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Siamo
amministratori di un bene enorme,
che, con troppa superficialità,
pensiamo essere solo nostro ed
invece è il bene più grande che ci
è stato affidato da Dio, cioè la
nostra vita. Il
rendiconto non arriverà solo alla
fine dei nostri giorni, ma arriva
con il passare stesso del tempo,
allorquando – come ci succede –
ci domandiamo «Che cosa ne sto
facendo della mia vita?». Non di
rado ci troviamo in difetto: tra le
aspettative di chi ce l’ha
affidato e ciò che noi ne stiamo
facendo, il tempo vissuto e quello
che stiamo vivendo ci appare
sciupato, se non proprio sperperato
del tutto. Gesù ci insegna nel
vangelo di oggi, ad essere
“accorti”
nella gestione del tempo, ci
invita a recuperare le occasioni
perdute, amando in primo luogo i
bisognosi e dimenticati. L’impegno
per loro e per la loro causa, come
ad esempio, l’impegno per la
giustizia, per la pace e per la
sensibilizzazione in tal senso ci
procureranno quegli amici che sono
anche i migliori amici di Dio.
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25^
Domenica dell’anno (c)
"Tu
quanto devi al tuo padrone?"
Quanto ti devo, Signore,
è certamente incalcolabile, ma per
fortuna,
tu non sei un padrone, e, a rigore,
non dovremmo nemmeno chiamarti
"Signore":
hai voluto essere chiamato solo
Padre.
Così ci ha insegnato il Figlio tuo,
venuto a condonare ogni debito.
Dinanzi alla ricchezza infinita dei
tuoi doni,
non potremo vivere altrimenti
che donando, per farci solo degli
amici
che ci aiutino a raggiungerti.
(GM
19/09/04)
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Vangelo
di Luca (16,1-13)
<<[Gesù] diceva
anche ai discepoli: «C'era un
uomo ricco che aveva un
amministratore, e questi
fu accusato dinanzi a lui di
sperperare i suoi averi. Lo chiamò
e gli disse: Che è
questo che sento dire di te? Rendi
conto della tua
amministrazione, perché non puoi più
essere amministratore.
L'amministratore disse tra sé:
Che farò ora che
il mio padrone
mi toglie l'amministrazione?
Zappare, non ho forza, mendicare, mi
vergogno. So io
che cosa fare perché, quando sarò
stato allontanato
dall'amministrazione, ci sia
qualcuno che mi accolga
in casa sua. Chiamò uno per
uno i debitori del
padrone e disse al
primo: Tu quanto devi al
mio padrone? Quello
rispose: Cento barili d'olio.
Gli disse: Prendi la tua
ricevuta, siediti e scrivi
subito cinquanta. Poi
disse a un altro: Tu quanto devi?
Rispose: Cento misure di grano. Gli
disse: Prendi la tua ricevuta
e scrivi ottanta. Il padrone lodò
quell'amministratore disonesto,
perché aveva agito con scaltrezza.
I figli di questo mondo, infatti,
verso i loro pari sono più scaltri
dei figli della luce.
Ebbene, io vi
dico: Procuratevi amici
con la disonesta
ricchezza, perché,
quand'essa verrà a
mancare, vi accolgano nelle dimore
eterne.
Chi è fedele nel poco, è
fedele anche nel molto; e chi
è disonesto nel
poco, è disonesto anche nel
molto.
Se dunque non siete stati
fedeli nella disonesta ricchezza,
chi vi affiderà quella
vera?
E se non siete stati
fedeli nella ricchezza altrui, chi
vi darà la vostra?
Nessun servo può servire a
due padroni: o odierà l'uno e
amerà l'altro oppure si affezionerà
all'uno e disprezzerà
l'altro. Non potete
servire a Dio e a
mammona»>>.
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Messaggio di Sua Santità
Giovanni Paolo II per la celebrazione della
Giornata Mondiale della Pace
A voi mi rivolgo, Capi delle Nazioni, che avete
il dovere di promuovere la pace!
A voi, Giuristi, impegnati a tracciare cammini di
pacifica intesa, predisponendo convenzioni e
trattati che rafforzano la legalità
internazionale!
A voi, Educatori della gioventù, che in ogni
continente instancabilmente lavorate per formare
le coscienze nel cammino della comprensione e del
dialogo...
1° GENNAIO 2004
UN IMPEGNO SEMPRE ATTUALE: EDUCARE ALLA PACE
A voi mi rivolgo, Capi delle Nazioni, che avete
il dovere di promuovere la pace!
