Quei popoli in cerca di pace

Bruno Forte
Elad è un giovane ebreo israeliano che lavora per la maggiore società informatica del suo Paese. È il mio vicino di posto sull'aereo che ci porta da Milano a Tel Aviv. Iniziamo a parlare con semplicità. Gli dico dei circa cinquanta giovani napoletani che sono con me sull'aereo, pellegrini di fede e di speranza di pace verso la Terra Santa. Mi racconta di quando ha fatto il soldato nella striscia di Gaza: mi colpisce quando mi dice che i Palestinesi sono un grande popolo e che con tanti di loro aveva stabilito rapporti cordiali, perfino di amicizia. Aggiunge che lui - come la maggior parte degli israeliani e degli arabi palestinesi - è stanco di tutta questa violenza.
Mi colpisce quando mi dice che i Palestinesi sono un grande popolo e che con tanti di loro aveva stabilito rapporti cordiali, perfino di amicizia. Aggiunge che lui - come la maggior parte degli israeliani e degli arabi palestinesi - è stanco di tutta questa violenza.
Il suo ragionamento potrebbe apparire semplicista, forse però corrisponde alla realtà più di quanto si pensi. La gente vuole la pace, non ne può più di odio, di sangue, di miseria e di morte. Sono i politici delle due parti ad avere la colpa maggiore di quanto succede, perché nessuno si fida dell'altro. Eppure, Elad ha fiducia: non può durare così. La sofferenza di tutti farà nascere da una parte e dall'altra uomini di pace, in grado di guidare i due popoli alla coesistenza e alla cooperazione pacifica.
A Gerusalemme il Nunzio Apostolico, Mons. Pietro Sambi, giunge a conclusioni singolarmente simili: quando lo incontriamo, conquista subito i giovani con la sua fede, la lucidità delle sue analisi e la franchezza delle sue dichiarazioni. Elenca puntualmente i cinque nodi da sciogliere nel conflitto israelo-palestinese: la necessità di confini certi e sicuri; la questione degli insediamenti ebraici nei territori dell'Autonomia; il problema dei rifugiati, che vorrebbero tornare nella terra da cui sono stati scacciati; la sfida dell'acqua, il bene vitale che è qui così scarso e deve bastare per tutti; e, infine, lo «status» di Gerusalemme, amata da tutti come città santa delle tre grandi religioni monoteiste e per questo oggetto delle tensioni più forti. È sua convinzione che nessuna ricerca della pace darà frutto fino a che non si seguirà decisamente la via della giustizia e che nessuna giustizia sarà possibile senza il perdono, offerto ed accolto da tutti. I giovani - già toccati profondamente dall'incontro con i luoghi santi e dal loro messaggio di vita e di speranza - avvertono una sintonia spontanea e profonda con le parole di quest'uomo di fede, intelligente e libero.
La sera seguente l'incontro è con un giovane ebreo italiano, che vent'anni fa - all'età di diciannove anni - ha fatto l'«aliah» (letteralmente la «salita») , il ritorno cioè alla terra dei Padri. Ha lasciato - come ci dice - le sicurezze e le comodità della sua Milano per venire a lavorare in un «qibbuz», a studiare e praticare la Torah (la Legge rivelata), a fare l'esperienza dura e difficile del servizio militare, vissuto sui fronti del conflitto. Maurizio - è questo il suo nome - ci colpisce per la sua onestà: ammette di essere venuto in Israele per motivi religiosi e di non essere più religioso oggi. Lo dice con sofferenza sincera.
Con religione egli intende soprattutto il rispetto delle pratiche, l'osservanza cioè del maggior numero possibile dei seicentotredici precetti che i Rabbini hanno ricavato dalla Torah per l'ebreo maschio adulto (la donna è tenuta solo a pochi precetti e non fa parte del numero di dieci persone, necessario perché si faccia la preghiera in Sinagoga). Maurizio ci presenta le ragioni d'Israele, la sua necessità di difendersi per sopravvivere. Ammette di non capire le ragioni dei Palestinesi, anche perché non ha mai avuto amici arabi. La riflessione dei giovani che sono con me è inevitabile: se una persona onesta e intelligente come lui non riesce in alcun modo a capire le ragioni dell'altro, come potrà costruirsi un dialogo di pace? L'obiezione risuona nelle domande franche e rispettose che gli rivolgono. Maurizio risponde sempre con disponibilità, anche se è troppo onesto per nascondere il suo disagio. Prima, a Nazaret, avevamo incontrato il Vescovo Boulos, ausiliare del Patriarca di Gerusalemme per gli arabi cristiani che vivono in Israele: con lui c'era un gruppo folto e simpatico di giovani arabi credenti. Ci hanno accolto con gioia ed entusiasmo, abbiamo pregato insieme e dialogato a lungo. Ci ha impressionato la loro freschezza, la loro cordialità, anche se non era loro possibile nascondere la sofferenza per quanto sta avvenendo.
Notizie su come si vive nei territori dell'Autonomia palestinese le abbiamo avute a Gerusalemme da chi vi opera in prima persona nel servizio della carità: il contrasto fra la società avanzata che Israele si sforza di essere e le condizioni disumane di miseria delle prigioni a cielo aperto che sono i territori è doloroso, stridente. Lasciamo la Terra Santa con uno struggente desiderio di ritornarvi, inseparabilmente mescolato alla speranza di una pace che sembra impossibile, anche se desiderata indiscriminatamente da tutti coloro che abbiamo incontrato. Nei ragazzi napoletani venuti con me in Terra Santa con una scelta fiduciosa e serena, fatta al culmine del cammino vissuto insieme in vari «laboratori della fede», una convinzione è più che mai chiara: non ci sarà pace senza giustizia; non ci sarà giustizia senza perdono. Solo chi saprà chiedere perdono davanti a Dio sarà anche capace di perdonare gli altri. La scommessa della pace si giocherà su questa capacità di aprirsi all'altro e di imparare a fidarsi di lui, chiedendo e offrendo il perdono che solo può sciogliere le riserve dell'odio e aprire le possibilità di una convivenza altrimenti impossibile. È l'utopia di un gruppo di giovani? È la speranza della fede? O è l'unica realistica via di un domani di pace per tutti? Andare pellegrini di fede e di speranza a Gerusalemme è dare una mano, semplice e concreta, a chi crede in questa possibilità.
Bruno Forte


