B. Forte
Fra il 6-7 a.C. e il 30 d.C. si svolge la storia di Gesù di Nazaret: la
nascita avvenne certamente prima della morte di Erode il Grande, databile al 4
a.C. secondo quanto attesta Giuseppe Flavio (Antiquitates Iudaicae,
17,8,1; 17, 9, 3). È questo infatti il Re che aveva voluto la strage degli
innocenti per il timore suscitato in lui dalle informazioni dei Magi circa la
nascita dell’atteso “re dei Giudei” (Mt 2,1ss; Lc 1,5). Fu il monaco
Dionigi il Piccolo a commettere l’errore di datazione, ponendo al 754 di Roma
la nascita di Gesù, quando nel 525 per incarico del papa Giovanni I la calcolò
per sostituire con l’era dell’Incarnazione quella di Diocleziano o dei
martiri, usata fino ad allora nella Chiesa. Gesù nacque durante l’impero di
Augusto (63 a.C. - 14 d.C.: cf. Lc 2,1): la città di provenienza era Nazaret,
nel territorio della Galilea. Si trattava in realtà di un piccolo villaggio di
100-150 abitanti, il cui nome è menzionato in una iscrizione ebraica del III-IV
secolo d.C. trovata nel 1962 a Cesarea Marittima, che ha consentito di fissarne
definitivamente la grafia ebraica con la lettera “z” (zade), per cui la
parola risale chiaramente a “nezer”, germoglio, ed evoca così l’attesa
messianica del germoglio davidico (cf. Is 11,1). Ripopolato verso la fine del II
secolo a.C.al tempo dell’asmoneo Ircano (134-104 a.C.), che impose il ritorno
all’ebraismo nella zona, il villaggio fu probabilmente abitato da un clan
davidico, detto dei Nazorei, animato da un vivo fervore messianico. Forse anche
per il contrasto fra questo ardore dei suoi abitanti e la terra semipagana in
cui erano andati ad abitare, Nazaret era disprezzata dai pii israeliti: “Da
Nazaret - chiede Natanaele - può mai venire qualcosa di buono?” (Gv 1,46).
La famiglia di Gesù era ebraica, proveniva dalla Giudea, da Betlemme,
dove si recò per il censimento, ed era di ascendenze davidiche. In essa si
conosceva certamente l’ebraico, per la frequenza alla lettura delle Scritture,
ma si parlava normalmente l’aramaico galileo, il dialetto che farà
riconoscere Pietro nel cortile del Sommo sacerdote (cf. Mt 26,73). Dai contatti
di cui parla il vangelo si può supporre che Gesù capisse il greco e il latino,
lingue comuni dell’Impero romano. La Madre Maria era sposa di un uomo,
Giuseppe, falegname: questo fu probabilmente il mestiere del giovane galileo,
esercitato forse anche nella vicina Sefforis, dove al tempo della sua giovinezza
si costruivano importanti edifici (fra questi - può darsi - il teatro, di cui
restano le rovine a pochissima distanza in linea d’aria da Nazaret). Il
Nazareno apparteneva a un clan di parenti stretti - detti a volte anche
“fratelli” nel senso di cugini - che all’inizio della sua vita pubblica si
mostrarono scandalizzati da lui: “I suoi uscirono per andare a prenderlo;
poiché dicevano: ‘È fuori di sé’ “ (Mc 3,21). Dopo un tempo nel deserto
e il battesimo ricevuto da Giovanni, diede inizio alla sua vita pubblica,
dapprima in Galilea, intorno al lago di Tiberiade, poi in Giudea, a Gerusalemme.
Aveva circa trent’anni (cf. Lc 3,23): la sua vita pubblica si svolge in tre
anni (Giovanni parla di tre Pasque: 2,13; 6,4; 11,55), anche se in base ai
Sinottici si potrebbe supporre che tutto si sia concentrato in un anno, sotto
l’impero di Tiberio (14-37), quando era tetrarca della Galilea Erode (4 a.C. -
39 d.C.: Lc 3,1). Cinque tappe si lasciano riconoscere fino alla morte di Croce:
il silenzio di Nazaret; la primavera di Galilea, tempo dei primi entusiasmi; la
crisi galilaica, che porta Gesù alla decisione sofferta di andare a
Gerusalemme, dove muoiono i profeti (cf. Lc 9,51 e 13,33); il viaggio a
Gerusalemme e la storia della passione. Gesù fu crocifisso sotto il procuratore
romano Ponzio Pilato, con l’accusa di essere un agitatore politico (il
“titulus crucis” - la tavoletta col motivo della condanna, parla del
Nazareno re dei Giudei). La sua morte fu un assassinio politico-religioso, che
vide coinvolti in varia misura i capi ebraici e Pilato.
2. UNA STORIA DI LIBERTA'
A questa vita “esteriore” corrispose evidentemente una storia
interiore: fu la vicenda di Gesù di Nazaret una storia di libertà? o _ in
forza del mistero della sua condizione, rivelato pienamente a Pasqua - tutto
risultò per lui predeterminato e si svolse quale fedele riflesso di un eterno
consiglio divino? E, se questo avvenne, fino a che punto poté dirsi umana la
sua vicenda? c'è forse umanità dove non c'è, fino in fondo, il rischio della
libertà, dove non si dà la situazione limite di poter scegliere o subire la
vita, dominarla o esserne dominati, a seconda delle condizioni in cui si è
posti e delle scelte che si fanno?
a) Un cammino di libertà
A queste domande, che investono profondamente l'immagine che ci facciamo
del Profeta galileo, e pertanto la nostra sequela di lui, la fede della Chiesa
ha dato una risposta decisiva: la condanna dei «monoteliti» - assertori
dell'esistenza di un'unica volontà in Cristo - al III Concilio di
Costantinopoli nel 681, ha evidenziato come Gesù sia dotato di volontà e di
libertà umane, sia cioè un uomo libero. Il Nazareno ha scelto liberamente il
suo futuro, si è posto e proposto nel rischio della libertà, con tutto il peso
della sua umanità, vera e piena. Ha comportato questo rischio la possibilità
di un conflitto fra la condizione filiale di Gesù davanti al Padre e la sua
condizione di uomo tra gli uomini? Avrebbe potuto il Profeta galileo rifiutarsi
al disegno divino per seguire un proprio disegno, e quindi peccare?
