Dal
libro della Genesi (CAP. 28) Il sogno
di Giacobbe
5Così Isacco fece partire
Giacobbe, che andò in Paddan_Aram presso Làbano, figlio di Betuèl, l'Arameo, fratello di Rebecca, madre di Giacobbe e di Esaù.
[...] 10Giacobbe partì da Bersabea e si diresse verso Carran. 11Capitò
così in un luogo, dove passò la
notte, perché il sole era tramontato; prese una pietra, se la pose
come guanciale e si coricò in quel luogo. 12Fece un sogno:
una scala poggiava sulla terra,
mentre la sua cima raggiungeva il cielo; ed ecco gli angeli di Dio salivano e
scendevano su di essa. 13Ecco il Signore gli stava davanti e
disse: «Io sono il Signore, il Dio di Abramo tuo padre e il Dio di Isacco. La
terra sulla quale tu sei coricato
la darò a te e alla tua discendenza. 14La tua discendenza sarà
come la polvere della terra e ti
estenderai a occidente e ad oriente, a settentrione e a
mezzogiorno. E saranno benedette per te e per la tua discendenza tutte
le nazioni della terra. 15Ecco
io sono con te e ti proteggerò dovunque tu andrai; poi ti farò
ritornare in questo paese, perché non ti abbandonerò senza aver fatto
tutto quello che t'ho detto». 16Allora
Giacobbe si svegliò dal sonno e disse: «Certo, il Signore è
in questo luogo e io non lo sapevo». 17Ebbe timore e disse:
«Quanto è terribile questo
luogo! Questa è proprio la casa di Dio, questa è la porta del cielo». 18Alla
mattina presto Giacobbe si alzò, prese la pietra che si era posta come
guanciale, la eresse come una
stele e versò olio sulla sua sommità. 19E chiamò quel luogo
Betel, mentre prima di allora la
città si chiamava Luz. 20Giacobbe fece questo voto: «Se
Dio sarà con me e mi proteggerà in questo viaggio che sto facendo e
mi darà pane da mangiare e vesti
per coprirmi, 21se ritornerò sano e salvo alla casa di mio padre,
il Signore sarà il mio Dio. 22Questa pietra, che io ho
eretta come stele, sarà una casa
di Dio; di quanto mi darai io ti offrirò la decima».
(Cap.
30) La lotta con Dio
25Dopo
che Rachele ebbe partorito Giuseppe, Giacobbe disse a Làbano:
«Lasciami andare e tornare a casa mia, nel mio paese. 26Dammi
le mogli, per le quali ti ho
servito, e i miei bambini perché possa partire: tu conosci il servizio che ti
ho prestato» … (Cap. 32)
23Durante quella notte egli si alzò, prese le due mogli, le due
schiave, i suoi undici figli e
passò il guado dello Iabbok. 24Li prese, fece loro passare il
torrente e fece passare anche
tutti i suoi averi. 25Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui
fino allo spuntare dell'aurora. 26Vedendo che non riusciva a
vincerlo, lo colpì all'articolazione
del femore e l'articolazione del femore di Giacobbe si slogò, mentre continuava a lottare con lui. 27Quegli
disse: «Lasciami andare, perché è spuntata
l'aurora». Giacobbe rispose: «Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto!».
28Gli domandò: «Come ti chiami?». Rispose: «Giacobbe». 29Riprese:
«Non ti chiamerai più Giacobbe,
ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli
uomini e hai vinto!». 30Giacobbe allora gli chiese: «Dimmi
il tuo nome». Gli rispose: «Perché
mi chiedi il nome?». E qui lo benedisse. 31Allora Giacobbe
chiamò quel luogo Penuel «Perché - disse - ho visto Dio faccia a
faccia, eppure la mia vita è
rimasta salva». 32Spuntava il sole, quando Giacobbe passò Penuel
e zoppicava all'anca. 33Per
questo gli Israeliti, fino ad oggi, non mangiano il nervo
sciatico, che è sopra l'articolazione del femore, perché quegli aveva
colpito l'articolazione del
femore di Giacobbe nel nervo sciatico.
Giacobbe
È uno dei Patriarchi, la cui memoria intenerisce Dio: quando Israele
geme schiavo in Egitto, il Signore porge l’orecchio ai suoi gemiti perché
“si ricorda della sua alleanza con Abramo, Isacco e Giacobbe” (Es 2,23ss).
