Geremia

 

                Geremia vive alla fine del VII secolo a.C. (secondo 1,2 gli viene rivolta la Parola del Signore al tempo di Giosia, re di Giuda, nell’anno decimoterzo del suo Regno, e dunque nel 628 0 627 a.C., quando aveva 18 o 19 anni). Vive la stagione di Giosia, il re buono che riscopre la parola di Dio e riforma Israele. Vive il dramma dell’uccisione del re da parte del Faraone d’Egitto e il regno di Ioiakim, crudele e idolatra. È allora che richiama alla fedeltà all’alleanza e paga di persona per questo. Profeta inascoltato, è in carcere quando Gerusalemme cade in mano ai Caldei (598 a.C.). Resta il profeta della speranza più grande, che annuncia la nuova alleanza al di là di tutte le sconfitte, anche del destino doloroso che lo aspetta in esilio. È il profeta che - come nessun altro - “ha posto tanto della sua vita nei suoi scritti” (Alonso Schöckel): un profeta difficile, che i 52 capitoli del suo libro, articolati in tre sezioni di oracoli e due di narrazione, ci fanno conoscere nella complessità e singolarità della sua vicenda e del suo mondo interiore, senza che la sua identità più profonda si lasci definire in coordinate semplici. Proprio per questo, però, è una figura straordinaria, che affascina, inquieta e incanta: un grande solitario, un innamorato di Dio, scelto da Lui con gelosia impressionante (16,1s: “Non prendere moglie, non aver figli né figlie”. Geremia non si sposerà, per essere anche così segno della tragedia del suo popolo, in una obbedienza assoluta all’amore divino, caso unico nell’Antico Testamento, dove il matrimonio e i figli sono la sola benedizione, che garantisce vittoria sulla morte!). Incompreso e perseguitato, rifiutato dai suoi, incarcerato e torturato, mandato in esilio, morirà in terra straniera e non si conserverà notizia della sua tomba. Eppure, per sua natura fu tutt’altro che un solitario o un duro: uomo, anzi, capace di grande passione e tenerezza, lacerato dalle esigenze della missione affidatagli, non sa né vuole sottrarsi ad essa, e - sostenuto da un profondissimo rapporto d’amore con Dio - accetterà di essere purificato dalla ssofferenza per giungere ad autentici vertici di obbedienza profetica, di vita di fede e di speranza, di abbandono incondizionato al Signore. Forse perciò l’immaginario popolare ebraico lo associava istintivamente al Messia: così, quando Gesù chiese ai suoi discepoli: “La gente chi dice che sia il Figlio dell'uomo?”, essi risposero: “Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti” (Mt 16,13s).

 

Geremia 1,4-19: La memoria della vocazione. Geremia ricorda a distanza di anni la chiamata ricevuta quando aveva all’incirca diciotto anni: lo fa probabilmente in un momento di grande sofferenza, in cui gli sembra di conoscere il fallimento totale della sua missione, e sente il bisogno di richiamare alla memoria la grazia iniziale, per trarne forza contro le delusioni. Geremia proviene da una famiglia sacerdotale, probabilmente esiliata e decaduta perché i suoi antenati si erano opposti ai re di Gerusalemme. Abitava ad Anatòt, fuori della città santa. Nella sua vocazione non c’è all’inizio una visione come per Isaia o Ezechiele, ma una parola fondante, ascoltata nell’intimo, in un clima di interiorità: segno di un giovane esercitato nella preghiera, educato a una fede profonda. Il messaggio del Signore è chiaro e decisivo: da sempre ti ho scelto; da sempre sei mio (v. 5). Geremia oppone una resistenza, dovuta al senso di inadeguatezza per la sua giovane età (v. 6), cui segue però una riconferma del Signore, che sottolinea come l’iniziativa sia di Dio e da Lui, non da capacità umane, viene l’autorevolezza del profeta (v. 7). Segue un gesto simbolico, una sorta di consacrazione a profeta al servizio della Parola (v. 9: “mi toccò la bocca”) e un oracolo di missione, esigente, che include minaccia e promessa (v. 10: “Ti costituisco sopra i popoli e sopra i regni per sradicare e demolire, per distruggere e abbattere, per edificare e piantare”). Geremia dovrà annunciare sventure, ma testimonierà che anche nella sventura il Signore non abbandona il suo popolo e resta il Dio della storia, di cui fidarsi perdutamente. Ci sono quindi quattro simboli legati a quattro oracoli: il ramo di mandorlo e la fedeltà di Dio; la caldaia sul fuoco e l’annuncio della sventura; il cingersi i fianchi stando in piedi come invito a non aver paura; il muro di bronzo e la promessa della vittoria, perché il Signore è col profeta. Il giovane dice sì a una vita difficile, scomoda per lui e per gli altri, e tuttavia piena della pace e della forza che Dio sa dare e necessaria al popolo per ritrovare anche nel tempo della sciagura il senso della vicinanza del Signore e della Sua fedeltà all’alleanza.