A queste domande è possibile dare subito una risposta a partire dalla
fede pasquale: «Egli non commise peccato» (1Pt 2,22); fu «provato in ogni
cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato» (Eb 4,15). Così egli ha
spezzato la legge di peccato della nostra storia e ha fatto irrompere in essa la
nuova storia di Dio. Il fatto che Gesù non abbia conosciuto peccato, non
significa tuttavia che siano mancati alla sua condizione d'uomo il rischio e la
fatica della libertà. Egli non è stato esposto meno di noi alla fatica di
vivere, e dunque alla gravità di scelte radicali, spesso costose e difficili:
l'assenza di peccato in lui non è un'astratta impeccabilità, un'incapacità a
compiere il male, connessa in modo naturale al suo essere uomo, ma risulta dalla
totalità del suo processo di vita. In altri termini, se il Figlio è stato
mandato in una carne di peccato per condannare il peccato della carne (cf. Rm
8,3), egli ha scelto fra le tribolazioni e le prove della sua carne «simile a
quella del peccato» (cf. ib.) la via dell'incondizionata
fedeltà al Padre.
Si può dunque parlare di una storia della libertà di Gesù, di un suo
cammino, di scelta in scelta, sulla via stretta dell'obbedienza a Dio, di una
sua vocazione, riconosciuta ed accolta. Come si configura questo cammino? Come
esso si va definendo nel concreto della vicenda umana del Nazareno? La risposta
a queste domande esige la narrazione della storia di Gesù come storia di libertà,
in cui si manifesta la scelta operata nel più profondo della sua coscienza, che
ha orientato in maniera radicale ogni decisione successiva. Questa scelta - che
corrisponde a ciò che viene chiamato «opzione fondamentale» - è quella che dà
senso e unità alle molteplici prese di posizione settoriali. In essa si esprime
il «cuore» del Nazareno e si gioca la sua vocazione. Qual è stata l'opzione
fondamentale di Gesù? come ha vissuto il Nazareno la scelta della sua
vocazione?
Due racconti _ posti rispettivamente all'inizio e alla fine della vita
pubblica di Gesù _ lo mostrano impegnato nel fare la scelta decisiva di fronte
alla sua vita e alla sua morte, e consentono perciò di comprendere quale fu la
sua «opzione fondamentale». Si tratta del «mistero» delle tentazioni nel
deserto e di quello dell'agonia del Getsemani. Non si può negare che
questi racconti contengano un nucleo storico, perché è del tutto inverosimile
che la comunità delle origini abbia inventato scene a prima vista così
contrastanti con la Signoria del Risorto, proclamata a Pasqua.
b) Gesù davanti alla sua vita: la tentazione nel deserto
L'interpretazione delle tentazioni, predominante nella tradizione
cristiana, è stata quella esemplare_pedagogica: il Signore ha dato agli uomini
l'esempio di come superare la prova, senza però esserne lui stesso veramente
toccato. In tal modo si pensava di scongiurare ogni pericolo di diminuzione
della perfezione di Gesù. Tuttavia, «una insistenza unilaterale sull'aspetto
pedagogico della tentazione di Cristo rischia di toglierle ogni serietà» (C.
Duquoc): egli avrebbe in fondo recitato una parte, anche se per il fine buono di
istruirci. Il valore pedagogico non deve certo essere escluso: tuttavia esso
regge solo se la tentazione è reale.
Diverse testimonianze del Nuovo Testamento sembrano comprovare la verità
della tentazione del Cristo: Gesù stesso parla delle sue «prove» (Lc 22,28:
il termine è quello proprio delle tentazioni «peirasmòs»). «Proprio per
essere stato messo alla prova ed aver sofferto personalmente, egli è in grado
di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova» (Eb 2,18). Nelle prove egli
ha «imparato l'obbedienza»: «(Cristo) nei giorni della sua carne, avendo
elevato preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a Colui che poteva
liberarlo da morte, ed essendo stato esaudito per la sua pietà, imparò,
quantunque Figlio, per le cose patite l'obbedienza...» (Eb 5,7).
Lo stesso lavoro redazionale di Matteo e Luca, che sostituiscono alla
scarna nudità del racconto di Marco (1,12_13) l'elaborata presentazione delle
tre tentazioni (Mt 4,1_11; Lc 4,1_13), parallele a quelle d'Israele nel deserto,
mostra come per la comunità primitiva in questo episodio ha avuto luogo una
scelta reale, svolta decisiva, ricapitolatrice di tutta la storia della
salvezza: è l'ora della pienezza dei tempi!
Come Israele fu veramente provato, così Gesù viene veramente tentato:
lo stesso è l'ambiente, il deserto della tremenda solitudine con Dio; parimenti
carico di senso teologico è il tempo, i 40 giorni, che richiamano i 40 anni
dell'Esodo e la durata della permanenza di Mosé sul monte (cf. Es 24,18 e
34,28); tre sono le prove, corrispondenti al quelle del popolo eletto. Il
Nazareno rivive nel deserto le tentazioni d'Israele: mentre però quest'ultimo
aveva ceduto, Gesù riporta vittoria.
Il confronto fra l'elaborato racconto di Matteo e Luca e la semplice
notizia di Marco fa supporre che, in radice, la tentazione sia stata una sola.
Si può pensare alla suggestione suprema, la stessa che sedusse il primo Adamo:
la fiducia in sé e nella potenza del mondo, invece che la fiducia in Dio e
nella sua «debolezza». È l'alternativa radicale, «l'amore di sé fino alla
dimenticanza di Dio, o l'amore di Dio fino alla dimenticanza di sé» (S.
Agostino). Gesù avverte la seduzione dell'altra sponda, l'apparente maggiore
incisività di essa. La soglia lo sfiora: da una parte, egli sente il fascino
del messianismo politico e terrestre del suo tempo, che aveva respirato in mezzo
alla sua gente condividendone il dolore di popolo oppresso; dall'altra, gli si
affaccia il messianismo dell'obbedienza profetica, che egli aveva imparato a
conoscere nel suo colloquio col Padre, soprattutto attraverso la lettura delle
Scritture relative al Servo sofferente e ai profeti.
Le tre tentazioni potrebbero allora essere interpretate come tre forme
dell'unica tentazione messianica, eco dei diversi modelli di messianismo,
presenti nel mondo di Gesù: il messianismo dei beni temporali, connesso alla
fame di giustizia dei poveri, il messianismo apocalittico, espressione dei
movimenti profetico_penitenziali, e il messianismo politico, proprio dei gruppi
rivoluzionari. Il Nazareno dice «no» alle suggestioni del suo tempo: egli non
cerca il consenso facile, non accontenta le attese degli uomini, ma le sovverte.
