Passione,
morte e resurrezione
a) Le consegne: il crocifisso amore
Con l'andata a Gerusalemme si entra in pieno nella storia della passione.
Gesù vi si dirige «decisamente» (Lc 9,51: letteralmente: «indurì la faccia
per andarvi»), camminando avanti ai suoi, che lo seguono sconcertati (cf. Mc
10,32). Nella città di Davide lo scontro raggiunge il suo apice: sono ormai
coinvolti da vicino il Sinedrio e la nobiltà laica e sacerdotale che esso
rappresenta. Il Nazareno è consapevole dell'iniquità che sta per consumarsi
riguardo a lui, ma l'affronta con la ricchezza di senso di chi vede la morte
ingiustamente subita come una volontaria donazione, vissuta in obbedienza al
Padre e feconda di vita: ne sono prova i racconti dell'Ultima Cena, nei quali il
Servo confida ai suoi il memoriale dell'alleanza nuova nel suo sangue. In questo
quadro di finitudine, fonte di sofferenza liberamente accolta, viene a situarsi
anche la vicenda del processo di Gesù: è l'ora degli avversari, «l'impero
delle tenebre» (Lc 22,53). Per quali motivi è stato condannato il Nazareno?
Agli occhi del Sinedrio egli è il bestemmiatore (cf. Mc 14,53_65 par.), che con
la sua pretesa e la sua azione (soprattutto la «scandalosa» purificazione del
tempio: cf. Mc 11,15_18 e par.) ha meritato la morte secondo la Legge (cf. Dt
17,12). E tuttavia Gesù non ha subito la pena riservata ai bestemmiatori, la
lapidazione (cf. Lv 24,14): egli è stato giustiziato dagli occupanti romani,
subendo la pena inflitta agli schiavi disertori e ai sobillatori contro
l'impero, la ignominiosa morte di croce. La sua condanna è stata, alla fine,
politica, come attesta il «titulus crucis», la scritta con la motivazione
della condanna posta sul palo della vergogna: «Gesù Nazareno Re dei Giudei» (Gv
19,19). La sua morte, allora, può definirsi un assassinio giudiziario, di
significato politico_religioso: il Venerdì Santo (7 aprile dell'anno 30?) è
per la Legge il giorno in cui muore il bestemmiatore e per il potere il giorno
in cui muore il sovversivo.
La comunità nascente ha intuito molto presto la verità della croce come
luogo di rivelazione suprema: lo dimostra non solo il grande spazio dato al
racconto della passione del Nazareno nell'annuncio della Chiesa delle origini,
ma anche la precisa strutturazione teologica che soggiace alle narrazioni della
passione. Questa struttura può essere colta attraverso il ritorno costante,
certamente non casuale, del verbo “consegnare” (“paradìdomi”): è
possibile distinguere due gruppi di consegne. Il primo è costituito dal
succedersi delle “consegne” umane del Profeta galileo: il tradimento
dell'amore lo consegna agli avversari: “Allora Giuda Iscariota, uno dei
Dodici, si recò dai sommi sacerdoti, per consegnare loro Gesù” (Mc 14,10).
Il sinedrio, custode e rappresentante della Legge, consegna il bestemmiatore al
rappresentante di Cesare: “Al mattino i sommi sacerdoti, con gli anziani, gli
scribi e tutto il sinedrio, dopo aver tenuto consiglio, misero in catene Gesù,
lo condussero e lo consegnarono a Pilato” (Mc 15,1). Questi, pur convinto
della sua innocenza _ “Che male ha fatto?” (Mc 15,14)
_ cede alla pressione della folla, sobillata dai suoi capi (cf. 15,11).
“Dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso” (Mc
15,15). Abbandonato dai suoi, ritenuto un bestemmiatore dai signori della Legge
e un sovversivo dal rappresentante del potere, Gesù va incontro alla sua fine:
se tutto si fermasse qui, la sua sarebbe una delle tante morti ingiuste della
storia, dove un innocente rantola nel suo fallimento di fronte all'ingiustizia
del mondo. Ma la comunità
nascente _ illuminata dall'esperienza pasquale _ sa che non è così: per questo
essa ci parla di tre misteriose consegne, le consegne divine.