È colui cui il misterioso personaggio divino della lotta al guado dello Yabbok
cambierà il nome in Israele, “colui che lotta con Dio” o “colui con cui
Dio lotta”, dando così per sempre nome al popolo eletto. Thomas Mann gli
dedica il romanzo Le storie di Giacobbe, che introduce la trilogia
dedicata al figlio di Giacobbe, Giuseppe, e ne presenta la vicenda in modo così
vivo, che il libro, uscito nel 1933, ha uno straordinario successo e suscita le
ire del censore del Reich: questi, reputando inaccettabile che “l’emigrante
Thomas Mann possa diffondere in Germania un libro pieno di storie ebraiche”,
aggiunge: “Non è comprensibile come sia potuto sfuggire all’Ufficio del
Reich. Io l’ho letto e lo trovo, contenutisticamente, assurdo... Un libro da
bloccare con ogni mezzo”. Di Giacobbe il grande Goethe osserva come nel
carattere e nei modi sia “il vero e degno capostipite del popolo di
Israele”: in positivo cita il suo amore costante e incorruttibile per Rachele,
e la sua capacità straordinaria di trarre vantaggio da ogni situazione. “Come
con una cattiva pietanza si è conquistato la primogenitura, e con un
travestimento la benedizione paterna, così riesce con arte e simpatia ad
appropriarsi della parte maggiore del gregge” di Labano, suo suocero. Un uomo
positivo, si direbbe, perfino simpatico nella sua capacità di profittare di
tutto. Qualche altro, meno benevolmente, sottolinea più che l’astuzia
l’inganno e l’insieme di mezzucci cui il Patriarca ricorre: Giacobbe non
sarebbe che un imbroglione di talento. Quale che sia il giudizio morale, la
figura di Giacobbe - Israele unisce questi tratti di grande e contraddittoria
umanità - tenerezza e passione, paura e compromesso, calcolo e sotterfugio - a
una profonda esperienza di fede in Dio. È forse questa mescolanza di aspetti,
perfino questa ambiguità, che ce lo rende così vicino, così moderno e ne fa
il tipo di ogni uomo che accetti di lottare con Dio e di lasciare infine che
Egli vinca...
Già nel nome Giacobbe porta con sé la sua ambiguità: un’etimologia
lo collega al verbo ‘aqab = ingannare; un’altra alla parola ‘aqeb =
calcagno, in riferimento alla parte anatomica del gemello Esaù che il nascente
Giacobbe avrebbe tenuto in mano, evidentemente cercando di trattenerlo;
l’etimologia più pia ed edificante vi vede l’abbreviazione di ya’aqob-’el
= Dio custodisca o protegga. Il nome Israele, datogli dall’Angelo, è
verosimilmente collegato al verbo srh = combattere, o alla stessa radice col
significato “Dio è forte”. Comunque stiano le cose, la vita di Giacobbe
corrisponde ai sensi che i suoi nomi rivelano: un’esistenza movimentata, ricca
di umiliazioni e di soddisfazioni, segnata da grandi prove (non ultima quella
della scomparsa dell’amatissimo figlio Giuseppe...) e da grandi benedizioni
(come il ritrovamento di Giuseppe in Egitto). Un’esistenza il cui filo rosso
resta però il rapporto con l’Assoluto: così la dipinge Thomas Mann: “La
sua inclinazione per il sublime nei gesti e nelle parole si era spesso trovata a
mal partito per la mite timorosità della sua anima. C’erano state per
Giacobbe ore di umiliazione, di fuga, di pallida angoscia, situazioni in cui,
sebbene fatte proprio per mostrar più palese la grazia, Giuseppe mal volentieri
si rappresentava il padre” (Le storie di Giacobbe, Mondadori, Milano
1990, 73). Per quanto avventurosa, e vissuta in luoghi diversi a migliaia di
chilometri l’uno dall’altro, la sua vita è scandita da alcuni momenti
fondamentali: la rivalità con il fratello Esaù; il viaggio verso Carran con il
sogno della scala; il ritorno da Carran con il passaggio al guado dello Yabbok;
la morte in Egitto.