Gesù sceglie il Padre: con atto di sovrana libertà preferisce l'obbedienza a
Dio e l'abnegazione di sé, all'obbedienza a sé, implicante la negazione di
Dio. Egli non cede alla forza dell'evidenza, all'attrattiva dell'efficacia
immediata: egli crede nel Padre con incrollabile certezza e intende compierne il
disegno, per quanto oscuro e doloroso esso gli appaia. Nell'ora della tentazione
radicale Gesù si afferma libero da sé, libero per il Padre e per gli altri,
libero della libertà dell'amore: in lui, Servo incondizionatamente obbediente,
la scala dell'ubbidienza profetica
tocca il suo vertice. Gesù testimonia come la sua vocazione sia il Padre, il
Dio vivente, al quale perdutamente sottomette ed affida la sua vita.
c) Gesù davanti alla sua morte: l'agonia del Getsemani
«Il diavolo», scrive Luca (4,12), «si allontanò da lui per tornare al
tempo fissato»: indizio chiaro che la «scena della tentazione viene
continuamente ripetuta nella vita di Gesù: la lotta contro il diavolo percorre
tutta la sua vita, passo dopo passo egli si conquista il campo di Satana,
respinge il suo potere... Davvero la vita di Gesù è un continuo tagliente
discernimento degli spiriti» (H. Urs von Balthasar). L'offerta al Padre si
compie in una perenne «liturgia» d'offerta e di lode, fatta delle opere e dei
giorni dell'intera esistenza del Nazareno: fino all'ora suprema, a
Gerusalemme...
Gesù è nel Getsemani, alla fine del suo cammino, nel momento in cui gli
si pone dinanzi l'estrema conseguenza della sua scelta di amore. Egli risente,
fino al sudore di sangue (cf. Lc 22,44), la tentazione dell'altra sponda. Gli
evangelisti parlano della sua angoscia (cf. Mc 14,33 e Mt 26,37), della sua
tristezza (cf. Mc 14,34 e Mt 26,38), della sua paura (Mc 14,33). Egli avverte un
immenso bisogno di vicinanza amicale: «Restate qui e vegliate con me» (Mt
26,38). Ma è lasciato solo, tremendamente solo davanti al suo futuro, come è
nelle scelte fondamentali di ogni uomo: «Non siete capaci di vegliare un'ora
sola con me!» (Mt 26,40). Gli si pone ancora una volta dinanzi, nel modo più
violento, l'alternativa radicale: salvare la propria vita o perderla, scegliere
fra la propria volontà e la volontà del Padre: «Abbà, Padre! Tutto è
possibile a te, allontana da me questo calice!» (Mc 14,36 e par.). Nel momento
in cui conferma il «sì» della sua libertà radicale, si aggrappa totalmente
al Padre e lo chiama col nome della confidenza e della tenerezza: «Abbà!...
Non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu» (ib.). Non a caso è questa
l'unica volta nei Vangeli in cui è conservata la forma aramaica confidenziale Abbà
dell'invocazione al Padre! Il «Sì» di Gesù nasce dall'amore senza riserve:
la sua è la libertà dell'amore! Nell'ora suprema egli sceglie ancora il dono
di sé, si rimette nelle mani del Padre suo con una confidenza infinita, e vive
la sua libertà come liberazione, libertà da sé per il Padre e per gli altri.
È la libertà di chi trova la propria vita perdendola (cf. Mc 8,35), la capacità
di rischiare tutto per amore, l'audacia di chi dona tutto.
In questi misteri della vita di Gesù traspare la sua opzione
fondamentale, la scelta su cui egli gioca tutto, la vocazione della sua vita:
quella che l'autore della lettera agli Ebrei ha interpretato fedelmente con le
parole del Salmo 40,9: «Ecco, io vengo... per fare, o Dio, la tua volontà» (Eb
10,99). «Mio cibo _ dice il Cristo giovanneo _ è fare la volontà di colui che
mi ha mandato e di compiere la sua opera» (Gv 4,34; cf. 8,29; 15,10). Sul piano
più profondo della libertà, Gesù si pone come l'uomo totalmente libero per
amore, totalmente finalizzato al Padre e agli altri. Egli testimonia come
nessuno sia così libero, quanto chi è libero dalla propria libertà a motivo
di un più grande amore. Libero da sé, egli esiste per il Padre e per gli
altri: questa è la sua opzione fondamentale, che fa di lui veramente «l'uomo
libero». Esistere per il Regno, che viene, è la causa della sua vita: la sua
vocazione, che fa dell'intera sua esistenza una liturgia a Dio.
3. IL VANGELO DELLE SOFFERENZE
Quale prezzo Gesù ha pagato per portare a compimento la libera risposta
d'amore alla sua vocazione? quale esperienza del dolore umano ha egli avuto? Si
sono presentati nella storia di Gesù di Nazaret l'oscurità dell'avvenire e il
dolore del negativo, in cui incombe la minaccia del nulla su tutta la vita? o,
in forza della condizione divina, il Nazareno non ha sperimentato la fatica di
vivere, il peso dell'ostilità delle cose e degli uomini, la resistenza
interiore di fronte alla tenebra e alla prova?
a) Verso la Croce
La vita di Gesù è tutta orientata alla croce: le narrazioni evangeliche
non sono che «storie della passione, con un'introduzione particolareggiata»
(M. Kähler). L'intera vicenda del Nazareno sta sotto il segno grave e doloroso
dell'ultimo abbandono: «Tutta la vita di Cristo fu croce e martirio» (Imitazione
di Cristo, l. II, cap. 12). Da quando l'annuncio cristiano risuona nel
tempo, il racconto della storia di Dio fra gli uomini è indissolubilmente unito
a «quella storia ossia quella passione, che è la storia della sua vita» (Kierkegaard):
il Vangelo delle sue sofferenze. Non si capirà la vita e la vocazione di Gesù
senza la croce, come peraltro non si capirà la croce senza il cammino verso di
essa. È perciò che la comunità delle origini ha potuto riconoscere nel
Nazareno «l'uomo dei dolori» di cui parla il profeta (cf. Is 53,3): «Come una
pecora fu condotto al macello e come un agnello senza voce innanzi a chi lo
tosa, così egli non aprì la sua bocca. Nella sua umiliazione il giudizio gli
è stato negato...» (At 8,32_33). Gesù di Nazaret è il Servo, l'Innocente che
soffre per puro amore sotto il peso dell'ingiustizia del mondo!
Gesù ha sentito la soglia imponderabile e amara della morte: la storia
della sua fede e della sua speranza, la sua vita di
preghiera, il cammino cosparso di prove della sua libertà ne sono la
conferma costante. Oscurità e tentazione si sono scontrate nel profondo del suo
spirito con l'incondizionata dedizione al Padre, che ne è stata come sigillata,
fino al «sì» che lo ha portato alla morte: «Abba, Padre! Tutto è possibile
a te, allontana da me questo calice! Però non ciò che io voglio, ma ciò che
vuoi tu!» (Mc 14,36). Questa interiore esperienza di finitudine, questa fatica
di vivere assunta nella forza di un più grande amore e della speranza credente,
apre Gesù alla comprensione reale del patire umano: la sua compassione per la
folla (cf. ad esempio Mt 9,36; 15,32), il suo commuoversi davanti agli infelici
e ai sofferenti (cf. Mc 1,41; Mt 20,34; Lc 7,13; ecc.), rivelano una sensibilità
all'altrui dolore, che solo chi del dolore ha fatto esperienza riesce ad avere.
