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INTERVISTE Rockstar
Radiohead Total Recall
Certo, ora ricordano. Nonostante la frattura fra i bagliori accecanti della sperimentazione e l'angosciante pressione del mercato, ricordano tutto. La melodia, la voce in falsetto di thom...Ecco i Radiohead di Amnesiac per restituire il pop ma conservare il meglio ... per sè.
Se Sigmund Freud fosse nei paraggi, probabilmente riuscirebbe a cavar qualcosa dalle forme geometriche con Ie quali Jonny Greenwood sta nutrendo il foglio di carta con l'intestazione dell'albergo. Se ci fosse Freud, forse riuscirebbe anche a costruire una sua teoria sul perché Jonny Greenwood preferisce Ia grafite sbriciolata all'inchiostro della penna a sfera e, soprattutto, sul modo in cui Jonny Greenwood ha chiarito Ia sua preferenza: "Con Ia matita", dice "si può arrivare ovunque". Se Freud fosse nei paraggi, in ogni caso, potremmo accontentarci di ascoltare il suo parere, personale e non vincolante, sul nuovo disco dei Radiohead, Amnesiac. Ma Freud non c’è e, dato che sarebbe azzardato lanciarsi in interpretazioni psicanalitiche, lasciamo spazio alle spiegazioni di Jonny, che, intanto, ha alzato lo sguardo dal suo disegno solo per i due o tre secondi necessari ad accennare un saluto. È stanco, Jonny. Ha rilasciato interviste tutto il giorno e, sentenzia con tono sibillino, “mi chiedo se sia più produttivo questo o registrare dischi”. La risposta vola nell’aria per un pò ma fortunatamente per il lettore, non arriverà mai. È fin troppo evidente che Jonnv preferirebbe non farle, le interviste, dato che, alla fine, rivelerà di voler approfittare della prossima pausa (in attesa dell’intervista successiva) per buttarsi giù dalla finestra (non fare gli scongiuri sembrerebbe maleducato). Eppure, ammette, è ansioso di leggere cosa la stampa scriverà di Amnesiac: “Leggere le proprie recensioni è considerata una pessima abitudine, ma mi interessa molto vedere quello che la gente si aspetta dopo che abbiamo prodotto qualcosa che non corrisponde a ciò che si aspettavano. Un tempo mi preoccupavo molto di più e alle recensioni ci credevo anche. Credevo anche a quelle che dicevano che facevamo musica sorprendente. Ora voglio solo che la gente ci capisca, credo, ma non è per questo che facciamo musica, giusto?”. Ehm...forse si…Ma resta il fatto che, stavolta, i Radiohead hanno, nei loro limiti del possibile, cercato di seguire le comuni regole del marketing, e hanno accettato di distribuire copie promozionali dell’album quasi due mesi prima della sua uscita ufficiale, dando l’implicito assenso anche alla postilla che prevede Ia distribuzione parallela su Napster. Le recensioni di Kid A, viziate da un unico, frettoloso ascolto, non erano particolarmente entusiastiche. “Si”, ammette Jonny, alzando per un attimo (impercettibile anche questo) il tono della voce, “in alcune si leggeva che Kid A, al primo ascolto, era terribile, e poi la recensione finiva, il che faceva capire come il disco fosse stato ascoltato una volta sola. II che equivale a leggere in fretta e furia l’”Ulisse” di Joyce. È come quel tizio che ha scritto di aver letto velocemente “Guerra E Pace” e poi ha detto: “è un romanzo che parla di certi russi”... Il che era fantastico, in ogni caso. Ma cosi entro nella “danger zone”, paragonando quello che abbiamo fatto alla “great art”, e non credo proprio che sia il caso”. Sarà, ma resta il fatto che si contano sulla punta delle dita le band che, presentando dal vivo, per la prima volta, un pezzo come “You And Whose Army?” (che, si vocifera, è un inno contro i “tradimenti” di Tony Blair), riescono ad ottenere il più