1. La preistoria del sogno: la vita di Giacobbe, figlio di
Isacco, figlio di Abramo, è segnata in maniera determinante dalla rivalità con
suo fratello Esaù, connessa a un motivo che per la fede ebraica è essenziale:
la benedizione divina, concessa attraverso la benedizione paterna. Essere
benedetti vuol dire entrare nel piano provvidenziale di Dio sulla storia,
lasciarsi far prigionieri dall’invisibile e lasciarsi condurre dall’Eterno
attraverso vicende che per quanto difficili o dolorose si riveleranno alla fine
strumento per un bene e una grazia più grandi. La benedizione è vocazione,
chiamata che Dio riserva per ciascuno e alla quale urge dare una risposta.
Sebbene giochino motivi umani in tutto questo, come la preferenza della madre
Rebecca per il tenero Giacobbe rispetto al rozzo Esaù, è in realtà Esaù
stesso a far pendere la bilancia dalla parte del fratello, disprezzando il dono
che gli sarebbe appartenuto in quanto primo nato e cedendolo niente di meno che
per un piatto di lenticchie! È questa mancanza di rispetto per il dono divino,
è questa mancanza di fede di Esaù che decide la questione. Ciò che seguirà,
la recita orchestrata da Rebecca e ben eseguita dal figlio prediletto rivestito
delle pelli che lo facevano assomigliare al peloso fratello, non è che una
conseguenza di questa incredulità di Esaù. Anche se Giacobbe non perde tempo e
immediatamente ne approfitta, i suoi espedienti sono poca cosa rispetto al
disprezzo del fratello per i beni divini: Giacobbe fa di tutto per prendersi
quello in cui crede, la benedizione; Esaù non se ne cura e la perde. A suo
modo, l’astuzia di Giacobbe e la trascuratezza del fratello fanno capire
quanto sia importante avere a cuore l’Eterno e custodire i suoi doni!
2. Il sogno di Giacobbe: è in questo contesto di rivalità
che nasce il viaggio verso Carran. Esaù è furioso per quanto è avvenuto e
intende vendicarsi; Rebecca lo comprende e accetta di vivere il sacrificio più
grande, quello di separarsi dal figlio amato, perché questi viva. Giacobbe
fugge verso la terra e la famiglia della madre. È per lui un’ora drammatica
di distacco da tutto quello che fino allora era stato il suo mondo: la famiglia
e le amicizie, la terra e il lavoro, persino il suo Dio, perché lui, il
benedetto, parte privo di tutto! Non rimpiange la scelta fatta e la fede nel
Signore, ma ne assapora il prezzo: Thomas Mann gli mette in cuore questi
pensieri: “Perché Dio, il Re, aveva così disposto? Perché lo puniva con
tanta pena e tante tribolazioni? Che si trattasse di una punizione, di un
compenso, di una soddisfazione per Esaù gli appariva chiaro. E durante quel suo
viaggio pieno di fatiche e di stenti egli rifletteva sulla natura del Signore
che senza dubbio aveva voluto e favorito quanto era successo ma ora lo tribolava
e gli faceva scontare le amare lacrime di Esaù, sebbene solo per motivi,
diciamo così, di decoro e di ordine, in una proporzione benevolmente
imprecisa” (195s). Credere in Dio e nella Sua chiamata è necessario, ma come
ogni scelta di amore esige un prezzo. È a questo punto che l’Eterno
interviene: il sogno della scala fra il cielo e la terra dice a Giacobbe che Dio
non si è dimenticato di lui, che anzi gli è accanto, fedele alle sue promesse.
Dio si interessa di noi! Basta solo continuare a fidarsi di Lui, anche senza
vedere. Giacobbe comprende il messaggio, che lo riempie di dolcezza e di forza:
decide di lasciare un segno visibile di quella notte singolare, per non
dimenticarsene mai più. Innalza una stele - memoriale che tenga viva la memoria
- , la unge di olio, promette a Dio la deecima in segno di totale sottomissione.
Quel luogo, Luz, da ora in poi sarà Bet-el, la casa di Dio. Giacobbe ha messo
ordine nel suo cuore in tumulto e vuole che un dato sensibile ricordi a lui e ai
suoi posteri l’alleanza con l’Eterno, perché questo ricordo li rafforzi
nelle ore di prova o di dubbio. Alla domanda che tutti ci poniamo nei momenti di
incertezza - “dove sono?” - Giacobbe ora può rispondere da uomo di fede:
“io non lo so, ma so che Tu, Signore, lo sai, e questo mi basta”. Nel
promettergli la terra, la discendenza e la missione universale, Dio gli conferma
la promessa dell’alleanza: “Ecco, io sono con te e ti proteggerò dovunque
tu andrai; poi ti farò ritornare
in questo paese, perché non ti abbandonerò senza aver fatto tutto quello
che t'ho detto” (v. 15). Giacobbe pone così delle domande alla nostra
fede: Ho il senso di Dio nella mia vita? Credo che Lui si interessa di me? So
riconoscere la Sua presenza provvidente e fedele anche nell’ora della prova?
