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Dieci ore di alba
Tutto si era svolto con una facilità imprevedibile. Alle quattro e ventisette aveva puntato il fucile alla testa del pilota. Alle quattro e cinquantadue l'aereo era decollato senza troppi problemi. Si guardò intorno. La zona passeggeri era immersa in un'atmosfera innaturale, un enorme supermercato deserto con le merci esposte in perfetto ordine. Lui era l'unico elemento che stonava, l'unico essere umano in un mondo di plastica e feltro grigio. Era abituato ad essere la tessera fuori posto del mosaico. Non era una sensazione spiacevole, tutto sommato. Aveva da anni compreso l'inutilità della lotta e della competizione: non aveva mai incontrato nessuno abbastanza forte o intelligente da poter essere considerato un modello, nessuno che fosse stato in grado di spiegargli il senso della vita. Non aveva nessuna certezza, solo quella di dover morire. La morte non lo spaventava: l'unica cosa che lo disturbava era il non sapere il momento preciso in cui sarebbe sopraggiunta.
Prima di partire, aveva comprato un mazzo di tulipani gialli e li aveva immersi fino al calice nel vaso di ottone, aveva lucidato il marmo rosa della tomba e il vetro sopra la fotografia. Lei adorava quella fotografia, la mostrava orgogliosa a tutti quelli che andavano a trovarla. Avevo diciannove anni qui. Non ero bellissima? Guardate che figurino. Il fantasma di un passato in bianco e nero. Era per lei che aveva posticipato la data. Sarebbe morta per il dolore, e per lei la vita aveva ancora un significato.
Gli ultimi quarant'anni, quelli vissuti per ricatto, erano trascorsi nell'anonimato più completo. Un racconto, cinque poesie pubblicate, un romanzo incompiuto. Qualche ricovero in ospedale. Due o tre buoni amici. Questa era l'eredità che lasciava al mondo. Niente di grandioso, niente di fenomenale. Ma la sua morte quella sì che sarebbe stata uno spettacolo. Quella sì che avrebbe lasciato il segno. L'aveva pianificata per tre anni, da quando sua madre aveva sentito qualcosa di strano sotto il seno sinistro, mentre stava facendo la doccia. Il dolore era accompagnato da un senso di sollievo.
Avrebbe visto il sole sorgere fino a quando il carburante sarebbe durato. Più o meno dieci ore di alba, in fuga dal sole.
Tutto quello che considerava importante nella sua vita era successo all'alba.
Si ricordò della notte in cui, con le labbra riarse dal sale di due sacchetti di pop-corn, aveva strappato un bacio dalla bocca addormentata del suo migliore amico. Solo per provare, si disse. Per amore, in realtà. Si ricordò, subito dopo, di averlo guardato attentamente. Era seduto per terra, le braccia adagiate sui cuscini del divano, simili alle ali spiegate di un gabbiano, il volto appoggiato sulla spalla. Un cristo del Mantegna trafitto dalla luce irreale del televisore e dai dardi di sole filtrati dalla tapparella. Non si era accorto di niente. Quelli furono l'istante più lungo e l'atto più coraggioso della sua vita. Una fortunata coincidenza per una persona vissuta di ricordi. Quasi gli sembrava impossibile di aver passato l'adolescenza, e gran parte di quello che era venuto dopo, ad amare una persona basandosi sul nulla. Aveva ingigantito a tal punto alcuni gesti di affetto da farli diventare le solide fondamenta di una situazione irreale. Si ricordava di aver letto, in uno dei tanti libri della sua vita, che la mente era uno strano posto in cui cercare lo spirito e la carne di un amore reale. Eppure, per quanto strano fosse, e per quanto condividesse l'affermazione, era lì dentro che aveva vissuto tutta la sua vita di adulto. Un posto stretto ma confortevole. E abbastanza sicuro, nonostante tutto.
Tirò fuori l'orologio da taschino che la sua bisnonna aveva ricevuto in pegno per le sue prestazioni amorose da un generale tedesco, circa cento anni prima, durante la grande guerra. Un oggetto pieno di storia, cui era profondamente legato. Gli ricordava di avere un passato e delle radici. Conosceva nei minimi dettagli il disegno scolpito sul retro. Chiuse gli occhi e vi passò sopra l'indice della mano destra: le corna del cervo braccato, i tre cani da caccia ansimanti, il tronco caduto che li separava. Facendo ruotare la coroncina, posizionò la lancetta più lunga sull'undici e quella più corta sul cinque. Sua madre era morta a quell'ora, quattro giorni prima. Poi fermò il meccanismo. Lo scorrere del tempo non aveva più alcun senso ormai.
Si alzò e si avvicinò in silenzio alla cabina di pilotaggio. Nella destra sentiva il caldo del legno, nella sinistra il freddo dell'acciaio. Il colpo fu preciso e mortale: il pilota non si accorse di nulla. Una luce rossa prese a lampeggiare sul pannello di controllo col ritmo del cuore di un topo impazzito. Uno scossone lo fece cadere a terra.
Incespicando leggermente si posizionò sul sedile del pilota in seconda: posò il fucile, allacciò la cintura e, sorridendo, guardò l'oceano avvicinarsi sempre più, pronto a stringerlo nelle sue forti braccia celesti.
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