Giovanni

 

                L’Autore del quarto Vangelo resta avvolto da una grande discrezione: gli ultimi versetti del capitolo 21 (vv. 20-24) lo identificano con il “discepolo che Gesù amava, quello che nella cena si era trovato al suo fianco e gli aveva domandato: ‘Signore, chi è che ti tradisce?’” (v. 20). Di lui Pietro chiede a Gesù: “Signore, e lui?”. E Gesù gli risponde: “Se voglio che egli rimanga finché io venga, che importa a te?” (vv. 21-22). Con questo Gesù non vuol dire che quel discepolo non sarebbe morto (v. 23), ma che è per eccellenza il discepolo dell’attesa, proteso all’incontro con l’Amato che è andato a prepararci un posto nel seno del Padre. Questo discepolo è evidentemente uno dei tre più intimi del Signore, che sono Pietro, Giacomo e Giovanni. Non è Pietro, in quanto si accompagna a lui (come nella visita al sepolcro al mattino del giorno dopo il sabato: Gv 20,2-10); non è Giacomo, morto troppo presto (fatto uccidere di spada da Erode, come ci dice At 12,2: intorno al 44). Dunque, è Giovanni. Già questo essere avvolto dalla discrezione e dal silenzio ne fa intravedere la figura: è il contemplativo dell’amore, è il discepolo che tradizionalmente è presentato come il più giovane, perché presenta tutti i tratti dell’audacia e della tenerezza che solo i giovani sanno avere (è l’unico che resta ai piedi della Croce, è l’amato).

                Giovanni è figlio di Zebedeo, come Giacomo suo fratello, e proviene dall’ambiente della Galilea, dove i due fratelli erano soci di una piccola azienda di pesca insieme agli altri due fratelli, Simone e Andrea. Probabilmente, Giovanni aveva seguito inizialmente il Battista, e potrebbe essere quello dei due discepoli non nominato (l’altro è Andrea, che subito dopo va a chiamare suo fratello Simone), che erano accanto a Giovanni quando questi indicò in Gesù che passava l’Agnello di Dio (Gv 1,35), e che seguirono Gesù dopo avergli chiesto “Rabbì, dove abiti?” ed essere stati invitati a seguirlo pur senza aver visto: “Venite e vedrete” (Gv 1, 38s). La discrezione con cui si presenta non impedisce che traspaiano i momenti salienti della sua storia di fede e d’amore al Cristo: la vocazione (Gv 1,35-39); la presenza accanto a Gesù nell’Ultima Cena (13,23); la domanda sul traditore (13,25s); il dialogo con Gesù accanto a Maria ai piedi della Croce (19,26s); la visita con Pietro al sepolcro la mattina di Pasqua (20,2-10). A lui vecchio è attribuita l’Apocalisse: proprio l’esplicita attribuzione, contrastante con la discrezione dell’Autore del quarto Vangelo, è sospetta, anche se sono innegabili gli influssi della sua attitudine simbolica e contemplativa. Perciò è possibile intravedere nelle parole di Ap 1,9-19la traccia dell’immagine di Giovanni restata impressa nella sua comunità: “fratello e compagno nella tribolazione”, “rapito in estasi nel giorno del Signore”, testimone autorevole della rivelazione di Gesù.

Del suo cammino di fede ripercorriamo sei tratti: la vocazione, l’intimità con Gesù, l’essere il destinatario del testamento del Signore, il testimone della resurrezione, il discepolo dell’attesa e il contemplativo dell’amore.

 

La vocazione (Gv 1,35-39): Giovanni è un vero cercatore di Dio: è andato dal Battista, ma quando il Battista indica Gesù come l’Agnello di Dio, non esita a lasciarlo per andare da Gesù. La domanda: “Maestro, dove abiti?”, dice il desiderio di restare con lui. Giovanni ha capito che seguire Gesù è trovare la vera dimora della propria vita. La risposta di Gesù è un invito a fidarsi, a credere senza vedere: “Venite e vedrete”. Prima si viene, poi si vede! I due fanno così: per Giovanni è talmente grande l’impressione di quell’incontro, che segnerà per sempre la sua vita, che ne ricorda l’ora precisa con un’accuratezza cronachistica: “erano circa le quattro del pomeriggio”. La vocazione alla fede è l’incontro con Qualcuno, non con qualcosa, ed è un voler seguire Gesù per stare con Lui e vivere di Lui...

