Bruno Forte
«Alzatevi, andiamo!»: con queste parole Karol Wojtyla ha intitolato il libro
autobiografico che esce oggi in occasione del suo ottantaquattresimo compleanno.
Dopo quello sui primi anni della sua vita, raccolto in «Dono e mistero» uscito
nel 1996, Giovanni Paolo II ci offre ora il racconto della sua avventura di
vescovo, iniziata una sera del 1958 a Cracovia, quando il giovane sacerdote
(aveva allora 38 anni) ricevette la telefonata che avrebbe cambiato i suoi
giorni: a chiamarlo era il primate di Polonia in persona, l’eroico cardinale
Wyszynsky, che gli disse «Vieni... ti devo parlare».quell’invito Wojtyla
riconosce la voce che lo avrebbe sempre guidato: «Quando giunse la ”sua
ora”, Gesù disse a coloro che erano con lui nell’orto del Getsemani,
Pietro, Giacomo e Giovanni, i discepoli particolarmente amati: ”Alzatevi,
andiamo!” (Marco 14,42). Non era Lui solo a dover ”andare” verso
l'adempimento della volontà del Padre, ma anch’essi con Lui». Sin
dall'inizio il giovane vescovo sa che l’invito è esigente, ma non ha paura,
si affida: «Anche se queste parole significano un tempo di prova, un grande
sforzo e una croce dolorosa, non dobbiamo farci prendere dalla paura. Sono
parole che portano con sé anche la gioia e la pace che sono frutto della
fede». A testimoniarlo è un uomo che porta nel corpo e nel cuore i segni delle
tragedie del Novecento, dal nazismo allo stalinismo, dalla Shoah a tutti gli
altri genocidi del «secolo breve», fino all’esperienza dolorosa della
sordità dei potenti di fronte al suo grido accorato di denuncia
dell’immoralità e dell’assurdità di questa guerra in corso, accompagnato
dall’appello ostinato a cercare la pace nella sola via che la rende autentica
e fruttuosa, quella della giustizia e del perdono. Il vescovo che non si è
fermato davanti alle autorità della Polonia comunista, decise a impedirgli di
costruire la chiesa a Nova Huta, cittadina satellite e zona industriale di
Cracovia, è lo stesso cha da Roma non si è fermato davanti a questa sordità
assordante, dichiarando con tutto se stesso il suo no all’odio, alla
disumanità della violenza bellica, alla cecità di scelte dalle conseguenze
devastanti e atroci. Davanti alle prove, quest’uomo non si ferma: lo sostiene
un’umanità ricchissima, fatta di sentimenti profondi, di compassione e di
tenerezza, di lucida attenzione alla realtà. È l’uomo cui «piace cantare»,
come non esita a confidarci. È il poeta dell’amore alla madre, troppo presto
perduta, e della nostalgia mai spenta per la sua terra martoriata e nobile.
Soprattutto, però, è l’uomo di fede, libero di fronte a tutto e a tutti,
perché vincolato alla coscienza di dover obbedire a Dio solo: «L’amore di
Dio - ci confida - non ci carica di pesi che non siamo in grado di portare, né
ci pone esigenze a cui non sia possibile far fronte. Mentre chiede, offre
l’aiuto necessario. Parlo di questo da un posto in cui mi ha condotto
l’amore di Cristo Salvatore, chiedendomi di uscire dalla mia terra per portare
frutto altrove con la sua grazia, un frutto destinato a rimanere».
In un orizzonte storico che ci appare così inquietante, quest’uomo, giovane
nel cuore nonostante il peso degli anni, ci sfida tutti alla speranza e alla
gioia che vengono dalla verità: «Facendo eco alle parole del nostro Maestro e
Signore, ripeto anch’io a ciascuno di voi: ”Alzatevi, andiamo!” Andiamo
fidandoci di Cristo. Sarà Lui ad accompagnarci nel cammino, fino alla meta che
Lui solo conosce». Di questo coraggio, di questa speranza dobbiamo ringraziarlo
tutti, credenti e non credenti, sentendoci al tempo stesso sfidati a non
lasciarlo solo. Vorrei perciò fare mie le parole di John R.R. Tolkien,
l’autore de «Il Signore degli Anelli», l’opera che, sotto il rivestimento
fantastico e lussureggiante dei simboli, vuole essere - a detta del suo stesso
autore - profondamente «religiosa e cristiana». Entrato nella Chiesa cattolica
a otto anni, seguendo la conversione della madre, e rimastovi tutta la vita con
fedeltà assoluta, in una bellissima lettera al figlio Michael scritta nel 1968
Tolkien richiama il senso di smarrimento da cui può essere preso il credente
davanti all’assedio dell’indifferenza religiosa e alle tragedie in atto.
