DAL NUMERO IN EDICOLA DI FAMIGLIA CRISTIANA ON LINE http://www.sanpaolo.org/fc/0310fc/0310fc42.htm
SOCIETÀ
L’ITALIA E LA CRISI DELLA DEMOCRAZIA: PARLA GIUSEPPE DE RITA
UN PAESE SVUOTATO
Istituzioni
ridotte a scatole vuote, personalismo esasperato, populismo a tutti i livelli,
debolezza della classe dirigente. È l’impietoso scenario disegnato dal
segretario generale del Censis. Che a proposito di Berlusconi e Prodi prevede...
Si accende un sigaro e subito par che da quelle volute di fumo si materializzi l’Italia di oggi, con le sue macerie istituzionali: palazzi in rovina abitati da consiglieri comunali ridotti a «comparsa dell’attività e dell’attivismo» dei sindaci, dei governatori delle Regioni, del premier, compreso il Parlamento, ucciso dal potere esecutivo e da quello giudiziario, dove i deputati ormai sono «maschere mute che votano a scatola chiusa leggi sempre più blindate». Giuseppe De Rita, fondatore e segretario generale della Fondazione Censis, il maggior istituto italiano di ricerche socioeconomiche, è il ritrattista ufficiale del nostro Paese da quasi quarant’anni. Nel paesaggio istituzionale che ci dipinge abbonda con le tinte fosche, tutto ombre e luci peggio di un Caravaggio: dalla scomparsa dei grand commis che tenevano in piedi il Paese, vittime dello spoil system, «di coloro che dicono: siccome siamo al potere mettiamo i nostri dirigenti», alle strutture pubbliche «condannate o a non contare nulla rispetto allo strapotere del denaro, o a essere distorte a fini privati».
Tutto questo può essere sintetizzato con un solo concetto: crisi della democrazia partecipata. Lui, che si definisce «più guelfo che ghibellino», parla di «tradimento dei chierici», dove i chierici sono «tutti coloro che le istituzioni le abitano e dovrebbero servirle invece di servirsene». Un’altra boccata dal sigaro, un’altra nuvoletta di fumo ed ecco condensarsi i protagonisti del potere di oggi, con il loro personalismo, tutti quei «Perón, anzi "peroncini", di destra o sinistra, che ci guardano dalla cima come dei faraoni». Col rischio che chi comanda si trovi in cima a una piramide che non c’è più: «Perché i comportamenti individuali della gente si aggregano in dinamiche orizzontali e non gerarchiche: se qualcuno pensa di comandare dalla cima di una piramide rischia di ritrovarsi come lo stilita sulla colonna: sia essa bassa o alta, intorno c’è il vuoto».
«Ettore Bernabei diceva che la Rai anticipa di 10 anni quello che succede nel sistema politico italiano. Io le risponderei la stessa cosa. In Rai il tradimento dei chierici è cominciato prima che altrove».
«È un fatto nuovo, ma può essere anche il frutto perverso della democrazia diretta, dove chi conta è il popolo».
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«Il rischio è altissimo. La democrazia diretta è quella che fa eleggere il Berlusconi di turno dal popolo. Per cui Berlusconi dice: io sono stato eletto dal popolo e dunque ho franchigia giudiziaria, i parlamentari sono stati eletti al mio seguito e fanno quello che io voglio, e via di questo passo. Silvio Berlusconi fa il capopopolo».
«Mi lasci finire. D’altra parte coloro che non hanno eletto il capopopolo (perché nella democrazia diretta non hai altra possibilità, non puoi andare a fare opposizione al partito, in consiglio comunale, al sindacato eccetera) devono rassegnarsi a fare il popolo in piazza. Sa chi l’ha capito molto bene questo?».
«Bertinotti. L’ho sentito alla radio. Lui dice: c’è una trasformazione strutturale in Italia; oggi vale il popolo e quindi noi dobbiamo coltivare il popolo, con le sue emozioni, fino in fondo, dobbiamo in qualche modo far fruttare questa dimensione di popolo perché è il nostro modo di far politica. Nei fatti è speculare a Berlusconi. Identico! In questi dieci anni, diciamo da Segni in poi, tutto è stato legato alla democrazia diretta. È stata un’escalation. Fra un po’ eleggeremo direttamente anche il capo dei pompieri».