 

L’intimità con Gesù: siamo nel “libro dell’addio” (capp. 13-17), nel momento drammatico in cui si consuma il tradimento. In quest’ora di amore supremo (“li amò sino alla fine”: Gv 13,1) e di supremo dolore(è giunta “l’ora”: ib.), Giovanni è colui che sta vicino a Gesù più di ogni altro. Egli dimostra con la sua vita che fede e amore sono inseparabili, come lo sono amore e dolore, vicinanza all’Amato e partecipazione al suo soffrire. I segni dell’amore sono chiari: è il discepolo amato (v. 23), figura d’ogni discepolo dell’amore, che sta nel seno (v. 23) di Gesù, come il Figlio sta e si muove nel seno del Padre ((cf. Gv 1,18). È alla domanda di Giovanni che Gesù rivela la sua conoscenza del traditore, che continua però ad essere amato da Lui, come dimostra l’offerta del boccone (v. 26: gesto di riguardo; evocazione eucaristica?), che seguirà Giuda anche nella notte, senza lasciarlo (v. 30: Giuda porta con sé il boccone; l’amore non abbandona l’amato infedele; il fuggitivo dall’amore porta con sé il pegno dell’amore: paradosso dell’amore più forte della morte?). La confidenza mostra l’intimità con Gesù: la fede è un essere così innamorati di Dio, da entrare nella relazione più profonda con Lui, dove ci si dice tutto, in una trasparenza totale di dolore e amore.

 

Il destinatario del testamento del Signore: il dialogo con Gesù accanto a Maria ai piedi della Croce (19,26s). È l’ora in cui tutto viene a compiersi. In quest’ora suprema e definitiva, Giovanni è con la Madre di Gesù ai piedi della Croce. È il testamento del Profeta abbandonato, che si rivolge alla “donna”, figura d’Israele, della Chiesa e madre sua, ed al discepolo dell’amore, figura d’ogni discepolo, stabilendo fra loro un rapporto profondo al punto, che il discepolo prende la donna nel cuore del suo cuore. Gesù lascia in testamento all’amato Israele, la Chiesa, la Madre. Il discepolo dell’amore amerà la “santa radice” Israele come l’ha amata Gesù, amerà la Chiesa come il frutto della passione di Gesù, amerà la Madre come sua. Gesù lascia il discepolo in una rete di rapporti d’amore, che al tempo stesso gli affida: la fede è accogliere patti di pace, legami di unità, e viverli nella fedeltà dei giorni, in obbedienza al Signore crocifisso...

 

Il testimone della resurrezione: la visita con Pietro al sepolcro la mattina di Pasqua (20,1-8). Giovanni corre per andare a vedere Gesù: è la sete dell’amore. Arriva per primo e aspetta: è il rispetto dell’amore, che sa far posto all’altro. Vede e crede: sarà il testimone oculare, colui che ha visto e può perciò contagiare l’amore che apre gli occhi della fede e fa riconoscere il Signore. Dichiarerà in maniera toccante all’inizio della prima lettera: “Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita - poiché la vita si è fatta visibile, noi l'abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi, quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia perfetta” (1 Gv 1,1-4). Chi ha conosciuto e visto e toccato l’Amato non può tenerselo per sé: ne diventa il testimone innamorato e irradiante. La fede vive nell’amore diffusivo di sé...