Mi fido di Lui? Lo ascolto? Mi ricordo di Lui e della Sua fedeltà anche nel
tempo del Suo silenzio? O - come Esaù - non mi curo della Sua chiamata, del Suo
disegno di amore su di me?
3. In partenza verso il futuro. Giunto nella patria di
Rebecca Giacobbe fa fortuna: innamorato di Rachele, figlia di Labano, per
sposarla lavora sodo per sette anni, più altri sette, perché Labano gli dà
dapprima la figlia maggiore, Lia, e poi solo dopo altri sette anni l’amata
Rachele. La ricchezza che accumula suscita gelosie: è così che Giacobbe decide
di tornare alla terra di suo padre Isacco. È un nuovo momento drammatico della
sua vita: sa che Esaù gli sta venendo incontro e ha paura. Divide i suoi beni
in due parti, per assicurare la sopravvivenza di almeno una delle due e manda
doni al fratello. Nel contesto di questo ritorno da Carran, mentre si
sente minacciato, Giacobbe vive una nuova, forte esperienza di Dio: il
passaggio del guado dello Yabbok. È il vero passaggio verso il futuro, la
porta del domani. L’assalitore notturno lo raggiunge quando è ormai rimasto
solo e deve attraversare il guado: è un personaggio misterioso, divino, perché
poi lo benedirà e gli conferirà il nome del suo destino, Israele. La lotta è
senza risparmio e Giacobbe ne porterà il segno per il resto della vita nel
femore colpito: quando ormai è avanti negli anni e ha conosciuto benedizione e
consolazione, Giacobbe viene richiamato alla sua condizione di povero ed errante
davanti a Dio. Con Dio non si finisce mai di lottare: il credente è un ateo che
ogni giorno si sforza di cominciare a credere. Ma è in questa lotta che la fede
mostra l’amore al suo Signore: “agàpe” - “agòn”, amore è lotta. E
la lotta avviene di notte, non nella chiara luce del giorno in cui è facile
orientarsi, ma nell’oscurità dove tutti i riferimenti sembrano smarriti, e
solo l’Altro resta davanti a te. Dio chiede di non sottrarci a questa lotta,
di viverla e così di lasciare che egli vinca, che la Sua benedizione - stupenda
ed esigente - ci raggiunga e ci cambi. Giacobbe non si sottrae e nella lotta
diviene il padre dei credenti, l’Israele che lotta con Dio sapendo che Dio è
forte e che Lui dovrà vincere. Sono disposto a lottare con Dio e a lasciare
che Lui vinca? Fuggo da Lui o accetto di entrare con Lui nel guado dello Yabbok
della mia fede umile e povera, per uscirne cambiato per sempre? Accetto di porre
il mio futuro totalmente nelle mani del mio Dio?
Molti altri eventi segneranno ancora la vita del patriarca Giacobbe. Essi
si ricollegano in gran parte alla storia di suo figlio Giuseppe, “il
sognatore”, e dei suoi fratelli. Dopo molte consolazioni e molte sofferenze
Giacobbe conoscerà la morte in Egitto, confortato dall’aver visto realizzarsi
in maniera imprevedibile la benedizione del Signore. Fino all’ultimo si
appoggia alla fede nel suo Dio, figurata dal bastone cui si aggrappa nel dare
l’ultimo respiro: “Per fede - dice la lettera agli Ebrei (11,21) - Giacobbe,
morente, benedisse ciascuno dei figli di Giuseppe e si prostrò, appoggiandosi
all’estremità del bastone”. È l’ultimo guado da attraversare: e Israele
lo affronta affidandosi a Dio. Qualcuno in quel bastone ha visto il segno della
Croce, la porta degli umili dove il guado fra il tempo e l’eterno è stato
attraversato una volta per sempre dal Figlio di Dio perché ognuno di noi possa
attraversarlo a suo tempo...