"Sparizioni"
"Capitolo 5: Come ai vecchi tempi"
Alle cinque di mattina Londra non
è una città particolarmente bella. Qualche sporadica carrozza
si aggira per le strade dove la nebbia è sovrana, alla ricerca
di un cliente particolarmente mattiniero, finendo sempre col
girare a vuoto fino alle sette, ora in cui la città di solito si
svegliava.
La giornata inoltre non si presentava affatto bene. Grosse nuvole
erravano per il cielo spegnendo sul nascere i timidi raggi del
sole che provavano a infilarsi nella cortina di fumo e nebbia. Un
vento freddo spazzava le strade deserte. A nessuno sarebbe venuto
in mente di uscire di casa a quel'ora se non per qualche
urgentissimo motivo.
Al terzo piano di un palazzo che costeggiava il Tamigi nei pressi del Big Ben suonava una sveglia. Nadia si rigirò nel letto, aprendo pigramente gli occhi. Guardò l'orologio e con calma si sollevò, mettendosi a sedere sul bordo del materasso. Tentò di recuperare velocemente le facoltà mentali, intorpidite dal sonno e si alzò, incamminandosi verso la finestra. Nel buio della stanza quasi inciampò su una valigia messa di traverso. "Che sbadata" pensò, rimettendola al suo posto.
Nadia viveva a Londra da quasi un'anno; da quando se ne era andata via da Le Havre sbattendo la porta in seguito a una delle sue note sfuriate. Aveva promesso di mantenere i rapporti con Jean quel tanto che consentiva al ragazzo di sapere cosa avrebbe fatto Nadia del suo futuro. Si scrivevano circa una volta al mese. Le prime lettere di Jean avevano un tono fiero e sprezzante. Voleva mostare a Nadia che era capace di farcela da solo e che lei non era indispensabile al suo equilibrio psicologico. Le parlava continuamente delle sue invenzioni e dei riconoscimenti che riceveva nel campo scientifico. Lei sperava di ottenere un lavoro migliore che le consentisse di pagarsi l'affitto in una zona più decente di Londra, ma il periodo di magra continuava da circa due mesi. Nonostante la forte tentazione dei mollare tutto e di darsi per vinta, aveva stoicamente resistito fino al momento in cui aveva ricevuto l'ultima lettera di Jean. Era scritta con una calligrafia incerta e tremolante, chiaro segno dello stress a cui si sottoponeva il ragazzo ogni giorno per tirare avanti. Quello che c'era scritto colpì Nadia in maniera particolare e fu la molla che la spinse a tornare ai "vecchi tempi", come li definiva lei stessa.
"Carissima Nadia
In questa lettera vorrei essere per la prima volta sincero. Sincero con te ma sopratutto con me stesso. Abbiamo tutti e due sperato che quello che è successo cinque anni fa non ci condizionasse la vita. Tu ne avevi tutto il diritto. Per quanto mi riguarda ho tentato di fare finta di niente. Ho sperato che potessi scomparire dalla mia mente così come ci eri entrata, quel giorno che ti vidi a Parigi. Ho dato tutto me stesso alla dea Scienza, tentando di introdurre gradualmente l'enorme eredità della tua civiltà. Tutte le tue foto sono in un cassetto che ho chiuso a chiave. Ho tentato di eliminare ogni possibile legame tra me e te, ma senza successo. Nadia, sento il bisogno di trovare delle risposte. Ma me le puoi dare solo tu. La scienza questa volta è fuori di ogni discussione. Avrei solo bisogno di parlarti. Se poi sei ancora decisa a proseguire per la tua strada non troverai in me un'ostacolo. Jean"
"La
carrozza sarà qui a momenti, se non mi sbrigo finirò per
perderla!" pensava Nadia mentre raccoglieva le sue cose. Era
andato tutto così velocemente che non aveva avuto neanche il
tempo di avvertire Jean del suo imminente ritorno. Chissà come
l'avrebbe presa. Tutti questi pensieri turbinavano nella mente di
Nadia mentre aspettava in strada la carrozza che arrivò poco
dopo. "Andiamo al porto di Southamtpon" disse al
vetturino, un ragazzo sulla trentina. "Ce..Certo..a
Southampton..", ripetè meccanicamante mentre non riusciva a
staccare gli occhi dalla ragazza. "Allora? Andiamo?"
chiese, leggermente stizzita, Nadia. "Sì..mi scusi
tanto" rispose arrossendo il ragazzo.
