata dalle sfumature cromatiche che compongono la realt� multiforme che ci circonda, la raffinatezza effusa dalle sottili venature che differenziano ogni singolo oggetto dei nostri pensieri e delle nostre azioni, il fascino sprigionato dalle tonalit� differenti delle caratteristiche culturali che distinguono ogni popolo in maniera peculiare.
A questo proposito, mi torna alla memoria un piccolo passo tratto dalla sceneggiatura di un'opera cinematografica realizzata da un giovane regista milanese, Enrico Maisto, intitolata "L'inferno di Pablo". Non posso garantirvi che nella sequenza finale del film i dialoghi siano rimasti invariati, ma quella che vi propongo � la citazione testuale del copione originale che ho fra le mani in questo momento.

Prima di tutto il sesso non � indice di superficialit�, in ogni caso fa attenzione a non innamorarti troppo delle parole, piuttosto che di concetti idealizzati sulle categorie sociali, se vogliamo un po' troppo schematici e riassuntivi: la vita non � bianco e nero, non c'� la barricata, ci sono le sfumature, tu non le vedi, non le vedo neanche io- almeno non tutte- e questo � bene, perch� quando le avrai chiare e distinte nella tua testa, seduto l� su quella sedia a meditare, per un istante ti balzer� agli occhi il riflesso argenteo dei tuoi capelli illuminati dalla luce della luna e poi improvvisamente buio...

Desidero evidenziare che le imperfezioni presenti nel brano appena citato non sono da attribuire n� ad una mia dimenticanza, n� a qualche mio errore di battitura nell'operazione di copiatura dello scritto originale. Semplicemente, la sceneggiatura di un film altro non � che un mero strumento di lavoro, che ha l'obbligo di essere facilmente fruibile, conciso, spoglio; non abbisogna n� di fronzolo alcuno, n� di eleganze stilistiche o grafiche, n� di orpelli e ornamenti pretenziosi. Pertanto, vi prego di non addossare ingiustamente all'autore di codesta sceneggiatura, peraltro scritta in giovanissima et�, colpe inesistenti; piuttosto, vi invito a comprendere quanto appena scritto circa la natura di un copione in ambito cinematografico e a risparmiare a questo regista promettente un rimbrotto inopportuno.
Ebbene, seppur non possa negare che esistano contrapposizioni forti, dualismi evidenti e dissidi acuti in ogni settore della nostra esistenza, ritengo possibile ricondurre ogni tesi e la relativa antitesi in un unico momento di sintesi (chiedo venia per l'ardire che ho avuto nello strappare dalle labbra di un filosofo dello spessore e del genio di Hegel, senza alcuna mira di accostarmi artificiosamente a lui, questa triade fonetica cos� importante nelle sue opere; peraltro, si da il caso che essa si adatti appieno agli argomenti e alle questioni che andiamo discutendo in questa sede. Di conseguenza, mi auguro che codesta scelta mia non turbi la pudicizia di nessuno dei lettori di questo mio scritto e che possiate tutti proseguire con inalterata gioia intellettuale e curiosit� mentale nella fruizione del testo che state affrontando con grande generosit� e pazienza).
A questo punto, i pi� diffidenti potrebbero avere l'impulso di tacciarmi di ottimismo beota e scellerato, arguendo dalla mia affermazione di una realt� sintetica, armoniosa, proporzionata una mancanza di senso critico e di esperienza positiva in merito alle vicende di cui vado scrivendo.
Ebbene, a codesti giudici frettolosi, che s� celermente si sono arrischiati ad emettere una sentenza tanto iniqua, va, forse, ricordato il "Candido" voltairiano, laddove Cacambo domanda all'errabondo viaggiatore, comico protagonista di quelle strane vicende, cosa fosse l'ottimismo; e quest'ultimo risponde:

C'est la rage de soutenir que tout est bien quand on est mal

Giammai scrissi, infatti, che � sempre possibile conciliare tesi e relativa antitesi in una sintesi unica e armonica; invero, forse sono pi� le situazioni in cui questo non avviene che l'inverso! Peraltro, quando accade che tutto si risolva nell'armonia eterogenea del mondo, non � certo possibile affermare che il processo sia stato privo di difficolt� e che il risultato sia stato raggiunto senza cura o affanno.
Pu� darsi che lo sforzo immane che occorre compiere per affratellare quei due elementi contrapposti sia il prezzo da pagare, il fio da scontare per poter godere della splendida belt� multiforme che la Natura ci offre, nella Sua infinita complessit�; in questo caso, perdonerete la mia astratta pulsione, sarei pienamente disposto ad affrontare le fatiche necessarie per raggiungere un cos� alto scopo.
Invero, non � mia intenzione cercare di apparire come uno strenue paladino dell'ordine, dell'armonia, della conciliazione di punti di vista differenti; esistono situazioni in cui, per quanto ci si affanni nel tentativo di trovare una soluzione, pare che le difficolt� siano troppo grandi per essere superate e che gli ostacoli da abbattere siano cos� imponenti da spingerci a disperare per le sorti della mesta realt� insoluta.
In codesti frangenti un senso di angosciata malinconia pu� impossessarsi del nostro animo, trascinando in un profondo abisso privo di luce i nostri sentimenti pi� alti e i nostri propositi pi� nobili. In questo momento la grande armonia del mondo naturale viene meno ai nostri occhi e in noi alberga solamente un grande senso di sbigottimento e di nausea. Esistono attimi in cui tutto ci sembra orrido e cupo, a partire dall'apatica e rassegnata noncuranza con cui la maggior parte della gente arranca nel corso della sua esistenza anonima e alienata.
Solamente la potenza immaginifica del sogno e dell'aspirazione pu� trarre in salvo una mente consapevole da questa condizione disperata, giacch� le pulsioni pi� profonde generate dal nostro cuore rappresentano la voce vera e trasparente dell'animo recondito. Scellerato colui che abbandoner� l'esile sentiero soavemente cantato dalla propria indole per seguire la strada della pura e semplice convenienza; infame colui che devier� dal cammino della sua volont� per rincorrere l'ombra allucinatoria di garanzie effimere.