La prima è quella che il Figlio fa di se stesso: l'ha espressa
con evidenza Paolo: «Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio
di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me» (Gal 2,20). Si sente
in queste espressioni la corrispondenza con la testimonianza evangelica: «Padre,
nelle tue mani affido il mio spirito!» (Lc 23,46: citazione del Sal 31,6). «Chinato
il capo consegnò lo Spirito» (Gv 19,30). Il Figlio si consegna al Dio e
Padre suo per amore nostro e al nostro posto: e la consegna ha tutto lo spessore
della dolorosa offerta. Attraverso questa consegna il Crocefisso prende su di sé
il carico del dolore e del peccato passato, presente e futuro del mondo, entra fino in fondo nell'esilio da Dio per assumere
quest'esilio dei peccatori nell'offerta e nella riconciliazione pasquale: «Cristo
ci ha riscattati dalla maledizione della legge, diventando lui stesso
maledizione per noi, come sta scritto: Maledetto chi pende dal legno, perché in
Cristo Gesù la benedizione di Abramo passasse alle genti e noi ricevessimo la
promessa dello Spirito mediante la fede» (Gal 3,13s). Non è il grido di Gesù
morente il segno dell'abisso di dolore e di esilio che il Figlio ha voluto
assumere per entrare nel più profondo della sofferenza del mondo e portarlo
alla riconciliazione col Padre? «Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?»
(Mc 15,34; cf. Mt 27,46).
Alla consegna che il Figlio fa di sé, corrisponde la consegna del Padre:
essa è già indicata dalle formule del cosiddetto «passivo divino»: «Il
Figlio dell'uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini e lo
uccideranno» (Mc 9,31 e par.; cf. 10,33.45 e par.; Mc 14,41s. = Mt 26,45b_46).
A consegnarlo non saranno gli uomini, nelle cui mani sarà consegnato, né sarà
soltanto lui stesso a consegnarsi, perché il verbo è al passivo. Chi lo
consegnerà sarà Dio, suo Padre: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare
il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la
vita eterna» (Gv 3,16). «Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha
consegnato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui?» (Rm
8,32). È in questa consegna che il Padre fa del proprio Figlio per noi, che si
rivela la profondità del suo amore per gli uomini: «In questo sta l'amore: non
siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo
Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati» (1Gv 4,10; cf. Rm
5,6_11). Anche il Padre fa storia nell'ora della croce: egli, sacrificando il
proprio Figlio, giudica la gravità del peccato del mondo, ma mostra anche la
grandezza del suo amore misericordioso per noi. Alla consegna dell'ira _ «Dio
li ha consegnati all'impurità» (Rm 1,18ss.) _ succede la consegna
dell'amore! L'offerta della croce indica nel Padre sofferente la sorgente del
dono più grande, nel tempo e nell'eternità: la croce rivela che «Dio (il
Padre) è amore» (1Gv 4,8_16)! La sofferenza del Padre _ che corrisponde a
quella del Figlio crocifisso come dono e offerta sacrificale di lui, e che è
evocata da quella di Abramo nell'offerta di Isacco suo figlio «unigenito» (cf.
Gen 22, 12, Gv 3,16 e 1Gv 4,9) _ non è che l'altro nome del suo amore infinito:
«Il Padre, Dio dell'universo, paziente e misericordioso, sente egli stesso in
certo modo il dolore... Il Padre stesso non è senza dolore! Se qualcuno lo
implora egli è preso da pietà e compassione; soffre attraverso l'amore; ha
sentimenti che non potrebbe avere secondo la sua natura sublime. Riguardo a noi
egli sente il dolore umano» (Origene, Hom. in Ezech. 6,6). La suprema,
dolorosa consegna è, nel Figlio, come nel Padre, il segno del supremo amore che
cambia la storia: «Nessuno ha amore più grande di questo: dare la vita per i
propri amici» (Gv 15,13). Alla sofferenza del Figlio fa dunque riscontro una
sofferenza del Padre: Dio soffre sulla croce come Padre, che offre, come Figlio,
che si offre, come Spirito, che è l'amore promanante dal loro amore sofferente.
Il Dio cristiano non è fuori della sofferenza del mondo, spettatore impassibile
di essa dall'alto della sua immutabile perfezione: egli la assume e la vive nel
modo più intenso, come sofferenza attiva, come dono e offerta da cui sgorga la
vita nuova del mondo. Da quel Venerdì Santo noi sappiamo che la storia delle
sofferenze umane è anche storia del Dio cristiano: Egli è presente in essa, a
soffrire con l'uomo e a contagiargli il valore immenso della sofferenza offerta
per amore. Egli non è «l'occulta controparte» verso la quale si leva il grido
del sofferente e del desolato, ma è «in un senso più profondo il Dio umano,
che grida in lui e con lui e che interviene a suo favore con la sua croce quando
egli nei suoi tormenti ammutolisce» (J. Moltmann). È il Dio che dà senso alla
sofferenza del mondo, perché l'ha assunta a tal punto da farne la propria
sofferenza: questo senso è l'amore.