A voi, Giuristi, impegnati a tracciare cammini
di pacifica intesa, predisponendo convenzioni e
trattati che rafforzano la legalità
internazionale!
A voi, Educatori della gioventù, che in ogni
continente instancabilmente lavorate per formare
le coscienze nel cammino della comprensione e del
dialogo!
Ed anche a voi mi rivolgo, uomini e donne che
siete tentati di ricorrere all'inaccettabile
strumento del terrorismo, compromettendo così
alla radice la causa per la quale combattete!
Ascoltate tutti l'umile appello del successore
di Pietro che grida: Oggi ancora, all'inizio del
nuovo anno 2004, la pace resta possibile. E se
possibile, la pace è anche doverosa!
Una concreta iniziativa
1. Il primo mio Messaggio per la Giornata
Mondiale della Pace, all'inizio del Gennaio del
1979, era centrato sul motto: « Per giungere alla
pace, educare alla pace ».
Quel Messaggio di Capodanno si inseriva nel solco
tracciato dal Papa Paolo VI, di v. m., il quale
aveva voluto per il 1º Gennaio di ogni anno la
celebrazione di una Giornata Mondiale di preghiere
per la Pace. Ricordo le parole del compianto
Pontefice nel Capodanno 1968: « Sarebbe Nostro
desiderio che poi ogni anno questa celebrazione si
ripetesse come augurio e come promessa, all'inizio
del calendario che misura e descrive il cammino
della vita umana nel tempo, che sia la pace con il
suo giusto e benefico equilibrio a dominare lo
svolgimento della storia avvenire ».(1)
Facendo mio il voto espresso dal venerato
Predecessore sulla Cattedra di Pietro, ogni anno
ho voluto continuare la nobile tradizione,
dedicando il primo giorno dell'anno civile alla
riflessione ed alla preghiera per la pace nel
mondo.
Nei venticinque anni di Pontificato, che il
Signore mi ha finora concesso, non ho cessato di
levare la mia voce, di fronte alla Chiesa ed al
mondo, per invitare i credenti, come tutte le
persone di buona volontà, a far propria la causa
della pace, per contribuire a realizzare questo
bene primario, assicurando così al mondo un'era
migliore, nella serena convivenza e nel rispetto
reciproco.
Anche quest'anno sento il dovere di invitare gli
uomini e le donne di ogni Continente a celebrare
una nuova Giornata Mondiale della Pace. L'umanità
infatti ha più che mai bisogno di ritrovare la
strada della concordia, scossa com'è da egoismi e
da odi, da sete di dominio e da desiderio di
vendetta.
La scienza della pace
2. Gli undici Messaggi rivolti al mondo dal
Papa Paolo VI hanno progressivamente tracciato le
coordinate del cammino da compiere per raggiungere
l'ideale della pace. Poco a poco, il grande
Pontefice è venuto illustrando i vari capitoli di
una vera e propria « scienza della pace ».
Può essere utile riandare con la memoria ai temi
dei Messaggi lasciatici da Papa Montini per tale
occasione.(2) Ognuno di essi conserva ancor oggi
una grande attualità. Anzi, di fronte al dramma
delle guerre che, all'inizio del Terzo Millennio,
ancora insanguinano le contrade del mondo,
soprattutto in Medio Oriente, quegli scritti, in
certi loro passaggi, assurgono al valore
di moniti profetici.
Il sillabario della pace
3. Da parte mia, nel corso di questi
venticinque anni di Pontificato ho cercato di
avanzare sul cammino intrapreso dal mio venerato
Predecessore.
All'alba di ogni nuovo anno, ho richiamato le
persone di buona volontà a riflettere sui vari
aspetti di una ordinata convivenza, alla luce
della ragione e della fede.
È nata così una sintesi di dottrina sulla pace,
che è quasi un sillabario su questo fondamentale
argomento: un sillabario semplice da comprendere
per chi ha l'animo ben disposto, ma al tempo
stesso estremamente esigente per ogni persona
sensibile alle sorti della umanità.(3)
I vari aspetti del prisma della pace sono stati
ormai abbondantemente illustrati. Ora non rimane
che operare, affinché l'ideale della pacifica
convivenza, con le sue precise esigenze, entri
nella coscienza degli individui e dei popoli. Noi
cristiani, l'impegno di educare noi stessi e gli
altri alla pace lo sentiamo come appartenente al
genio stesso della nostra religione. Per il
cristiano, infatti, proclamare la pace è
annunziare Cristo che è « la nostra pace » (Ef
2,14), è annunziare il suo Vangelo, che è «
Vangelo della pace » (Ef 6,15), è chiamare tutti
alla beatitudine di essere « artefici di pace »
(cfr Mt 5,9).
