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ALTO RENO TOSCANO (http://groups.msn.com/ALTORENOTOSCANO)
PRESENTIAMO DUE TESTI DI TIZIANO TERZANI DEDICATI ALL'ORSIGNA. UN ARTICOLO DEL 1997 E UN ESTRATTO DAL SUO ULTIMO LIBRO "LA FINE E' IL MIO INIZIO" (LONGANESI 2006)
L'ORSIGNA DI TIZIANO TERZANI (articolo pubblicato domenica , 24 agosto 1997)
Le streghe erano tre. Stavano sedute sui rami alti del noce accanto alla fontana. Confabulavano e ridevano. Dapprima Ettore sent� solo le loro voci, poi, aguzzando gli occhi gi� abituati al buio della notte perch� tornava a casa dopo aver giocato a carte con gli amici, le riconobbe. Volle scappare, ma anche le streghe avevano riconosciuto lui e la pi� vecchia lo blocc� con la sua maledizione: �Ettore, quel che hai visto scordatelo. Se mai ti esce una sola parola di bocca, subito morirai�. Passa rono gli anni ed Ettore non disse mai nulla a nessuno. Poi un giorno che era in Calabria a fare il carbone con dei compaesani e che il discorso, durante la cena, cadde sulle streghe, e che il noce, la fontana e il bar gli parevano lontanissimi, gli v enne da aprirsi il cuore. �Io le streghe le ho viste...�. E fece i nomi. La mattina dopo, mentre era al lavoro, una carica di legna gli venne inspiegabilmente addosso ed Ettore ci rimase secco. Questa fu una delle prime storie che mi raccontarono q uando arrivai ad Orsigna. Ero bambino, venivo dalla citt� a villeggiare e volevano che imparassi a comportarmi ed a rispettare i tab� della montagna. Ogni bosco, ogni forra, ogni roccia sembrava averne uno e i loro nomi parevano fatti apposta per n on far perdere alla gente la memoria delle loro origini, cos� come le croci e le madonnine messe lungo i sentieri e per le selve. La Tomba era un piano che una donna, per sfidare la credenza che l� ci si aggirava uno spirito, una notte d'inverno avev a voluto attraversare. Dal grembo le era caduto il fuso con cui filava la lana, quello s'era piantato nella neve bloccandole la gonna, lei s'era sentita come tirata da una mano invisibile e al mattino l'avevano ritrovata stecchita, morta di paura. Il Fosso dello Scaraventa era dove uno che diceva di non credere ai fantasmi era stato da quelli buttato gi� per le balze. La Pedata del Diavolo era dove il demonio, che abitava nella valle dell'Orsigna - chiamata ai vecchi tempi �La Selva oscura� -, a veva appoggiato per l'ultima volta il piede, scappando dinanzi alla Madonna, venuta a liberare gli abitanti dalla dannazione eterne. Su quel pezzo di terra ancora oggi non cresce un solo filo d'erba. Quei posti, con le loro leggende raccontate dai ve cchi, m'incantarono. Sono passati cinquant'anni, sono stato nel frattempo negli angoli pi� strani e lontani del mondo, ma da quell'incanto non mi sono liberato e l'Orsigna, con le sue duecento �anime�, come qui chiamano ancora gli abitanti, resta il mio ombelico sulla terra. �Orsigna, 806 metri sul livello del mare�, dice il cartello all'inizio del paese. Firenze � a soli 75 chilometri di distanza, ma la strada che oggi ci arriva non va da nessun'altra parte e bisogna conoscere il segreto di una curva sulla vecchia, ottusa Porrettana per vedersi aprire, inaspettata, ogni volta come riscoperta, questa valle ariosa in un semicerchio di monti i cui colori marcano il passar delle stagioni. Al contrario dell'Abetone, Maresca, Gavinana o San Marcello, paesi noti dell'Appennino toscano, Orsigna non ha mai avuto una sua ragione di vanto. Non c'� mai successo nulla di storico, non ci si � fermato mai nessuno di famoso. L'unica lapide del paese � quella sulla facciata della chiesa, coi nomi e le fotografie smaltate di una ventina di ragazzi di qui, morti nella Grande guerra. Il pi� vicino che un �grande� sia mai arrivato fu a cinque chilometri: quando il Carducci dovette fermarsi alla stazione di Pracchia a causa di un guasto alla locom otiva del treno che lo portava alle Terme di Porretta. Io ad Orsigna ci venni per la prima volta nel 1945, portato da mio padre, che c'era