RIFLESSIONI
Spiritualità
cultura
e accoglienza
Il primo sguardo di Gesù (Il Mattino, 24 Dicembre 2003, 1 e 19)
di
Un’asticella fiorita alla sua sommità attirò a quel punto il suo sguardo di bambino: era un bastone, un curioso bastone fiorito. Pensò subito – ma fu solo una delicata incursione della sua onniscienza divina nel cammino della sua coscienza di uomo bambino – che quel tocco di grazia sulla cima del pezzo di legno sottile e allungato, che Giuseppe stringeva fra le mani nodose, era stata una deliziosa trovata dei Napoletani e del loro presepe barocco per dire la loro simpatia e tenerezza verso il suo tenero Padre putativo. Un uomo giusto, Giuseppe: lo si capiva dalla profondità dello sguardo, dalla meraviglia pensosa con cui contemplava quel suo bambino non suo. Un uomo capace di credere nell’impossibile possibilità dell’amore divino. Uno di quei giusti che fanno la gloria d’Israele e la sua salvezza: e se Giuseppe non avesse creduto? se si fosse lasciato prendere dalla pretesa – in fondo così umana – di avere un figlio suo, tutto e solo suo? Il Bambino rabbrividì per un istante: si sentì già addosso le pietre che sarebbero state gettate sul corpo gravido di sua Madre, lapidata per adulterio… Meno male che Giuseppe aveva creduto, pensò subito con un sospiro di sollievo: e non poté fare a meno di immaginare a quanto male si sarebbe risparmiata la terra se di giusti ce ne fossero stati di più di quanto di fatto ce ne sono stati. Essere giusto significa credere nella debolezza di Dio e delle sue vie: davanti all’odio, rispondere con il perdono e l’amore; davanti all’offesa, cercare la giustizia per tutti, rifiutando le armi della vendetta e delle risposte di forza; davanti alle presunte sicurezze del potere e della ricchezza, preferire l’apparente debolezza della non violenza, scegliendo il povero come pietra di paragone per la costruzione di un mondo migliore. Povero Giuseppe, venne fatto di pensare al bambino, quanto dovrà soffrire nella storia del mondo! Quanti Giuseppe saranno calpestati, ignorati, vilipesi, quanti resteranno inascoltati anche quando grideranno ad alta voce quello che la coscienza di tutti, rettamente ascoltata, non cessa di dire a ciascuno! Eppure, senza un Giuseppe non ci sarebbe stato lui, il bambino: e senza di lui non ci sarebbe stata speranza di un mondo migliore! Grazie, Padre mio putativo, mormorò fra le labbra senza che nessuno potesse capire quel piccolo gemito, grazie di esserci con la tua discrezione, con la tua fede, col tuo sogno di uomo giusto incapace di fare del male. Grazie perché è mediante uomini come te, esperti dell’impossibile, che il mondo continua ad esistere: e sarà grazie ai giusti nascosti che il deserto del mondo fiorirà quando meno te l’aspetti o quando tutto sembrerà negare le ragioni della speranza. Gli innocenti hanno fatto le cose impossibili perché non sapevano che erano tali!
Un muggito distrae il Bambino da questi pensieri: col loro “physique du rôle” un bue ed un asinello attraggono la sua attenzione. Sono lì in rappresentanza del mondo animale: oltre a questo titolo onorifico, hanno però anche un compito molto pratico, quello di essere l’unico impianto di riscaldamento della grotta, altrimenti non troppo ospitale. Il Bambino, raggiunto dal loro fiato caldo e avvolgente, non può fare a meno di provare un senso di gratitudine per quelle povere bestie: in fondo, nel disegno originario del Creatore, prima che l’uomo rovinasse tutto col suo peccato d’orgoglio, uomini e animali erano chiamati a vivere insieme, in una sorta di beata complicità, che aiutasse ciascuno secondo il suo ruolo a servire il bene di tutti. Pensò a quanta responsabilità grava sulle scelte degli uomini anche in rapporto alla grande casa del mondo, e si rese conto di essersi fatto uomo anche per questo, per ristabilire un patto di pace fra gli esseri umani, il mondo animale e la natura intera. Un giorno tutto questo si sarebbe chiamato responsabilità ecologica: ma lì, in quella stalla, era un’esperienza immediata di… fraternità umano – divina – animale, che piaceva al Bambino e gli faceva ricordare l’Eden perduto e promesso. Non era venuto in questo mondo anche per restaurare il giardino dell’inizio? E non era la sua missione fra gli uomini anche quella di convertirli a un diverso rapporto con gli animali e le cose, fatto di rispetto, sobrietà, e perfino amicizia? Con una nuova, rapida incursione della sua onniscienza divina, non poté fare a meno di pensare a chi – pochi in verità – nella storia avrebbe capito il messaggio: e gli sembrò che San Francesco entrasse per un attimo nella grotta a far parte di quel primo presepe, che a partire da lui sarebbe stato imitato in tante case del mondo! Gli venne poi di chiedersi – strani pensieri di un Dio bambino! – perché fossero proprio quei due fra tanti animali a stare accanto a lui nella grotta della sua nascita: come se gli avesse letto nel pensiero, sua Madre cominciò a raccontargli una storia, proprio come quelle che tutte le mamme del mondo raccontano ai loro bambini. “Mentre con Giuseppe eravamo in viaggio verso Betlemme, un angelo radunò gli animali di ogni specie per scegliere quelli adatti ad aiutare la nostra famiglia. Per primo si presentò il leone: ‘Solo un re è degno di servire il Re del mondo - disse -. Io sbranerò tutti quelli che tenteranno di avvicinarsi al Bambino!’ ‘Sei troppo violento’ disse l'angelo. Subito dopo si avvicinò la volpe. Con aria furba insinuò: ‘Io sono l'animale più adatto. Porterò a Maria e Giuseppe tutti i giorni un bel pollo!’ ‘Sei troppo disonesta’, disse l'angelo. Passarono, uno dopo l'altro, tanti animali, ciascuno magnificando il suo dono. Invano. L'angelo non riusciva a trovarne uno che andasse bene. Vide però che l'asino e il bue continuavano a lavorare con la testa bassa nei pressi della grotta. L'angelo li chiamò: ‘E voi che avete da offrire?’ ‘Niente’, rispose l'asino e afflosciò mestamente le lunghe orecchie: ‘Noi non abbiamo imparato altro che l'umiltà e la pazienza!’ Il bue, timidamente, soggiunse: ‘Però potremmo di tanto in tanto cacciare le mosche con le nostre code’. L'angelo finalmente sorrise: ‘Voi siete quelli giusti’ ”. Anche il Bambino sorrise: la spiegazione lo aveva convinto, e sentì che sarebbe stato accolto nel mondo proprio da quelli che come il bue e l’asinello hanno imparato dalla vita l’umiltà e la pazienza dei forti…
Stava ancora beandosi in questi pensieri, quand’ecco qualcuno bussò alla porta della stalla: aperta la porta, apparvero nella luce rossastra dell’alba tre figure splendide, i cui costumi tradivano un’origine lontana. Il Bambino sembrò divertirsi a questo improvviso spettacolo: era come se la scena vasta del mondo venisse a presentarsi tutta insieme alla sua mente di piccolo Salvatore. Nell’adorazione sincera con cui i tre si accostarono a lui, sentì che la sua vita e la sua missione erano veramente universali: sì, era venuto per tutti, proprio per tutti, a qualunque popolo, nazione o cultura appartenessero. Fratello universale, era venuto per suscitare nel cuore degli uomini l’universale senso della fraternità: si sentì intenerito da questa notizia da annunciare al mondo, che cioè Dio è Padre e Madre di tutti e che gli uomini sono tutti fratelli! Né poté fare a meno di sentire nel suo cuore di bambino come una fitta lancinante pensando a tutti quelli che per ignoranza o stupidità, per calcolo o interesse avrebbero voluto dividere gli esseri umani nelle categorie contrapposte dei buoni e dei cattivi, dei “nostri” e dei “loro”, dei puri e degli impuri: si immedesimò come di colpo in tutti gli immigrati, i clandestini, i perseguitati, gli umiliati ed offesi della storia dell’umanità. Sono loro il mio volto, pensò: “Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi” (Matteo 25,35s). E vide il volto di sua Madre sorridere, quasi ammiccando in una segreta complicità con questi suoi pensieri di divino bambino: pensò che in quanto Madre sua, quella donna dal volto dolcissimo sarebbe stata la madre di tutti i suoi fratelli, la madre di tutti. E fu contento di aver già da subito acquistato una Madre per tutti: gli sembrò, anzi, che gli angeli roteanti intorno alla grotta per cantare la gloria di Dio e la pace agli uomini che Egli ama, facessero festa proprio in particolare a questa notizia che tutti avranno ormai una madre, perché tutti hanno lui per fratello e redentore di tutti. Sentì che era bello, che era veramente Natale: e si addormentò dolcemente, cullato dal canto degli Angeli e dal sorriso bellissimo e assorto di Maria…