I went to the woods because I
wanted to live deliberately...
I wanted to live deep and suck
out all the marrow of life!
To put to rout all that was not life...
And not, when I came to die, discover
that I had not lived...

Ecco con quali parole il Keating nel 1942 invita il lettore a vivere con saggezza e profondit�, a succhiare tutto il midollo della vita, a sbaragliare tutto ci� che non � vita, per non scoprire, in punto di morte, di non avere vissuto realmente.
Di seguito vi propongo uno stralcio di uno scritto di Walt Whitman del Diciannovesimo Secolo riguardo il senso della vita:

O me! O life! of the questions of these recurring.
Of the endless trains of the faithless, of cities fill'd with the foolish.
Of myself forever reproaching myself, (for who more foolish than I, and who more faithless?)
Of eyes that vainly crave the light, of the objects mean, of the struggle ever renew'd.
Of the poor results of all, of the plodding and sordid crowds I see around me,
Of the empty and useless years of the rest, with the rest me intertwined,
The question, O me! so sad, recurring -- What good amid these, O me, O life?
Answer That you are here--that life exists and identity,
That the powerful play goes on, and you may contribute a verse.

"Che tu sei qui--che la vita esiste e l'identit�, Che il potente spettacolo continua, e che tu puoi scriverne un verso"..."Che il potente spettacolo continua, e che tu puoi scriverne un verso"! Ogni volta che mi soffermo nella lettura di questi due momenti di grande letteratura un tremore mi attraversa le membra e un lieve brivido percuote il mio corpo.
Non scrivo queste parole con lo scopo di impressionarvi, sia ben chiaro! La potenza commovente di questi due brevi brani che ho scelto, ispirato dalla celeberrima pellicola di Weir intitolata "L'Attimo Fuggente", � cos� grande da emozionarmi ad ogni lettura novella.
Orbene, ne "La Storia Infinita" di Ende, allorquando Bastiano fa' il suo ingresso nel Regno di Fant�sia e riceve in dono dall'Infanta Imperatrice Auryn, voltandoLo Vi legge una scritta:

Fa' ci� che vuoi

Ecco, allora, che il Pantakel assume un nuovo significato simbolico ai miei occhi, sobbarcandosi il ruolo di baluardo dei sogni, dei desideri, della fantasia, affinch�, sul letto di morte, tornando a volgere lo sguardo indietro lungo il corso della nostra esistenza, non possa nascere alcun dubbio o rimpianto, affinch� si possa affermare, con serenit� e soddisfazione, di aver vissuto appieno la nostra vita e di averne succhiato tutto il midollo, affinch� le nostre menti, giovani o vecchie esse siano, non si privino mai dell'ebbro e folle estro dell'invenzione e dell'istintualit�.
Allorquando codesto processo creativo si innesca, spinto dalla vocazione e dall'indole naturale delle nostre aspirazioni, prende avvio un eterno fermento produttivo, privo di posa e di definizione, di risoluzione e di tregua, come le membra delle due serpi sinuose e silenti, che si amalgamano in un'unico intrico di viscere e di corpi, intrecciando un circolo infinito e splendido. Ecco, in questo modo, senza fine, in un groviglio di parti mentali e invenzioni intellettuali, sempre in divenire, eternamente mutevole, si presenta ai vostri occhi codesto spazio in cui v'apprestate ad entrare, mai completo, mai finito, sempre pronto ad accogliere nuovi germogli e fiori originali e differenti, in quel fermento di creazione frenetica ed estatica tipica delle menti pi� arzille.
Possa il Gioiello essere, dunque, un segno di favore su questo luogo virtuale e su chi lo costruisce giorno dopo giorno, affinch� un fausto presagio aleggi sul suo creatore e su chi ne condivide lo spirito e gli intenti; cos� come in Fant�sia fornisce una guida certa e indubitabile al Suo portatore, possa Auryn rendersi garanzia qui, sul nostro capo, di un equilibrio sereno e armonioso.
Lo Splendore si erge innanzi a tutti voi lettori come simbolo potente di quanto abbiamo discusso con s� grande fervore intellettuale in codesta nostra introduzione. Se doveste decidere di proseguire il vostro viaggio mentale all'interno di questi lidi, rammentatevene sempre; altrimenti, desistete dall'andare oltre, qualora la vostra mente e la vostra coscienza non siano in grado di sopportare quanto il mio pensiero ha espresso sinora.

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