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INTERVISTE Rockstar
La logica del caos
I Radiohead ci svelano la formula magica per trasformare duemila minuti di confusione in un disco. Elettronica e isolamento, il segreto dell’alchimia sonora di “Kid A”.

“La melodia? Qualcuno me ne dia una definizione”. Rannicchiato su una una poltroncina e raggomitolato intorno ai propri pensieri, Thom cerca di scendere a patti col registratore che gli digrigna i denti a 30 cm di distanza. Odia le domande banali, ma a questa concede una tregua. «E’ inutile insistere con gli stessi suoni, se poi ti danno il voltastomaco. Quello che ho fatto è stato semplicemente mettere su nastro quello che avevo in testa».
Fine agosto. In un vecchio albergo nel cuore londinese della vecchia Oxford Street, il chitarrista Ed O’Brien e il batterista Phil Selway respirano a pieni polmoni l’aria del nuovo bambino dei Radiohead, Kid A, tra smentite («non abbiamo mai suonato al matrimonio di Brad Pitt, è una simpatica leggenda metropolitana, non sappiamo nemmeno se Brad Pitt conosce i Radiohead») e slogan rollingstoniani («l’ammonimento è nei versi di “Optimistic”: cercare di fare il meglio che puoi, impegnarsi a fare meglio è già abbastanza»). Il cuore della religione e del nostro mito occidentale è che la bellezza proviene dal caos e dalla desolazione, gli elementi usati per la Creazione. Credo sia un buon modo per descrivere Kid A.
Phil Selway: «Per molto tempo è stato solo caos, poi, dopo oltre un anno è emersa la bellezza. Ma non c’era desolazione, perché sapevamo che lavorare con le nuove tecnologie portava con sé un prezzo da pagare. Quel che dici è giustissimo: nella musica dei Radiohead si avverte l’abbandono e la desolazione, il caos di chi comprende che non tutto può essere compreso. La bellezza, nel migliore dei casi, è figlia di questo processo».
Ed O’Brien: «Con Kid A abbiamo scelto volontariamente di tornare all’inizio del mondo musicale, dove il caos prevaleva su tutto. L’idea di partenza era immaginare di sciogliere la band e poi riformarla su altre basi ma con gli stessi musicisti, non cancellando bensì dimenticando, ibernando il passato. Abbiamo iniziato nel gennaio dello scorso anno. Alla fine del 1999 avevamo collezionato quasi 2000 minuti di musica senza aver nemmeno finito un brano. Kid A era solo caos, con un po’ di bellezza dentro ma non strutturata. E’ stato difficile articolarla in qualcosa che assomigliasse alla forma canzone».
James Joyce ha scritto: “Proverò a esprimere me stesso nella vita e nell’arte più liberamente e completamente che posso, usando a mia difesa le uniche armi che mi concedo: silenzio, esilio, ingegno”. Era il 1916.
Phil Selway: «E’ quello che abbiamo fatto anche noi, a un certo punto delle nostre vite. Ci siamo chiusi nell’esilio di uno studio, dopo i bagni di folla dell’ultimo tour. L’isolamento, la solitudine e, come diceva Joyce, il silenzio sono, per un gruppo come il nostro, il modo migliore per guardare il mondo e poi essere capaci di raccontarlo. Vedere fuori per poi guardarci dentro e viceversa. Come dice il titolo di una canzone dell’album, bisogna imparare a scomparire. E poi abbiamo lasciato emergere le tensioni e le differenze. La tolleranza non è il primo requisito richiesto a chi fa parte di un gruppo, almeno non nel nostro caso».
L’artista è, per definizione, un alieno: costretto a guardare il mondo, come avete detto, ma anche incapace di farne parte, di identificarsi in esso.
Ed O’Brien: «L’artista abita altre latitudini, ma al tempo stesso è capace di interpretare e descrivere il mondo normale, facendosi non portavoce ma guida, capofila. Un pittore, uno scrittore, un cantante trasforma in arte i sentimenti comuni. Arthur Miller, nella prefazione al dramma “Morte Di Un Commesso Viaggiatore”, nel 1952, scriveva che il compito dell’artista è far sentire meno sola la gente. Un’opera d’arte si può dire davvero riuscita quando agisce su due livelli: quando fa credere a una persona che l’autore si rivolge solo a lei, ma al tempo stesso che quel sentimento è universale, che è sufficiente guardarsi intorno per notare che altre persone condividono le medesime cose. Oggi viviamo in un mondo che ti fa sentire solo, umiliato, alienato, isolato. L’artista può e deve convincerti che altre persone si sentono come te e che l’arte, nel nostro caso la musica, può essere il tramite e, al tempo stesso, la fuga. Anche quando racconta caos e desolazione».
L’artista è anche come un pazzo e come un bambino: tutti e tre vedono la realtà con occhi particolari. Il bambino può disegnare una casa con sette porte e cinque camini, tre finestre quadrate e cinque triangolari, e va comunque bene. Il pazzo vive in un mondo reale dove alla sua mente è concesso tutto.
Ed O’Brien: «E’ verissimo. E c’è di più. L’artista deve mantenere occhi da bambino, per non perdere innocenza e ingenuità e per prolungare quel senso di infantile bellezza che un certo tipo di arte comporta. Penso a Picasso, a Salvador Dalì o a Basquiat; penso ai musicisti che devono comportarsi da grandi ma anche illudersi di essere bambini, per sopportare le follie e le incongruenze del mercato. L’accademia non serve all’ingegno. La nostra musica ha un approccio infantile».
La vostra musica contiene anche una robusta dose di malinconia.
Ed O’Brien: «E’ un sentimento umano di cui soffriamo quotidianamente. E’ importante per noi. Sono cresciuto con la musica degli Smiths, molto malinconica nei suoni e nei testi. La malinconia è un elemento positivo perché, quando non si tramuta in autocommiserazione, trasmette energia a chi ascolta. Non è vero che tristezza chiama tristezza. Quello è il primo passo, ma poi si scatena una reazione positiva. La miglior letteratura, i più grandi romanzi non sono certo allegri e spensierati».
Phil Selway: «I momenti belli li vivi, quelli brutti li analizzi e, se riesci, li trasformi in arte».
Il successo vi ha viziato o nutrito?
Phil Selway: «Dipende dai periodi. Il successo è una forza ambigua che aggiunge o sottrae. A volte sembra che ti spinga come un toro nell’arena, come un animale che crede di essere imbattibile ma che imbattibile non è, tanto che finisce sempre ucciso. E’ difficile convivere non con il successo, ma con la paura che il successo finisca. Credo che la fama sia importante quando ti aiuta a capire come sei e come sono gli altri, perché se riesci a capirlo in condizioni difficili, allora sei a posto per sempre. Il più delle volte, però, finisce per trasformarti in qualcuno che non conoscevi prima di diventare famoso. E che forse non avresti mai voluto conoscere».

Rockstar
08/2000
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