Inquieti Paesaggi 

Arrivare in Terra Santa, superando la memoria e la paura degli attentati, è un dono. Un dono per lo spirito.

Nazareth, pur annegata nel cemento, trasmette all'anima la gioia dell'annunciazione, ancora viva, ancora sorprendente. Così, nel cuore di una cappella la cui forma richiama la corolla di un fiore, sboccia senza posa la speranza della pace, la certezza di una fratellanza imprescindibile e possibile, nonostante le ferite della storia, mentre risuonano i canti degli arabi cattolici che ci hanno accolto col sorriso sulle labbra, come se l'odio fosse un brutto sogno lontano e l'amore l'unica realtà.

E' stato bellissimo condividere la nostra preghiera con persone dai volti e dalle identità così lontane, eppure così vicine.

La cappella dell'annunciazione è incastonata in una struttura che la abbraccia letteralmente, dalla basilica superiore che la copre come una benedizione scesa dal cielo, al giardino fiorito di oleandri, al colonnato, lungo le cui pareti fanno festa le immagini di Maria, raccontata da artisti di ogni parte del mondo- Maria dalla Cina, in punta di piedi su una nuvola, o dal Cile, vestita di legno chiaro, o dalla Tailandia, in un tripudio di colori- Maria nello sguardo di fedeli che la vestono con la loro cultura, la loro immaginazione  simbolica, la loro diversità e che guarda tutti con la stessa dolcezza.

Eppure questa terra è inquieta, come i suoi paesaggi che raramente appagano gli occhi, anzi quasi sempre li lasciano in attesa, assetati di bellezza. E questo senso dell'incompiutezza, che richiama il celarsi del volto di Dio, riveste questa Terra di un fascino non comune, di un fascino che è oltre: oltre lo sguardo, oltre il tempo presente, oltre la sofferenza e la morte- oltre ogni umana bellezza, e perciò tanto più grande.