L'educazione alla pace
4. Nel Messaggio per la Giornata Mondiale della
Pace del 1º Gennaio 1979 lanciavo già
quest'appello: « Per giungere alla pace, educare
alla pace ». Ciò è oggi più urgente che mai,
perché gli uomini, di fronte alle tragedie che
continuano ad affliggere l'umanità, sono tentati
di cedere al fatalismo, quasi che la pace sia un
ideale irraggiungibile.
La Chiesa, invece, ha sempre insegnato ed insegna
ancor oggi un assioma molto semplice: la pace è
possibile. Anzi, la Chiesa non si stanca di
ripetere: la pace è doverosa. Essa va costruita
sui quattro pilastri indicati dal beato Giovanni
XXIII nell'Enciclica Pacem in terris, e cioè
sulla verità, la giustizia, l'amore e la libertà.
Un dovere, quindi, s'impone a tutti gli amanti
della pace, ed è quello di educare le nuove
generazioni a questi ideali, per preparare un'era
migliore per l'intera umanità.
L'educazione alla legalità
5. In questo compito di educare alla pace,
s'inserisce con particolare urgenza la necessità
di guidare gli individui ed i popoli a rispettare
l'ordine internazionale e ad osservare gli impegni
assunti dalle Autorità, che legittimamente li
rappresentano. La pace ed il diritto
internazionale sono intimamente legati fra loro:
il diritto favorisce la pace.
Fin dagli albori della civiltà i raggruppamenti
umani che venivano formandosi ebbero cura di
stabilire tra loro intese e patti che evitassero
l'arbitrario uso della forza e consentissero il
tentativo di una soluzione pacifica delle
controversie via via insorgenti. Accanto agli
ordinamenti giuridici dei singoli popoli si
costituì così progressivamente un altro
complesso di norme, che fu qualificato col nome di
jus gentium (diritto delle genti). Col passare del
tempo, esso venne estendendosi e precisandosi alla
luce delle vicende storiche dei vari popoli.
Questo processo subì una forte accelerazione con
la nascita degli Stati moderni. A partire dal XVI
secolo giuristi, filosofi e teologi si impegnarono
nella elaborazione dei vari capitoli del diritto
internazionale, ancorandolo a postulati
fondamentali del diritto naturale. In questo
cammino presero forma, con forza crescente,
principi universali che sono anteriori e superiori
al diritto interno degli Stati, e che tengono in
conto l'unità e la comune vocazione della
famiglia umana.
Centrale fra tutti questi principi è sicuramente
quello secondo cui pacta sunt servanda: gli
accordi liberamente sottoscritti devono essere
onorati. È questo il cardine ed il presupposto
inderogabile di ogni rapporto fra parti contraenti
responsabili. La sua violazione non può che
avviare una situazione di illegalità e di
conseguenti attriti e contrapposizioni che non
mancherà di avere durevoli ripercussioni
negative. Risulta opportuno richiamare questa
regola fondamentale, soprattutto nei momenti in
cui si avverte la tentazione di fare appello al
diritto della forza piuttosto che alla forza del
diritto.
Uno di questi momenti fu senza dubbio il dramma
che l'umanità sperimentò durante la seconda
guerra mondiale: una voragine di violenza, di
distruzione e di morte quale mai s'era conosciuta
prima d'allora.
L'osservanza del diritto
6. Quella guerra, con gli orrori e le
terrificanti violazioni della dignità dell'uomo a
cui dette occasione, condusse ad un profondo
rinnovamento dell'ordinamento giuridico
internazionale. La difesa e la promozione della
pace furono collocate al centro di un sistema
normativo e istituzionale ampiamente aggiornato. A
vegliare sulla pace e sulla sicurezza globali, a
incoraggiare gli sforzi degli Stati per mantenere
e garantire questi fondamentali beni dell'umanità,
i Governi chiamarono un'organizzazione
appositamente costituita - l'Organizzazione delle
Nazioni Unite - con un Consiglio di Sicurezza
investito di ampi poteri d'azione. Quale cardine
del sistema venne posto il divieto del ricorso
alla forza. Un divieto che, secondo il noto cap.