Il Sofferente, che comprende e ama, dà ristoro e forza a chi è oppresso dal
patire: «Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi
ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e
umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è
dolce e il mio carico è leggero» (Mt 11,28_30).
All'esperienza dell'interiore finitudine e alla compassione che ne deriva
per l'altrui soffrire, si aggiunge nella vita del Nazareno l'impatto durissimo
col dolore provocatogli dagli uomini: considerato un esaltato dai suoi («È
fuori di sé»: Mc 3,21), accusato di essere un indemoniato dagli scribi (cf. Mc
3,22 e par.), definito un impostore dai potenti (cf. Mt 27,63), egli sente tutto
il peso dell'ostilità che si accumula nei suoi confronti. Non è rattristato
per le accuse, ma per la durezza dei cuori, da cui esse provengono (cf. Mc 3,5).
Gli avversari non si stancheranno di attaccarlo in tutti i modi: lo accusano per
il comportamento dei suoi discepoli, che non digiunano (cf. Mc 2,18) e non
osservano la Legge (cf. 2,24; 7,5; ecc.); cercano di screditarlo agli occhi del
popolo, con ogni sorta di calunnia (cf. Mc 3,22), giungendo fino ad espellere
dalla Sinagoga chi gli presta fede (cf. Gv 9,22; 12,42); tentano di metterlo in
difficoltà su questioni controverse (cf. Mc 10,2; 12,18_23) o compromettenti (cf.
Mc 12,13_17). Varie volte si prova ad arrestarlo (cf. Mc 12,12; Gv 7,30.32.44;
10,39) e si cerca di ucciderlo (cf. Lc 4,29; Gv 8,59; 10,31); con cura viene
intessuta la trama iniqua della congiura per farlo morire (cf. Mc 3,6;
14,1_2.55_59). Perché tutto questo? I motivi dell'ostilità al Nazareno da
parte dei gruppi influenti sono facili a comprendersi: la sua inaudita pretesa
li irrita (cf. Mc 6,2_3; 11,27_28; Gv 7,15; ecc.), la sua popolarità li
spaventa (cf. Mc 11,18; Gv 11,48; ecc.). Gesù mette in discussione con la
parola e con la vita le loro
certezze, e, col suo successo fra il popolo, rischia di scuotere dalle
fondamenta il precario ordine esistente. Ma egli è troppo libero per fermarsi
sotto il condizionamento della paura: continua perciò per la sua strada, nella
fedeltà al «sì» radicale detto al Padre. Si fa, è vero, accorto: riesce a
sfuggire ai tentativi di lapidazione e di arresto (cf. Lc 4,30; Gv 8,59; 10,39);
evita occasioni di scontro (cf. Mc 7,24; 8,13; ecc.). Ma mette a fuoco anche,
nel crogiuolo di questa sofferenza, la scelta, che segnerà una svolta nella sua
azione: il viaggio decisivo a Gerusalemme, compimento della sua vocazione. «La
città del gran Re» (Mt 5,35) è il luogo dove i destini d'Israele e dei suoi
profeti devono compiersi (cf. Lc 13,33). Gesù prevede ciò che l'aspetta a
Gerusalemme come conseguenza delle scelte della sua vita e del suo messaggio (cf.
Mc 8,31; 9,31; 10,33_34; e par.): il rifiuto incontrato in Galilea, ben più
profondo dei facili entusiasmi della folla, gli ha consentito di tematizzare
senza più ombre che egli dovrà bere fino in fondo il calice del destino del
giusto, compiendo la suprema liturgia del Figlio dell'uomo. In questo senso, è
la «crisi» che attraversa tutta la «primavera galilaica» a portarlo a
Gerusalemme: essa è una dolorosa esperienza di finitudine, assunta però in un
più chiaro slancio di donazione al Padre e di fede nella finale vittoria della
giustizia e dell'amore. Sarà questa opzione di obbedienza totale, più forte di
ogni sconfitta, che lo porterà infine incontro alla morte di croce.
b) Le consegne divine: il crocifisso amore
Con l'andata a Gerusalemme si entra in pieno nella storia della passione.
Gesù vi si dirige «decisamente» (Lc 9,51: letteralmente: «indurì la faccia
per andarvi»), camminando avanti ai suoi, che lo seguono sconcertati (cf. Mc
10,32). Nella città di Davide lo scontro raggiunge il suo apice: sono ormai
coinvolti da vicino il Sinedrio e la nobiltà laica e sacerdotale che esso
rappresenta. Il Nazareno è consapevole dell'iniquità che sta per consumarsi
riguardo a lui, ma l'affronta con la ricchezza di senso di chi vede la morte
ingiustamente subita come una volontaria donazione, vissuta in obbedienza al
Padre e feconda di vita: ne sono prova i racconti dell'Ultima Cena, nei quali il
Servo confida ai suoi il memoriale dell'alleanza nuova nel suo sangue. In questo
quadro di finitudine, fonte di sofferenza liberamente accolta, viene a situarsi
anche la vicenda del processo di Gesù: è l'ora degli avversari, «l'impero
delle tenebre» (Lc 22,53). Per quali motivi è stato condannato il Nazareno?
Agli occhi del Sinedrio egli è il bestemmiatore (cf. Mc 14,53_65 par.), che con
la sua pretesa e la sua azione (soprattutto la «scandalosa» purificazione del
tempio: cf. Mc 11,15_18 e par.) ha meritato la morte secondo la Legge (cf. Dt
17,12). E tuttavia Gesù non ha subito la pena riservata ai bestemmiatori, la
lapidazione (cf. Lv 24,14): egli è stato giustiziato dagli occupanti romani,
subendo la pena inflitta agli schiavi disertori e ai sobillatori contro
l'impero, la ignominiosa morte di croce. La sua condanna è stata, alla fine,
politica, come attesta il «titulus crucis», la scritta con la motivazione
della condanna posta sul palo della vergogna: «Gesù Nazareno Re dei Giudei» (Gv
19,19). La sua morte, allora, può definirsi un assassinio giudiziario, di
significato politico_religioso: il Venerdì Santo (7 aprile dell'anno 30?) è
per la Legge il giorno in cui muore il bestemmiatore e per il potere il giorno
in cui muore il sovversivo. Ma la comunità nascente _ segnata dall'esperienza
pasquale _ sa che non è così: per questo essa ci parla di tre misteriose
consegne.