«So benissimo - afferma - che, per te come per me, nella Chiesa che una volta
ci sembrava un rifugio, ora spesso ci possiamo sentire come in trappola. Eppure,
non c’è nessun altro posto dove andare! Mi chiedo, anzi, se questa sensazione
disperata, l’aggrapparsi agli ultimi rimasugli di lealtà, non fu provata
anche dai seguaci di Nostro Signore per tutto il tempo della sua vita terrena.
Penso che non rimanga altro da fare che pregare per la Chiesa, per il Vicario di
Cristo, e per noi stessi; e intanto esercitare la virtù della lealtà...». È
quello che questo vicario di Cristo venuto dalla Polonia ci invita a fare con la
parola e con la vita, perché la nostra fiducia non venga meno e il nostro amore
continui a essere giovane, nonostante tutto. Per questo lo ringraziamo,
augurandogli di cuore: «Ad multos annos!».
Bruno Forte
Nella
società
dell’apparenza
Bruno Forte
L’essenziale o l’apparenza? Obbedire alla verità ed essere il più
possibile onesti, o costruire e propagare un’immagine di sé attraente, non
importa se corrisponda o meno a ciò che veramente si è? Da che parte siamo
oggi? Dove va la nostra società? Verso dove ci spingono i modelli dominanti?
Rispondere che su tutta la linea è vincente l’effimero è massimalista e
ingeneroso. Ritenere che fenomeni di trionfo dell’immagine - come, ad esempio,
il «Grande fratello» - siano irrilevanti, è ingenuo. Occorre allora
riflettere sulla portata delle due alternative, opposte al di là di ogni
tentativo di conciliazione a buon mercato. Cerco di farlo a partire da alcuni
avvenimenti recenti.
Il primo è il caso Parmalat: le valutazioni economico-politiche si sono
sprecate, il dramma delle perdite dei piccoli risparmiatori è stato giustamente
ritenuto degno della massima attenzione. Ciò che però finora mi sembra passato
in secondo piano è l’aspetto morale della vicenda, quello per il quale non
una singola persona, ma un intero sistema di protagonisti ha potuto assumere la
menzogna a pratica normale di gestione dell’impresa e di comunicazione con il
pubblico.
Che il ladro di polli ci sia
sempre stato, non meraviglia: ciò che qui fa problema è che, mentre al piccolo
scippatore tutti fossero disposti a gridare «al ladro, al ladro», al sistema
di latrocinio e di bugie nessuno si opponesse in nome di un minimo di
rivendicazione etica, di dignità morale. Non è questione di giudicare il cuore
dei singoli responsabili: questo giudizio appartiene alle loro coscienze e a
Dio. Ciò che qui è in gioco è il palese trionfo di una società
dell’apparenza, dove la maschera rassicurante e bonaria doveva essere a tutti
i costi costruita e propagandata, per garantire il funzionamento dell’impresa.
Se in tangentopoli colpiva la connivenza fra politica e delinquenza, qui
colpisce l’ordinarietà con cui il sistema di menzogna si è a poco a poco
costruito ed imposto all’interno di una grande azienda, senza incontrare a
quanto sembra alcuna significativa resistenza.
Il secondo avvenimento su cui vorrei riflettere è l’accanimento mediatico che
c’è stato intorno al cosiddetto lifting del nostro presidente del consiglio:
ovviamente, non è in questione il lifting in se stesso, e quindi la libertà di
chicchessia di rifarsi la faccia o lo spessore morale di questa scelta. Ciò che
dà a pensare è invece la conseguenza che il chiasso dei media intorno a questa
piccola storia potrebbe avere avuto sui modelli di vita e di comportamento
indotti, specialmente fra i giovani: il messaggio «sei ciò che appari» o «riesci
in base al volto che ti ritrovi» potrebbe entrare nelle coscienze come
convinzione irriflessa e dunque come condizionamento per scelte ispirate al
primato dell’apparenza contro il primato della verità. Chi vuole, si faccia
pure il lifting: ma, per favore, nessuno dia a credere che nella vita ciò che
conta è questo, o che la verità non abbia la forza di vincere da sola, prima o
poi, al di là delle maschere dietro cui ci si vuole difendere o dei volti
attraverso i quali la si vorrebbe presentare.