VII della Carta delle Nazioni Unite, prevede due
sole eccezioni. Una è quella che conferma il
diritto naturale alla legittima difesa, da
esercitarsi secondo le modalità previste e
nell'ambito delle Nazioni Unite: di conseguenza,
anche dentro i tradizionali limiti della necessità
e della proporzionalità.
L'altra eccezione è rappresentata dal sistema di
sicurezza collettiva, che assegna al Consiglio di
Sicurezza la competenza e la responsabilità in
materia di mantenimento della pace, con potere di
decisione e ampia discrezionalità.
Il sistema elaborato con la Carta delle Nazioni
Unite avrebbe dovuto «preservare le future
generazioni dal flagello della guerra, che per due
volte nell'arco di una vita umana ha inflitto
indicibili sofferenze all'umanità ».(4) Nei
decenni successivi, tuttavia, la divisione della
comunità internazionale in blocchi contrapposti,
la guerra fredda in una parte del globo terrestre,
i violenti conflitti scoppiati in altre regioni,
il fenomeno del terrorismo, hanno prodotto un
crescente scostamento dalle previsioni e dalle
aspettative dell'immediato dopoguerra.
Un nuovo ordinamento internazionale
7. È doveroso tuttavia riconoscere che
l'Organizzazione delle Nazioni Unite,pur con
limiti e ritardi dovuti in gran parte alle
inadempienze dei suoi membri, ha contribuito
notevolmente a promuovere il rispetto della dignità
umana, la libertà dei popoli e l'esigenza dello
sviluppo, preparando il terreno culturale e
istituzionale su cui costruire la pace.
L'azione dei Governi nazionali trarrà un forte
incoraggiamento dal constatare che gli ideali
delle Nazioni Unite sono largamente diffusi, in
particolare mediante i concreti gesti di
solidarietà e di pace delle tante persone che
operano anche nelle Organizzazioni Non Governative
e nei Movimenti per i diritti dell'uomo.
Si tratta di un significativo stimolo per una
riforma che metta l'Organizzazione delle Nazioni
Unite in grado di funzionare efficacemente per il
conseguimento dei propri fini statutari, tuttora
validi: «L'umanità, di fronte a una fase nuova e
più difficile del suo autentico sviluppo, ha oggi
bisogno di un grado superiore di ordinamento
internazionale ».(5) Gli Stati devono considerare
tale obiettivo come un preciso obbligo morale e
politico, che richiede prudenza e determinazione.
Rinnovo l'auspicio formulato nel 1995: « Occorre
che l'Organizzazione delle Nazioni Unite si elevi
sempre più dallo stadio freddo di istituzione di
tipo amministrativo a quello di centro morale, in
cui tutte le nazioni del mondo si sentano a casa
loro sviluppando la comune coscienza di essere,
per così dire, una "famiglia di
nazioni" ».(6)
La piaga funesta del terrorismo
8. Oggi il diritto internazionale fa fatica ad
offrire soluzioni alla conflittualità derivante
dai mutamenti nella fisionomia del mondo
contemporaneo. Tale conflittualità, infatti,
trova frequentemente tra i suoi protagonisti
attori che non sono Stati, ma enti derivati dalla
disgregazione degli Stati o legati a
rivendicazioni indipendentiste o connessi con
agguerrite organizzazioni criminali. Un
ordinamento giuridico costituito da norme
elaborate nei secoli per disciplinare i rapporti
tra Stati sovrani si trova in difficoltà a
fronteggiare conflitti in cui agiscono anche enti
non riconducibili ai tradizionali caratteri della
statualità. Ciò vale, in particolare, nel caso
dei gruppi terroristici.
La piaga del terrorismo è diventata in questi
anni più virulenta e ha prodotto massacri
efferati, che hanno reso sempre più irta di
ostacoli la via del dialogo e del negoziato,
esacerbando gli animi e aggravando i problemi,
particolarmente nel Medio Oriente.
Tuttavia, per essere vincente, la lotta contro il
terrorismo non può esaurirsi soltanto in
operazioni repressive e punitive. È essenziale
che il pur necessario ricorso alla forza sia
accompagnato da una coraggiosa e lucida analisi
delle motivazioni soggiacenti agli attacchi
terroristici.
Allo stesso tempo, l'impegno contro il terrorismo
deve esprimersi anche sul piano politico e
pedagogico: da un lato, rimuovendo le cause che
stanno all'origine di situazioni di ingiustizia,
dalle quali scaturiscono sovente le spinte agli
atti più disperati e sanguinosi; dall'altro,
insistendo su un'educazione ispirata al rispetto
per la vita umana in ogni circostanza:l'unità del
genere umano è infatti una realtà più forte
delle divisioni contingenti che separano uomini e
popoli.