 

Il discepolo dell’attesa: Gv 21,20-24. Il misterioso dialogo fra Gesù e Pietro riguardo a Giovanni ne mette in luce un tratto peculiare: Giovanni è colui che attende il ritorno di Gesù. Il discepolo dell’amore è proteso nella speranza verso la gioia dell’incontro faccia a faccia. Il ricordo dell’Amato non è in lui nostalgia o rimpianto, ma tenerezza, speranza, vigilanza, attesa. L’amore non vive di passato, ma schiude al futuro e lo tira nel presente per il suo stesso ardore...

 

Il contemplativo dell’amore: Ap 1,9-19. Giovanni è ormai vecchio: vive raccolto in Dio. Si presenta come fratello e compagno della tribolazione per il suo amore fedele a Gesù. Vive della gioia dell’incontro liturgico nel giorno del Signore. È allora che è rapito in estasi, in Spirito. Vede la voce: come solo il contemplativo sa fare, sa vedere nelle parole della rivelazione, ha l’intelligenza del simbolo, il gusto delle cose di Dio. E la rivelazione che vede è il grande messaggio di richiamo, di consolazione e di speranza per le “sette Chiese”, simbolo di tutta la Chiesa in ogni tempo e in ogni luogo (come dice il numero sette), che sono provate dalla persecuzione esterna (dei Romani, ma anche dalla Sinagoga) e dalla prova interna della fede legata a quello che appare a molti il ritardo dell’attesa venuta del Signore. Il discepolo dell’amore, carico di vita e di esperienza di fede, sa orientare gli occhi suoi e altrui all’Agnello immolato in piedi, al Cristo morto e risorto, mostrando come la prova presente è nient’altro che un lavare le proprie vesti nel sangue dell’Agnello per entrare con Lui nella sua gloria. La fede del discepolo dell’amore introduce alla speranza dell’amore vittorioso, della gioia senza tramonto della Gerusalemme celeste: “Colui che attesta queste cose dice: ‘Sì, verrò presto!’ Amen. Vieni, Signore Gesù” (Ap 22,20).

                Sono pronto a rispondere all’invito di Gesù: “Venite e vedrete” o voglio vedere prima di affidarmi? Amo il Signore? Accetto di lasciarmi amare da Lui? Vivo il mio amore a Cristo nell’amore agli altri, alla Chiesa? Sono testimone dell’Amato? È vivo in me il desiderio di Dio, l’attesa del Suo volto? Ho la speranza dell’amore che sa attendere e invocare? Comunico agli altri la speranza anche nelle ore più buie della vita e della storia?

 


Dal Vangelo secondo Giovanni (1,35-39): La vocazione

 

                35Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli 36e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l'agnello di Dio!». 37E i due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. 38Gesù allora si voltò e, vedendo che lo seguivano, disse: «Che cercate?». Gli risposero: «Rabbì (che significa maestro), dove abiti?». 39Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di lui; erano circa le quattro del pomeriggio.

 

Dal Vangelo secondo Giovanni (13,21-30): L’intimità con Gesù

 

                21Dette queste cose, Gesù si commosse profondamente e dichiarò: «In verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà». 22I discepoli si guardarono gli uni gli altri, non sapendo di chi parlasse. 23Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù. 24Simon Pietro gli fece un cenno e gli disse: «Dì, chi è colui a cui si riferisce?». 25Ed egli reclinandosi così sul petto di Gesù, gli disse: «Signore, chi è?». 26Rispose allora Gesù: «E` colui per il quale intingerò un boccone e glielo darò». E intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda Iscariota, figlio di Simone. 27E allora, dopo quel boccone, satana entrò in lui. Gesù quindi gli disse: «Quello che devi fare fallo al più presto». 28Nessuno dei commensali capì perché gli aveva detto questo; 29alcuni infatti pensavano che, tenendo Giuda la cassa, Gesù gli avesse detto: «Compra quello che ci occorre per la festa», oppure che dovesse dare qualche cosa ai poveri. 30Preso il boccone, egli subito uscì. Ed era notte.