La prima è quella che il Figlio fa di se stesso: l'ha espressa
con evidenza Paolo: «Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio
di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me» (Gal 2,20). Si sente
in queste espressioni la corrispondenza con la testimonianza evangelica: «Padre,
nelle tue mani affido il mio spirito!» (Lc 23,46: citazione del Sal 31,6). «Chinato
il capo consegnò lo Spirito» (Gv 19,30). Il Figlio si consegna al Dio e
Padre suo per amore nostro e al nostro posto: e la consegna ha tutto lo spessore
della dolorosa offerta. Attraverso questa consegna il Crocefisso prende su di sé
il carico del dolore e del peccato passato, presente e futuro del
mondo, entra fino in fondo nell'esilio da Dio per assumere quest'esilio
dei peccatori nell'offerta e nella riconciliazione pasquale: «Cristo ci ha
riscattati dalla maledizione della legge, diventando lui stesso maledizione per
noi, come sta scritto: Maledetto chi pende dal legno, perché in Cristo Gesù la
benedizione di Abramo passasse alle genti e noi ricevessimo la promessa dello
Spirito mediante la fede» (Gal 3,13s). Non è il grido di Gesù morente il
segno dell'abisso di dolore e di esilio che il Figlio ha voluto assumere per
entrare nel più profondo della sofferenza del mondo e portarlo alla
riconciliazione col Padre? «Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?» (Mc
15,34; cf. Mt 27,46).
Alla consegna che il Figlio fa di sé, corrisponde la consegna del Padre:
essa è già indicata dalle formule del cosiddetto «passivo divino»: «Il
Figlio dell'uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini e lo
uccideranno» (Mc 9,31 e par.; cf. 10,33.45 e par.; Mc 14,41s. = Mt 26,45b_46).
A consegnarlo non saranno gli uomini, nelle cui mani sarà consegnato, né sarà
soltanto lui stesso a consegnarsi, perché il verbo è al passivo. Chi lo
consegnerà sarà Dio, suo Padre: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare
il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la
vita eterna» (Gv 3,16). «Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha
consegnato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui?» (Rm
8,32). È in questa consegna che il Padre fa del proprio Figlio per noi, che si
rivela la profondità del suo amore per gli uomini: «In questo sta l'amore: non
siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo
Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati» (1Gv 4,10; cf. Rm
5,6_11). Anche il Padre fa storia nell'ora della croce: egli, sacrificando il
proprio Figlio, giudica la gravità del peccato del mondo, ma mostra anche la
grandezza del suo amore misericordioso per noi. Alla consegna dell'ira _ «Dio
li ha consegnati all'impurità» (Rm 1,18ss.) _ succede la consegna
dell'amore! L'offerta della croce indica nel Padre sofferente la sorgente del
dono più grande, nel tempo e nell'eternità: la croce rivela che «Dio (il
Padre) è amore» (1Gv 4,8_16)! La sofferenza del Padre _ che corrisponde a
quella del Figlio crocifisso come dono e offerta sacrificale di lui, e che è
evocata da quella di Abramo nell'offerta di Isacco suo figlio «unigenito» (cf.
Gen 22, 12, Gv 3,16 e 1Gv 4,9) _ non è che l'altro nome del suo amore infinito:
«Il Padre, Dio dell'universo, paziente e misericordioso, sente egli stesso in
certo modo il dolore... Il Padre stesso non è senza dolore! Se qualcuno lo
implora egli è preso da pietà e compassione; soffre attraverso l'amore; ha
sentimenti che non potrebbe avere secondo la sua natura sublime. Riguardo a noi
egli sente il dolore umano» (Origene, Hom. in Ezech. 6,6). La suprema,
dolorosa consegna è, nel Figlio, come nel Padre, il segno del supremo amore che
cambia la storia: «Nessuno ha amore più grande di questo: dare la vita per i
propri amici» (Gv 15,13). Alla sofferenza del Figlio fa dunque riscontro una
sofferenza del Padre: Dio soffre sulla croce come Padre, che offre, come Figlio,
che si offre, come Spirito, che è l'amore promanante dal loro amore sofferente.
Il Dio cristiano non è fuori della sofferenza del mondo, spettatore impassibile
di essa dall'alto della sua immutabile perfezione: egli la assume e la vive nel
modo più intenso, come sofferenza attiva, come dono e offerta da cui sgorga la
vita nuova del mondo. Da quel Venerdì Santo noi sappiamo che la storia delle
sofferenze umane è anche storia del Dio cristiano: Egli è presente in essa, a
soffrire con l'uomo e a contagiargli il valore immenso della sofferenza offerta
per amore. Egli non è «l'occulta controparte» verso la quale si leva il grido
del sofferente e del desolato, ma è «in un senso più profondo il Dio umano,
che grida in lui e con lui e che interviene a suo favore con la sua croce quando
egli nei suoi tormenti ammutolisce» (J. Moltmann). È il Dio che dà senso alla
sofferenza del mondo, perché l'ha assunta a tal punto da farne la propria
sofferenza: questo senso è l'amore.
Storia del Figlio, storia del Padre, la croce è parimenti storia dello Spirito:
l'atto supremo della consegna è l'offerta sacrificale dello Spirito, come ha
colto l'evangelista Giovanni: «Chinato il capo, consegnò lo Spirito» (Gv
19,30). È «con uno Spirito eterno» che il Cristo «offrì se stesso senza
macchia a Dio» (Eb 9,14). Il Crocifisso consegna al Padre nell'ora della croce
lo Spirito che il Padre gli aveva donato, e che gli sarà dato in pienezza nel
giorno della resurrezione: il Venerdì Santo, giorno della consegna che il
Figlio fa di sé al Padre e che il Padre fa del Figlio alla morte per i
peccatori, è il giorno in cui lo Spirito è consegnato dal Figlio al Padre suo,
perché il Crocifisso resti abbandonato, nella lontananza da Dio, nella
compagnia con i peccatori. È l'ora della morte in Dio, dell'avvenimento
dell'abbandono del Figlio da parte del Padre nella loro pur sempre più grande
comunione, evento che si consuma nella consegna dello Spirito Santo al Padre, e
che rende possibile il supremo esilio del Figlio nell'alterità del mondo, il
suo divenire «maledizione» nella terra dei maledetti da Dio, perché questi
insieme con lui possano entrare nella gioia della riconciliazione pasquale.