Nella doverosa lotta contro il terrorismo, il
diritto internazionale è ora chiamato ad
elaborare strumenti giuridici dotati di efficienti
meccanismi di prevenzione, di monitoraggio e di
repressione dei reati. In ogni caso, i Governi
democratici ben sanno che l'uso della forza contro
i terroristi non può giustificare la rinuncia ai
principi di uno Stato di diritto. Sarebbero scelte
politiche inaccettabili quelle che ricercassero il
successo senza tener conto dei fondamentali
diritti dell'uomo: il fine non giustifica mai i
mezzi!
Il contributo della Chiesa
9. « Beati gli operatori di pace, perché
saranno chiamati figli di Dio » (Mt 5,9). Come
potrebbe questa parola, che invita a operare
nell'immenso campo della pace, trovare così
intense risonanze nel cuore umano, se non
corrispondesse ad un anelito e ad una speranza che
vivono in noi indistruttibili? E per quale altro
motivo gli operatori di pace saranno chiamati
figli di Dio, se non perché Egli per sua natura
è il Dio della pace? Proprio per questo,
nell'annuncio di salvezza che la Chiesa diffonde
nel mondo, vi sono elementi dottrinali di
fondamentale importanza per l'elaborazione dei
principi necessari ad una pacifica convivenza tra
le
Nazioni.
Le vicende storiche insegnano che
l'edificazione della pace non può prescindere dal
rispetto di un ordine etico e giuridico, secondo
l'antico adagio: « Serva ordinem et ordo servabit
te » (conserva l'ordine e l'ordine conserverà
te). Il diritto internazionale deve evitare che
prevalga la legge del più forte. Suo scopo
essenziale è di sostituire « alla forza
materiale delle armi la forza morale del diritto
»,(7) prevedendo appropriate sanzioni per i
trasgressori, nonché adeguate riparazioni per le
vittime. Ciò deve valere anche per quei
governanti i quali violano impunemente la dignità
e i diritti dell'uomo, celandosi dietro il
pretesto inaccettabile che si tratterebbe di
questioni interne al loro Stato.
Rivolgendomi al Corpo Diplomatico accreditato
presso la Santa Sede, il 13 Gennaio 1997,
individuavo nel diritto internazionale uno
strumento di prim'ordine per il perseguimento
della pace: « Il diritto internazionale è stato
per molto tempo un diritto della guerra e della
pace. Credo che esso sia sempre più chiamato a
diventare esclusivamente un diritto della pace,
concepita in funzione della giustizia e della
solidarietà. In questo contesto, la morale è
chiamata a fecondare il diritto; essa può
esercitare altresì una funzione di anticipo sul
diritto, nella misura in cui gli indica la
direzione del giusto e del bene ».(8)
Rilevante è stato, nel corso dei secoli, il
contributo dottrinale offerto dalla Chiesa,
mediante la riflessione filosofica e teologica di
numerosi pensatori cristiani, per orientare il
diritto internazionale verso il bene comune
dell'intera famiglia umana. In particolare, nella
storia contemporanea i Papi non hanno esitato a
sottolineare l'importanza del diritto
internazionale quale garanzia di pace, nella
convinzione che « un frutto di giustizia viene
seminato nella pace per coloro che fanno opera di
pace » (Gc 3,18). Su tale via è impegnata,
mediante gli strumenti che le sono propri, la
Chiesa, alla luce perenne del Vangelo e con
l'ausilio indispensabile della preghiera.
La civiltà dell'amore
10. Al termine di queste considerazioni ritengo,
però, doveroso ricordare che, per l'instaurazione
della vera pace nel mondo, la giustizia deve
trovare il suo completamento nella carità. Certo,
il diritto è la prima strada da imboccare per
giungere alla pace. Ed i popoli debbono essere
educati al rispetto di tale diritto. Non si
arriverà però al termine del cammino, se la
giustizia non sarà integrata dall'amore.
Giustizia e amore appaiono, a volte, come forze
antagoniste. In verità, non sono che le due facce
di una medesima realtà, due dimensioni
dell'esistenza umana che devono vicendevolmente
completarsi. È l'esperienza storica a
confermarlo. Essa mostra come la giustizia non
riesca spesso a liberarsi dal rancore,
dall'odio e perfino dalla crudeltà. Da sola, la
giustizia non basta. Può
anzi arrivare a negare se stessa, se non si apre a
quella forza più profonda
che è l'amore.
