"Sparizioni"
" Capitolo 4: Il ritorno a Tarthesos"
Spuntava l'alba sull'altopiano etiopico. Un pallido sole scaldava il freddo del mattino diradando l'umida nebbiolina appiccicosa e finendo col rivelare un mondo addormentato. Due uomini camminavano l'uno di fianco all'altro cercando di farsi forza in quel territorio così ostico al genere umano.
"Ricordami di presentare i miei umili omaggi al signor Donovan per l'ampiezza dei fondi concessi. Mi chiedo dove saremmo mai arrivati senza il suo aiuto", disse in tono ironico l'uomo più basso." Penso che le nostre ricerche siano sempre meno interessanti agli occhi del rettore. L'ambiente accademico ci è ostile e non posso negare la reciprocità del sentimento. Le mie dimissione sarebbero già sul tavolo del rettore se non fosse per il fatto che quel lavoro è l'unica fonte di sostentamento che ho". "Dettaglio non trascurabile", sentenziò beffardo l'uomo più basso.I due continuarono a camminare per alcuni minuti immersi nel silenzio, che si interrompeva solo per segnalare il risveglio della sporadica fauna locale.
L'uomo più alto era il
professor Gabriel Reinhardt, docente di lingua greca presso
l'università di Oxford, ma per sua stessa ammissione "più
interessato alle civiltà invisibili e scomparse che alle
visibili amenità elleniche". Nonostante il lavoro che
svolgeva, il suo aspetto era diverso da quello del tipico
professore universitario. Era un uomo ben piazzato, mediamente
alto, con un viso aperto, dai lineamenti gentili e regolari. Il
suo sguardo scrutava il mondo con continua curiosità. Dei suoi
capelli biondicci non si vedeva molto perchè costantemente
nascosti da un cappello di feltro calcato sulla fronte. Aveva
lontane origine austriache, ma suo padre era un'argentino.
"Nessuno dirà mai di me che sono un purosangue!" amava
affermare in tono scherzoso quando si parlava del suo bizzarro
albero genealogico. Viaggava in quel momento verso i 35 anni. Lo
accompagnava Nigel Baker, un vecchio compagno di studi.
"Appena mi capita l'opportunità di uscire da questa
lussuosa trappola per topi, farò quello che avrei voluto fare da
anni" continuava a ripetere Gabriel, nelle fredde giornate
invernali inglesi "e tu mi seguirai, mio caro Nigel. Non
conosco nessuno che sappia districarsi meglio di te nel
complicato mondo delle tribù africane" Nigel era, in
effetti, un profondo conoscitore di costumi e lingue dei popoli
africani.
Ora questi due uomini camminavano sotto un sole che, nel frattempo, si era alzato fino a sopra i monti.
"Se le ultime
rilevazioni fatte col sestante corrispondono a verità, dovremmo
essere sul posto fra circa dieci minuti" disse Reinhardt.
"Cosa speri di trovare?", chiese distrattamente Nigel.
"Le conferme alle mie teorie sull'esistenza di una civiltà
molto più avanzata della nostra in rapporto all'epoca della sua
esistenza". "Dove vanno a parare queste belle parole,
Gabriel?". "E' mia ferma intenzione confermare e
documentare l'esistenza della civiltà atlantidea".
Nigel si guardò intorno lasciando cadere l'occhio sul paesaggio.
Erano entrati in quel momento in un boschetto, i cui alberi
offrivano un pò di ombra ai due viaggiatori. Chiuse brevemente
gli occhi, poi ricominciò: "Gabriel, mi duole comunicarti
che ti mancano prove tangibili. Voglio dirti che non ti puoi
basare sulla testimonianza di qualche londinese o parigino che
dice di aver visto un'ologramma proiettato da un'astronave".
"Chiedo scusa, Nigel, ma vedo che ignori il fatto che
quell'ologramma è stato visto da migliaia di persona e non solo
da un paio. Credi che non abbia considerato e scartato l'ipotesi
dell'allucinazione collettiva". "Comunque",
proseguì imperterrito Nigel "la tua teoria non poggia su
una base logica. Non sappiamo se quelle persone dicono la
verità! Credo faremmo meglio a....". Era stato Gabriel a
zittirlo."Prima di alzare bandiera bianca datti un'occhiata
intorno, ti prego".
Sotto di loro si
estendeva un'enorme vallata, ma dello splendore che fu non
rimanevano che poche tracce. Alcune rovine facevano capolino dal
terreno dissestato rivelando un'imponente sistema cittadino,
organizzato secondo un piano di costruzione decisamente
all'avanguardia. Nonostante tutto era rimasto eretto al centro
della vallata, una costruzione che a prima vista si sarebbe
potuta identificare come un tempio.