«No, perché la democrazia dal basso è un meccanismo di partecipazione, non un meccanismo di esplicitazione dei sentimenti. Vede, io non ho nulla contro i sentimenti. Mi ritengo umanamente molto sentimentale, così come cerco di essere un buon cattolico. Ma quello che mi spaventa della piazza non è il sentimento, ma la procedura di popolo. Perché il popolo è sempre indistinto: il popolo che ha votato Berlusconi ha votato in modo indistinto. Non ha votato perché faceva un scelta di classe, di programma eccetera. Ma anche il popolo di Cofferati è indistinto. Cofferati parla sempre di diritti: dei lavoratori, delle donne, dei bambini... Ma diritti "de che"? Tutti abbiamo diritti. Ovvio. Elencarli non serve. Se non a tenere insieme un popolo indistinto».
«La pace è una cosa nobile. Ma poi bisogna andare oltre. Questa gente va in marcia per dire: ci sono. E poi? Specialmente noi cattolici sui valori dobbiamo testimoniare. Ma testimoniare è condensazione politica di un popolo, significa articolare, differenziare nelle varie istituzioni e nelle altre organizzazioni della società civile. Come diceva Andreatta, la civiltà è differenziazione. Il popolo non si articola. Al massimo dice: ci sono. Questo per noi cattolici è importante. O noi viviamo la dimensione di distinzione, di coagulo intermedio, oppure lasciamo il popolo nell’indistinto, rischiando di perderne la guida nei processi politici. La storia stessa è fatta di logiche distinte. Lo si vede in quel bellissimo libriccino di Andrea Riccardi su De Gasperi e Pio XII nel ’52, al tempo dell’operazione Sturzo. Lì si avverte chiaramente la bellezza del pensiero di De Gasperi che spiega al Papa che la politica è distinzione. Pio XII vorrebbe un blocco unico, destra compresa, contro il comunismo. De Gasperi no, lui articola: preferisce fare l’alleanza con i repubblicani e i liberali, che sono diversi da lui. Così mantiene la sua distinzione! Non fa il popolo cattolico che scende in piazza. Anche la sinistra deve fare coagulo se vuol salvarsi. Altrimenti l’indistinto sfarina pure Fassino, D’Alema e compagni».
«Su questo siamo tutti d’accordo. Ma anche il Papa, dopo gli appelli, ha un suo reticolato diplomatico che agisce in modo differenziato. È la forza della Chiesa. Fermarsi alle marce non contribuisce allo sviluppo democratico».
«Bollati riporta una frase di De Bosis che asseriva che "il primo popolo sfanga la vita nel lavoro quotidiano", il secondo popolo "pensa il sentimento del primo, e quindi ne è il legittimo sovrano", cioè si arroga il diritto di fare quello che il primo popolo non vuole».
«Sì. Anche se il primo popolo è quello che ha vinto, dal Dopoguerra agli anni ’90, perché è rimasto differenziato: coltivatori, braccianti, ceto medio. Solo negli anni ’90 il popolo è diventato indistinto. C’è stato un grande imborghesimento, come diceva Pasolini, ma non siamo diventati borghesi. Berlusconi non ha creato questo popolo indistinto: se lo è trovato e lo usa».
«No, in Italia non c’è un’élite. Ci sono due derive populiste, due gruppi di Perón, anzi di "peroncini", che solleticano un popolo indistinto. Lo stesso Berlusconi è un capo-azienda che trasferisce logiche aziendali alla politica. L’ultima élite italiana è stata quella dei cattolici dossettiani in senso lato, gli uomini dell’Iri, dell’Eni, i Mattioli, i Saraceno, i Mattei, coloro che hanno immaginato lo Stato come soggetto dello sviluppo».
«I problemi di Berlusconi non sono giudiziari. I suoi problemi sono dovuti alla consapevolezza del fatto che l’elettorato potrebbe rimanere deluso. Finora si è distratto per fattori esterni: la crisi, la guerra. Ma poi? Se gli scoppiano i conti pubblici? Prima che arrivi questa delusione lui potrebbe portare il Paese alle elezioni anticipate. Quanto ai guai giudiziari, non credo che si arriverà a quello. Anche perché se i giudici gli dovessero dare eccessivo fastidio lui comincerebbe a tirare in ballo il suo vero avversario politico: Romano Prodi. Aspettiamoci un’operazione di cecchinaggio su Prodi da qui a breve».
«In questo senso era già morto».