Squarci di splendore, brevi ed intensi, non mancano, dal monte delle Beatitudini, che si affaccia sul lago di Tiberiade, ai melograni e ai fichi che sfidano l'arsura delle rocce,passando per l'orto degli ulivi e la città pagana di Sephoris, da poco risorta dalla sabbia. Paesaggi che rendono l'animo inquieto, come se dovesse accogliere lo sconvolgimento della conversione, della perdita della propria vita in Cristo, del generoso rischiare di chi si abbandona alla volontà del Padre. Paesaggi di fede che insegnano a scorgere la vita fra le pietre e la polvere e il miracolo improvviso e lussureggiante delle foglie nuove dell'ulivo, nate dal tronco stanco e secco come un segno di fedeltà...

Attraversando il deserto di Giuda, il vento risuona come una preghiera, e poi si giunge a Gerusalemme, ammantata dal cielo più puro e azzurro che si possa immaginare.

Gerusalemme la Splendente, dove inseguendo la luce Etiopi, Armeni, Arabi, Ebrei cercano ogni giorno la loro fede, il loro posto nel mondo. Le mura di Solimano il Magnifico, la grande Moschea, la città vecchia, il complesso dei Benedettini, il Santo Sepolcro, il suk sono tasselli di un mosaico troppo vasto perchè l'occhio umano possa riordinarlo, o semplicemente comprenderlo. 

 Camminando fino al muro del pianto, il  giorno dello shabat, ci imbattiamo in ebrei ortodossi vestiti di nero, tutti molto simili fra loro, come gli uomini d'affari old style della city londinese, dei quali hanno la stessa indifferenza, lo stesso passo affrettato, ma per motivi molto diversi. Persino i bambini di tre o quattro anni sono vestiti di nero come gli adulti della loro comunità e i loro sorrisi, il loro sguardo capace di abbracciare tutto ciò che li incuriosisce, le loro risate, le loro corse spensierate sembrano una garbata caricatura dell'esagerazione dei loro adulti. Alcuni di noi avrebbero voglia di chiedere a questi men in black dove sia possibile acquistare, nella città Santa, abiti multicolori, ma alla burla suscitata dall'eccentricità degli ortodossi si sostituisce presto la riflessione: questi uomini sono tristi, chiusi, spaventati al punto da non riuscire nemmeno a guardare ciò che è diverso senza sentirsi impuri al punto da dover correre a cercare una fontana per lavarsi mani e viso. C'è fila, per entrare nella spianata del muro del pianto, e il pellegrino più vivace, di cui non citiamo il nome, propone di sfiorare gli ortodossi che ci precedono in fila, così saranno tutti costretti a tornare a casa a lavarsi e il gruppo del Laboratorio della fede entrerà senza perdere tempo!!! Dietro l'ironia spesso si celano verità difficili e così è in questo sabato incancellabile, in cui l'ostilità suscitata dal timore e dalla presunzione di essere "eletti" si tocca con mano e il dialogo nell'amore si rivela fitto di ostacoli.

Incontriamo il nunzio apostolico, parliamo con un ebreo italiano che ha fatto l'alliat e con padre Manns, un archeologo francescano di straordinaria umanità, e più passano le ore più la pace sembra lontana. Ogni gruppo crede sinceramente di aver sofferto abbastanza per meritare l'affermazione dei suoi diritti, ogni gruppo ha pianto le sue vittime e non è disposto a cedere su nessun fronte, ogni gruppo è stanco. 

I profughi palestinesi vivono in condizioni disumane, la comunità ebraica rabbrividisce ancora al ricordo del suo milione e mezzo di bambini uccisi nei campi di sterminio, i cui nomi sono letti ininterrottemente da una voce che impiega una anno a scorrere tutta la lista, nel museo commemorativo in cui si entra in una stanza buia, si cammina tenendosi ad un corrimano, si ascoltano parole agghiaccianti nella loro banalità, come " Ivan, quattro anni, Grecia", poi si guardano le candele moltiplicate nei riflessi degli specchi, come anime salite al cielo, e si chiama Dio, sconvolti dalla sua assenza. Ma Dio ha creato l'uomo libero, per rispettarne la dignità, è il male che deve far riflettere, perchè l'orrore non trovi più spazio nella storia.