stato da giovane, quando, per sciare, si legavano le palanche delle staccionate alle scarpe. Ci arrivammo a piedi, lungo la mulattiera. Non era un vero posto di villeggiatura e trovammo facilmente una camera da affittare. Per alcuni anni stemmo dall'Azelia, la postina, poi dalla Filide, una pastora che da ogni marito che le era morto aveva ereditato qua lcosa e la cui casa era per questo una delle migliori del paese. Ogni estate ero l� a badar le pecore coi ragazzi della mia et�, a cercar funghi, a raccoglier mirtilli, a guardare la levata del sole da una delle cime, tutte sotto i duemila metri, m a tutte - per me - altissime. L'Orsigna � stata la mia scuola di vita. Qui ho fatto il primo ballo, ho avuto il primo amore, le prime paure, i primi sogni. Coi miei primi risparmi comprai il prato dove avevo mandato l'aquilone e con le pietre del f iume ci feci una casa come quelle degli altri, solo con la porta e le finestre pi� grandi. Il pensiero di quel posto m'� servito da bussola nei miei vagabondaggi nel mondo e quando ai miei figli, cresciuti sempre in paesi d'altri, ho voluto dare dell e radici e mettere nella memoria l'odore di una casa a cui legare poi la nostalgia dell'infanzia, ho imposto loro, come regola di famiglia, di passare ogni anno due mesi ad Orsigna. C'era in questa valle selvaggia con la sua gente senza storia - tr anne quella d'una gran miseria - senza gloria - tranne quella delle leggende di cui si sentivano protagonisti - una misura di umanit� che volevo i figli imparassero e si portassero dentro. Strana gente quella dell'Orsigna! Gi� i loro nomi mi impres sionarono quando arrivai. Gli uomini si chiamavano Assuero, Smeraldo, Antimo, Elio; le donne Sedomia, Elide, Fortunata. A me, fiorentino, pareva strano che loro non sapessero bene chi fossero i loro antenati. Alcuni dicevano che venivano da una compa gnia di ventura a cui un signore, non potendoli pagare, aveva dato in feudo la valle. Da qui i loro nomi di famiglia: Venturi, Caporali e quello d'un caseggiato chiamato il Vizzero. Altri dicevano che all'origine erano dei contrabbandieri che in ques ta valle inaccessibile e zona di confine fra le terre del Papa e quelle del Granduca di Toscana, evitavano di pagare il dazio alle Gabbellette (un posto si chiama appunto cos�) e varcavano la montagna in un punto impervio chiamato, non a caso, Porta Franca. Certo � che in questa valle, scura di boschi di castagni e faggi, gli orsignani, lontani dalle citt� - Firenze e Pistoia - di cui diffidavano, erano cresciuti liberi e pieni d'orgoglio. Abitavano nei loro piccoli borghi sparsi lungo le cost e dei monti; ed anche alla Chiesa, come si chiama ancora oggi il paese vero e proprio, ci andavano solo per la Messa, per giocare a carte, per bere e per comprare il sale ed i fiammiferi. Il resto lo facevan da s�. Eran pastori e dalle pecore e dai c astagni tiravano tutto quello di cui avevano bisogno. Anche dal medico ci andavano solo in punto di morte. Alighiero sapeva bloccare il sangue di una ferita recitando una formula misteriosa; Ubaldo - quello vive ancora - con una sua formula segnava il fuoco di Sant'Antonio. Gli orsignani era gente che aveva tempo. Con un filo d'erba in bocca, stavano per ore ed ore in cima ad un colle a guardare il gregge con tutto l'agio di pensare e di tacere. Mi parevano conoscere l'animo umano come pochi . Da ogni piccola vicenda mi sembravano capaci di tirar fuori l'archetipo con quella semplicit� in cui, piano piano, ho imparato a riconoscere la grandezza. Erano, per necessit�, grandi osservatori della natura e da quella tiravano sempre grandi le zioni ed il senso di un equilibrio che si rifletteva nel dar vita, a volte solo con un nome e una leggenda, ad ogni sasso, ad ogni forra. Crescendo imparai ad apprezzarli sempre di pi�. Io andavo in capo al mondo a cercar di capire qualcosa; loro, senza saper n� leggere n� scrivere, restando sempre l�, ma facendo d'ogni piccolezza un capitale, s'eran costruiti un gran sapere, mi