 

Geremia 18,1-12: il messaggio fondamentale. Nel tempo immediatamente precedente all’invasione di Gerusalemme del 598 a.C., Geremia è chiamato a profetare sulla sua città, a prezzo della vita, profeta sulla sua stessa sorte. Il suo messaggio è limpido: noi siamo nelle mani di Dio, come la creta nelle mani del vasaio. Lui può fare di noi ciò che gli piace. Noi gli apparteniamo: e volergli appartenere è la nostra salvezza, la nostra pace. Perdere la coscienza di questa appartenenza, è vagare nel vuoto, sospesi sulla morte. Eppure, possiamo resistere all’azione di Dio, sfuggendo alle mani del vasaio che ci modella. Come il vasaio, Dio rigetta allora l’argilla nella massa fangosa per poi rimodellarla. Se ci lasciamo rimodellare, un nuovo inizio è possibile, una bellezza nuova e impensata può nascere... Quando però diventiamo brocca, se l’argilla secca e consolidata si spezza non è più possibile una nuova creazione. C’è un limite ultimo, di non ritorno: è il messaggio legato all’azione profetica della brocca spezzata...

 

Geremia 19,1-15: il punto di non ritorno e la serietà radicale della scelta. La tragica banalità del male può essere sanata fino a un punto, in cui nulla è più possibile, tutto è fissato, per sempre: è quanto Geremia veicola con l’immagine della brocca spezzata. Anzitutto la metafora rinvia alla serietà della morte, in tutta l’imprevedibilità e incombenza che la caratterizza, ma è anche l’affermazione che ci sono azioni umane inguaribili, a cui bisogna rifiutarsi con tutte le proprie forze, perché sono distruttive dell’umanità stessa. È qui che la forza devastante del peccato si rivela fino in fondo e va combattuta energicamente: si tratta di azioni idolatriche e disumane (cf. v. 4), tali da negare Dio e il prossimo, fino a versare sangue innocente senza pietà (è quello che l’ebraico chiama Shoah, la catastrofe!). La vera radice dell’idolatria e della disumanità è la dimenticanza di Dio!

 

Geremia 11,18-23 e 20,7-18: il prezzo dell’amore e la passione del profeta abbandonato. Geremia si presenta come agnello mansueto, colpito ingiustamente da tutti, anche dai suoi amici. La prova viene dal di fuori: il profeta è oggetto di invidia e perfino di odio. Protesta la sua innocenza e affida a Dio la sua causa (V. 20). La richiesta di vendetta esprime la mentalità del suo tempo, ma ciò che conta è il rimettere tutto al Signore. Sembra una vera profezia di Cristo, analoga a quella di Is 53,7. In 15,10-21 la prova viene dal di dentro: sembra una crisi di fede, di vocazione. Geremia si lamenta chiamando Dio “torrente infido, dalle acque incostanti” (v. 18: “chi soffre molto e bestemmia - dirà Sant’Alfonso de’ Liguori - sta dicendo le litanie”!), ma riconosce anche che “quando le Tue parole mi vennero incontro, le divorai con avidità; la Tua parola fu la gioia e la letizia del mio cuore, perché io portavo il Tuo nome, Signore, Dio degli eserciti” (15,16). Dio lo invita a ritornare a Lui e gli promette di accoglierlo (v. 19; cf. pure 17,14-18 e 18,18-23). In 20,7-18 è l’intera vita del profeta che viene intesa come una lotta, una passione d’amore con Dio, col quale vince chi perde, anzi chi capitola! Il testo è testimonianza di un intensissimo amore, che vive tutte le contraddizioni della paura, della fuga, e al tempo stesso dell’impossibilità di sottrarsi. Non sorprende che sembra terminare con il lamento doloroso... Il profeta, uomo della Parola, sperimenta tutta la debolezza della Parola, anche se sa di dover riconoscere in essa l’unica forza per cui valga la pena di vivere! Così, è nella debolezza del profeta inerme che risplende la forza della Parola del Signore! In 38,1-13 è narrata la passione del profeta abbandonato. Dopo che il re Ioiakim ha fatto incendiare il rotolo dettato dal profeta (36,1-6), Geremia è arrestato. Quindi è condannato a morte e gettato nella fossa perché accusato di scoraggiare i guerrieri. È salvato all’ultimo momento, ma sarà liberato solo dai Caldei. Resterà dapprima a Gerusalemme, poi andrà in esilio in Egitto, dove morrà oscuramente, dimenticato da tutti. Colpisce la sua fedeltà incrollabile al Signore, ma anche la sua umanità, la paura, il desiderio di non morire. Proprio così, la sua testimonianza incoraggia la nostra debolezza...