LA
STORIA
Nella
casa della “Patrona de America”
Bruno Forte
È un'esperienza singolare, di grande intensità e commozione, quella della
visita al Santuario di Nostra Signora di Guadalupe a Cittá del Messico: lo è
per le memorie che evoca, a partire da quella del giovane indio Juan Diego, cui
nel dicembre del 1531 la Vergine appare parlando nella sua lingua e confutando
cosí - al di lá di ogni dubbio - le tesi razziste di molti dei Conquistatori. E
lo è per la visione toccante delle immense folle che da ogni parte del
continente vengono a venerare la «Patrona de America», per affidarle - con una
fede tanto umile, quanto incondizionata - il carico di dolore, di speranza e di
amore che ognuno porta con sé. Sul telo dove miracolosamente si impresse
l'immagine de «la Morena», la Vergine bruna, si posano innumerevoli sguardi,
eloquenti piú di ogni parola, degni del piú profondo rispetto e al tempo
stesso capaci di suscitare le domande piú forti. Sono le eterne domande del
cuore umano, a cominciare da quella dell'infinito dolore che copre la terra,
specialmente in questo sub-continente dove le condizioni di ingiustizia e di
miseria raggiungono livelli spaventosi e l'offesa alla persona umana è
ordinaria e scontata. Eppure, il messaggio che viene da Guadalupe é chiaro: non
c'è nessuna superioritá degli uni sugli altri; tutti siamo uguali nella dignitá
del nostro essere umani; l'offesa al «piccolo» e al «povero» è offesa
all'Altissimo e grida al suo cospetto. Un messaggio ignorato, calpestato e
violato innumerevoli volte nella storia di questo continente latino-americano, e
che continua ad essere negato dalla logica dominante del «villaggio globale».
È proprio
il Messico - paese simbolo di ció che fu la Conquista e di ció che puó essere
oggi l'ordine economico internazionale - a mostrare la contraddizione piú forte
col messaggio della Vergine «morena»: in una terra ricchissima di beni
naturali, dalle singolari bellezze geografiche alle immense riserve petrolifere,
dove civiltá sviluppatissime hanno lasciato straordinarie memorie archeologiche
- da quelle dei Maya a quelle azteche -, il quaranta per cento della popolazione
vive sotto la soglia della povertá e a piú del quindici per cento degli
abitanti è di fatto condannata all'analfabetismo. Un detto popolare -
registrato peraltro anche nei libri di analisi storica e socio-politica -
individua con brutale chiarezza le cause piú evidenti di questa situazione: «Pobre
México, tan lejos de Dios y tan cerca de los Estados Unidos» - «povero
Messico, tanto lontano da Dio e tanto vicino agli Stati Uniti»! Il significato
è evidente: la corruzione dei politici e la dipendenza dal colosso confinante
sono alla radice dei mali del Paese, governato per piú di settant'anni da uno
stesso sistema di potere, quello del Partito Rivoluzionario Istituzionale, che
giá nel nome porta scritte le sue contraddizioni. Solo di recente il governo è
passato a una nuova dirigenza che - se ha avuto il merito di prendere le
distanze dalla politica di guerra del presidente Bush - si trova giá nella
condizione di avere la minoranza in Parlamento in conseguenza delle ultime
lezioni... Gli introiti annuali della piú grande risorsa del Paese, il
petrolio, non bastano a pagare il debito contratto di continuo con gli Stati
Uniti, cosicché la condizione di arretratezza e miseria della piú gran parte
della popolazione appare come una condanna insuperabile. Il sistema di
dipendenza dall'America del Nord produce insomma frutti letali.
IL
RACCONTO
Bruno
Forte
È un panorama dolcissimo quello che si vede dalla stanza dove sto
scrivendo, qui in Israele, sul Monte delle Beatitudini, a poca distanza da
Tiberiade: il “mare di Galilea” si stende ai piedi della collina, circondato
da alture ricoperte ancora in gran parte di verde, nonostante il caldo
dell’estate. Il golfo su cui si affaccia l’antica Cafarnao - riportata alla
luce dagli scavi di eccezionali archeologi italiani, tutti francescani - è poco
più di una larga insenatura della costa, eppure - per l’armonia delle sue
forme, per il gioco delle colline e dei monti in lontananza, per la luce
bellissima del cielo e i colori pastello della terra e del mare - mi ricorda la
bellezza del golfo di Napoli.
Partecipano al corso che sto tenendo religiose che vengono da vari paesi del Medio Oriente, da Israele, dall’Autonomia palestinese, dalla Siria, dal Libano, dalla Giordania e dall’Iraq. Quasi tutte arabe di madre lingua, vivono il servizio del Vangelo nelle situazioni più calde e difficili di quest’area tormentata, accanto ai più poveri e sofferenti dei figli di questi popoli fra loro così vicini, eppure così lontani. Se a Haifa la maggior parte degli ammalati curati dalle suore sono ebrei, a Betlemme gli anziani della casa di accoglienza gestita dalle religiose di fronte alla tomba di Rachele sono tutti palestinesi, come pure i poveri che bussano ogni giorno alle porte del dispensario o i bambini che esse accolgono nel baby hospital sostenuto dalla Caritas. Ad Amman l’ospedale delle missionarie accoglie ora soprattutto rifugiati iracheni, che aumentano di giorno in giorno da quando la guerra - ufficialmente finita - ha ceduto il posto al caos e alla violenza più disperanti che si possano immaginare. In mezzo a queste persone, all’ombra del Santuario delle Beatitudini, la storia ti appare veramente da un altro punto di vista: quello dei più deboli, dei tanti civili innocenti che pagano le politiche di egemonia della superpotenza americana o la brutale logica militare di Sharon o la follia cieca dei terroristi palestinesi. Questo spettacolo di violenza inaudita abbraccia i poveri di tutte le parti, dai tanti israeliani che hanno perso il lavoro o vivono nell’angoscia quotidiana degli attentati, agli arabi ridotti alla miseria più nera, agli iracheni spinti da quanto sta accadendo a rimpiangere perfino Saddam. Eppure, in questo luogo di pace, accanto a questa storia di violenze e di dolore ne vedo un’altra scriversi nel silenzio: è la storia della carità che vince le differenze, del perdono che riconcilia i nemici, dell’amore che sana le ferite dei cuori. La suora araba che cura gli ebrei, o l’indiana che serve con amore materno i piccoli palestinesi, o l’italiana e la maltese che hanno speso tutta la loro vita per gli uni e per gli altri, per gente di lingua e cultura diversa e spesso di fede diversa, lanciano con l’eloquenza silenziosa dei loro gesti quotidiani d’amore un messaggio più forte di quello delle bombe o degli odi contrapposti, un messaggio umile, che almeno per una volta ha diritto ai riflettori della prima pagina. È l’annuncio credibile di una “possibilità impossibile”, di un “possibile-impossibile” amore, che possa portare i nemici a riconciliarsi, gli offesi a perdonarsi, le vittime delle due parti a riconoscersi solidali in umanità e nel bisogno della pace. Se c’è una possibilità che la “road map” porti a un futuro diverso, essa passa attraverso questa capacità di giustizia per tutti e di perdono, dato e ricevuto da tutti. L’altra storia, quella dei piccoli e dei poveri e quella della carità di chi li ama senza condizioni o discriminazioni, come solo Dio rende capaci di amare, è cattedra ineccepibile, alla cui scuola dovrebbero andare i grandi e i potenti della storia scritta sulle prime pagine: saranno questi in grado di apprenderne la lezione? Dalla risposta a questa domanda dipende il futuro di pace che gli abitanti di questa terra santa e tormentata potranno costruire insieme o non costruire affatto.