Forse prima ancora di decidere chi sono i legittimi proprietari della Terra Promessa, bisognerebbe, almeno noi cristiani che abbiamo la fortuna di non costruire le nostre coscienze su assurde presunzioni ontologiche di superiorità dell'uomo sulla donna, del credente sull'infedele, del "normale" sul diversamente abile; almeno noi, che sappiamo che Cristo è morto per tutti, peccatori compresi; almeno noi che abbiamo provato la gioia del perdono non possiamo e non dobbiamo smettere mai di amare, perchè nessuno è in grado di amare come chi è stato perdonato.

Forse dovremmo iniziare a pensare che Gerusalemme è santa perchè multiforme, perchè qui persone di tribù, tradizioni, sapori e credenze diverse vengono a cercare Dio, e Dio ha un solo vero nome: AMORE. Forse credere in lui vuol dire anteporre all'ansia di evangelizzaione dell'altro la sua accoglienza, perchè Cristo non ci chiede mai conto dei nostri percorsi tortuosi: ci attende in silenzio, finchè ci arrendiamo alla bellezza del suo messaggio, parole di vita per le quali non è mai tardi, e non è tardi per nessuno. All'altro non si può donare che la propria gioia, il proprio amore, non importano le contingenze culturali e cultuali. La conversione ultima delle anime solo Dio può conoscerla fino in fondo, Lui che conosce il cuore di tutti gli uomini della Terra.

Queste sono speranze che non cambieranno le cose, ma le speranze ci sono state donate perchè sono come le stelle: la loro assenza non ci farebbe morire, ma come sarebbe il cielo se non ci fossero più?

Clelia


Caro laboratorino, come stai?


Non ci vediamo da  molto tempo, perciò ora metto daparte un po' il lavoro per raccontarti degli ultimi eventi.
Come sai, io e il gruppo dei giovani pellegrini di pace partiamo il 4 settembre alla volta di Tel Aviv.

E' impressionante osservare Israele dall'aereo: giardini a ridosso del deserto, incredibile!

In serata giungiamo a Nazareth ed incontriamo una comunità arabo-cristiana guidata da un Cardinale impegnato in prima linea, simpaticissimo e di grandissima umanità. La comunità è, infatti, formata da Arabi-Cattolici che rappresentano una bellaminoranza sia sociale che religiosa. Il giorno dopo arriviamo sul Monte delle Beatitudini e sul Lago di Tiberiade:che pace, che esplosione di gioia della natura; due luoghi spiritualmente elevati.

Nel pomeriggio giungiamo sul fiume Giordano in cui rinnoviamo le promesse battesimali e poi proseguiamo fino al Deserto di Giuda dove passeggiamo e meditiamo fino a perdita di spazio e tempo ma Gerusalemme ci attende.
 La città vecchia è divisa in 4 quartieri: Ebraico, Cristiano, Mussulmano, Armeno. La città nuova
è, ovviamente, perfetta, bella e pulita.
Puoi immaginare (no, forse non si può) l'emozione nel visitare il S.Sepolcro, il Golgota, ilGiardino dei Getsemani, nel ripercorrere la Via Crucis tra le vie del Mercato arabo immersi nelle voci di centinaia di persone, nell’attraversare il confine palestinese per visitare Betlemme e la Basilica della Natività, nel passare sotto lo sguardo di soldati armati fino ai denti ed ultra diffidenti, nel salutare i coraggiosi francescani veri custodi del patrimonio della Terra Santa. 
Visitiamo anche il memoriale dei morti dell'olocausto: un nodo alla gola blocca le nostre parole alla fine della visita. Pensa che è necessario
1 anno e mezzo per pronunciare il solo nome di tutti i bambini uccisi! Che gioia provo alla chiesa della Visitazione di Maria ad Elisabetta e nel
luogo dove nacque il Battista.
Una sera incontriamo anche un ingegnere italiano ebreo che a 20 anni  aveva scelto di andare a vivere a Gerusalemme ricco di speranza e di fede,
abbiamo parlato con un uomo molto freddo ed estremamente severo e cinico nelle sue riflessioni. Nel giorno di sabbath, invece, facciamo visita al muro del pianto, non senza essere prima perquisiti a fondo e letteralmente in ogni tasca. Al nostro passaggio gli Ebrei ortodossi ci evitano, guardano altrove, come se non esistessimo e soprattutto qualcuno sputa anche per purificarsi dalla nostra "mondanità"! veramente ridicoli e buffi. Porterò sempre nel cuore i bambini palestinesi che ci hanno accolti con un sorriso, la nostra vulcanica guida, Padre Manns, autentico pozzo di saggezza e cultura, ma soprattutto un uomo di vera fede.
Ma ormai è tempo di tornare in Italia e salutiamo Gerusalemme dalla collina di Abu Gosh dove ci si strappa le vesti perchè si lascia la Città Santa.