 

Geremia 13,1-11 e 31,31-34: la fede nell’alleanza e il futuro della speranza che sembra morire. Usa l’immagine della cintura di lino, dapprima nuova e bella, poi corrosa dall’acqua e inservibile. Come la cintura stringe la vita, così Dio stringe a sé il suo popolo: l’alleanza è il disegno di Dio, che vuole la mutua adesione fra Lui e la Sua creatura. L’alleanza è la gloria e il vanto di Dio (v. 11): noi siamo il tesoro di Dio! In forza di questa alleanza Geremia conserva la speranza: in 32,1-15 compie il gesto ricco di significato di comprare un campo già occupato dagli invasori, e di conservarne in un vaso sotterrato il titolo di proprietà, “poiché dice il Signore degli eserciti, Dio d’Israele: Ancora si compreranno case, campi e vigne in questo paese” (vv. 13-15). Perciò, nonostante la corruzione dell’alleanza e la tragedia dell’invasione, il profeta annuncia l’impossibile possibilità dell’amore di Dio: “Ecco verranno giorni nei quali con la casa d’Israele e con la casa di Giuda io concluderò un’alleanza nuova” (Ger 31,31: tutto il testo 31-34 è citato in Eb 8). È l’alleanza del Sinai, ormai interiorizzata, scritta nei cuori dallo Spirito di Dio: si giunge così al vertice dell’Antico Testamento. Geremia è il profeta che più avvicina a Cristo e al suo mistero pasquale.


Dal Libro del Profeta Geremia:

 

Cap. 1,1-10: La memoria della vocazione.

 

1Parole di Geremia figlio di Chelkia, uno dei sacerdoti che dimoravano in Anatòt, nel territorio di Beniamino. 2A lui fu rivolta la parola del Signore al tempo di Giosia figlio di Amon, re di Giuda, l'anno decimoterzo del suo regno, 3e quindi anche al tempo di Ioiakìm figlio di Giosia, re di Giuda, fino alla fine dell'anno undecimo di Sedecìa figlio di Giosìa, re di Giuda, cioè fino alla deportazione di Gerusalemme avvenuta nel quinto mese. 4Mi fu rivolta la parola del Signore: 5«Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni». 6Risposi: «Ahimè, Signore Dio, ecco io non so parlare, perché sono giovane». 7Ma il Signore mi disse: «Non dire: Sono giovane, ma va’ da coloro a cui ti manderò e annunzia ciò che io ti ordinerò. 8Non temerli, perché io sono con te per proteggerti». Oracolo del Signore. 9Il Signore stese la mano, mi toccò la bocca e il Signore mi disse: «Ecco, ti metto le mie parole sulla bocca. 10Ecco, oggi ti costituisco sopra i popoli e sopra i regni per sradicare e demolire, per distruggere e abbattere, per edificare e piantare».

 

Cap. 18,1-12 e  19,1-15: il messaggio fondamentale e  il punto di non ritorno

 

1Questa parola fu rivolta a Geremia da parte del Signore: 2«Prendi e scendi nella bottega del vasaio; là ti farò udire la mia parola». 3Io sono sceso nella bottega del vasaio ed ecco, egli stava lavorando al tornio. 4Ora, se si guastava il vaso che egli stava modellando, come capita con la creta in mano al vasaio, egli rifaceva con essa un altro vaso, come ai suoi occhi pareva giusto. 5Allora mi fu rivolta la parola del Signore: 6«Forse non potrei agire con voi, casa di Israele, come questo vasaio? Oracolo del Signore. Ecco, come l'argilla è nelle mani del vasaio, così voi siete nelle mie mani, casa di Israele. 7Talvolta nei riguardi di un popolo o di un regno io decido di sradicare, di abbattere e di distruggere; 8ma se questo popolo, contro il quale avevo parlato, si converte dalla sua malvagità, io mi pento del male che avevo pensato di fargli. 9Altra volta nei riguardi di un popolo o di un regno io decido di edificare e di piantare; 10ma se esso compie ciò che è male ai miei occhi non ascoltando la mia voce, io mi pentirò del bene che avevo promesso di fargli. 11Ora annunzia, dunque, agli uomini di Giuda e agli abitanti di Gerusalemme: Dice il Signore: Ecco preparo contro di voi una calamità e medito contro di voi un progetto. Su, abbandonate la vostra condotta perversa, migliorate le vostre abitudini e le vostre azioni». 12Ma essi diranno: «È inutile, noi vogliamo seguire i nostri progetti; ognuno di noi agirà secondo la caparbietà del suo cuore malvagio».