Bruno Forte
Brasile 2003
Marcelo ha poco piú di trent’anni. Dopo gli studi di musica e la laurea in storia, l’incontro con Cristo gli cambió la vita. Oggi é sacerdote nella diocesi di Sao Paulo, una delle piú grandi del mondo, e lavora come parroco in una “favela”di oltre quindicimila persone, dominio quasi incontrastato dei narcotrafficanti legati al “cartello di Cali”. Il giovane musicista e storico é diventato l’uomo che lotta ogni giorno per la dignitá umana, sostenuto solo dalla fede e dall’amore della sua gente. Boris é invece figlio di una coppia di esuli cileni, che lasciarono il loro paese dopo il “golpe”di Pinochet: le prove vissute dalla sua famiglia lo hanno portato a scoprire la fede come unico senso della vita. Oggi é anche lui sacerdote e si prepara a servire la comunitá con l’insegnamento della teologia. Giampietro é invece un missionario italiano che insieme ad altri due come lui lavora per i “meninos de rua”, i ragazzi di strada abbandonati da tutti. Ne ha raccolto oltre cento in due case articolate in piccole comunitá a gestione familiare. Dom Claudio, il Card. Hummes, arcivescovo di Sao Paulo, é un uomo di fede profonda e di sobrietá veramente evangelica: da giovane vescovo aveva difeso insieme al sindacalista Lula i diritti dei lavoratori conculcati dalla dittatura militare. Oggi, oltre a guidare la diocesi su cammini di evangelizzazione e di approfondimento spirituale, ha creato un organismo per il sostegno e l’orientamento dei disoccupati, che nella sola Sao Paulo, capitale industriale del Brasile, sono oltre due milioni. All’inaugurazione di una mensa popolare voluta dal governo, il Cardinale si é unito al coro degli elogi per l’iniziativa, ma ha anche precisato che la speranza di tutti deve essere che di simili mense non ci sia piú bisogno, perché ognuno possa avere un lavoro e vivere di esso. Gabriel é un uomo giovane, che viene dall’esperienza del volontariato cattolico: oggi é ministro dell’educazione nello Stato di Sao Paulo, e si sforza di portare avanti programmi di giustizia sociale attraverso la scuola e l’universitá. Sotto il suo impulso, il tirocinio di moltissimi studenti si svolge realizzando progetti di alfabetizzazione degli adulti, in modo da creare solidarietá fra chi studia e chi é in situazioni di miseria e degrado e da promuovere l’emancipazione dei piú deboli. Sono questi alcuni dei partecipanti al corso che sto tenendo a Itaici, un luogo meraviglioso immerso nel verde a un centinaio di chilometri dalla metropoli brasiliana, dove nell’accogliente casa di esercizi della Compagnia di Gesú circa duecento persone – quasi l’ottanta per cento del clero di sao Paulo, insieme con alcuni laici – segue con passione le riflessioni che andiamo facendo sulla fede e l’impegno cristiano nella storia.
Giá queste pennellate dicono come il Brasile sia un laboratorio singolare della presenza della Chiesa nella societá: dopo gli anni difficili della dittatura, la costruzione di una democrazia giusta é la grande sfida di un paese che dispone di immense ricchezze naturali e umane, e che soffre di altrettanto immense sperequazioni. Il programma di base dell’attuale Presidente Lula – lo stesso sindacalista compagno di lotte dell’allora giovane vescovo, oggi Cardinale di Sao Paulo - si riassume in un’espressione drammatica: “Fome zero”- “Fame zero”. Sí, perché nel paese delle enormi risorse della natura c’é ancora una percentuale altissima, veramente scandalosa, di poveri che soffrono la fame. Questa situazione non é solo la conseguenza dello sviluppo demografico impressionante degli ultimi cinquanta anni, ma anche e soprattutto dell’iniqua distribuzione della ricchezza, favorita dalle grandi agenzie multinazionali operanti nel paese. Si comprende allora come – al di lá del colore politico – il programma di Lula sia oggi quello di qualunque brasiliano che desideri un futuro migliore per la sua terra, e quindi anche il programma di chi come la Chiesa é impegnata in prima linea dalla parte dei poveri. Potrá aver successo questo programma? L’analisi meramente economico-politica della situazione internazionale e degli equilibri di forza presenti in essa indurrebbe ad una risposta negativa, pessimista. La gente che ho incontrato in questi giorni, voce della parte piú viva e impegnata di questo popolo straordinario, osa sperare di no. Una cosa é certa: il Brasile non va lasciato solo nel suo sforzo di riscatto al servizio della dignitá di ogni persona umana. Per chi ha fede, questo sogno puó diventare realtá. Ne era convinto giá Herder Camara, il vescovo dei poveri morto qualche anno fa, che amava ripetere con fiducia: “Beati quelli che sognano: daranno speranza a molti cuori e correranno il rischio di vedere il loro sogno realizzato”.
Da “IL MATTINO “ di giovedì 26 giugno
Bruno Forte (dalla prima pagina)
Non è una riflessione «politica» sulla politica, quella che vorrei offrire in
queste righe: esse non sono mosse da altro che da una preoccupazione morale,
tale da andare - mi sembra - ben più al di là e ben più in profondo della
contingenza politica che il nostro Paese sta attraversando, perché riguarda da
vicino la coscienza di tutti e di ciascuno.
Ciò che mi chiedo è quale sia lo spessore etico che le più recenti questioni
dibattute dal nostro Parlamento stanno rivelando: il pensiero va al dibattito
sull’immigrazione e a quello sulla cosiddetta immunità per le più alte
cariche istituzionali dello Stato. Sebbene lontanissimi fra loro
all’apparenza, questi due temi rivelano delle convergenze insospettate e
sollevano interrogativi comuni, tutt’altro che marginali.
Per dimostrarlo parto da lontano.