 Arriviamo di nuovo a TelAviv ed un ceck-in estenuante ed una frontiera veramente difficile ci attendono. Clelia viene trattenuta per più di un ora
perché hanno scambiato il suo asciugacapelli per una pistola (senza parole).
Ora sono all’università, la vita di tutti i giorni è ripresa, ma i miei pensieri sono in quel cielo meraviglioso della terra tanto amata da Dio ed
offesa dall’odio dell’umanità.
Spero che la prossima volta anche tu decida di venire con noi.

Un abbraccio affettuoso

Angelo

Impressioni? Sarò coinciso:

1. Emozioni fortissime: la Terra trasuda, nonostante tutto, spiritualità "da ogni dove";

2. Gente ospitale: mi riferisco soprattutto alla componente araba della  popolazione (gli ebrei ultraortodossi erano meno "espansivi", praticamente abbassavano lo sguardo quando incrociavano un "impuro");

3. Pace (?!!?): il nostro pellegrinaggio era dedicato alla pace in Terra Santa. Purtroppo, come puoi ben immaginare, questa è l'unica nota veramente dolente. Si sapeva che la situazione è drammatica ma constatare di persona  la completa chiusura di entrambe le comunità in conflitto, la non  volontà di capire (ma nemmeno riconoscere) anche solo una minima ragione dell'altro da te, è veramente "disperante";

4. Pace2 (?!!?): nella Terra in cui le varie confessioni che professano il Verbo si "fanno la guerra" per gestire i luoghi santi della cristianità, quale speranza si può coltivare per un dialogo costruttivo tra le  diverse religioni?

5. Signore: il mio momento più "forte" è stato durante la celebrazione al 'Cenacolino' francescano di Gerusalemme, quando i nostri tre sacerdoti hanno imposto le loro mani sulle nostre teste. La percezione dell'amore di Dio per ciascuno di noi era "tangibile"!

6. P. Mans: il nostro biblista-guida in terra di Israele. Semplicemente fantastico!

7. I pellegrini: eravamo splendidi!!!!

 Salut'

Stefano

Poveri Ebrei, Poveri Palestinesi, Povera Umanità

Giovani ebrei nelle loro divise da soldati che pattugliano la Gerusalemme antica,

fucili mitragliatori così grandi che quasi sembrano piegarli,

visi puliti macchiati da armi portatrici di morte. 

Posti di blocco per passare al muro del pianto,

dove giovani soldati ebrei di colore controllano minuziosamente ogni dettaglio,

sono tolte le cinte, ogni oggetto di metallo e ogni tasca viene sezionata. 

Posti di blocco per passare a Betlemme zona palestinese,

lungo la strada transenne di cemento per impedire scatti d’automezzi,

garitte perfettamente mimetizzate con mitra che spuntano da ogni parte.

Mezzi posti ai lati pronti ad intervenire.

Salgono soldati sul Pullman per vedere i passaporti, sempre armi in pugno.

 

O povero Israele che vive nel terrore degli attentati

e poveri arabi che nella disperazione di chi non ha più nulla sacrificano la propria vita per creare danni al nemico.

 

Povera Terra Santa dilaniata dall’odio e dalla violenza,

povera Betlemme martoriata dalle bombe, città in continuo rifacimento.

 

Povera umanità che vede i luoghi santi continuamente sotto l’incubo della violenza.

Riccardo

Diario di viaggio salendo a Gerusalemme

Andare in Israele oggi non è come andare al mare o a visitare un museo. Sembra piuttosto come entrare in un telegiornale, fare il cronista, “vedere” la notizia. Qualcuno ci sconsigliava, qualcuno sorrideva all’idea, altri ci prendevano per matti. Con i parenti e gli amici con il cuore in gola partiamo!