Il terzo evento cui voglio riferirmi è la Giornata della memoria: se è stato
positivo il rilievo che ad essa è stato dato, perché è sempre bene riflettere
sul male passato e ricordarlo perché non si ripeta, non vorrei che l’eccesso
di input proposti abbia dispensato i singoli dal dovere della riflessione
personale. Dietro tutta la vicenda della Shoah - come alla base di tutti i
genocidi perpetrati nel Novecento e purtroppo in corso ancora oggi dovunque la
logica della violenza è sostituita a quella del dialogo e della giustizia per
cercare la pace - c’è una medesima scelta fatale: quella per la quale la
Verità non è sovrana, ma dipende dai gusti o dagli interessi, manipolabile in
base alla legge del più forte. È proprio il sistema di menzogne su cui si
reggeva il nazismo, alla pari di tutti i sistemi totalitari, che dovrebbe
renderci attenti alle conseguenze dell’abbandono dell’essenziale come metro
della vita a favore dell’apparenza. Scegliere l’una o l’altra impostazione
dell’esistenza non è innocuo: la forza diabolica della menzogna è tale da
apparire irrilevante nelle sue premesse, ma tragica nei suoi esiti estremi.
Proprio il dovere di ricordare la catastrofe vissuta nel secolo da poco concluso
dovrebbe vaccinarci contro altre catastrofi possibili, soprattutto quelle cui
potrebbe condurre l’abbandono disinvolto del primato della verità. Vigilare e
scegliere è allora sfida per tutti, compito a cui nessuno deve sottrarsi: la
posta in gioco siamo tutti noi e il futuro del nostro stesso essere insieme.
Bruno Forte
RIFLESSIONI
Da Montecassino a Cluny, per fare solo due nomi, la fioritura secolare del
monachesimo ha custodito e trasmesso ai popoli del nostro continente non solo i
tesori della fede, ma anche quelli della cultura classica, greca e latina,
immettendoli come linfa viva nei processi di costruzione della civiltà europea.
Valori decisivi come la dignità della persona o l'orientamento della storia a
un compimento finale o la Trascendenza riconosciuta nel suo volto personale e
accogliente, sono passati attraverso i predecessori di questi giovani, motivati
dalla stessa passione per Dio e per il bene dell'umanità.
Quello che è nuovo e diverso in loro è che la scelta di vita che hanno fatto
è avvenuta in un tempo in cui essa appare ai più assolutamente singolare,
perfino sconcertante. Eppure, in loro non c'è la minima ombra di disprezzo del
mondo o di fuga da esso: la loro vita si svolge per scelta precisa nel cuore
delle grandi città, mantenendo ciascuno un lavoro «part-time», per lo più in
continuità con la professione di provenienza (dal medico all'artista,
dall'operaio all'ingegnere, dall'infermiera al musicista...). La loro giornata
è dominata dalla lode di Dio e dalla testimonianza del Suo amore agli uomini, e
la loro liturgia è divenuta punto di riferimento quotidiano di innumerevoli
persone.
Così a Parigi in una grande chiesa dietro l'Hotel de Ville, dedicata a Saint
Gervais, o a Firenze nella chiesa che fu cara a Dante e a La Pira, la Badia
Fiorentina, gente di tutti i tipi si unisce alla loro preghiera, attratta anche
solo dalla bellezza del loro canto o dalla pace dei loro volti. Il loro
fondatore, Pierre Marie Delfieux, un prete vissuto a lungo come eremita nel
Sahara prima di dare inizio all'esperienza dei «monaci nella città», spiega
così la risposta che sta incontrando questa forma nuova di vita consacrata: «Nel
deserto di solitudine, di ricerca, d'indifferenza, di affanni e di anonimato che
è spesso il mondo urbano, assetato di verità e affamato d'amore, solidali con
l'uomo così com'è e dove è, noi offriamo un'oasi di silenzio e di preghiera».
Che non sia questa l'Europa dello spirito, di cui diciamo tanto di aver bisogno
per fare dell'unione monetaria ed economica raggiunta una casa accogliente per
tutti? Al di là del riconoscimento delle radici cristiane del Continente - che
solo ignoranza storica o pregiudizio ideologico potranno bandire dalla Carta
costituzionale dell'Unione - esperienze come questa mostrano quanto gli Europei
di oggi abbiano bisogno di ragioni di vita e di speranza che spingano a un
generoso impegno per gli altri. I giovani che ho incontrato a Paray-le-Monial
mostrano con la loro stessa esistenza dove queste ragioni possono essere trovate
ed offerte. Che l'Europa dello spirito debba nascere ancora una volta dalle
sorgenti del monachesimo plasmato alla scuola del Vangelo? Per quanto
paradossale possa apparire questa tesi, riflettervi è quanto meno una sfida per
tutti.
Bruno Forte