Pellegrino
di speranza
Bruno Forte
«La Vergine Santa mi ha concesso di tornare ad onorarla in questo celebre
Santuario, che la Provvidenza ispirò al Beato Bartolo Longo perché fosse un
centro di irradiazione del Santo Rosario»: è con queste parole autobiografiche
che si apre il discorso di Giovanni Paolo II in occasione della Sua visita al
Santuario di Pompei. Il riferimento personale dà un carattere ancora più
significativo al messaggio che dalla «città di Maria» il Papa ha voluto
lanciare al mondo.
Quasi a
farvi riconoscere l’essenza di ciò che egli sente di dover dire e
testimoniare - con la parola, appunto, e con la vita - alle donne e agli uomini
del nostro tempo.
Nelle rovine della città romana - dove è atterrato l'elicottero che lo
trasportava da Roma, con scelta di grande efficacia simbolica - Giovanni Paolo
II legge una sfida: «Queste rovine parlano. Esse pongono la decisiva domanda su
quale sia il destino dell’uomo. Sono testimonianza di una grande cultura, di
cui tuttavia rivelano, insieme con le luminose risposte, anche gli interrogativi
inquietanti». Sin dall’inizio del suo pontificato il Papa polacco aveva
avvertito l’urgenza di questa sfida: se ad Est il socialismo reale aveva
preteso di cancellare l’anima religiosa di ogni cultura, a Ovest la
secolarizzazione legata all’edonismo pervasivo e strisciante aveva non di meno
indebolito la percezione della nostalgia di Dio, senza cui la vita umana è solo
un viaggio verso il buio oltre l’ultima siepe, verso il nulla oltre il
silenzio della morte. A distanza di venticinque anni Wojtyla dimostra di
avvertire con intensità se possibile ancora più grande la lama di questa
sfida: il crollo dei regimi dell’Est ne ha mostrato il vuoto etico, ma non ha
spento la sete di giustizia a cui essi avevano preteso originariamente di dare
risposta; la presunzione della «fine della storia» (Francis Fukuyama),
celebrata in Occidente come consumata vittoria del modello americano, è stata
colpita al cuore e dissolta dall’attacco terroristico dell’11 settembre 2001
e dalla sola risposta di guerra e di morte che finora il gendarme del mondo ha
saputo dare. Questo Papa non si arrende a un presunto necessario destino di
scontro di civiltà e di religioni (secondo la tesi notissima di Samuel
Huntington): in nome di Dio, e proprio perciò in nome della vera dignità e
grandezza dell'uomo, egli chiama le coscienze a una sorta di mobilitazione
morale, che ridia gusto e senso alla vita e alla storia e motivi la scelta
necessaria per costruire la pace, quella che passa attraverso la giustizia e il
perdono. Da Pompei, città del Rosario e dunque di quel «compendio del
Vangelo... che ci fa continuamente ritornare sulle principali scene della vita
di Cristo, quasi per farci respirare il suo mistero» ed è così «via
privilegiata di contemplazione», Giovanni Paolo II rilancia la sua proposta a
ogni uomo e donna di buona volontà: solo Cristo, solo il suo Vangelo può dare
pace al nostro cuore inquieto; solo una comunità degli uomini costruita sulle
esigenze della giustizia e della carità rivelate e donate sulla Croce del
Figlio può essere ospitale per tutti, capace di garantire a ognuno dignità e
futuro degno della persona umana; solo un cuore abitato dall’amore più grande
che viene dall’alto può sottrarsi alla logica della legge della forza per
scommettere fino in fondo sulla forza della legge, uguale per tutti.
La visita a Pompei assume così il chiaro carattere di un pellegrinaggio di
pace, totalmente voluto e vissuto come supplica per invocare la pace. Proiettare
«la luce di Cristo sui conflitti, le tensioni e i drammi dei cinque Continenti
... assimilare, con il mistero di Gesù, anche il suo progetto di pace»,
educare i cuori al ritmo contemplativo di una preghiera che - come quella del
Rosario - «pacifica il nostro animo e lo apre alla grazia che salva», è
l’urgenza che il Papa ha voluto ribadire - con singolare densità simbolica,
nella sua carne e nelle sue parole - «all’inizio di questo millennio, già
sferzato da venti di guerra e rigato di sangue in tante regioni del mondo». La
posta in gioco è tale che nessuno può sentirsi chiamato fuori dall’impegno
indicato dal Papa: la stessa città di «Pompei, crocevia di persone di ogni
cultura attratte sia dal Santuario che dal sito archeologico, evoca anche
l’impegno dei cristiani, in collaborazione con tutti gli uomini di buona
volontà, ad essere costruttori e testimoni di pace». L’invito ad essere
operai della pace vale insomma per tutti, credenti e non credenti, ed è
lanciato dal Papa come un’invocazione che - dopo che a Dio - si rivolge in
maniera intensa, perfino struggente al cuore degli uomini, facendo appello alla
coscienza di ciascuno e di tutti: «Accolga sempre più questo messaggio la
società civile». È una preghiera, una domanda, un grido davanti a cui non si
può restare indifferenti: essere all’altezza di questa esigenza è
l’impegno che da Pompei Giovanni Paolo II chiede alla comunità ecclesiale, ma
è anche il dovere morale cui richiama tutti, a cominciare dalle istituzioni e
dai protagonisti dell’agone politico, perché davanti alla posta in gioco del
futuro del mondo nessuno si mascheri più dietro le facciate delle reciproche
ragioni di parte, ma ciascuno osi pensare in grande, come fu capace di fare un
giorno una giovane donna di Galilea, credendo al di là di ogni misura di
calcolo o di evidenza e cantando nel suo Magnificat la rivoluzione di Dio,
l’impossibile possibilità del suo amore venuto ad abitare fra gli uomini