Rileggendo in questi giorni Eschilo nella splendida
edizione, appena uscita, curata da Monica Centanni per i Meridiani della
Mondadori, non ho potuto non avvertirne il monito per il nostro presente. «Il
”nemico” - scrive la curatrice nell’introduzione dal titolo espressivo
”Rappresentare Atene” - è promosso nella scena tragica al rango di
protagonista e finge di parlare greco, ma proclama valori opposti a quelli su
cui la Grecia sta definendo, per differenza appunto, il proprio profilo politico
e culturale. Il numero e l’oro contrapposti alla povertà di risorse
riscattata dalla virtù individuale e dalla responsabilità collettiva;
l’atteggiamento di subordinazione dei sudditi di fronte a un sovrano assoluto
che non deve rispondere a nessuno, contrapposto al valore individuale e corale
di un popolo che tale si riconosce in quanto è un popolo libero, composto di
soggetti tenuti tutti, fino ai più alti ruoli del potere, a dare conto delle
proprie scelte, a risponderne alla città e, nel caso, a pagarne il prezzo» (XIII).
”Il numero e l’oro” sembrano i criteri che ispirano le cannonate verbali
della Lega sulla questione dell’immigrazione: frutto di una assenza di
riferimenti morali, pari solo alla carenza di memoria storica e di cultura
civile, la «logica» leghista vede nell’immigrato solo una bocca in più da
sfamare o uno strumento di cui servirsi a proprio, esclusivo vantaggio. Il
clandestino, poi, è equiparato semplicemente al nemico da combattere o al
delinquente da cui difendersi. Nel parossismo delle dichiarazioni, c’è stato
perfino chi nella Lega si sarebbe spinto a dire che l’invasione dei
clandestini vanifica il sacrificio dei soldati italiani morti per difendere il
suolo sacro della Patria (termine che - in bocca a un leghista - non si sa bene
a che si riferisca!).
Questa visione - a quanto risulta dal dibattito parlamentare - è rimasta grazie
a Dio isolata, sia a destra, sia a sinistra.
L’intervento del ministro Pisanu - che non ha esitato a parlare degli
immigrati come di «una grande risorsa» per il nostro Paese - ha confermato la
correttezza del suo comportamento, anche se ha lasciato piuttosto aperta la
questione dell’insufficienza di una legislazione che sembra stia producendo più
danni delle precedenti. Ancora una volta, sarebbe opportuno che l’intero
Parlamento, in una maggioranza trasversale, si decidesse a intervenire sulla
questione con un pacchetto di norme che ascolti le vere urgenze delle persone
interessate, faccia tesoro delle esperienze degli organismi di solidarietà e di
accoglienza e si fondi sull’idea del clandestino come portatore di diritti e
fratello in umanità. Per far questo, tuttavia, occorre una forte tensione
morale: potrà esprimerla un Parlamento che sembra normalmente incapace di
andare al di là delle strumentalizzazioni di parte?
La questione dell’immunità per le alte cariche istituzionali ne è stata un
chiaro indizio: per quanto abbia teso l’orecchio, non ho ascoltato in tutto il
dibattito intorno ad essa pensieri veramente alti, non scontati. Che un polo ne
facesse una battaglia di garanzie e di stabilità per il bene del Paese, e
l’altro una cartina da tornasole della preponderanza degli interessi di parte
nella gestione del bene comune, era da aspettarselo. Mi sembra sia mancato, però,
chi - al di là dell’uso strumentale - ricordasse il patto che è alla base
della «res publica», quello semplice ed essenziale in forza del quale i
cittadini delegano attraverso il voto la gestione di quanto riguarda tutti ad
alcuni rappresentanti, su cui converge l’espressione della loro fiducia e la
ragionevole aspettativa che questa fiducia non venga tradita.
Per ritornare a Eschilo - valoroso combattente per la libertà e l’eticità
del suo popolo, prima ancora che grande scrittore - me lo immagino oggi, nello
scenario della nostra politica, intento a rappresentare Roma: il suo imbarazzo
non sarebbe da poco, se è vero che gli stava così a cuore l’idea di un «popolo
libero, composto di soggetti tenuti tutti, fino ai più alti ruoli del potere, a
dare conto delle proprie scelte, a risponderne alla città e, nel caso, a
pagarne il prezzo».
Dove si sente il bisogno di tutelare chi ha la massima responsabilità politica
da un giudizio che sia secondo verità, dove la distinzione fra potere politico
e potere giudiziario è scalfita, in modo da tutelare il primo dal secondo
almeno nei suoi livelli più alti e proprio perciò più tenuti a verifica e
misura di giustizia, qualcosa non va nella coscienza collettiva. Né si può
invocare il presunto abuso compiuto da alcuni magistrati, perché se veramente
abuso ci fosse stato, esso non andrebbe corretto da una dispensa dalla
responsabilità di chi deve invece render conto più di tutti al tribunale della
«res publica» e quindi al giudizio di quanti sono a ciò correttamente
deputati, in base alla regola fondamentale della distinzione dei poteri.
L’abuso va corretto in chi lo commette, da qualunque parte questi si collochi,
sia che si tratti di un esponente del potere giudiziario, sia che si tratti di
una delle cariche istituzionali al servizio della collettività.
Per dirla senza mezzi termini, quello che è avvenuto mi sembra un colpo inferto
all’«ethos» collettivo, una sorta di indebito lasciapassare, che potrebbe
attivare meccanismi di emulazione protesi a risolvere contenziosi giudiziari non
per via di giustizia, ma per via di privilegio. Ritengo che il solo affacciarsi
di questa possibilità sia un indebolimento del minimo livello etico necessario
a vivere la nostra convivenza civile e politica nel modo più adeguato alla
dignità, ai diritti e ai doveri di ognuno di quanti la compongono. È questo
che deve preoccuparci tutti, in quanto cittadini cui stia a cuore il primato
dell’etica e l’irrinunciabile voce della coscienza. Dove troverà questo
stesso Parlamento - nei due schieramenti politici - la capacità di pensare in
grande per risolvere in maniera eticamente responsabile la questione
immigrazione e le altre ad essa connesse sul piano del profilo etico e della
giustizia sociale?
Bruno Forte
Da “IL MATTINO “ di venerdì 20 giugno
IL COMMENTOBruno Forte
Che le dichiarazioni attribuite all'onorevole Bossi circa il modo di respingere
gli immigrati clandestini in Italia siano state da lui smentite, nulla toglie
alla gravità del fatto che alla totalità dell'opinione pubblica esse siano
potute apparire credibili. Prendere a cannonate povere barche di disperati in
fuga dalla propria miseria e in cerca di un futuro migliore: tale sarebbe stata
la «ricetta» del ministro per le riforme istituzionali per risolvere una buona
volta il problema del continuo afflusso di clandestini sulle coste del nostro
paese. Una «ricetta» che nei suoi toni paradossali rivela senza ombra di
dubbio il terribile vuoto etico con cui la questione immigrazione è stata
affrontata negli ultimi tempi: prova ne siano le ripetute denunce e critiche
della Caritas italiana alla cosiddetta legge Bossi-Fini.
Qual è dunque la domanda da porsi per affrontare correttamente il problema?
Qual è invece quella che sembra ispirare l'atteggiamento che si vorrebbe porre
in atto? La domanda da porsi è semplice, essenziale: chi è l'immigrato
clandestino? Se ad essa si risponde pregiudizialmente che l'immigrato è un
delinquente da cui difendersi, un nemico contro cui combattere, allora ogni
sopruso nei suoi confronti è legittimato e appare anzi perfino doveroso nei
confronti della salute e del benessere della nostra collettività. Se invece la
risposta è che l'immigrato clandestino è un nostro fratello in umanità che ha
bisogno di aiuto e lo chiede, e ha affrontato sradicamenti dolorosi e sacrifici
immani per tentare di realizzare un futuro più degno per sé e per i suoi cari,
allora il tipo di azione da sviluppare nei suoi confronti cambia profondamente.
