| Musicisti
per missione, antidivi per scelta
Arriva
finalmente il disco più atteso degli ultimi mesi. Il 2 ottobre sarà
nei negozi “Kid A”, il nuovo lavoro dei Radiohead. Sebbene il precedente
“OK Computer” sia stato da molti considerato l’album del secolo, il chitarrista
del gruppo Ed O’Brien ed il batterista Phil Selway spiegano in questa intervista
come “Kid A” rappresenti un ulteriore passo in avanti. I due musicisti
raccontano nel dettaglio il processo creativo, il modo in cui la band lavora,
l’impossibilità di scrivere canzoni semplici, il loro modo di miscelare
la tecnologia analogica e quella digitale, i conflitti all’interno del
gruppo, l’incredibile fantasia musicale di Thom Yorke, la voglia di registrare
e di andare in tour che prescinde totalmente dalle logiche discografiche,
la paura di finire come i Rolling Stones. Sebbene Thom Yorke sia considerato
il vero leader del gruppo, Ed O’Brien è diventato il portavoce ufficiale
dei Radiohead da quando ha curato il “diario di bordo” delle sessions di
“Kid A” sul sito internet della band (radiohead.com). Sul nuovo album,
O’Brien ha suonato la chitarra e le tastiere e ha curato in buona parte
la progettazione del suono di un disco destinato a suscitare clamore.
Copenaghen.
Sul vostro diario di bordo abbiamo letto che le grandi band incontrano
molte difficoltà se devono scrivere canzoni semplici.
Ed:
“Credo che sia proprio così. Ci vuole una disciplina particolare
per fermarsi e dire “va bene così”. Per mantenere la semplicità
di una canzone devi fidarti della parte più importante, sia che
si tratti di una melodia vocalica o di un groove, e lasciarla così
come è”.
Phil:
“Noi tendiamo ad usare tutti i nostri trucchi in ogni singola canzone,
a complicare tutto, ed entriamo in ansia per questo".
In
questo nuovo album avete usato molti strumenti elettronici...
"Si,
il disco è pieno di rumori e suoni. Ma non usiamo l'elettronica
in modo convenzionale. In un certo senso possiamo considerarci degli snob
del suono. Il guaio di molta della musica dance di questo periodo, nonostante
si davvero buona, è che il suono digitale tende a restringere le
frequenze. La differenza diventa evidente quando ascolti un disco come
“Exodus” di Bob Marley: c'è una gamma di suoni enorme, perchè
è tutto registrato in analogico. Non c’è niente di peggio
che ascoltare Lenny Kravitz che dice di aver registrato un disco con la
stessa tecnologica che usavano i Beatles. È come dire che il disco
è stato fatto trenta anni fa. Oggi c’è una grande tecnologia,
ma va usata nel modo corretto. Noi usiamo molto il digitale, ma cercando
di bilanciarlo con l’analogico”.
L’atmosfera
di “Kid A” è più solare o più tenebrosa di quella
di “OK Computer”?
Phil:
“Non so rispondere con precisione. Quando abbiamo inciso “OK Computer”
non ci sembrava un disco particolarmente tenebroso, ma è davvero
difficile raccontare l’atmosfera di un disco. Posso dire che aleggia una
sensazione da tarda notte”.
Ed:
“È difficile dare una definizione, perché è tutto
legato alle sensazioni del momento. Credo che solo dopo sei mesi o un anno
dalla fine del lavoro, puoi riuscire a parlare di un album con una certa
obiettività. Ancora adesso mi sembra di rivedere nella mia testa
i luoghi dove abbiamo lavorato quando ascolto le canzoni. Comunque questo
è un disco registrato in diversi posti, le canzoni non hanno termini
di paragone, è tutto molto più composito”.
Il
salto tra “The Bends” ed “OK Computer” era stato già notevole. Quanta
differenza c’è tra “OK Computer” e “Kid A”?
Phil:
“Sono due dischi profondamente diversi. I nostri lavori precedenti erano
stati realizzati con lo stesso criterio per ciò che riguarda il
metodo di lavoro come band. Questa volta abbiamo cercato in ogni modo di
pensare a quale potesse essere l’approccio migliore per ciascuna canzone.
È un disco sicuramente più pensato dei precedenti”.
Siete
andati in tour prima dell’uscita del disco e ci andrete di nuovo tra poco
con una sorta di tendone mobile. Un progetto abbastanza insolito…
Ed:
“È un nuovo modo di andare in tour, un concetto interessante. In
qualche modo è il nostro manifesto di intenti, perché ci
sembra davvero stupido fare uscire un disco e poi andare in giro a suonare
per diciotto mesi. Funziona se vuoi fare soldi e vuoi ottimizzare le tue
potenzialità commerciali, ma noi pensiamo di poter guadagnare abbastanza
anche senza seguire questa regola. Non vogliamo farlo perché non
aiuta la nostra creatività. Perché sei in giro per diciotto
mesi e dimentichi la disciplina del lavoro in studio, che al contrario
noi vogliamo conservare. Forse perché per i prossimi dieci anni
potremmo non essere così creativi come lo siamo adesso e vogliamo
sfruttare il momento. Dischi e concerti devono andare di pari passo”.
Vi
sentite all’apice della creatività e dunque non dovrebbe avervi
stupito il fatto che “OK Computer” sia stato giudicato “disco del millennio”
da gran parte della critica inglese.
Ed:
“Abbiamo trascorso molto tempo in studio, quando avremmo potuto ripercorrere
i processi creativi dei dischi precedenti. Abbiamo cercato di liberarci
di tutte le abitudini che ci hanno accompagnato negli ultimi quindici anni.
Lo scenario che più mi terrorizza è quello delle vecchie
bands di rock’n’roll, tipo Rolling Stones. La vita offre sicuramene di
meglio”.
21/09/2000
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