"Questa città è rimasta integra, anche se non abitata fino
al 1890, quando venne distrutta. Ignoro se ci sia una connessione
fra le astronavi apparse su Londra e Parigi e la distruzione di
questo posto.." sussurrò Gabriel, come se il rispetto per
quelle rovine gli avesse tolto la voce. "Benvenuto a
Tarthesos" disse poi, con una voce che lasciava trasparire
un'intensa e sincera emozione.
Dopo aver radunato le proprie cose i due uomini scesero per vie
traverse fino al fondo della vallata e iniziarono l'ispezione del
luogo. Dopo una giornata di sopralluoghi scoprirono che l'unica
cosa ad offrire un minimo di materiale di ricerca era quello che
per comodità avevano ribattezzato "la chiesa".
"Si sta facendo buio, Gabriel, credo sia il caso di fermarci
e piantare la tenda" disse Nigel, "Certo, hai ragione.
Ma se non ti dispiace vorrei prima dare una sommaria occhiata
alla chiesa. Mi accendi quella lampada?". Nigel sospirò.
Certe volte Gabriel era cocciuto, ma il più delle volte la sua
testardaggine li aveva portati a importanti scoperte. Intinse lo
stoppino nell'olio e lo accese, consegnando la lampada al suo
amico. "Ti ringrazio. Se mi fai il piacere di provvedere
anche alla cena..." disse sogghignando. "Credevo ti
servissi per chissà quale importante scopo...hey, non mi avrai
fatto venire solo per fare il cuoco?"."Anche per
quello", rispose garrulo Gabriel salutandolo con un cenno
del braccio.
Gabriel Reinhardt avanzava verso l'imponente edificio. Più si avvicinava e più gli pareva immenso. Incuteva quasi timore. Come una cattedrale in un deserto si stagliava solo e possente contro il cielo stellato. La luna forniva una discreta illuminazione che, sommandosi a quella fornita dalla lanterna ad olio, consentiva a Gabriel di godere di una buona visibilità. Rimase a lungo sull'immenso portico dell'edificio. "Quasi un palazzo reale", pensò, mentre entrava con passo silenzioso. Ciò che vide dentro si poteva difficilmente descrivere a parole. La struttura essenziale dell'edificio era semplice e ricalcava la pianta della chiesa di San Pietro. O era San Pietro che ricalcava la pianta di quell'edificio? A questo dilemma interno Reinhardt rispose con una sorriso e una scrollata di spalle. Se quella civiltà era tanto antica quanto lui credeva che fosse era probabile che i piani di costruzione da loro adottati fossero diventati la base dell'architettura successiva. Numerosi affreschi raffiguravano paesaggi che Gabriel non ricordava di aver mai visto in precedenza. Un dipinto colpì particolarmente la sua attenzione. Raffigurava un uomo, una donna e due bambini piccoli, uno dei quali riposava tra le braccia di quella che sicuramente era la madre. Per essere raffigurati in quel posto dovevano avere un'importanza non indifferente nella vita sociale della città e forse, chissà, del regno di Atlantide. Gabriel prese un foglio di carta e una matita e si inginocchiò per terra tentando di immortalare quel dipinto stupendo su una tavola. Il compito risultò subito piuttosto arduo. La luce della lampada ad olio si andava affievolendo e grosse nuvole si addensavano nel cielo coprendo la luce della luna. "Accidenti, non mi abbandonare proprio ora" gemette Gabriel guardando la fiamma diventare sempre più piccola. Il disegno era quasi finito. Mancavano solo pochi ritocchi. Gabriel completò l'opera in fretta, prima che l'oscurità lo avvolgesse. Aveva appena finito di tratteggiare la bambina in braccio alla donna quando la luce si spense lasciandolo nel buio. La luce della luna tornava a tratti rendendo l'ambiente spettrale. Reinhardt cominciò a sentirsi a disagio. Cercò un fiammifero nelle capienti tasche della sua giacca, non riuscendo a trovarlo. Detestava il buio. Adorava la luce. Mentre pensava una mano gli si posò sulla spalla. Gabriel ebbe un sussulto. Si girò urlando....
"Calma amico mio, calma..non tornavi e mi sono preso la briga di venirti a cercare". Il faccione tondo di Nigel luccicava davanti alla fiammella della sua lanterna. "Devi avere i nervi a fior di pelle" continuò, "...e non a torto..questo posto mi fa venire i brividi". La possente luce di Nigel rischiarava finalmente l'ambiente in maniera più che soddisfacente. Fu allora che notarono le enormi nicchie in cui troneggiavano statue di personaggi che dovevano forse essere dei re. Erano abilmente scolpite in uno scintillante quarzo. Gabriel si lasciò sfuggire un sospiro. "Che ne pensi?" domandò Nigel in tono riverente "è un tempio dedicato ai loro dei?". "E' più probabile che sia un mausoleo o un santuario" rispose serio Gabriel "questi mi sembrano monumenti dedicati alla memoria, oppure all'onore. Non escluderei si trattasse del palazzo reale" quasi dando adito alla teoria che aveva sviluppato prima di entrare in quel luogo. "Illuminami un'attimo quella zona là" disse indicando il luogo del dipinto che stava copiando "devo rifinire alcuni particolari". Una volta finito chiuse il disegno nella cartella e segnalò a Nigel che era pronto ad andare. Fu allora che accadde tutto.