Il viaggio verso Southampton avrebbe richiesto all'incirca un'ora
e mezzo cosicchè Nadia si immerse nei suoi pensieri. In che
stato d'animo avrebbe ritrovato Jean? Avrebbe avuto il coraggio
di guardarlo in faccia dopo tutto quello che gli aveva detto
prima di andarsene da Le Havre? Se solo ripensava a tutto quello
che lui aveva fatto per lei cinque anni prima provava un senso di
profonda vergogna. E l'ultima lettera era la prova che ad avere
torto era stata lei. Non vedeva l'ora di tornare sui suoi passi
per riprendere la sua vita con Jean dove l'aveva lasciata un'anno
prima. Questi pensieri, insieme al ritmico dondolio della
carrozza indussero Nadia a chiudere gli occhi e ad addormentarsi
profondamente.
"Signorina...si svegli..siamo arrivati" disse il vetturino, scuotendola gentilmente. Nadia si svegliò e uscì dalla carrozza. "La ringrazio" disse lei, pagandolo.
Con il bagaglio in mano cominciò ad aggirarsi tra le banchine alla ricerca del traghetto per Le Havre. Un gruppo di marinai stava parlottando in un angolo. Sembrava una discussione molto accesa. Nadia tese l'orecchio nel tentativo di carpire qualche frammento della conversazione.
"Ti garantisco che Joseph dice la verità riguardo la Lord Calderwood. E' scomparsa per poi ricomparire un paio di ore dopo!" diceva uno, "Joseph beve troppo e tu lo sai. E' affidabile come una nave senza timone!", "sì, ma è stato lui a fare le foto a quella nave il momento che la marina ha avviato un'inchiesta! Erano tutti morti!! Morti, ti dico!! Solo uno era ancora vivo, ma lo è rimasto per poco. Poveraccio, era fuori di sè. Ha avuto appena il tempo di pronunciare qualche parola senza senso e poi ha lasciato tutti in una marea di interrogativi. Però acqua in bocca ragazzi! La marina non vuole che questa storia si sappia in giro. Passiamo il resto della nostra vita al fresco se portiamo questa roba ai giornali!", "McArthur, tu sei totalmente pazzo e Joseph Lorenz lo è più di te. Chi vuoi che creda a queste storie? Fra un pò mi verranno a raccontare che il Triangolo delle Bermuda è una base segreta in cui vivono esseri venuti da un'altro pianeta!","..ma io ti garantisco che è vero!!" piagnucolò McArthur, "..naturalmente McArthur, vieni, forse con una pinta di birra ti passerà la voglia di raccontare idiozie". E il gruppetto si dileguò in direzione di una bettola.
Naturalmente Nadia non aveva motivo di trovare quella rude conversazione interessante, quindi si incamminò verso il battello diretto in Francia.
"Giuro che questa volta ti faccio volare come si deve, bella mia", diceva Jean in quel di Le Havre. La sua passione per il volo non era mai diminuita e anzi, lo spingeva a creare modelli sempre più affidabili e avveneristici. "Zio, mi passeresti la chiave inglese?", "eccola....senti Jean, non pensi che un modello dal disegno così futuristico non abbia la minima possibilità di staccarsi dal suolo?". Jean si asciugò la fronte sudata col palmo della mano e si voltò verso lo zio."Credo che sia il caso che, almeno per una volta, tu riponga fiducia nel mio progetto. L'era del volo a elica è passata, il turbofan è il futuro!". "Il turbo cosa?" chiese lo zio incredulo. "Turbofan, zietto" rispose Jean col sorriso sulle labbra "l'idea di base è semplicissima: avevo notato che i turbogetti tendevano a surriscaldarsi provocando la fusione del motore. Ho tentato di rimediare all'inconveniente modificando un vecchio turbogetto in modo che fosse percorso da due flussi d'aria: uno interno, caldo, che alimenta la combustione, e uno esterno, freddo, indipendente dal processo di combustione che quindi mantiene la temperatura del motore nei limiti di tollerabilità!". "Sarà.." disse lo zio grattandosi il capo "..ma non ho mai capito perchè hai abbandonato le care, vecchie eliche". " Il progresso è inarrestabile..." disse Jean trovandosi a pensare a Nadia e a Atlantide. "Continuerò dopo.." disse, mentre copriva il motore con un telo "ora non me la sento". Lo zio di Jean era abituato a questi sbalzi d'umore del nipote. da quando era partita Nadia non era più lo stesso.
Scosse la testa e rientrò a casa nello stesso momento in cui Nadia partiva da Southampton.
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