Dal punto di vista etico ed in base anche alla semplice conoscenza dei dati di
cui le organizzazioni di prima accoglienza dispongono, non c'è alcun dubbio che
la sola risposta plausibile e corretta è la seconda. Solo un popolo dalla
memoria corta può dimenticare che molti dei nostri connazionali, non moltissimo
tempo fa, sono andati a cercare fortuna in Paesi stranieri in condizioni non
molto diverse da quelle con cui si presentano a noi oggi la maggior parte dei
clandestini. Perché ad essi fu riservata mediamente un'accoglienza di gran
lunga diversa da quella delle cannonate o dei pregiudizi persecutori?
Gli immigrati sono l'immagine viva e precisa di ciò che molti dei nostri
antenati sono stati, di ciò che noi potremmo ancora essere in un mutamento di
scenari storici: ecco perché ognuno dovrebbe riconoscere in chi bussa alle
nostre porte chiedendo aiuto un riflesso di sé, una parte della propria anima e
della propria storia, una sfida del proprio futuro e del futuro collettivo
dell'umanità. Se a questo si aggiunge poi la percezione profonda di chi crede
nel Dio unico e Padre di tutti di un'essenziale eguaglianza di ogni essere umano
nella dignità e nei diritti della persona, allora la semplice memoria storica
si carica di un'urgenza etica non sopprimibile: il grado di civiltà di un
popolo si misura anche dalla sua capacità di accoglienza e di rispetto del
diverso; è proprio solo dei barbari respingere chi si presenta debole e
indifeso alla sua porta, non chiedendo altro che un aiuto essenziale a cui ogni
essere umano ha diritto. Si aggiunga poi la costatazione che smonta ogni
meccanismo di autodifesa, e cioè che la presenza degli immigrati non solo è
utile, ma è necessaria al futuro della nostra economia e della nostra
convivenza civile (l'autorevole giudizio fu tra gli altri espresso dal
Governatore della Banca d'Italia, Antonio Fazio): tanto sotto il profilo
storico-civile, quanto sotto quello etico-religioso, quanto dal punto di vista
degli interessi legati al futuro del paese, una politica di accoglienza
dignitosa del «fratello immigrato» diventa urgente e indilazionabile.
Occorre allora riflettere anche sull'altro interrogativo prima richiamato: a
quali criteri ispirare l'atteggiamento e l'azione politica verso l'immigrazione
clandestina nel nostro Paese? Se il criterio è solo utilitaristico e ci si
limita a considerare la persona dell'immigrato come merce da sfruttare, non si
va molto lontano sulla strada della civiltà e dello sviluppo culturale, umano
ed economico: in quanto persona umana, il clandestino non vale anzitutto per ciò
che può produrre, ma per ciò che è. I diritti fondamentali alla vita,
all'istruzione, alla salute, al lavoro, alla convivenza civile e onesta, gli
appartengono in modo proprio e originario come appartengono a ogni cittadino
italiano e a ogni abitante del «villaggio globale». Conculcare questi diritti,
considerare la clandestinità semplicemente come reato senza vagliare le
situazioni, difendersi da chi ha bisogno di accoglienza come da un delinquente o
da un nemico, è logica che non produce se non frutti di violenza e di sfacelo
morale e civile per tutti.
Scommettere sulla persona umana, attrezzare cammini di accoglienza dignitosi e
civili, puntare sulla promozione umana del «fratello» che ha bisogno e che
chiede aiuto, è questa la logica che nel passato ha fatto grandi interi popoli
e che può ancora contribuire a preparare un nuovo futuro per il nostro paese.
Ma questa logica esige fede nell'uomo, orizzonti grandi di senso e di speranza,
tensione etica, e proprio così è premessa di un'Italia migliore: finché la
blasfemia delle cannonate da sparare sui disperati può passare come credibile
nella sua attribuzione a un ministro della Repubblica, il livello etico del
paese è paurosamente basso, e la posta in gioco - al di là dei calcoli
politici e delle miopie di parte - appare essere non solo quella del futuro
dell'immigrato, ma del futuro stesso della civiltà e della dignità del nostro
essere italiani ed europei.
Sul piano etico, come su quello culturale, non ci sono sconti: a chi ragiona con
le «cannonate» bisogna rispondere con uno sdegnato «non ci sto»,
rimboccandoci tutti le maniche per creare una società diversa ed accogliente.
La Caritas e la Chiesa in generale sono in prima linea su questo fronte, e con
esse molti organismi di volontariato e di servizio civile: potranno i politici
di tutte le parti trarre esempio da chi con generosità scommette sull'uomo e
sulla fraternità umana per fare leggi migliori e sviluppare una diversa, più
vera ed efficace azione di accoglienza e di promozione umana? L'Italia di domani
si costruirà anche così.
Bruno Forte
Da
“IL MATTINO “ di sabato 12 aprile
RIFLESSIONI
Il bisogno
di profezia
Bruno Forte
«La storia non è giustiziera, ma giustificatrice»: queste parole di Benedetto
Croce mi sono tornate in mente di fronte a quanto sta accadendo dopo la caduta
di Baghdad e la fine del regime sanguinario di Saddam. Il fatto che la vittoria
abbia arriso in tempi così rapidi agli anglo-americani porta molti a correggere
il tiro rispetto alle critiche avanzate prima nei confronti delle scelte di Bush
e dei suoi partners.
O a caricare la dose in loro
favore, quasi che l'esito - peraltro abbastanza scontato, data la schiacciante
superiorità della macchina bellica americana - renda morale ciò che non lo era
e assolva la violazione compiuta del diritto internazionale e la profonda ferita
inflitta alle Nazioni Unite, all'alleanza atlantica ed all'Unione europea da
quanto è avvenuto. C'è perfino chi vorrebbe ridimensionare la forza della
denuncia del Papa, specie di quel suo finale appellarsi al giudizio della
coscienza, della storia e di Dio, di fronte a cui ha posto chi ha voluto ad ogni
costo la guerra. La verità, però, non va contrabbandata con il successo
storico: come affermava esattamente quarant'anni fa Giovanni XXIII aprendo
l'enciclica Pacem in terris, «la pace, anelito profondo degli esseri umani di
tutti i tempi, può venire instaurata e consolidata solo nel pieno rispetto
dell'ordine stabilito da Dio», cioè obbedendo alla forza della verità, che
continua ad avere tutta la sua autorità anche quando chi ha agito contro di
essa sembra trionfare. E la verità è che questa guerra - così come è
avvenuta e si sta svolgendo sotto gli ultimi colpi di coda dello sconfitto - ha
confermato il giudizio sulla sua immoralità, sulla sua illegalità e sulla sua
sostanziale inutilità e pericolosità.