«Vent’anni fa noi scrivemmo che il sistema economico italiano era costituito da pochi grandi alberi, la Pirelli, la Fiat, l’Olivetti, la Montedison e un milione di fili d’erba: le piccole e medie imprese. Oggi molti fili d’erba sono diventati cespugli. Ma gli alberi sono finiti. Hanno cercato la salvezza nelle bollette. Pensi a Pirelli-Telecom o ai Benetton-autostrade. Perché la grande impresa ha bisogno di un tale flusso di crescita che soltanto i consumi collettivi riescono a soddisfarlo. Ma la grande impresa è una zavorra che ci portiamo dietro senza pensare che una società complessa ha bisogno di nicchie, di articolazioni».
«Gli ultimi due grandi studi di ricerca sono stati quello della Montecatini e quello della Fiat. Il primo non c’è più. Quanta ricerca abbia fatto il secondo lo stiamo vedendo in questi mesi. E poi la ricerca non la fa solo la grande industria. Anche la piccola impresa può farla nell’era della globalizzazione. Prenda le calze di Castel Goffredo».
«Sì, i calzifici di questo Comune che producono il 23 per cento delle calze di tutto il mondo. Hanno adottato una tecnologia della Nasa per mantenere la fibra dei collant elastica e solida allo stesso tempo. Per cui le calze delle nostre madri cadevano e quelle delle nostre mogli non cadono. Una grande impresa si metteva a fare una cosa del genere? O il Cnr?
«C’è ed è dovuto a tre componenti: la prima è una componente antropologica. Abbiamo corso tanto negli anni ’60, ’70 e ’80, e ora siamo appagati, un po’ invecchiati, non siamo più nella fase adolescenziale del nostro sviluppo. È quella che ho chiamato l’Italia con le pile scariche. Secondo: quelli che hanno voglia di sfide vanno all’estero, in Tunisia, in Romania, in Cina. E non ci vanno per il minor costo del lavoro. Vittorio Merloni mi diceva che i costi di produzione rappresentano il 30 per cento, all’interno di questi il costo del lavoro rappresenta l’otto per cento. Il resto della spesa sono logistica, marketing e distribuzione. No, gli imprenditori non vanno in Cina perché gli operai costano meno. Vanno in Cina perché ci sono un miliardo e passa di consumatori, perché lì c’è mercato, nuove sfide...».
«I grandi investimenti, che sono la benzina dello sviluppo, ormai vanno sui settori del terziario, non sulla produzione. L’ultimo grande investimento produttivo è stato Melfi, dieci anni fa. Ma i due grossi investimenti che si faranno in Italia saranno sulla Fiera di Milano e la Fiera di Roma. Fiere, porti e interporti sono la scommessa del futuro».
«In Italia ci sarà classe dirigente quando ci sarà una cultura di sistema.
Inoltre ci sono imprenditori bravissimi, come i Vittorio Merloni o gli Orazio
Rossi, ma che non hanno quell’immagine e quel potere di cui disponevano gli
Agnelli e i Pirelli. Agnelli era senatore a vita, aveva la Juventus e via
dicendo. L’unico che sta tentando è Marco Tronchetti Provera, ma non so se ci
riuscirà».
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QUEI LIBRI PER
APPROFONDIRE
Uno dei libri citati da Giuseppe De Rita per capire il significato di "differenziazione democratica" è un saggio uscito per i tipi di Laterza. Si intitola "Pio XII e Alcide De Gasperi. Una storia segreta», ed è scritto dallo storico Andrea Riccardi, che ha ricostruito i colloqui informali avvenuti tra il grande statista democristiano, il Pontefice e alcune figure della Chiesa ai tempi dell’"operazione Sturzo", la creazione di un’unica lista in funzione anticomunista alle elezioni di Roma, nel ’52, con l’alleanza tra i cattolici e l’Msi (tentativo fallito). De Gasperi, contrario, preferiva un rafforzamento della Dc attraverso un’alleanza con i partiti laici. Il secondo volume citato è opera di Giulio Bollati (L’italiano. Il carattere nazionale come storia e come invenzione, Einaudi). L’autore inserisce l’immagine risorgimentale dei "due popoli": un popolo irriflessivo e inerte e un "popolo moderno", élite pensante, chiamato a «pensare il sentimento» dell’altro popolo. Sullo svuotamento delle istituzioni De Rita ha scritto un agile volumetto dal titolo Il regno Inerme (Einaudi). |
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