Il viaggio procede tranquillo ed a parte un po’ di fila al controllo passaporti a Tel Aviv niente di strano. Puntiamo su Nazareth. L’albergo non è granché e la cena neanche ma va bene così. Accidenti siamo in Israele!

Ma già la sera capiamo di non essere in un posto normale. Saliamo alla basilica dell’Annunciazione e ,mentre ci avviciniamo ci accompagna il muezzin con il suo richiamo melodioso. Chiama i musulmani alla preghiera, mi dicono! Beh, non siamo musulmani ma stiamo andando alla preghiera lo stesso, andrà bene anche così?

La basilica porta ovunque i segni della storia e della fede. Ci riuniamo per la Messa ed arrivano una decina di ragazzi palestinesi, forse di più, forse non sono palestinesi, solo arabi, beh, in realtà sono israeliani anche loro, non ebrei però, arabi si, però cristiani. Che confusione!!
Tecnicamente arabi cristiani con cittadinanza israeliana, mi dicono. Possibile? Ma si può? Sono più di un milione e mezzo su sei milioni di israeliani, mi spiegano ancora. E chi se lo aspettava! In realtà alcuni di loro sembrano napoletani, ma tu guarda che roba!!

Dopo la Messa c’è la festa, si mangia e canta assieme. Scopro che il mandorlo nella Bibbia simboleggia la fedeltà, ecco il perché dei confetti alle mandorle per i matrimoni. Scopro ancora che il fico rappresenta la dolcezza infinita, una perfezione senza uguali. Poi dicono che non capiamo un fico secco!!

Scopro che anche gli arabi cristiani israeliani conoscono o’sole mio e che cantano, applaudono e si divertono proprio come noi. Ci salutiamo ma ci fermiamo a chiacchierare con un gruppetto di ragazzi.
Fanno parte di una comunità cristiana di vita in comune, c’è un greco ortodosso, un maronita, due cattolici romani, tre ragazzi ed una ragazza. Vivono assieme nella Fede. Conoscono Taizè e dai loro racconti scopro una piccola Taizè di fraternità ecumenica in Israele, nella lontana Galilea, a Nazareth! Cosa potrà mai venire di buono da Nazareth?

E’ mattino! Si parte verso Gerusalemme! Visitiamo le rovine romane di Sephoris ed arriviamo al lago di Tiberiade. E’ un grande lago che si perde in una campagna fatta di colline dolci. Qui Gesù ha predicato, ha camminato sulle acque. Noi resteremmo a guardarlo per ore dal Monte delle Beatitudini, immersi in una quiete irreale. Ma non c’era la guerra in Israele? Beati i costruttori di pace perché saranno chiamati figli di Dio! Scendiamo dal Monte, questa frase mi resterà in mente per tutto il viaggio!

Arriviamo a Cafarnao, la casa di Pietro è grande, non era mica così povero Pietro. Pare che i pescatori all’epoca non se a passassero poi così male! Poi c’è Tabga, la moltiplicazione dei pani e dei pesci, Caana, con il famoso vino per le nozze. Stiamo passeggiando nella Bibbia, è emozionante.

Ma il bello non è ancora arrivato. Costeggiamo il Giordano, rinnoviamo il nostro battesimo nelle sue acque, ce ne portiamo un po’ a casa. Forse ci si battezzerà qualche bambino napoletano!
Dall’altro lato c’è la Giordania, i due paesi sono in pace ora. Alcuni turisti cinesi ci guardano incuriositi! Non inizieranno a fare commerci anche qua mandando in rovina anche l’economia israeliana dopo quella italiana? Non c’è problema! Quaggiù sono già in rovina!

Il deserto!!! Che spettacolo!! Una distesa di pietre, colline fatte di pietra, non c’è un albero, il rumore lontano di qualche auto ma non possiamo che rimanere lì a guardare questa meraviglia….e riflettere! Tutto il caos delle nostre città è proprio indispensabile! Se i clacson non ci fanno più sentire il vento, non avremo sbagliato qualcosa? Ci rimarremmo ore, ma andiamo via dopo pochi minuti! Bisogna salire a Gerusalemme!!