Storia del Figlio, storia del Padre, la croce è parimenti storia dello Spirito:
l'atto supremo della consegna è l'offerta sacrificale dello Spirito, come ha
colto l'evangelista Giovanni: «Chinato il capo, consegnò lo Spirito» (Gv
19,30). È «con uno Spirito eterno» che il Cristo «offrì se stesso senza
macchia a Dio» (Eb 9,14). Il Crocifisso consegna al Padre nell'ora della croce
lo Spirito che il Padre gli aveva donato, e che gli sarà dato in pienezza nel
giorno della resurrezione: il Venerdì Santo, giorno della consegna che il
Figlio fa di sé al Padre e che il Padre fa del Figlio alla morte per i
peccatori, è il giorno in cui lo Spirito è consegnato dal Figlio al Padre suo,
perché il Crocifisso resti abbandonato, nella lontananza da Dio, nella
compagnia con i peccatori. È l'ora della morte in Dio, dell'avvenimento
dell'abbandono del Figlio da parte del Padre nella loro pur sempre più grande
comunione, evento che si consuma nella consegna dello Spirito Santo al Padre, e
che rende possibile il supremo esilio del Figlio nell'alterità del mondo, il
suo divenire «maledizione» nella terra dei maledetti da Dio, perché questi
insieme con lui possano entrare nella gioia della riconciliazione pasquale.
Senza la consegna dello Spirito la croce non apparirebbe in tutta la sua
radicalità di evento trinitario e salvifico: se lo Spirito non si lasciasse
consegnare nel silenzio della morte, con tutto l'abbandono che essa porta con sé,
l'ora delle tenebre potrebbe essere equivocata come quella di una oscura morte di
Dio, dell'incomprensibile spegnersi dell'Assoluto, e non verrebbe intesa, come
è, come l'atto che si svolge in Dio, l'evento della storia dell'amore
del Dio immortale, per il quale il Figlio entra nel più profondo dell'alterità
dal Padre in obbedienza a Lui, lì dove incontra i peccatori. «Colui che non
aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché
noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio» (2Cor 5,21; cf. Rm
8,3).
Storia del Figlio, del Padre e dello Spirito, la croce è storia
trinitaria di Dio: la Trinità fa suo l'esilio del mondo sottoposto al peccato,
perché questo esilio entri a Pasqua nella patria della comunione trinitaria. La
croce è storia nostra perché è storia trinitaria di Dio: essa non proclama la
bestemmia di una morte di Dio, che faccia spazio alla vita dell'uomo
prigioniero della sua autosufficienza, ma la buona novella della morte in
Dio, perché l'uomo viva della vita del Dio immortale, nella partecipazione alla
comunione trinitaria, resa possibile grazie a quella morte. Sulla croce la «patria»
entra nell'esilio, perché l'esilio entri nella «patria»: in essa è
offerta la chiave della storia! La croce rinvia così alla Pasqua: l'ora dello
iato rimanda a quella della riconciliazione, l'impero della morte al trionfo
della vita! L'alterità del Figlio dal Padre nel Venerdì Santo, che si consuma
nella dolorosa consegna dello Spirito, il suo «discendere agli inferi» nella
solidarietà con tutti quelli che furono, sono e saranno prigionieri del peccato
e della morte, è orientata, nell'unità del mistero pasquale, alla
riconciliazione del Figlio col Padre, compiutasi al «terzo giorno», mediante
il dono che il Padre fa dello Spirito al Figlio e in lui e per lui agli uomini
lontani, così riconciliati: «In Cristo Gesù voi che un tempo eravate i
lontani siete diventati i vicini grazie al suo sangue. Egli è la nostra pace...
Per mezzo di lui possiamo presentarci al Padre in un solo Spirito» (Ef
2,13s.18). Alla lontananza della croce segue la comunione della resurrezione: la
morte in Dio per il mondo del Venerdì Santo passa a Pasqua nella vita in Dio
del mondo: proprio perché essa non è la morte del peccato, ma la morte
nell'amore, essa è la morte della morte, che non lacera, ma riconcilia, non
nega l'unità divina, ma sommamente l'afferma in sé e per il mondo. Così il
mistero pasquale realizza e porta a supremo compimento la verità della nuova
alleanza.
