Il
Mattino Giovedì 7 Novembre 2002
Dov’era Dio?
di
Bruno
Forte
Dov’era Dio quel mattino del 31 Ottobre a San Giuliano di Puglia? La
domanda è ritornata su tanta bocche, in tanti cuori. “Si era distratto”,
riferisce qualcuno. “Era lì come sempre”, ribadisce un altro. E c’è chi
aggiunge: “Era lì come l’eterno Assente”. Nella sua terribile memoria di
Auschwitz, Elie Wiesel racconta del bambino impiccato perché aveva tentato la
fuga, che si dibattè a lungo con il cappio della morte davanti agli occhi
impietriti di tutti i prigionieri del Campo. Anche allora risuonò la domanda:
“Dio? Dov’è il tuo Dio?”. E la voce di un prigioniero fra i tanti osò
rispondere: “Dio è lì, appeso a quella forca” (E. Wiesel, La
Notte). Non è atea o blasfema questa risposta gridata nel dolore, o per lo
meno non è solo questo: quello che muore con l’innocente che muore è il Dio
tappabuchi, il Dio impassibile e indifferente spettatore del dolore umano. Ma
proprio così la frase ha un altro senso: Dio è appeso a quella forca perché
non lascia solo il piccolo che muore. Gli fa compagnia. Lo porta con sé nella
morte, oltre la morte... Il problema è allora intendersi su chi sia Dio: dagli
stessi due termini - Dio e il dolore - è possibile trarre conclusioni opposte.
Ci ha provato in maniera insuperabile Dostoevskij: se c’è Dio, intollerabile
è il dolore che devasta la terra. Ma questo dolore è intollerabile. Dunque Dio
c’è. Ma anche: Se c’è un Dio giusto, non può esserci il male. Ma il male
c’è, conturbante, terribile. Dunque, Dio non c’è. Dal dilemma si esce
soltanto se cambiamo l’idea che abbiamo di Dio: un Dio grande burattinaio del
mondo non regge al confronto col dolore umano. Solo il Dio “compassionato”,
come diceva l’italiano del Trecento, un Dio cioè compagno del nostro dolore e
capace di sostenerlo e dargli senso, è il Dio che regge lo sguardo delle Mamme
di San Giuliano, dei prigionieri impietriti davanti alla forca di Auschwitz.
Dove troveremo questo Dio?
Sembra paradossale dirlo, ma è molto più vicino a noi di quanto potremmo
pensare. Se due millenni di cristianesimo ci hanno abituati allo scandalo di un
Dio crocifisso, al punto da parlare di Dio come se Lui, il Crocifisso,
semplicemente non ci fosse, la freschezza del racconto evangelico continua a
riproporci quella lancinante domanda: “Mio Dio, mio Dio perché mi hai
abbandonato?”. Non è un ateo, né un bestemmiatore a gridare così verso il
cielo: è il Figlio. E in Lui sono tutte le voci e i silenzi del dolore umano
che vengono raggiunti dalla compagnia del Dio vicino, abbandonato con gli
abbandonati, solo per essere accanto a tutte le solitudini, piccolo con i
piccoli di San Giuliano, ferito nell’anima come le loro Mamme e i loro Papà.
La stessa voce, da quello stesso albero di morte e di vittoria, aggiunge:
“Nelle Tue mani affido il mio spirito”. Anche ora la voce del Figlio è la
nostra: è la voce di quella fede rocciosa, umile e abbandonata nella mani
dell’Altro, che ha portato la Mamma di Luigi a pregare perché nessuna Madre
pianga più un figlio morto sotto le macerie della propria scuola. È la fede di
quella gente molisana solida e forte, che continua a ringraziare per tutto
quanto si fa per lei con un’umiltà infinita, stampata nei volti dei vecchi, e
una dignità altrettanto grande, quale solo chi sa di essere “figlio di Dio”
attinge dal profondo dell’anima. Quel 31 Ottobre, al mattino, Dio era là,
come all’ora nona del Venerdì Santo della storia del mondo: un Dio che per
amore crea e per amore salva, libero nell’uno e nell’altro dono, che alla
creatura amata lascia tutti gli spazi e i drammi della prova e della libertà,
ma mai lascia solo il piccolo che muore o la madre che lo piange. Un Dio con
noi, per noi, per piangere e per sperare, per vivere e per morire, per credere e
per amare, per accompagnare nell’ultimo silenzio e dare la forza di
ricominciare il cammino della vita senza fermarsi. Un Dio diverso da quello
delle risposte troppo semplici di chi dice di Lui “non c’è”, o “c’è
se fa’ quello che io dico”. Un Dio che c’è come “il grande compagno del
dolore umano”, il Dio che salva anche il tuo dolore, e ti dà la forza di fare
della morte nuovo inizio di vita. A San Giuliano, quel 31 Ottobre, siamo stati
tutti sfidati da questo Dio diverso, eppure antico: tutti, credenti e non
credenti, figli di questa cultura segnata dalla Croce più di quanto possiamo o
vogliamo pensare...