Fine
agosto. In un vecchio albergo nel cuore londinese della vecchia Oxford
Street, il chitarrista Ed O’Brien e il batterista Phil Selway respirano
a pieni polmoni l’aria del nuovo bambino dei Radiohead, Kid A, tra smentite
(«non abbiamo mai suonato al matrimonio di Brad Pitt, è una
simpatica leggenda metropolitana, non sappiamo nemmeno se Brad Pitt conosce
i Radiohead») e slogan rollingstoniani («l’ammonimento è
nei versi di “Optimistic”: cercare di fare il meglio che puoi, impegnarsi
a fare meglio è già abbastanza»).
Il cuore
della religione e del nostro mito occidentale è che la bellezza
proviene dal caos e dalla desolazione, gli elementi usati per la Creazione.
Credo sia un buon modo per descrivere Kid A.
Phil Selway:
«Per molto tempo è stato solo caos, poi, dopo oltre un anno
è emersa la bellezza. Ma non c’era desolazione, perché sapevamo
che lavorare con le nuove tecnologie portava con sé un prezzo da
pagare. Quel che dici è giustissimo: nella musica dei Radiohead
si avverte l’abbandono e la desolazione, il caos di chi comprende che non
tutto può essere compreso. La bellezza, nel migliore dei casi, è
figlia di questo processo».
Ed O’Brien:
«Con Kid A abbiamo scelto volontariamente di tornare all’inizio del
mondo musicale, dove il caos prevaleva su tutto. L’idea di partenza era
immaginare di sciogliere la band e poi riformarla su altre basi ma con
gli stessi musicisti, non cancellando bensì dimenticando, ibernando
il passato. Abbiamo iniziato nel gennaio dello scorso anno. Alla fine del
1999 avevamo collezionato quasi 2000 minuti di musica senza aver nemmeno
finito un brano. Kid A era solo caos, con un po’ di bellezza dentro ma
non strutturata. E’ stato difficile articolarla in qualcosa che assomigliasse
alla forma canzone».
James Joyce
ha scritto: “Proverò a esprimere me stesso nella vita e nell’arte
più liberamente e completamente che posso, usando a mia difesa le
uniche armi che mi concedo: silenzio, esilio, ingegno”. Era il 1916.
Phil Selway:
«E’ quello che abbiamo fatto anche noi, a un certo punto delle nostre
vite. Ci siamo chiusi nell’esilio di uno studio, dopo i bagni di folla
dell’ultimo tour. L’isolamento, la solitudine e, come diceva Joyce, il
silenzio sono, per un gruppo come il nostro, il modo migliore per guardare
il mondo e poi essere capaci di raccontarlo. Vedere fuori per poi guardarci
dentro e viceversa. Come dice il titolo di una canzone dell’album, bisogna
imparare a scomparire. E poi abbiamo lasciato emergere le tensioni e le
differenze. La tolleranza non è il primo requisito richiesto a chi
fa parte di un gruppo, almeno non nel nostro caso».
L’artista
è, per definizione, un alieno: costretto a guardare il mondo, come
avete detto, ma anche incapace di farne parte, di identificarsi in esso.
Ed O’Brien:
«L’artista abita altre latitudini, ma al tempo stesso è capace
di interpretare e descrivere il mondo normale, facendosi non portavoce
ma guida, capofila. Un pittore, uno scrittore, un cantante trasforma in
arte i sentimenti comuni. Arthur Miller, nella prefazione al dramma “Morte
Di Un Commesso Viaggiatore”, nel 1952, scriveva che il compito dell’artista
è far sentire meno sola la gente. Un’opera d’arte si può
dire davvero riuscita quando agisce su due livelli: quando fa credere a
una persona che l’autore si rivolge solo a lei, ma al tempo stesso che
quel sentimento è universale, che è sufficiente guardarsi
intorno per notare che altre persone condividono le medesime cose. Oggi
viviamo in un mondo che ti fa sentire solo, umiliato, alienato, isolato.
L’artista può e deve convincerti che altre persone si sentono come
te e che l’arte, nel nostro caso la musica, può essere il tramite
e, al tempo stesso, la fuga. Anche quando racconta caos e desolazione».
L’artista
è anche come un pazzo e come un bambino: tutti e tre vedono la realtà
con occhi particolari. Il bambino può disegnare una casa con sette
porte e cinque camini, tre finestre quadrate e cinque triangolari, e va
comunque bene. Il pazzo vive in un mondo reale dove alla sua mente è
concesso tutto.
Ed O’Brien:
«E’ verissimo. E c’è di più. L’artista deve mantenere
occhi da bambino, per non perdere innocenza e ingenuità e per prolungare
quel senso di infantile bellezza che un certo tipo di arte comporta. Penso
a Picasso, a Salvador Dalì o a Basquiat; penso ai musicisti che
devono comportarsi da grandi ma anche illudersi di essere bambini, per
sopportare le follie e le incongruenze del mercato. L’accademia non serve
all’ingegno. La nostra musica ha un approccio infantile».
La vostra
musica contiene anche una robusta dose di malinconia.
Ed O’Brien:
«E’ un sentimento umano di cui soffriamo quotidianamente. E’ importante
per noi. Sono cresciuto con la musica degli Smiths, molto malinconica nei
suoni e nei testi. La malinconia è un elemento positivo perché,
quando non si tramuta in autocommiserazione, trasmette energia a chi ascolta.
Non è vero che tristezza chiama tristezza. Quello è il primo
passo, ma poi si scatena una reazione positiva. La miglior letteratura,
i più grandi romanzi non sono certo allegri e spensierati».
Phil Selway:
«I momenti belli li vivi, quelli brutti li analizzi e, se riesci,
li trasformi in arte».
Il successo
vi ha viziato o nutrito?
Phil Selway:
«Dipende dai periodi. Il successo è una forza ambigua che
aggiunge o sottrae. A volte sembra che ti spinga come un toro nell’arena,
come un animale che crede di essere imbattibile ma che imbattibile non
è, tanto che finisce sempre ucciso. E’ difficile convivere non con
il successo, ma con la paura che il successo finisca. Credo che la fama
sia importante quando ti aiuta a capire come sei e come sono gli altri,
perché se riesci a capirlo in condizioni difficili, allora sei a
posto per sempre. Il più delle volte, però, finisce per trasformarti
in qualcuno che non conoscevi prima di diventare famoso. E che forse non
avresti mai voluto conoscere».