b) Il nuovo inizio di Pasqua
All'inizio vi fu l'esperienza di un incontro: ai pavidi fuggiaschi del
Venerdì Santo Gesù si mostrò vivente (cf. At 1,3). Quest'incontro fu talmente
decisivo per loro, che la loro esistenza ne venne totalmente trasformata: alla
paura fece seguito il coraggio; all'abbandono l'invio; i fuggitivi divennero i
testimoni, per esserlo ormai fino alla morte, in una vita donata senza riserve a
Colui, che pure avevano tradito nell'«ora delle tenebre». Che cosa era
avvenuto? Uno iato sta fra il tramonto del Venerdì Santo e l'alba di Pasqua:
uno spazio vuoto, in cui è accaduto qualcosa di talmente importante, da dare
origine di fatto al movimento cristiano nella storia. Dove lo storico profano
non può che constatare questo «nuovo inizio», l'annuncio cristiano,
registrato nei testi del Nuovo Testamento, confessa l'incontro col Risorto come
esperienza di grazia: e a questa esperienza ci dà accesso specialmente
attraverso i racconti delle apparizioni. I cinque gruppi di racconti (la
tradizione paolina: 1Cor 15,5_8; quella di Marco: Mc 16,9_20; quella di Matteo:
Mt 28,9_10.16_20; quella lucana: Lc 24,13_53; e quella giovannea: Gv 20.14_29 e
21) non si lasciano fra loro armonizzare nei dati cronologici e geografici:
essi, tuttavia, sono costruiti tutti su una medesima struttura, che lascia
trasparire le caratteristiche fondamentali dell'esperienza di cui parlano. Vi si
ritrova sempre l'iniziativa del Risorto, il processo di riconoscimento
da parte dei discepoli, la missione, che fa di essi i testimoni di ciò
che hanno «udito e visto con i loro occhi e contemplato e toccato con le loro
mani» (cf. 1Gv 1,1). È l'esperienza della vocazione del cristiano,
riconosciuta ed accolta nella vocazione del Signore Gesù.
L'iniziativa del Risorto, il fatto che sia Lui a mostrarsi vivente (cf.
At 1,3), ad «apparire» (cf. il verbo «ofte», usato in 1Cor 15,3_8 e Lc
24,34, che nell'Antico Testamento in greco è adoperato per descrivere le
teofanie: cf. Gen 12,7; 17,1; 18,1; 26,2), dice che l'esperienza degli uomini
delle origini cristiane ebbe un carattere di «oggettività»: fu qualcosa che
capitò a loro, qualcosa che «venne» a loro, non qualcosa che «divenne» in
loro. Non fu la commozione della fede e dell'amore a creare il suo oggetto, ma
fu il Vivente a suscitare in modo nuovo la fede e l'amore. La vocazione viene «dal
di fuori»...
Ciò non esclude, tuttavia, il processo spirituale, che è stato
necessario ai primi credenti per «credere ai loro occhi», per aprirsi
interiormente a quanto è avvenuto in Gesù Signore: è quanto assicura
l'itinerario progressivo, che porta dallo stupore e dal dubbio al riconoscimento
del Risorto: «Allora si aprirono i loro occhi e lo riconobbero» (Lc 24,31).
Questo processo dice la dimensione soggettiva
e spirituale dell'esperienza fontale della fede cristiana, e garantisce lo
spazio della libertà e della gratuità dell'assenso credente in ogni storia di
vocazione.
Si compie così l'esperienza dell'incontro: in un rapporto di conoscenza
diretta e rischiosa, il Vivente si offre ai suoi e li rende viventi di vita
nuova, la Sua, testimoni di Lui, di quell'incontro con Lui che ha segnato per
sempre la loro esistenza: «Andate in tutto il mondo, predicate il vangelo ad
ogni creatura» (Mc 16,15). L'esperienza pasquale _ oggettiva e soggettiva
insieme _ per la forza dell'incontro fra il Vivente e i suoi, si presenta come
esperienza trasformante: da essa ha origine la missione, in essa trae impulso il
movimento che si dilaterà fino agli estremi confini della terra.
L'incontro da cui nasce la fede cristiana si offre allora come esperienza di una duplice identità nella contraddizione: la prima, fra il Cristo risuscitato e l'umiliato della Croce; la seconda, fra i fuggiaschi del Venerdì Santo e i testimoni di Pasqua. Nel Risorto viene riconosciuto il Crocifisso: e questo riconoscimento, che lega la suprema esaltazione alla suprema vergogna, fa sì che la paura dei discepoli si trasformi in coraggio ed essi divengano uomini nuovi, capaci di amare la dignità della vita ricevuta in dono più della vita stessa, pronti al martirio.