 

 

Dal Vangelo secondo Giovanni (19,25-30): Il destinatario del testamento del Signore

 

                25Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e Maria di Màgdala. 26Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco il tuo figlio!». 27Poi disse al discepolo: «Ecco la tua madre!». E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa. 28Dopo questo, Gesù, sapendo che ogni cosa era stata ormai compiuta, disse per adempiere la Scrittura: «Ho sete». 29Vi era lì un vaso pieno d'aceto; posero perciò una spugna imbevuta di aceto in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. 30E dopo aver ricevuto l'aceto, Gesù disse: «Tutto è compiuto!». E, chinato il capo, spirò.

 

 

Dal Vangelo secondo Giovanni  (20,1-8): Il testimone della resurrezione

 

                1Nel giorno dopo il sabato, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand'era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro. 2Corse allora e andò da Simon Pietro e dall'altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'hanno posto!». 3Uscì allora Simon Pietro insieme all'altro discepolo, e si recarono al sepolcro. 4Correvano insieme tutti e due, ma l'altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. 5Chinatosi, vide le bende per terra, ma non entrò. 6Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra, 7e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte. 8Allora entrò anche l'altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette.

 

Dal Vangelo secondo Giovanni Il discepolo dell’attesa: Gv 21,20-24.

 

                20Pietro allora, voltatosi, vide che li seguiva quel discepolo che Gesù amava, quello che nella cena si era trovato al suo fianco e gli aveva domandato: «Signore, chi è che ti tradisce?». 21Pietro dunque, vedutolo, disse a Gesù: «Signore, e lui?». 22Gesù gli rispose: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, che importa a te? Tu seguimi». 23Si diffuse perciò tra i fratelli la voce che quel discepolo non sarebbe morto. Gesù però non gli aveva detto che non sarebbe morto, ma: «Se voglio che rimanga finché io venga, che importa a te?». 24Questo è il discepolo che rende testimonianza su questi fatti e li ha scritti; e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera.

 

 

Dal libro dell’Apocalisse (1,9-19): Il contemplativo dell’amore

 

                9Io, Giovanni, vostro fratello e vostro compagno nella tribolazione, nel regno e nella costanza in Gesù, mi trovavo nell'isola chiamata  Patmos a causa della parola di Dio e della testimonianza resa a Gesù.  10Rapito in estasi, nel giorno del Signore, udii dietro di me una voce  potente, come di tromba, che diceva: 11Quello che vedi, scrivilo in un  libro e mandalo alle sette Chiese: a Èfeso, a Smirne, a Pèrgamo, a  Tiàtira, a Sardi, a Filadèlfia e a Laodicèa. 12Ora, come mi voltai per  vedere la voce, vidi sette candelabri d'oro 13e in  mezzo ai candelabri c'era uno simile a figlio di uomo, con un abito  lungo fino ai piedi e cinto al petto con una fascia d'oro. 14I capelli della  testa erano candidi, simili a lana candida, come neve. Aveva gli occhi  fiammeggianti come fuoco, 15i piedi avevano l'aspetto del bronzo  splendente purificato nel crogiuolo. La voce era simile al fragore di  grandi acque. 16Nella destra teneva sette stelle, dalla bocca gli usciva  una spada affilata a doppio taglio e il suo volto somigliava al sole  quando splende in tutta la sua forza. 17Appena lo vidi, caddi ai suoi piedi come morto. Ma egli, posando  su di me la destra, mi disse: Non temere! Io sono il Primo e l'Ultimo  18e il Vivente. Io ero morto, ma ora vivo per sempre e ho potere sopra  la morte e sopra gli inferi. 19Scrivi dunque le cose che hai visto, quelle che sono e quelle che accadranno dopo.

 

                Sono pronto a rispondere all’invito di Gesù: “Venite e vedrete” o voglio vedere prima di affidarmi? Amo il Signore? Accetto di lasciarmi amare da Lui? Vivo il mio amore a Cristo nell’amore agli altri, alla Chiesa? Sono testimone dell’Amato? È vivo in me il desiderio di Dio, l’attesa del Suo volto? Ho la speranza dell’amore che sa attendere e invocare? Comunico agli altri la speranza anche nelle ore più buie della vita e della storia?

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