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La punteggiatura |
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| Il punto (anticamente punto fermo, maggiore, stabile, finale o periodo) si usa per indicare una pausa forte che segnali un cambio di argomento o l’aggiunta di informazioni di altro tipo sullo stesso argomento. Si mette in fine di frase o periodo e, se indica uno stacco netto con la frase successiva, dopo il punto si va a capo. Il punto è impiegato anche alla fine delle abbreviazioni (ing., dott.) ed eventualmente al centro di parole contratte (f.lli, gent.mo), ricordando che in una frase che si concluda con una parola abbreviata non si ripete il punto (presero carte, giornali, lettere ecc. Non presero i libri). «Non è raro, nello scrivere moderno, l’uso del punto fermo dove una volta si sarebbero messi i due punti o anche il punto e virgola. Su ciò non possono darsi regole fisse: il prudente arbitrio dello scrittore giudicherà in ogni caso quel che convenga meglio» (Malagoli 1905: 133). La virgola (detta nel passato anche
piccola verga) indica una pausa breve ed è il segno più versatile, «può
infatti agire all’interno della proposizione, ma può anche travalicarne i
confini e diventare elemento di organizzazione del periodo nella sua
funzione di cesura fra le diverse proposizioni» (Biffi 2002). Il punto e virgola (punto acuto, punto coma) segnala una pausa intermedia tra il punto e la virgola e il suo uso spesso dipende da una scelta stilistica personale. Si adopera soprattutto fra proposizioni coordinate complesse e fra enumerazioni complesse e serve a indicare un’interruzione sul piano formale ma non sul piano dei contenuti («il capo gli si intorbidò di stanchezza, di sonno; e rimise la decisione all’indomani mattina», A. Fogazzaro, Piccolo mondo moderno). I due punti (punto addoppiato, doppio, piccolo) avvertono che ciò che segue chiarisce, dimostra o illustra quanto è stato detto prima. si riconoscono quattro funzioni dei due punti che sembra utile riprendere: sintattico-argomentativa (si introduce la conseguenza logica o l’effetto di un fatto già illustrato); sintattico-descrittiva (si esplicitano i rapporti di un insieme); appositiva (si presenta una frase con valore di apposizione rispetto alla precedente); segmentatrice (si introduce un discorso diretto in combinazione con virgolette e trattini). I due punti introducono anche un discorso diretto (prima di virgolette o lineetta) o un elenco. Il punto interrogativo (punto domandativo,
«che con linea sopra capo... ma tortuosa, si segna» ), si usa alla fine
delle interrogative dirette, segnala pausa lunga e l’andamento intonativo
ascendente della frase. I puntini di sospensione si usano sempre nel numero di tre, per indicare la sospensione del discorso, quindi una pausa più lunga del punto. In filologia, i puntini, posti fra parentesi quadre, servono a segnalare l’omissione di lettere, parole o frasi di un testo riportato (Malagoli 1912 scriveva: «se indicano un’omissione di lettere in una parola, sono tanti i puntini quante le lettere che mancano»). Il trattino può essere di due tipi: lungo si usa al posto delle virgolette dopo i due punti per introdurre un discorso diretto o, in alternativa a virgole e parentesi tonde, si può usare in un inciso; breve serve invece a segnalare un legame tra parole o parti di parole e compare infatti per segnalare che una parola si spezza per andare a capo, per una relazione tra due termini (il legame A-B), per unire una coppia di aggettivi (un trattato politico-commerciale), di sostantivi (la legge-truffa), di nomi propri (l’asse Roma-Berlino), con prefissi o prefissoidi, se sono composti occasionali (per cui il fronte anti-globalizzazione ma l’antifascismo) e infine in parole composte (moto-raduno, socio-linguistica) in cui tendono a prevalere, però, le grafie unite. La sbarretta serve a indicare l’alternativa tra due possibilità (scelga il mare e/o la montagna) e nelle date è usata al posto del trattino. L’asterisco si usa per un’omissione (nel numero di tre consecutivi: non voglio parlare di quel ***) o in linguistica per segnalare che la parola o la frase non è grammaticalmente corretta o è una forma ricostruita teoricamente ma non attestata. Le virgolette possono essere alte (" "), basse o sergenti (« »), semplici o