pareva. Tornavo dal Vietnam e Alighiero, che la guerra l'aveva vista solo una volta quando i tedeschi eran venuti a bruciare una borgata nella valle per rappresaglia d'un attacco partigiano, sembrava saperne tanto pi� di me. E forse era cos�. Io avevo visto per un attimo un grande bagliore, lui aveva visto il lento scorrere delle cose nella loro interezza. I cin esi hanno una bella espressione per descrivere come io vivevo - ed ancora vivo. - �Guardare i fiori dal dorso di un cavallo�. Proprio cos�: in 25 anni d'Asia ho visto tanti fiori, a volte straordinari, grandi, ma dall'alto di un cavallo, sempre di co rsa, sempre a distanza, senza troppo tempo per soffermarmici. Gli orsignani hanno visto pochi fiori, forse piccoli, ma ci sono stati accanto, li hanno visti sbocciare, crescere, morire. E di quello straordinario ciclo della vita son diventati esperti . E liberi, anche dalla morte. Questo � un posto in cui tanta gente s'� suicidata come non volesse dipendere dai disegni di nessuno, neanche da quelli, all'ultimo, del loro Creatore. La Nunziatina, mia vicina, qualche anno fa, si butt� dalla fi nestra per poter andare ad occupare al cimitero la tomba che s'era resa libera accanto a quella del marito. Aveva sentito che un'altra donna del paese era stata portata all'ospedale e sapeva che, se quella moriva prima di lei, lei avrebbe perso il po sto in cui voleva esser sepolta. Gli orsignani vivevano in un mondo tutto loro, con regole loro, e della citt� rifiutavano tutto. Persino la spiegazione del nome del loro posto. Orsigna, stando agli storici, veniva dal fatto che la valle, menzionat a gi� in documenti dell'anno Mille, era piena di orsi (da qui i due che sono nello stemma di Pistoia), ma secondo gli orsignani il nome avrebbe a che fare con una principessa Orsinia (degli Orsini?) esiliata qui ad espiare un �fallo d'amore�. Le sue guardie erano protette da grandi armature e solo quando si spogliavano per prendere il sole su uno dei colli si vedeva che erano delle magnifiche ragazze. Quel posto si chiama ancora Le Ignude. �L� ci si sente�, mi dicevano gli orsignani, indic andomi i ruderi di un posto che sia chiama Il Castello (quello della principessa?), ma che tutt'al pi� poteva essere stato un gruppo di misere casupole di pietra. Io stavo in silenzio a cercare di sentire i lamenti antichi della Orsinia, ma non ci ri uscivo. �Ci vuole che tu abbia il secondo udito e la seconda vista�, diceva Guidino, un vecchio piccolo piccolo che mi era amico. Lui quei secondi sensi li aveva tutti. Viveva in una casa tutta nera di fumo, ma era un poeta nato, e vinceva regolarm ente le gare di contrasto in cui, davanti ad una damigiana di vino, i vari poeti del paese si sfidavano a cantare, a rime alterne, uno difendendo le virt� della donna mora, l'altro quelle della bionda; uno i pregi del sole, l'altro quelli della luna. Oggi nessuno canta pi� di contrasto ad Orsigna. Col passare degli anni tante cose anche qui sono cambiate. � arrivata la televisione ed attorno al camino, la sera, la gente non ci sta pi� a conversare. La maggioranza dei pastori sono scesi in pian o e i loro figli son diventati cittadini. Eppure molti di loro tornano, rifanno le vecchie case, tornano per andare a funghi, per vedere sorgere il sole dalle cime e per ballare in piazza sotto l'unico monumento del paese, un piccolo Cristo di marmo a braccia aperte. Torno sempre anch'io e sempre pi� mi domando se, dopo tanta strada fatta altrove, in mezzo a tante genti diverse, sempre in cerca d'altro, in cerca d'esotico, in cerca d'un senso all'insensata cosa che � la vita, questa valle non sia dopotutto il posto pi� altro, il posto pi� esotico e pi� sensato, e se, dopo tante avventure e tanti amori, per il Vietnam, la Cina, il Giappone ed ora per l'India, l'Orsigna non sia - se ho fortuna - il mio vero, ultimo amore." (Tiziano Terzani)
"Lo capisci, no? Allora io avevo qui [a Orsigna] la mia seconda patria che ha
rappresentato, me ne rendo conto ora, la magia nella mia vita.