A denunciare l'immoralità del conflitto che si va concludendo sta il numero di
vittime che esso ha prodotto specialmente fra la popolazione civile, inerme ed
incolpevole: se possono considerarsi relativamente poche le vite umane
sacrificate fra i soldati della coalizione - mai dimenticando che ognuna di esse
ha un valore infinito ed ha pagato un prezzo senza ritorno -, non altrettanto può
dirsi dei soldati iracheni e dei civili, sterminati dalle armi «intelligenti»
in una misura che i sofisticati strumenti di informazione della superpotenza si
rifiutano esplicitamente di quantificare, perché ben si sa quale effetto
negativo avrebbe sull'opinione pubblica mondiale la conoscenza di questa
quantificazione. Peraltro, la sproporzione fra gli scopi che venivano
sbandierati da chi ha voluto il conflitto e il costo in termini di sofferenza e
di morte che il loro conseguimento avrebbe comportato, data anche la quantità e
la qualità del materiale bellico impiegato, aveva motivato la denuncia
dell'immoralità di questa guerra ben prima che essa cominciasse. Non c'è
alcuna consolazione nel poter affermare «l'avevamo detto», anche se ancor più
scandaloso appare quel che è successo, se misurato sulla sola constatazione che
la spesa costata per mettere in piedi e portare a compimento questo conflitto
sarebbe bastata a sfamare le masse affamate dell'umanità per un tempo
considerevole, garantendo a milioni di esseri umani quel diritto alla
sopravvivenza e alla dignità della vita che è di fatto loro negato. Se possono
rallegrarsi i produttori d'armi per i profitti realizzati e per quelli
prevedibili in vista del riarmo, non altrettanto possono fare le innumerevoli
vittime che continueranno a morire di fame e di ingiustizia nel mondo. E questo
è un dato che nessuna vittoria può cancellare o far dimenticare.
L'illegalità di questa guerra appare chiara dalla palese violazione del diritto
internazionale di cui essa è frutto: calpestata l'autorità dell'Onu, l'unico
organismo cui può essere affidata la ricerca di soluzioni durevoli ai conflitti
secondo diritto e giustizia, ignorate tutte le voci di dissenso espresse non
solo ai livelli più alti di autorità morale, ma anche da intere nazioni e da
immense folle uscite allo scoperto per chiedere la pace secondo le vie del
dialogo, esautorati gli ispettori internazionali proprio quando il loro lavoro
cominciava a dare frutti, si è voluta sostituire alla forza della legge la
legge della forza. La giustifica del nobile fine di abbattere un tiranno non
regge se misurata sul numero dei tiranni tollerati o addirittura sostenuti
contro ogni legalità e democrazia in tante parti del mondo. È soprattutto però
sul piano politico che questa «guerra del petrolio», come è stata battezzata
da molti, rivela il profondo disprezzo del diritto da cui è nata: a una logica
di partecipazione e di corresponsabilità fra le nazioni, cui si sono appellati
la maggioranza dei paesi membri delle Nazioni Unite e dello stesso Consiglio di
Sicurezza, si è preferita una logica egemonica che imponesse con la violenza al
resto del mondo la volontà del più forte. L'alternativa fra partecipazione ed
egemonia è stata risolta a favore della seconda, col rischio che questa scelta
infelice, dalle conseguenze disastrose per il futuro del «villaggio globale»,
potrà essere perseguita anche nella ricostruzione dell'Iraq e soprattutto nello
sfruttamento delle sue ricchezze. Potranno i toni più moderati di Blair fermare
la volontà della superpotenza di rifarsi dell'«investimento» compiuto?
Infine, se questa guerra doveva portare al mondo più pace, e dunque più
giustizia e libertà, essa si è rivelata inutile e pericolosa: l'odio
antiamericano e in generale antioccidentale delle masse arabe è a livelli mai
prima raggiunti; gli stessi che - come in stragrande maggioranza gli Europei -
amano e rispettano gli Stati Uniti e la loro civiltà democratica, sono in larga
misura dissenzienti dalla politica egemonica che ha ispirato il conflitto e che
vorrebbe guidarne la finale risoluzione; il terrorismo si è alimentato di una
nuova fiamma, che sta purtroppo già dando frutti in schegge tanto impazzite
quanto incontrollabili; la libertà dell'Iraq appare più un'utopia che una
realtà, atteso il clima di odio e di violenza che la fine del regime barbaro di
Saddam lascia dietro di sé, e che le armi americane hanno solo esasperato ed
accresciuto, come dimostra emblematicamente l'omicidio dell'Imam sciita amico
degli Americani da parte dei suoi stessi correligionari. Un nuovo Afghanistan
sembra profilarsi, in una situazione di insicurezza che richiederà per essere
superata tempi e mezzi tutt'altro che secondari. Soprattutto, le coscienze
ferite di tante donne e uomini - in cui è stata minata la fiducia nella
giustizia e nelle armi del dialogo e della riconciliazione - richiedono cure
quali nessuna politica egemonica riuscirà mai ad offrire. Più che mai, allora,
il mondo ha bisogno di profezia: lo aveva capito Giovanni XXIII offrendo a tutti
gli uomini di buona volontà l'enciclica Pacem in terris, che richiamava come
capisaldi necessari della pace la verità, la giustizia, la libertà e l'amore.
Ne è stato sempre convinto Giovanni Paolo II, che continua ad essere profeta
della pace nonostante tutto e contro ogni logica giustificazionista
post-bellica. Quanti ancora saremo disposti a capirlo con loro, impegnando ogni
possibile energia per costruire la pace nella giustizia e nel perdono, davanti
al tribunale della coscienza, a quello della storia e - soprattutto - davanti
all'ineludibile giudizio di Dio?
Bruno Forte
da "il Mattino" di giovedi 20 marzo
RIFLESSIONIBruno Forte
La barbarie ha vinto: con la stessa logica con la quale il governo Sharon
reagisce all’efferatezza criminale del terrorismo palestinese con azioni
militari che hanno tutti i caratteri di un terrorismo di stato,
l’amministrazione Bush colpisce il tiranno Saddam con l’atrocità di una
guerra, che non solo non ha alcuna giustificazione etica, ma ferisce
profondamente l’ordine internazionale e isola paurosamente dal mondo civile
l’America e i suoi sostenitori nella folle avventura bellica. Addolora
particolarmente gli Italiani il fatto che il nostro paese sia stato annoverato
fra questi ultimi dal governo degli Stati Uniti, senza che sia giunta purtroppo
alcuna smentita. Su tre piani almeno questa guerra - qualunque ne sarà lo
sviluppo - appare devastante.
In primo luogo, essa segna il fallimento dell’Onu: il “gendarme del mondo”
ha dimostrato di non curarsi affatto delle procedure che le Nazioni Unite hanno
stabilito per garantire l’umanità dalla piaga dei conflitti armati, offrendo
al “villaggio globale” l’immagine desolante del trionfo della legge della
forza sulla forza della legge. Qualunque cosa accada, l’autorità e la
credibilità del consesso delle Nazioni è gravemente intaccata.
Gli equilibri faticosamente raggiunti, conquistati a prezzo delle grandi
tragedie del Novecento, a cominciare dalle guerre mondiali e dai genocidi, sono
stati spazzati via dalla sordità dell’amministrazione Bush a ogni argomento
contrario alla sua guerra per il petrolio, mascherata dietro l’esistenza non
provata di armi di distruzione di massa che sarebbero in mano al raìs e dietro
l’asserzione - parimenti non provata - di connivenze fra Saddam Hussein e Bin
Laden nell’azione del terrorismo internazionale. Mettere in crisi
l’autorevolezza dell’unico organismo cui i popoli della terra potevano
guardare come a possibile salvaguardia dei diritti dei deboli è un crimine
dalle conseguenze gravissime e non calcolabili fino in fondo. È per questo che
perfino Bush senior si era espresso con severità contro l’ipotesi di un
attacco senza l’avallo dell’Onu.