Eccola!! Compare subito dopo un tunnel! E’ uno spettacolo straordinario! Il sole tramonta e la città risplende!! Accidenti, quel tunnel lo hanno costruito per permettere agli ebrei di arrivare nella città vecchia senza passare per la parte araba. Potremmo fare qualcosa di simile per le periferie degradate delle nostre città. Pensiamoci!

Arriviamo nel nostro alloggio nel centro della città vecchia. Abbiamo incontrato tre soldati in tutto il viaggio. A Napoli ce n’erano tre ogni 500 metri quando siamo partiti. Dov’è la vera guerra?

Al mattino facciamo la via crucis, visitiamo i luoghi santi. Qualcuno entra nel Sepolcro con la bandiera della pace come un pareo, con i calzoncini non ti fanno entrare. Sarà un segno! Fuori al Sepolcro due arabi litigano! Mi sa che non l’hanno visto….il segno!!

Ovunque è storia, fede, ma davvero è successo tutto questo? Ci sono le prove archeologiche, ci dicono! Qui Gesù c’è stato davvero! Il Getsemani, il palazzo di Pilato, il Calvario, la Croce. Forse ce le abbiamo tutti queste cose, chi più, chi meno!

Ma la storia è nei volti, nelle persone, negli arabi, ti rubano il portafoglio, già lo hanno fatto!! Vatti a fidare degli arabi! Ma si laveranno mai questi? Il Suk, se non tratti ti vendono le cose a dieci volte il loro valore! Ti inseguono, cercano di convincerti, compra qualcosa! Sembra di essere ad un semaforo in Italia. Ma sono tutti così?

No, gli ebrei no! Sono puliti loro! Quelli vestiti di nero, gli ultra ortodossi sono così puliti che se ti sfiorano corrono a purificarsi! Ma non c’è pericolo! Non ti si avvicinano e non ti guardano neanche!! Ma puzzo? Sono sporco? Sarà mica così che si sentono gli albanesi?

Nelle moschee non si può entrare, andiamo al muro del pianto, il biglietto nella fessura chiede pace, qualcuno ascolterà?

Si torna in Istituto, Oddio, abbiamo perso qualcuno, e adesso? Con tutti questi arabi? Andiamo a cercarlo! Accidenti dove sarà? Che paura! Ma che fa? Sta prendendo un tè in un negozio, ride e scherza con un gruppo di arabi, ma che lingua parlano? Beh, lui parla napoletano!!

Il giorno dopo si va a Betlemme, lì si che c’è la guerra! Incontriamo un primo posto di blocco! Ma come sono giovani questi soldati israeliani e com’è carina quella soldatessa! Ehi, mi ha sorriso! Allora sono ragazzi normali!!
A Betlemme la bandiera della pace sventola su un pennone, ce l’avrà portata qualche italiano! La grotta non c’è più, c’è una Basilica ortodossa! Che strambi gli ortodossi, incenso, canti e paramenti ricchissimi! Non sono ortodossi, sono armeni. Possiamo entrare! Zitti però!

Certo Betlemme è povera, è tutto rotto. Pare che ogni tanto arrivino i carri israeliani, distruggono e poi si ricostruisce! Così va la vita! Si rientra a Gerusalemme, andiamo al memoriale della shoà! Un milione di bambini uccisi dai nazisti! Può un perseguitato farsi persecutore? Può chi ha sofferto non capire il dolore di chi soffre?

Abbiamo lasciato le file dei palestinesi al check point, troviamo una fila di poliziotti per un incendio in città! Un attentato? La televisione non dice nulla! Noi ci guardiamo la partita! Vince l’Italia, Viva l’Italia!

Si parte! I bambini arabi ci vedono andare via e ci salutano, sorridono! Tutti noi speriamo di tornare! Quando ci sarà la pace però! Ci sarà mai la pace? Che cos’è la pace?

Eccoci a Napoli, il traffico, il lavoro, i colleghi ti fregheranno, non fidarti degli estranei, non scendere con la collanina, metti l’antifurto alla macchina, per favore evita quel quartiere, attento agli zingari, sono tutti delinquenti quelli!
Siamo tornati! Siamo sicuri di stare meglio qua?
Marco


 


 

 

Hosted by www.Geocities.ws

1