religioso dei silenzi da parte del pubblico. L’aura che circonda i Radiohead ha, in alcune occasioni, qualcosa di mistico, che trascende l’ordinario rapporto artista-fan. “Non credi”, si chiede Jonnv “che si dicesse lo stesso anche di Emerson, Lake & Palmer, nel 1972, mentre ora è diventato evidente che la loro musica era orribile? Tutto diventa vecchio e relativo molto velocemente, e chiunque, inclusi noi, potrebbe sbagliarsi”. D’accordo, ma aI momento... “Perfetto, aI momento possiamo dire che Ia gente dà molto credito a quello che facciamo, ed è incoraggiante che ci siano delle descrizioni veramente acute della nostra musica. La cosa sorprendente, quando ascolti un commento di un fan, è che può anche cambiare Ia percezione di quello che fai. Questo è anche uno dei grandi vantaggi di Internet: puoi scambiarti delle opinioni. Ma non solo sulla musica: potrebbero riguardare qualunque cosa facciamo... Andare sui message board è una delle cose che di solito facciamo quando sentiamo il bisogno di un pò di incoraggiamento. Visto che tutto è così finto e artificiale, questo scambio di opinioni è l’unica cosa che, a volte, ha davvero senso, il che è bizzarro, se ci pensi”. Naturalmente il message board dei Radiohead pulsa, da tempo, di trepida attesa, pronto a ricevere i commenti su Amnesiac che, cosa ormai di dominio pubblico, non è certo l’annunciato (o sperato?) ritorno ad OK Computer (cosa che, quando è arrivata alle orecchie di Nigel Goldrich, il produttore, ha suscitato reazioni preoccupate. Forse sarebbe il caso di accogliere Ia popolare teoria secondo la quale il titolo più appropriato sarebbe stato “Kid B”, perché le undici canzoni di questo album sono state scritte durante le session di quell’album, e perché questi Radiohead, apparentemente, non si allontanano molto da quei Radiohead. Ma sarebbe riduttivo, come rischia di esserlo ogni giudizio che cerchi di decifrare gli impulsi che muovono Thom Yorke e ii resto del gruppo, facendoli osciillare fra canzoni  di una bellezza mozzafiato (“I Might Be Wrong”, “Knives Out”) e puri esperimenti sonici (“Pulk/Pull Revolving Doors”), attribuire ai quali la definizione di “musica” sarebbe, francamente, esagerato. La yerità, come spiega ancora Jonny, “è che si tratta di un’altra partenza, così come lo era stato per Kid A. È probabile che la gente cerchi ancora pezzi del nostro passato e di 0K Computer, ma a noi piace evolverci e continuare a fare quello che facciamo. Non sono preoccupato che Ia gente non possa capirci. Se volessimo fare musica confusionaria, o aperta ad ogni possibile interpretazione, potremmo farla motto facilmente. Potremmo fare un disco sperimentale e impegnativo solo per il gusto di mettere alla prova chi ci ascolta, ma questo non ha niente a che fare con Ia musica. Dipende tutto dalle aspettative della gente. Ma credo che sia tutto molto facile da capire. La tua teoria sull’album è perfettamente plausibile e ha pienamente senso. E se un giornalista come te riesce a riconoscere certi temi e certi riferimenti, allora credo che chiunque lo possa fare. Quindi non sono preoccupato” Lui no, ma con quel “giornalista come te”, Ie preoccupazioni nascoste e l’amor proprio delle persone viene messo davvero a dura prova. In ogni caso, la “teoria” riguardava il senso di desolazione e disorientamento che accompagna Amnesiac, come se si trattasse di una sorta di “Terra Desolata” dei tempi moderni. Sara per Ie liriche dimesse di “Who And Whose Army?”, sarà per gli “angeli dagli occhi neri”, fortemente evocativi, di “Pvramid Song” e per le oscure profezie di “I Might Be Wrong” (“Non c’è rimasto futuro”), ma Amnesiac sembra ammantato di una consistente patina di pessimismo. “Si tratta di una metafora della vita” è il commento di Jonny. “È come entrare nell’oscurità e cercare di esorcizzare le paure. Ma è tutto anche molto comico, come la cantilena di “You And Whose Army?””