In secondo luogo, la guerra segna la fine dell’Occidente o almeno la più
grave crisi che la solidarietà atlantica abbia conosciuto dalla fine della
seconda guerra mondiale: l’inedito scacchiere delle alleanze insinua un cuneo
drammatico fra la grande Mittel-Europa, rappresentata da Francia e Germania, e
gli Usa da una parte, ma anche fra di essa e paesi come la Gran Bretagna, la
Spagna e l’Italia dall’altra. Decenni di europeismo sono così gravemente
incrinati: e la solidarietà fra i paesi occidentali - nata dai comuni valori e
dalle grandi speranze della lotta antitotalitaria contro nazismo e comunismo -
è compromessa in maniera non facilmente riparabile. L’azione degli ispettori
Onu - che stava cominciando a dare frutti significativi - è stata spezzata
brutalmente: dare tempo ad essa avrebbe potuto far maturare soluzioni giuste e
pacifiche per tutti, anche se non avrebbe assicurato all’America assetata di
petrolio le risorse di cui - in caso di vittoria - potrà disporre a suo
piacimento, calpestando ogni diritto internazionale. Lo scenario che ne risulta
è drammatico: da una parte c’è il blocco dei “guerrafondai”,
dall’altra c’è chi - pur condannando fermamente Saddam e il suo regime - ha
scommesso sul diritto internazionale e sulla ricerca di vie pacifiche e
tutt’altro che deboli per il superamento del conflitto. In nome del suo
patrimonio di valori, l’Europa non potrebbe stare che da una parte, quella a
difesa dei diritto e della dignità della persona umana, specialmente dei più
deboli, i tanti innocenti che pagheranno con la vita la politica di morte della
guerra: il mito di un’America paladina delle libertà crolla sotto i colpi del
suo attuale presidente. Il solco etico che si apre fra le sponde
dell’Atlantico - e purtroppo anche fra le rive della Manica - potrebbe
diventare insanabile.
La terza e forse più devastante conseguenza di questa guerra è nelle
coscienze: essa mostra il trionfo dell’arroganza, la brutalità della legge
del taglione assunta a misura dei rapporti fra i popoli, la risposta alla
barbarie di un regime sanguinario con la barbarie dell’uso massiccio delle
armi di distruzione di massa a spese di un intero popolo. Con quale coraggio
l’amministrazione americana potrà combattere all’interno degli Stati Uniti
la violenza già così estesa? E chi potrà convincere i cittadini del mondo che
l’onestà, il rispetto dei diritti di tutti, la difesa dei deboli siano valori
da perseguire? Corrado Alvaro scriveva che “la tentazione più sottile che
possa impadronirsi di una società è quella di pensare che vivere rettamente
sia inutile”. Bush e i suoi alleati stanno facendo di tutto per far cadere il
mondo in questa tentazione. L’odio antioccidentale e antiamericano aumenterà
dappertutto con conseguenze realmente imprevedibili. Su questo fronte, a tutti
è chiesto di aiutare il bene a non morire nelle coscienze. I credenti, in
particolare, dovranno sentirsi chiamati ad aiutare Dio a restar vivo nei cuori
di tutti, vittime e assassini, deboli e forti, vincitori e vinti. Perciò ha
pienamente ragione il Papa quando si appella al giudizio divino, delle coscienze
e della storia nei confronti di chi di questa guerra priva di ogni
giustificazione etica e giuridica si è reso responsabile.
Bruno Forte
da "il Mattino" di venerdi 28 febbraio
RIFLESSIONI
Bush, il
Papa, l’etica
Bruno Forte
Che la risposta data dal governo degli Stati Uniti alla sfida del terrorismo
dopo l’11 settembre sia stata finora la peggiore, lo dimostrano i risultati
conseguiti: la guerra in Afghanistan non ha portato alla cattura dei ricercati
più pericolosi, né si può dire che quel paese conosca sotto l’attuale
regime la sicurezza del diritto, l’effettivo esercizio delle libertà e la
pace civile che erano stati promessi. Sugli altri fronti, la pace in Medio
Oriente sembra sempre più lontana e l’escalation di violenza - soprattutto a
spese dei palestinesi - continua con tragica ripetitività, senza soluzione di
continuità. Il pericolo atomico paventato a livello mondiale non solo si è
andato accrescendo, ma viene addirittura ostentato - come accade da parte della
Corea del Nord - senza peraltro provocare minacce paragonabili a quelle lanciate
contro l’Iraq.
Il potenziale di
anti-americanismo sembra crescere nel mondo a tutti i livelli. Non solo nei
paesi arabi e nelle masse islamiche, dove raggiunge purtroppo la forma di un
vero e proprio odio e di un proclamato desiderio di vendetta, ma anche nelle
prese di distanza ferme della maggior parte dei paesi membri del Consiglio di
Sicurezza dell’Onu.
Se queste ultime posizioni non significano ovviamente avversione al popolo
americano, di cui anzi vengono sottolineati i valori e le tradizioni
democratiche, sono certamente un effettivo e pesante giudizio negativo sulla
politica dell’attuale governo degli Stati Uniti. Anche i governanti che
ostentano maggiore amicizia al presidente Bush, dovendo fare i conti con l’opinione
pubblica dei rispettivi paesi, devono destreggiarsi nel distanziarsi da lui per
insistere sulla necessità del ruolo imprescindibile delle Nazioni Unite, come
ha dovuto fare - almeno a parole - Blair davanti al suo Parlamento e Aznar nella
visita di ieri al Papa.
La vera domanda che andava letta dietro i fatti dell’11 settembre 2001 era
quella di un nuovo ordine internazionale, che garantisse più giustizia per i
poveri della Terra e spuntasse così le armi del fanatismo terrorista,
alimentato dalla miseria e dalla sofferenza della più grande parte dell’umanità.
Questa domanda è stata disattesa, soprattutto dall’amministrazione americana.
Ciò comporta due conseguenze di incalcolabile portata: la prima è quella di un
profondo mutamento di scenari nel quadro del «villaggio globale»; la seconda
è l’emergere a livello planetario di un nuovo e singolare ruolo dell’istanza
etica come fattore di condizionamento dell’agire politico.
La prima conseguenza potrebbe essere espressa così: il quadro semplicista,
anche se ad effetto, dello «scontro delle civiltà» - quella occidentale e
quella islamica, con i loro retroterra religiosi -, ispirata alle tesi di Samuel
Huntington, va cedendo il posto a un altro e diverso dualismo, che vede da una
parte la logica di dominio ostentata dal gendarme del mondo e dall’altra la
riserva del patrimonio culturale e morale del continente europeo. Lo scontro non
è insomma fra cristianesimo e islam e fra le loro espressioni politiche, ma fra
un Occidente Usa che assolutizza se stesso e si sente investito di un
«magnifico destino» di superpotenza e un Occidente europeo che - almeno nelle
voci che lo rappresentano nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu - strappa gli
applausi dell’intera Assemblea col suo richiamo alla necessità del dialogo e
della ricerca di tutte le vie praticabili per evitare il male più esecrabile,
la guerra, col potenziale di morte che porta con sé.
È doloroso constatare che in questo quadro l’Europa non ha saputo presentarsi
unita e compatta. Inoltre, risulta sempre più chiaro che il vero scontro non è
fra mondi religiosi, ma fra le religioni - convergenti tutte nella loro
aspirazione alla pace voluta dall’unico Creatore - e i fondamentalismi, che
altro non sono che ideologie violente e cieche rispetto al vero bene dell’umanità.
Se gli sviluppi di questo cambiamento di scenari non sono facilmente
prevedibili, si annunciano comunque decisivi.