Perch� questo posto � misterioso, � una valle chiusa che non va
da nessuna parte, con una storia di grande povert�. La gente viveva in case fatte di pietra,
con finestre piccolissime perch� non entrasse il freddo, molte erano addirittura senza camino.
Quello che ci ha venduto la terra era un uomo straordinario che stava con la moglie, di cui dicevano era una strega, in unaa stanza dalle pareti nero fumo.
Cos� viveva la gente. Viveva di castagne, di funghi e del granturco che coltivavano, per� erano tutti poeti.
Prima di tutto perch� erano pastori, gente che con un filo d'erba in bocca stava in cima a una montagna a guardare il gregge e pensare alla vita,
a Dio, alla natura. La domenica in paese cantavano il contrasto in ottava rima, che io adoravo. Uno difendeva la donna bionda, l'altro la donna bruna.
'Se tu vuoi amar la donna bionda, per tutta la vita le farai la ronda', e l'altro gli rispondeva 'Ma la donna dai capelli mori, quando le pare la ti butta fori'. Ore e ore in piazza a cantare e bere vino.
Sono i ricordi della mia infanzia. Sono cresciuto cos� e mi rendo conto ora del grande valore che ha avuto per me questa sponda.
Pensa che tutti i posti dell'Orsigna hanno una storia, ogni anfratto, ogni valle, ogni forra, ogni torrente ha una sua storia magica.
Ci si 'sentiva' dappertutto in questa valle. Qui c'erano le streghe, qui c'erano gli orchi, qui c'era un'umanit� che non viveva di televisione ma di fantasia,
che passava le serate a veglia raccontando storie che venivano chiss� da dove, dai nonni, dai bisnonni...
Era una notte di tregenda. Veniva gi� la neve e il vento soffiava per i boschi
Nel vecchio casolare del Castello le donne filavano accanto al fuoco. 'A voi fa paura tutto', disse la pi� giovane, 'ma io non ci credo alle streghe!'.
E per farglielo vedere usc� da sola nella notte. Portava quello che si chiama'il grembiale' in cui teneva il gomitolo della lana e il fuso.
Cammin� per un po' ed entr� in un bosco buio quando a un tratto si sent� tirare. Cercava di fare un passo, ma non riusciva ad andare avanti. La mattina dopo la trovarono stecchita.
Il fuso le era caduto, si era piantato nella neve e sentendosi tirare da dietro lei aveva pensato che fosse la mano della strega ed era morta di freddo e di paura. Da allora quel posto si chiama la Tomba
C'� un posto che si chiama lo Scaraventa perch� una sera uno degli ubriaconi tornava dal paese bestemmiando.
Caracollava per i sentieri e fu preso e scaravento gi� da una roccia.
Io ero affascinato dalle storie che raccontavano e che davano vita alla valle.
Tutto qui era animato e chi cresce in un mondo cos� cresce in un mondo pi� ricco di quello in cui ci sono solo 'le cose'.
E' quello che voglio dire quando dico la verit� � dietro ai fatti.
S�, c'� un bosco che si chiama La Tomba, c'� una donna...
Ma se tu cominci a ragionare, o a non ragionare, cominci a percepire questo bosco come una cosa che vive, con una sua storia, e tutto diventa pi� bello...
I fatti, questi maledetti fatti che sembrano spiegare tutto e non sono niente, nascondono tutto. Il bello � quello che c'� dietro, no?...
Se dal nostro prato guardi questa valle meravigliosa e intatta,
capisci che � stata una sponda che mi ha aiutato ad avere quello che io ho sempre cercato: un altro punto di vista.
Per me l'Orsigna � questo. E mi piace scomparire qui, perch� c'� un'anima che io sento, perch� l'ho vissuta. Questa � la mia Himalaya.
Qui, in questo posto dove sono arrivato da bambino, ho sentito la magia della vita in generale e la magia della natura.
Con la modernit�, la magia retrocede, ma rimane in qualche modo negli alberi, nelle foreste, nei tramonti quando il sole cala dietro alla Pedata del Diavolo.
Mi piacerebbe vedere che i miei nipoti vivono in un mondo di cui si sorprendono,
in cui c'� dovunque qualcosa di meraviglioso da osservare.
Ho visto ieri sera la prima lucciola e sono stato l�, a guardarla.
Nel buio della notte la vedevo fare ti-ti-ti... Una gioia ti piglia!"