In principio un venticello fece spegnere la fiamma della lanterna di Nigel. I due imputarono il fatto al temporale che sopraggiungeva e non vi fecero ulteriormente caso. Ma il vento aumentava costantemente d'intensità. "Cosa accade?" urlò Gabriel tentando di superare il ruggito delle correnti all'interno dello spoglio palazzo "ne so quanto te" gridò Nigel. I due tentarono di guadagnare l'uscita, ma il vento li frustava piegandoli come canne. Gabriel indicò a Nigel un'appiglio in prossimità di una statua sporgente. Gli uomini vi si afferrarono con quante forze avevano in corpo. Al vento aveva cominciato ad accompagnarsi un lamento, prima sommesso poi via via sempre più forte. Erano ora delle vere e proprie urla. Urla di sofferenza che pronunciavano parole il cui senso oscuro sfuggiva ai due uomini sempre più vicini alla fine delle loro forze. L'enorme spazio si illuminò di una luce fortissima che costrinse sia Gabriel che Nigel a chiudere gli occhi. Centinaia di eteree presenze si sparsero nell'aria. Ciascuna di esse aveva il volto contratto in una maschera di dolore. "Da qui non si esce vivi!!" urlò Nigel nell'orecchio di Gabriel. Ma lui non sentiva. I suoi sensi erano tutti spasmodicamente tesi nel tentativo di carpire i lineamenti del volto di una sola di quelle anime che si stava avvicinando a lui con una calma quasi irreale. Reinhardt strizzò gli occhi per poter affrontare quella luce. Il resto intorno a lui era svanito. Non c'era più Nigel, non c'era più Tarthesos, non c'era più la cattedrale. Solo quell'anima che lo guardava con una tristezza quasi rassegnata. Gabriel capì che quell'uomo voleva qualcosa da lui. Capì che forse doveva svolgere un compito. Il volto dell'apparizione aveva gli occhi seminascosti dalla folta capigliatura, il corpo coperto da una logora uniforme e un cappello da capitano in testa. Guardò Gabriel per un periodo di tempo che il professore non riuscì, in seguito, a quantificare con precisione. Abbassò in seguito gli occhi e dalla luce del suo corpo si materializzò un piccolo scrigno che andò a posarsi davanti ai suoi piedi. In quel momento parlò, riuscendo telepaticamente a comunicare ciò che voleva dire: "Achamaad Raandir". Gabriel non capiva, mentre la strana frase venne ripetuta più volte. Poi il silenzio. Con la scomparsa della figura cessò la bufera. Reinhardt e Baker stramazzarono a terra, semisvenuti per lo shock e lo sforzo compiuto. Il primo a riprendersi fu Nigel. Scosse l'amico che si svegliò lamentando un forte mal di testa e qualche contusione di poco conto. Fuori brillava il sole. La tempesta psico-cinetica aveva dilatato il tempo! Ma il cofanetto era sempre lì dove l'aveva lasciato l'apparizione. Gabriel si chinò e fece scattare la serratura. Davanti a loro brillava, nel sole del mattino, una pietra azzurra.
Chiuso il cofanetto i due uscirono. Fortunatamente tutti gli appunti e il disegno di Gabriel erano rimasti saldamente ancorati alla sua cintura. Erano troppo stanchi per essere sorpresi di ciò che era accaduto. Ripensavano all'evento come qualcosa di astratto e di esterno a loro.
Il sole si era già alzato in cielo. Era mezzogiorno. "Andiamo via di quì " suggerì Nigel Baker. Gabriel fece un cenno affermativo e i due cominciarono a mettere insieme le loro cose. Ma qualcosa attrasse la sua attenzione. Una stele con un'incisione. Sentiva che quella scrittura arcana lo avrebbe condotta all'ignota ragione di tutti quegli accadimenti. Non che ne fosse sicuro, ma lo sperava. Con della carta carbone ricalcò perfettamente su più fogli ciò che c'era scritto su quella stele. Chiuse tutto nella cartella insieme al disegno e insieme a Nigel si allontanò con passo deciso da quel posto portando sottobraccio il lascito di un'anima in pena.