È per questo che, più volte, ho ricordato ai
cristiani e a tutte le persone di buona volontà
la necessità del perdono per risolvere i problemi
sia dei singoli che dei popoli. Non c'è pace
senza perdono! Lo ripeto anche in questa
circostanza, avendo davanti agli occhi, in
particolare, la crisi che continua ad imperversare
in Palestina e in Medio Oriente: una soluzione ai
gravissimi problemi di cui da troppo tempo
soffrono le popolazioni di quelle regioni non si
troverà fino a quando non ci si deciderà a
superare la logica della semplice giustizia per
aprirsi anche a quella del perdono.
Il cristiano sa che l'amore è il motivo per
cui Dio entra in rapporto con l'uomo. Ed è ancora
l'amore che Egli s'attende come risposta
dall'uomo.
L'amore è perciò la forma più alta e più
nobile di rapporto degli esseri umani anche tra
loro. L'amore dovrà dunque animare ogni settore
della vita umana, stendendosi anche all'ordine
internazionale. Solo un'umanità nella quale regni
la «civiltà dell'amore» potrà godere di una
pace autentica e duratura.
All'inizio di un nuovo anno voglio ricordare
alle donne ed agli uomini di ogni lingua,
religione e cultura l'antica massima: «Omnia
vincit amor» (l'amore vince tutto). Sì, cari
Fratelli e Sorelle di ogni parte del mondo, alla
fine l'amore vincerà! Ciascuno si impegni ad
affrettare questa vittoria. È ad essa che, in
fondo, anela il cuore di tutti.
Dal Vaticano, 8 Dicembre 2003.
GIOVANNI PAOLO II
NOTE
(1)Insegnamenti, V (1967), 620.
(2)1968: 1º Gennaio: Giornata Mondiale della
Pace
1969: La promozione dei diritti dell'uomo, cammino
verso la pace
1970: Educarsi alla pace attraverso la
riconciliazione
1971: Ogni uomo è mio fratello
1972: Se vuoi la pace, lavora per la giustizia
1973: La pace è possibile
1974: La pace dipende anche da te
1975: La riconciliazione, via alla pace
1976: Le vere armi della pace
1977: Se vuoi la pace, difendi la vita
1978: No alla violenza, Sì alla pace
(3)Ecco i temi delle successive 25 Giornate
Mondiali della Pace:
1979: Per giungere alla pace, educare alla pace
1980: La verità come forza della pace
1981: Per servire la pace, rispetta la libertà
1982: La pace, dono di Dio affidato agli uomini
1983: Il dialogo per la pace, una sfida per il
nostro tempo
1984: La pace nasce da un cuore nuovo
1985: La pace e i giovani camminano insieme
1986: La pace è valore senza frontiere. Nord-Sud,
Est-Ovest: una
sola pace
1987: Sviluppo e solidarietà, chiavi della pace
1988: La libertà religiosa, condizione per la
pacifica convivenza
1989: Per costruire la pace, rispettare le
minoranze
1990: Pace con Dio creatore, pace con tutto il
creato
1991: Se vuoi la pace, rispetta la coscienza di
ogni uomo
1992: I credenti uniti nella costruzione della
pace
1993: Se cerchi la pace, va' incontro ai poveri
1994: Dalla famiglia nasce la pace della famiglia
umana
1995: Donna: educatrice alla pace
1996: Diamo ai bambini un futuro di pace
1997: Offri il perdono, ricevi la pace
1998: Dalla giustizia di ciascuno nasce la pace
per tutti
1999: Nel rispetto dei diritti umani il segreto
della vera pace
2000: « Pace in terra agli uomini, che Dio ama!
»
2001: Dialogo tra le culture per una civiltà
dell'amore e della pace
2002: Non c'è pace senza giustizia, non c'è
giustizia senza perdono
2003: « Pacem in terris »: un impegno permanente
(4)Preambolo.
(5)Giovanni Paolo II, Lett. enc. Sollicitudo
rei socialis, 43: AAS 80
(1988), 575.
(6)Giovanni Paolo II, Discorso alla 50a
Assemblea Generale delle Nazioni
Unite, New York (5 ottobre 1995), 14:
Insegnamenti, XVIII/2 (1995), 741.
(7)Benedetto XV, Appello ai Capi dei popoli
belligeranti, 1 agosto 1917: AAS
9 (1917), 422.
(8)N. 4: Insegnamenti, XX/1 (1997), 97.