 

1Così disse il Signore a Geremia: «Va’ a comprarti una brocca di terracotta; prendi alcuni anziani del popolo e alcuni sacerdoti con te 2ed esci nella valle di Ben_Hinnòn, che è all'ingresso della Porta dei cocci. Là proclamerai le parole che io ti dirò... 10Tu spezzerai la brocca sotto gli occhi degli uomini che saranno venuti con te 11e riferirai loro: Così dice il Signore degli eserciti: Spezzerò questo popolo e questa città, così come si spezza un vaso di terracotta, che non si può più accomodare».

 


Cap. 11,18-23 e 20,7-11:  il prezzo dell’amore e la passione del Profeta abbandonato.

                18Il Signore me lo ha manifestato e io l'ho saputo; allora ha aperto i miei occhi sui loro intrighi. 19Ero come un agnello mansueto che viene portato al macello, non sapevo che essi tramavano contro di me, dicendo: «Abbattiamo l'albero nel suo rigoglio, strappiamolo dalla terra dei viventi; il suo nome non sia più ricordato». 20Ora, Signore degli eserciti, giusto giudice, che scruti il cuore e la mente, possa io vedere la tua vendetta su di loro, poiché a te ho affidato la mia causa.

                        7Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre; mi hai fatto forza e hai prevalso. Sono diventato oggetto di scherno ogni giorno; ognuno si fa beffe di me. 8Quando parlo, devo gridare, devo proclamare: «Violenza! Oppressione!». Così la parola del Signore è diventata per me motivo di obbrobrio e di scherno ogni giorno. 9Mi dicevo: «Non penserò più a lui, non parlerò più in suo nome!». Ma nel mio cuore c'era come un fuoco ardente, chiuso nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo. 10Sentivo le insinuazioni di molti: «Terrore all'intorno! Denunciatelo e lo denunceremo». Tutti i miei amici spiavano la mia caduta: «Forse si lascerà trarre in inganno, così noi prevarremo su di lui, ci prenderemo la nostra vendetta». 11Ma il Signore è al mio fianco come un prode valoroso, per questo i miei persecutori cadranno e non potranno prevalere; saranno molto confusi perché non riusciranno, la loro vergogna sarà eterna e incancellabile. 12Signore degli eserciti, che provi il giusto e scruti il cuore e la mente, possa io vedere la tua vendetta su di essi; poiché a te ho affidato la mia causa!

 

Cap. 13,1-11 e 31,31-34: la fede nell’alleanza e il futuro della speranza.

                1Il Signore mi parlò così: «Và a comprarti una cintura di lino e mettitela ai fianchi senza immergerla nell'acqua». 2Io comprai la cintura secondo il comando del Signore e me la misi ai fianchi. 3Poi la parola del Signore mi fu rivolta una seconda volta: 4«Prendi la cintura che hai comprato e che porti ai fianchi e và subito verso l'Eufrate e nascondila nella fessura di una pietra». 5Io andai e la nascosi presso l'Eufrate, come mi aveva comandato il Signore. 6Ora, dopo molto tempo, il Signore mi disse: «Alzati, và all'Eufrate e prendi di là la cintura che ti avevo comandato di nascondervi». 7Io andai verso l'Eufrate, cercai e presi la cintura dal luogo in cui l'avevo nascosta; ed ecco, la cintura era marcita, non era più buona a nulla. 8Allora mi fu rivolta questa parola del Signore: 9«Dice il Signore: In questo modo ridurrò in marciume la grande gloria di Giuda e di Gerusalemme. 10Questo popolo malvagio, che rifiuta di ascoltare le mie parole, che si comporta secondo la caparbietà del suo cuore e segue altri dei per servirli e per adorarli, diventerà come questa cintura, che non è più buona a nulla. 11Poiché, come questa cintura aderisce ai fianchi di un uomo, così io volli che aderisse a me tutta la casa di Israele e tutta la casa di Giuda - parola del Signore - perché fossero mio popolo, mia fama, mia lode e mia gloria, ma non mi ascoltarono.

                31«Ecco verranno giorni - dice il Signore - nei quali con la casa di Israele e con la casa di Giuda io concluderò una alleanza nuova. 32Non come l'alleanza che ho conclusa con i loro padri, quando li presi per mano per farli uscire dal paese d'Egitto, una alleanza che essi hanno violato, benché io fossi loro Signore. Parola del Signore. 33Questa sarà l'alleanza che io concluderò con la casa di Israele dopo quei giorni, dice il Signore: Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo. 34Non dovranno più istruirsi gli uni gli altri, dicendo: Riconoscete il Signore, perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande, dice il Signore; poiché io perdonerò la loro iniquità e non mi ricorderò più del loro peccato».
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