L’altro elemento di novità è l’emergere dell’istanza etica come fattore
decisivo a livello planetario nel condizionamento dell’agire politico:
giganteggia qui la voce di Giovanni Paolo II, cui si affiancano quelle di tutte
le espressioni spirituali della famiglia umana. È di questi giorni la visita in
Vaticano di rappresentanti delle Chiese cristiane degli Stati Uniti che all’unanimità
- compresa la comunità battista di cui faa parte George Bush - hanno condannato
l’immoralità della teoria della cosiddetta «guerra preventiva» ed espresso
il loro consenso al ripetuto «no» alla guerra del Papa. Ed è di ieri la
visita dell’iraniano Kathami, che ha portato a Giovanni Paolo II un messaggio
del presidente del suo paese di pieno appoggio all’azione della Santa Sede per
la pace.
Le manifestazioni svoltesi in tutto il mondo contro la guerra e per una pace
costruita attraverso la giustizia e il dialogo, proprio nella varietà delle
componenti che le hanno animate hanno mostrato quanto vasta sia questa istanza
etica, che nulla ha a che vedere col «pacifismo» ideologico e strumentale di
chi rifiuta la violenza con forme violente, in ogni caso inaccettabili.
Quale peso potrà avere questo consenso etico, mai espressosi in maniera così
corale nella storia dell’umanità? Il ruolo che il Papa ha avuto nel crollo
del socialismo reale con la sola forza del messaggio centrato sul valore
assoluto della persona umana - di ogni persona umana - davanti a Dio e alla
storia, dovrebbe far pensare di più i potenti della Terra: anche se sull’immediato
quest’azione potrebbe apparire perdente, come sembrò fosse dopo le prime
violente reazioni dei regimi dell’Est ai processi di disgregazione che si
andavano profilando, in tempi non lontani essa potrebbe segnare l’inizio della
fine di un mondo, quello in cui - come ha detto Monsignor Tauran, incaricato
della Santa Sede per i rapporti con gli Stati - «alla forza della legge si
preferisce la legge della forza».
Forse, allora, il vero conflitto oggi in corso non è quello fra gli Usa di Bush
e l’Iraq di Saddam, ma quello fra due diverse concezioni dell’ordine
internazionale cui tutti dobbiamo tendere. E c’è da augurarsi per il bene di
tutti, Usa compresi, cha a vincerlo sia la forza della profezia e la tenacia
della fede del vecchio Papa e di chi consente con lui nel «no» alla guerra
«preventiva» e alle logiche che essa vorrebbe coprire.
Lo capiranno gli ambasciatori presso la Santa Sede convocati in Vaticano? E
soprattutto: sapranno capirlo i loro governi e i loro popoli? Da parte sua, non
c’è da dubitare che il Papa andrà avanti sulla sua strada, a prezzo perfino
di gesti e di segnali estremi...
Bruno Forte
Il
Mattino Giovedì 7 Novembre 2002
Dov’era Dio?
di
Dov’era Dio quel mattino del 31 Ottobre a San Giuliano di Puglia? La
domanda è ritornata su tanta bocche, in tanti cuori. “Si era distratto”,
riferisce qualcuno. “Era lì come sempre”, ribadisce un altro. E c’è chi
aggiunge: “Era lì come l’eterno Assente”. Nella sua terribile memoria di
Auschwitz, Elie Wiesel racconta del bambino impiccato perché aveva tentato la
fuga, che si dibattè a lungo con il cappio della morte davanti agli occhi
impietriti di tutti i prigionieri del Campo. Anche allora risuonò la domanda:
“Dio? Dov’è il tuo Dio?”. E la voce di un prigioniero fra i tanti osò
rispondere: “Dio è lì, appeso a quella forca” (E. Wiesel, La
Notte). Non è atea o blasfema questa risposta gridata nel dolore, o per lo
meno non è solo questo: quello che muore con l’innocente che muore è il Dio
tappabuchi, il Dio impassibile e indifferente spettatore del dolore umano. Ma
proprio così la frase ha un altro senso: Dio è appeso a quella forca perché
non lascia solo il piccolo che muore. Gli fa compagnia. Lo porta con sé nella
morte, oltre la morte... Il problema è allora intendersi su chi sia Dio: dagli
stessi due termini - Dio e il dolore - è possibile trarre conclusioni opposte.
Ci ha provato in maniera insuperabile Dostoevskij: se c’è Dio, intollerabile
è il dolore che devasta la terra. Ma questo dolore è intollerabile. Dunque Dio
c’è. Ma anche: Se c’è un Dio giusto, non può esserci il male. Ma il male
c’è, conturbante, terribile. Dunque, Dio non c’è. Dal dilemma si esce
soltanto se cambiamo l’idea che abbiamo di Dio: un Dio grande burattinaio del
mondo non regge al confronto col dolore umano. Solo il Dio “compassionato”,
come diceva l’italiano del Trecento, un Dio cioè compagno del nostro dolore e
capace di sostenerlo e dargli senso, è il Dio che regge lo sguardo delle Mamme
di San Giuliano, dei prigionieri impietriti davanti alla forca di Auschwitz.
Dove troveremo questo Dio?
Sembra paradossale dirlo, ma è molto più vicino a noi di quanto potremmo
pensare. Se due millenni di cristianesimo ci hanno abituati allo scandalo di un
Dio crocifisso, al punto da parlare di Dio come se Lui, il Crocifisso,
semplicemente non ci fosse, la freschezza del racconto evangelico continua a
riproporci quella lancinante domanda: “Mio Dio, mio Dio perché mi hai
abbandonato?”. Non è un ateo, né un bestemmiatore a gridare così verso il
cielo: è il Figlio. E in Lui sono tutte le voci e i silenzi del dolore umano
che vengono raggiunti dalla compagnia del Dio vicino, abbandonato con gli
abbandonati, solo per essere accanto a tutte le solitudini, piccolo con i
piccoli di San Giuliano, ferito nell’anima come le loro Mamme e i loro Papà.
La stessa voce, da quello stesso albero di morte e di vittoria, aggiunge:
“Nelle Tue mani affido il mio spirito”. Anche ora la voce del Figlio è la
nostra: è la voce di quella fede rocciosa, umile e abbandonata nella mani
dell’Altro, che ha portato la Mamma di Luigi a pregare perché nessuna Madre
pianga più un figlio morto sotto le macerie della propria scuola. È la fede di
quella gente molisana solida e forte, che continua a ringraziare per tutto
quanto si fa per lei con un’umiltà infinita, stampata nei volti dei vecchi, e
una dignità altrettanto grande, quale solo chi sa di essere “figlio di Dio”
attinge dal profondo dell’anima. Quel 31 Ottobre, al mattino, Dio era là,
come all’ora nona del Venerdì Santo della storia del mondo: un Dio che per
amore crea e per amore salva, libero nell’uno e nell’altro dono, che alla
creatura amata lascia tutti gli spazi e i drammi della prova e della libertà,
ma mai lascia solo il piccolo che muore o la madre che lo piange. Un Dio con
noi, per noi, per piangere e per sperare, per vivere e per morire, per credere e
per amare, per accompagnare nell’ultimo silenzio e dare la forza di
ricominciare il cammino della vita senza fermarsi. Un Dio diverso da quello
delle risposte troppo semplici di chi dice di Lui “non c’è”, o “c’è
se fa’ quello che io dico”. Un Dio che c’è come “il grande compagno del
dolore umano”, il Dio che salva anche il tuo dolore, e ti dà la forza di fare
della morte nuovo inizio di vita. A San Giuliano, quel 31 Ottobre, siamo stati
tutti sfidati da questo Dio diverso, eppure antico: tutti, credenti e non
credenti, figli di questa cultura segnata dalla Croce più di quanto possiamo o
vogliamo pensare...
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