| Grande attesa
questa sera, per il concerto di Verona dei Radiohead, unica data italiana
della tournée legata al loro nuovo disco, Amnesiac. Un lavoro
che rappresenta la continuazione, da tutti i punti di vista, del percorso
obliquamente psichedelico e sperimentale inaugurato dal recentissimo Kid
A: di più, le sue canzoni sono state incise nello stesso periodo,
al punto che inauguriamo la nostra breve chiacchierata con Colin Greenwood,
bassista della band, partendo proprio dalle comunanze fra i due CD.
In sostanza,
l'idea di dividere le session degli scorsi due anni su due album differenti
è stata una scelta naturale, artistica, o dettata da opportunità
discografiche?
Abbiamo optato
per pubblicare prima Kid A e poi Amnesiac a causa delle affinità
di stile che trovavamo fra alcuni pezzi rispetto ad altri: una decisione
su cui ci siamo un po' interrogati con calma e che in parte è stata
dettata dal nostro istinto. Il primo disco è stato anche il primo
a essere pensato, avevamo trovato una visione unitaria delle sue componenti:
ci siamo però subito accorti che mostrava una parte, forse la meno
solare, di quello che ci è successo nei diciotto mesi di studio.
Nel secondo abbaimo puntato su espressioni più dirette, meno oscure.
Questo non significa che le nostre convinzioni sulla composizione dei pezzi
siano diverse da quelle che avevamo sei mesi or sono.
Può
riassumermele?
Be', è
un po' come se tutto fluttui, se fossimo aperti, senza preclusioni, ad
accogliere qualsiasi influsso che ci aggrada. Ci piace tanto Neil Young
quanto Aphex Twin, l'elettronica e l'acustica degli strumenti. Perché
non mettere tutto insieme?
Avete quindi
dato un piccolo calcio ad alcune regole pop consolidate negli ultimi anni,
a cui nel passato avevate anche aderito. Questo non significa pure ridurre
la possibilità concreta di essere ascoltati?
Non è
un problema che ci siamo mai posti. Anche Ok Computer era abbastanza
fuori dalle regole, direi, e ha venduto parecchio. Del sostantivo pop,
invece, mi sembra che non si possa avere un concetto univoco: la forma-canzone
è il perno attorno a cui ruota, e io spero che ancora stiamo scrivendo
quel genere di cose, canzoni. Se poi con la parola si vuole intendere i
pezzi prefabbricati per le classifiche, siamo felici di non farne parte.
In Amnesiac abbiamo comunque cercato di alternare un po' di sonorità
classiche a qualche gioco maggiormente avanguardista. Forse il nuovo lavoro
fluisce di meno, ma potrebbe invece ascoltarsi meglio a brandelli, magari
anche ricucirsi.
Il rapporto
con la EMI prosegue sempre a gonfie vele?
Sì,
grazie al fatto che abbiamo sempre avuto rapporti con le stesse persone:
gente di cui ci fidiamo e che ci permette di proseguire senza grandi preoccupazioni.
Qualche volta ci balza in testa l'idea di autogestirci, ma dovremmo cambiare
moltissime cose. Certamente, con le nuove possibilità che offre
la rete potrebbe essere una cosa divertente. Credo che alla fine saranno
le nuove tecnologie a creare le diversità che potrebbero ridefinire
il ruolo delle major e delle indipendenti nel mercato discografico. Qualcosa
si muoverà senz'altro…
L'altra
novità annunciata dei vostri tour doveva – o dovrebbe – essere quella
del famoso tendone autogestito…
Non è
una cosa facilissima da realizzare, soprattutto per problemi concreti di
spazio. Abbiamo intenzione di girare l'America in quel modo, ma prima dobbiamo
riuscire a ottenere un rapporto soddisfacente fra la resa acustica sotto
la tenda e uno spazio vivibile per godersi i concerti. Dovrebbe essere
meglio, non peggio delle solite esibizioni, altrimenti non avrebbe senso
farlo.
Mi pare
che possiate sempre di più qualificarvi come un gruppo psichedelico
attuale, nel senso meno retrivo del termine.
Non so. Se
ci espandiamo musicalmente e vendiamo meno dischi non è vera psichedelia,
che dovrebbe essere espansione totale (risate, N.d.I.). Fuori dagli scherzi,
noi lavoriamo tanto con certe macchine quanto con le chitarre: credo che
alcune delle giovani band inglesi che stanno uscendo adesso abbiano ascoltato
con attenzione i nostri ultimi dischi. Al di là di questo, cerchiamo
di non stare fermi, di muovere e smuovere continuamente i paletti che definiscono
un genere. Per me è sicuramente psichedelico ed è pure un
buon modo per non farsi trovare due volte nello stesso posto.
30/05/2001
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