Senza la consegna dello Spirito la croce non apparirebbe in tutta la sua
radicalità di evento trinitario e salvifico: se lo Spirito non si lasciasse
consegnare nel silenzio della morte, con tutto l'abbandono che essa porta con sé,
l'ora delle tenebre potrebbe essere equivocata come quella di una oscura morte di
Dio, dell'incomprensibile spegnersi dell'Assoluto, e non verrebbe intesa, come
è, come l'atto che si svolge in Dio, l'evento della storia dell'amore
del Dio immortale, per il quale il Figlio entra nel più profondo dell'alterità
dal Padre in obbedienza a Lui, lì dove incontra i peccatori. «Colui che non
aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché
noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio» (2Cor 5,21; cf. Rm
8,3).
c) La storia trinitaria di Dio
Storia del Figlio, del Padre e dello Spirito, la croce è storia
trinitaria di Dio: la Trinità fa suo l'esilio del mondo sottoposto al peccato,
perché questo esilio entri a Pasqua nella patria della comunione trinitaria. La
croce è storia nostra perché è storia trinitaria di Dio: essa non proclama la
bestemmia di una morte di Dio, che faccia spazio alla vita dell'uomo
prigioniero della sua autosufficienza, ma la buona novella della morte in
Dio, perché l'uomo viva della vita del Dio immortale, nella partecipazione alla
comunione trinitaria, resa possibile grazie a quella morte. Sulla croce la «patria»
entra nell'esilio, perché l'esilio entri nella «patria»: in essa è
offerta la chiave della storia! La croce rinvia così alla Pasqua: l'ora dello
iato rimanda a quella della riconciliazione, l'impero della morte al trionfo
della vita! L'alterità del Figlio dal Padre nel Venerdì Santo, che si consuma
nella dolorosa consegna dello Spirito, il suo «discendere agli inferi» nella
solidarietà con tutti quelli che furono, sono e saranno prigionieri del peccato
e della morte, è orientata, nell'unità del mistero pasquale, alla
riconciliazione del Figlio col Padre, compiutasi al «terzo giorno», mediante
il dono che il Padre fa dello Spirito al Figlio e in lui e per lui agli uomini
lontani, così riconciliati: «In Cristo Gesù voi che un tempo eravate i
lontani siete diventati i vicini grazie al suo sangue. Egli è la nostra pace...
Per mezzo di lui possiamo presentarci al Padre in un solo Spirito» (Ef
2,13s.18). Alla lontananza della croce segue la comunione della resurrezione: la
morte in Dio per il mondo del Venerdì Santo passa a Pasqua nella vita in Dio
del mondo: proprio perché essa non è la morte del peccato, ma la morte
nell'amore, essa è la morte della morte, che non lacera, ma riconcilia, non
nega l'unità divina, ma sommamente l'afferma in sé e per il mondo. Così il
mistero pasquale realizza e porta a supremo compimento la verità della nuova
alleanza.
4. IN PRINCIPIO L'ESPERIENZA DI UN INCONTRO
Con la resurrezione e l'effusione dello Spirito la vocazione di Cristo
diventa la vocazione del cristiano. All'inizio vi fu l'esperienza di un
incontro: ai pavidi fuggiaschi del Venerdì Santo Gesù si mostrò vivente (cf.
At 1,3). Quest'incontro fu talmente decisivo per loro, che la loro esistenza ne
venne totalmente trasformata: alla paura fece seguito il coraggio; all'abbandono
l'invio; i fuggitivi divennero i testimoni, per esserlo ormai fino alla morte,
in una vita donata senza riserve a Colui, che pure avevano tradito nell'«ora
delle tenebre». Che cosa era avvenuto?
a) Il nuovo inizio di Pasqua
Uno iato sta fra il tramonto del Venerdì Santo e l'alba di Pasqua: uno
spazio vuoto, in cui è accaduto qualcosa di talmente importante, da dare
origine di fatto al movimento cristiano nella storia. Dove lo storico profano
non può che constatare questo «nuovo inizio», l'annuncio cristiano,
registrato nei testi del Nuovo Testamento, confessa l'incontro col Risorto come
esperienza di grazia: e a questa esperienza ci dà accesso specialmente
attraverso i racconti delle apparizioni. I cinque gruppi di racconti (la
tradizione paolina: 1Cor 15,5_8; quella di Marco: Mc 16,9_20; quella di Matteo:
Mt 28,9_10.16_20; quella lucana: Lc 24,13_53; e quella giovannea: Gv 20.14_29 e
21) non si lasciano fra loro armonizzare nei dati cronologici e geografici:
essi, tuttavia, sono costruiti tutti su una medesima struttura, che lascia
trasparire le caratteristiche fondamentali dell'esperienza di cui parlano. Vi si
ritrova sempre l'iniziativa del Risorto, il processo di riconoscimento
da parte dei discepoli, la missione, che fa di essi i testimoni di ciò
che hanno «udito e visto con i loro occhi e contemplato e toccato con le loro
mani» (cf. 1Gv 1,1). È l'esperienza della vocazione del cristiano,
riconosciuta ed accolta nella vocazione del Signore Gesù.
L'iniziativa del Risorto, il fatto che sia Lui a mostrarsi vivente (cf.
At 1,3), ad «apparire» (cf. il verbo «ofte», usato in 1Cor 15,3_8 e Lc
24,34, che nell'Antico Testamento in greco è adoperato per descrivere le
teofanie: cf. Gen 12,7; 17,1; 18,1; 26,2), dice che l'esperienza degli uomini
delle origini cristiane ebbe un carattere di «oggettività»: fu qualcosa che
capitò a loro, qualcosa che «venne» a loro, non qualcosa che «divenne» in
loro. Non fu la commozione della fede e dell'amore a creare il suo oggetto, ma
fu il Vivente a suscitare in modo nuovo la fede e l'amore. La vocazione viene «dal
di fuori»...
Ciò non esclude, tuttavia, il processo spirituale, che è stato
necessario ai primi credenti per «credere ai loro occhi», per aprirsi
interiormente a quanto è avvenuto in Gesù Signore: è quanto assicura
l'itinerario progressivo, che porta dallo stupore e dal dubbio al riconoscimento
del Risorto: «Allora si aprirono i loro occhi e lo riconobbero» (Lc 24,31).
Questo processo dice la dimensione soggettiva
e spirituale dell'esperienza fontale della fede cristiana, e garantisce lo
spazio della libertà e della gratuità dell'assenso credente in ogni storia di
vocazione.
Si compie così l'esperienza dell'incontro: in un rapporto di conoscenza
diretta e rischiosa, il Vivente si offre ai suoi e li rende viventi di vita
nuova, la Sua, testimoni di Lui, di quell'incontro con Lui che ha segnato per
sempre la loro esistenza: «Andate in tutto il mondo, predicate il vangelo ad
ogni creatura» (Mc 16,15). L'esperienza pasquale _ oggettiva e soggettiva
insieme _ per la forza dell'incontro fra il Vivente e i suoi, si presenta come
esperienza trasformante: da essa ha origine la missione, in essa trae impulso il
movimento che si dilaterà fino agli estremi confini della terra.
b) La doppia «identità nella contraddizione»
L'incontro da cui nasce la fede cristiana si offre allora come esperienza
di una duplice identità nella contraddizione: la prima, fra il Cristo
risuscitato e l'umiliato della Croce; la seconda, fra i fuggiaschi del Venerdì
Santo e i testimoni di Pasqua. Nel Risorto viene riconosciuto il Crocifisso: e
questo riconoscimento, che lega la suprema esaltazione alla suprema vergogna, fa
sì che la paura dei discepoli si trasformi in coraggio ed essi divengano uomini
nuovi, capaci di amare la dignità della vita ricevuta in dono più della vita
stessa, pronti al martirio.