. Pausa di cinque secondi. “Ma l’humour non ferma la paura...”. Altra pausa, stavolta più breve. “Credo che ci sia un pò di paura nel disco. È un senso di panico che sale mentre cerchi di tenere sotto controllo ogni parte della tua vita. È un momento spaventoso per vivere, questo...”. L’unica autodifesa, in mezzo al caos, sembra proprio essere la capacità di non prendere le cose troppo sul serio, per non affogare nel fiume di cui Yorke canta in “Pyramid Song” e per non restare intrappolati nell’infernale paradiso della perfezione genetica che, spiega Jonny, è quello che l’orso in copertina rappresenta: “Quello che facciamo è cercare di giocare con le direzioni che la musica può prendere, anche se è probabile che una filosofia di fondo ci sia”. Quale? Una decina di secondi, poi la risposta: “Non lo so!”. Chi non ha amato Kid A difficilmente riuscirà a tornare da Arianna, una volta entrato nel labirinto di Amnesiac (che, ammette Jonny, «è stato un titolo difficilissimo da scegliere”), sul quale l’ombra di Ok Computer non si allunga che pallidamente, negli episodi genericamente definiti “convenzionali”, come “Knives Out”,  “I Might Be Wrong” e, in parte, “Pyramid Song”. Questo perché, come detto, tutte le tracce appartengono alle registrazioni di Kid A. “Però”, chiarisce Jonnv “le session di Kid A sono finite due anni fa (o era un anno?), ma noi abbiamo continuato a registrare, non ci siamo limitati a fare uscire il disco. È stato molto faticoso, perché abbiamo dovuto registrare prima il grosso del lavoro e poi decidere come intervenire, quali canzoni scegliere e tutto il resto. I pezzi sono stati scritti durante un arco di tempo abbastanza ampio. “Life In A Glasshouse”, che è la canzone più vecchia, è stata scritta quattro anni fa”. Nei frattempo, i Radiohead hanno avuto modo di “ascoltare un sacco di musica proveniente da aree diverse” e di “far circolare un sacco di libri. Mi piacciono molto quelli che parlano di linguaggio, nella sua forma più pura. Mi piace il modo in cui funzionano le frasi e l’effetto che i libri hanno sul cervello. Leggo molto Steven Pinker e Robert Trask, ma il mio scrittore preferito è certamente Evelyn Waugh, che raccomanderei a tutti ad occhi chiusi. Le sue storie non hanno eroi, tutti si comportano malissimo, eppure sono affascinanti. Nessuno, meglio di lui, sa descrivere l’ipocrisia inglese in un modo cosi inglese. Comunque. non credo che nessuna di queste cose abbia un’influenza decisiva su quello che scriviamo”.  È un peccato, perché (anche in considerazione del nome di Joyce, che ha fatto capolino in più di una occasione) sarebbe stata una bella chiave di lettura per cercare di capire la band che, più di ogni altra, ha cambiato radicalmente l’anima del rock, guadagnandosi, in uno speciale sondaggio condotto qualche tempo fa dalla rivista inglese Q il secondo posto (dietro ai Beatles, manco a dirlo) nella classifica delle band più influenti di tutti i tempi. Anche stavolta, Jonny non alza lo sguardo, e continua  a disegnare, a matita, le sue figure geometriche sul foglio con l’intestazione dell’albergo. “Sondaggi?” dice, senza pensarci su, fra il serio e (ma è un’impressione) l’ironico. “Te ne suggerisco uno io: i dieci argomenti migliori per fare un sondaggio popolare sui dieci migliori argomenti di un sondaggio popolare...”.
Di Max Malagnino
Giugno 2001
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