Perché l'esperienza dell'incontro col Risorto cambia così profondamente
l'esistenza dei discepoli? La risposta è possibile solo se ci si apre, con
essi, all'approfondimento trinitario degli eventi pasquali: la resurrezione e la
croce, momenti della storia del profeta galileo, sono colti come atti in cui è
intervenuto su di lui e per lui il «Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il
Dio dei nostri padri» (At 3,13), che ha agito «con potenza secondo lo Spirito
di santificazione» (Rm 1,4). Quello stesso Dio ci ha dimostrato in tutto questo
il suo amore (cf. Rm 7,8), benedicendoci «con ogni benedizione spirituale nei
cieli, in Cristo», riversando su di noi «la ricchezza della sua grazia»,
suggellandoci in Cristo con lo Spirito Santo (cf. l'inno di Ef 1,3_14). La
presenza del Padre, la sua iniziativa nello Spirito, si offrono come il
fondamento e l'origine ultima tanto dell'identità nella contraddizione fra il
Crocefisso e il Risorto, quanto dell'identità nella contraddizione da questa
scaturente fra gli uomini vecchi della paura e del rinnegamento e gli uomini
nuovi della testimonianza fino al dono della vita. Secondo la fede delle
origini, Pasqua diventa storia nostra, perché è storia trinitaria di Dio:
storia dell'amore divino, storia della nostra libertà nella sequela di Gesù...
c) La «sequela libertatis», vocazione del cristiano
Quanto più i cristiani saranno come il loro Signore liberi da sé,
liberi per il Padre e per gli altri, tanto più realizzeranno la loro vocazione
in Cristo e nella Chiesa e provocheranno gli uomini alla libertà, aprendone le
vie. Discepoli dell'uomo libero, che, per la sua libertà di amore
incondizionato al Padre e agli uomini, è morto nella vergogna della croce, i
cristiani si sforzeranno di far crescere con la preghiera e con la vita
l'esperienza della libertà nel mondo in cui vivono, senza cercare l'efficacia
immediata o il consenso esteriore. Chi è veramente libero per il Padre e per
gli altri, vive la propria vocazione sapendo calcolare con l'ignoto, credendo
cioè, al di là di ogni possibilità, alla possibilità impossibile, quella che
la libertà di Dio, rivelata in Gesù Cristo, ha promesso alla storia. Chi è
veramente libero testimonia che la libertà, anche quando è sconfitta, merita
di essere vissuta, ed è contagiosa e liberante, perché, come la libertà del
Nazareno, è rivelazione e dono di un mistero più grande. Non è con le sole
mani operose dell'uomo che si libererà il mondo dal male che l'opprime: non si
dà liberazione profonda e duratura, senza che quelle stesse mani si aprano
anche nella lode e nell'invocazione ad accogliere il dono, che viene dall'alto.
L'emancipazione dell'uomo moderno _ come processo di liberazione prodotto dalle
sole forze intramondane _ non ha cessato di produrre totalitarismi e
manipolazioni di ogni sorta, dove non ha saputo aprirsi alla liberazione, che in
Gesù Cristo è stata offerta alla storia: la liberazione da sé, per esistere,
nell'amore e nella speranza, per il Padre e per gli altri e fare dell'intera
nostra vita una liturgia di lode e di amore al Padre e di servizio agli uomini.
Gesù, uomo libero, non cessa di provocare gli uomini alla libertà!
Gesù di
Nazaret, il Cristo di Dio
Dal
Vangelo secondo Matteo (cap. 2): La nascita e le prime prove
1Gesù nacque a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode.
Alcuni Magi giunsero da oriente a Gerusalemme e domandavano: 2«Dov'è
il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo
venuti per adorarlo». 3All'udire queste parole, il re Erode restò
turbato e con lui tutta Gerusalemme. 4Riuniti tutti i sommi sacerdoti
e gli scribi del popolo, s'informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il
Messia. 5Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è
scritto per mezzo del profeta: 6E tu, Betlemme, terra di
Giuda, non sei davvero il più piccolo capoluogo di Giuda: da te uscirà
infatti un capo che pascerà il mio popolo, Israele. 7Allora
Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire con esattezza da loro il tempo
in cui era apparsa la stella 8e li inviò a Betlemme esortandoli: «Andate
e informatevi accuratamente del bambino e, quando l'avrete trovato, fatemelo
sapere, perché anch'io venga ad adorarlo». 9Udite le parole del re,
essi partirono. Ed ecco la stella, che avevano visto nel suo sorgere, li
precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino.
10Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia. 11Entrati
nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono.
Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. 12Avvertiti
poi in sogno di non tornare da Erode, per un'altra strada fecero ritorno al loro
paese. 13Essi erano appena partiti, quando un angelo del Signore
apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Alzati, prendi con te il bambino e
sua madre e fuggi in Egitto, e resta là finché non ti avvertirò, perché
Erode sta cercando il bambino per ucciderlo». 14Giuseppe, destatosi,
prese con sé il bambino e sua madre nella notte e fuggì in Egitto, 15dove
rimase fino alla morte di Erode, perché si adempisse ciò che era stato detto
dal Signore per mezzo del profeta: Dall'Egitto ho chiamato il mio figlio. 16Erode,
accortosi che i Magi si erano presi gioco di lui, s'infuriò e mandò ad
uccidere tutti i bambini di Betlemme e del suo territorio dai due anni in giù,
corrispondenti al tempo su cui era stato informato dai Magi. 17Allora
si adempì quel che era stato detto per mezzo del profeta Geremia: 18Un
grido è stato udito in Rama, un pianto e un lamento grande; Rachele
piange i suoi figli e non vuole essere consolata, perché non sono più. 19Morto
Erode, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto 20e
gli disse: «Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e và nel paese
d'Israele; perché sono morti coloro che insidiavano la vita del bambino». 21Egli,
alzatosi, prese con sé il bambino e sua madre, ed entrò nel paese d'Israele. 22Avendo
però saputo che era re della Giudea Archelào al posto di suo padre Erode, ebbe
paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nelle regioni della Galilea
23e, appena giunto, andò ad abitare in una città chiamata Nazaret,
perché si adempisse ciò che era stato detto dai profeti: «Sarà chiamato
Nazareno».
Dal
vangelo secondo Marco (cap. 1 e 14): La tentazione e la scelta
9In quei giorni Gesù venne da Nazaret di Galilea e fu battezzato
nel Giordano da Giovanni. 10E, uscendo dall'acqua, vide
aprirsi i cieli e lo Spirito
discendere su di lui come una colomba. 11E si sentì una
voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono
compiaciuto». 12Subito dopo lo Spirito lo sospinse nel
deserto 13e vi rimase quaranta
giorni, tentato da satana; stava con le fiere e gli angeli lo
servivano.
32Giunsero intanto a
un podere chiamato Getsèmani, ed egli disse
ai suoi discepoli: «Sedetevi qui, mentre io prego». 33Prese
con sé Pietro, Giacomo e Giovanni
e cominciò a sentire paura e angoscia. 34Gesù
disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui
e vegliate». 35Poi, andato un po’ innanzi, si gettò a
terra e pregava che, se fosse
possibile, passasse da lui quell'ora. 36E diceva: «Abbà,
Padre! Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice! Però non
ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu». 37Tornato indietro, li
trovò addormentati e disse a Pietro: «Simone, dormi? Non sei
riuscito a vegliare un'ora sola? 38Vegliate
e pregate per non entrare in tentazione;
lo spirito è pronto, ma la carne è debole».
Dal
Vangelo secondo Marco (cap. 14 e 15): Le consegne e la morte di Croce
10Allora
Giuda Iscariota, uno dei Dodici, si recò dai sommi
sacerdoti, per consegnare loro Gesù. 11Quelli all'udirlo si
rallegrarono e promisero di dargli denaro. Ed egli cercava l'occasione
opportuna per consegnarlo... 1Al mattino i sommi sacerdoti,
con gli anziani, gli scribi e tutto
il sinedrio, dopo aver tenuto consiglio, misero in
catene Gesù, lo condussero e lo consegnarono a Pilato.
2Allora Pilato prese a interrogarlo: «Sei tu il re dei
Giudei?». Ed egli rispose: «Tu lo
dici». 3I sommi sacerdoti frattanto gli muovevano
molte accuse. 4Pilato lo interrogò di nuovo: «Non rispondi
nulla? Vedi di quante cose ti
accusano!». 5Ma Gesù non rispose più nulla,
sicché Pilato ne restò meravigliato. 6Per la festa egli era
solito rilasciare un carcerato a loro richiesta.
7Un tale chiamato Barabba si trovava in carcere insieme ai
ribelli che nel tumulto avevano
commesso un omicidio. 8La folla, accorsa, cominciò a chiedere ciò che sempre egli le concedeva. 9Allora
Pilato rispose loro: «Volete che
vi rilasci il re dei Giudei?». 10Sapeva infatti
che i sommi sacerdoti glielo avevano consegnato per invidia. 11Ma
i sommi sacerdoti sobillarono la
folla perché egli rilasciasse loro piuttosto
Barabba. 12Pilato replicò: «Che farò dunque di quello che
voi chiamate il re dei Giudei?». 13Ed essi di nuovo
gridarono: «Crocifiggilo!». 14Ma
Pilato diceva loro: «Che male ha fatto?». Allora essi gridarono più forte: «Crocifiggilo!». 15E
Pilato, volendo dar soddisfazione
alla moltitudine, rilasciò loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse
crocifisso... 22Condussero dunque Gesù al luogo del Gòlgota, che
significa luogo del cranio, 23e gli offrirono vino mescolato
con mirra, ma egli non ne prese. 24Poi
lo crocifissero e si divisero le sue vesti, tirando a sorte su di
esse quello che ciascuno dovesse prendere. 25Erano le nove
del mattino quando lo crocifissero.
26E l'iscrizione con il motivo della
condanna diceva: Il re dei Giudei. 27Con lui
crocifissero anche due ladroni, uno
alla sua destra e uno alla sinistra. 28 29I passanti lo
insultavano e, scuotendo il capo, esclamavano: «Ehi,
tu che distruggi il tempio e lo riedifichi in tre giorni, 30salva
te stesso scendendo dalla croce!».
31Ugualmente anche i sommi sacerdoti con
gli scribi, facendosi beffe di lui, dicevano: «Ha salvato altri, non può
salvare se stesso! 32Il Cristo, il re d'Israele, scenda ora
dalla croce, perché vediamo e
crediamo». E anche quelli che erano stati crocifissi
con lui lo insultavano. 33Venuto mezzogiorno, si fece buio su
tutta la terra, fino alle tre del
pomeriggio. 34Alle tre Gesù gridò con voce forte: Eloì, Eloì,
lemà sabactàni?, che
significa: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? 35Alcuni
dei presenti, udito ciò, dicevano: «Ecco, chiama
Elia!». 36Uno corse a inzuppare di aceto una spugna e,
postala su una canna, gli dava
da bere, dicendo: «Aspettate, vediamo se viene Elia a
toglierlo dalla croce». 37Ma Gesù, dando un forte grido,
spirò. 38Il velo del tempio si squarciò in due, dall'alto in basso.
39Allora il centurione che gli stava di fronte, vistolo spirare in
quel modo, disse: «Veramente
quest'uomo era Figlio di Dio!».
Dal
Vangelo secondo Marco (cap. 16): L’incontro con il Risorto
1Passato il sabato, Maria di Màgdala, Maria di Giacomo e Salome comprarono oli aromatici per andare a imbalsamare Gesù.
2Di buon mattino, il primo giorno dopo il sabato,
vennero al sepolcro al levar del sole. 3Esse dicevano tra
loro: «Chi ci rotolerà via il
masso dall'ingresso del sepolcro?».4Ma, guardando,
videro che il masso era gia stato rotolato via, benché fosse molto
grande. 5Entrando nel sepolcro, videro un giovane, seduto
sulla destra, vestito d'una veste
bianca, ed ebbero paura. 6Ma egli disse
loro: «Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È
risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l'avevano deposto. 7Ora
andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea.
Là lo vedrete, come vi ha detto».
Come vivo nella mia vita la sequela di Gesù, nella libertà e nella fede in Lui? Sono libero in rapporto a me stesso? agli altri? alle cose? Sono libero per Dio? per gli altri? qual è la mia opzione fondamentale? come la vivo nelle scelte di ogni momento? Come vivo _ come viviamo l'opzione preferenziale per i poveri, che Gesù ha scelto? Sono disposto a leggere la mia vita nella Croce? so riconoscere la Croce nella mia vita? Come vivo l'esperienza della prova, con cui completare in me la passione di Cristo? in che misura aiuto gli altri a portare la loro Croce? Come vivo l'esperienza del Risorto? sono pronto a riconoscere a Lui l'iniziativa nella mia vita? sono disposto ad accoglierlo nella fede e nell'amore? mi lascio trasformare da Lui nella speranza?