apici (‘ ’). Alte e basse si usano indifferentemente per circoscrivere un discorso diretto o per le citazioni. Possono anche essere usate per prendere le distanze dalle parole che si stanno usando (e nel parlato si dice infatti «tra virgolette»). Possono essere sostituite spesso con il corsivo, che si usa per parole straniere o dialettali usate in un testo italiano e in citazioni brevi. Le virgolette semplici si adoperano più raramente soprattutto per indicare il significato di una parola o di una frase. In generale, sulla stampa la scelta delle virgolette è fortemente determinata dalle singole regole editoriali. Le parentesi tonde si usano per gli incisi, in concorrenza con virgole e trattino lungo. Le parentesi quadre servono, ma assai raramente, per segnalare un inciso dentro un altro inciso composto con tonde (quindi al contrario di quanto avviene in matematica le parentesi quadre sono dentro le tonde) oppure racchiudono tre puntini di sospensione per segnalare, come già detto, un’omissione. Infine, una raccomandazione sull’incontro tra diversi
segni di punteggiatura: eventuali punti esclamativi o interrogativi vanno
posti prima del segno di chiusura di parentesi, virgolette o trattino lungo
(Con te non parlerò mai più! - urlò fuggendo per le scale), gli
altri segni vanno posti dopo la parentesi chiusa: non vi parlerò a vuoto
(se avrete la grazia di ascoltarmi), ma vi porterò prove tangibili della mia
innocenza. Per le virgolette e il trattino la posizione degli altri
segni interpuntivi è meno rigida e può dipendere ancora una volta da singole
scelte editoriali. Sul valore di una punteggiatura ben scelta si può
concludere citando G. Leopardi, che scriveva nel 1820 a Pietro Giordani: "Io
per me, sapendo che la chiarezza è il primo debito dello scrittore, non ho
mai lodata l’avarizia de’ segni, e vedo che spesse volte una sola virgola
ben messa, dà luce a tutt’un periodo. Oltre che il tedio e la stanchezza del
povero lettore che si sfiata a ogni pagina, quando anche non penasse a
capire, nuoce ai più begli effetti di qualunque scrittura". ESEMPI
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Guida agli errori più frequenti
Ricordate, si scrivono senza apostrofo: qual è, nessun uomo (ma: nessun'altra).
Alcuni monosillabi possono avere l'apostrofo, da non confondersi con l'accento:
Ma ecco ancora un'eccezione: il troncamento di frate davanti a nomi propri (fra' Cristoforo) si può scrivere anche con l'accento (frà Cristoforo).
Ma sui monosillabi l'accento va o non va? La risposta è:
dipende.
La regola generale è che se la parola ha un solo significato (per esempio: qui,
qua, va) l'accento non va mai. Se la parola può avere due significati, l'accento
serve a distinguerli.
E allora:
- Luisa dà (verbo) da (preposizione)
mangiare ai gatti.
- Il dì (sostantivo) di (preposizione)
festa.
- Abito lì/là (avverbio di luogo) e la/li
(pronome personale) vedo ogni mattina.
- Giornali? Non ne (pronome partitivo = 'di essi') compro più,
né (congiunzione negativa) li leggo.
- A certe proposte si (pronome) dice sempre di sì
(avverbio).
- Marco dice che (congiunzione) verrà a prendere i libri
che (pronome relativo) ti ha prestato, ché (congiunzione
casuale, = perché) gli servono per l'esame. [La frase è solo un esempio.
Sconsiglio vivamente di usare tante volte il che, pur nei suoi
molteplici significati, all'interno di una stessa frase.]
- Se (congiunzione ipotetica) lui fosse in sé
(pronome personale).
Eccezione: in compagnia di 'stesso/a/e/i' o 'medesimo/a/e/i' l'accento,
generalmente, si omette. Quindi = Pensano solo a se stessi.
Non hanno mai l'accento: su, qui, qua, va, do, fa, sta, blu, pro.
Come potete vedere, do e fa, intesi sia come verbi, sia come note musicali, non hanno mai l'accento.
Riporto qui un utile messaggio apparso nel forum dell'Accademia della Crusca, firmato Marco1971:
Apocope e elisione
L'apocope (dal greco apokopé, composto di apó 'da' e kopé 'taglio' - da kóptein 'tagliare', di origine indeuropea) è il troncamento in fine di parola, che può interessare sia una sola vocale, sia un'intera sillaba; l'elisione (derivato dal latino elidere 'spingere fuori') è la soppressione di vocale finale di parola davanti a vocale iniziale. La distinzione è importante soprattutto per quanto riguarda l'uso dell'apostrofo. Trascrivo da Come parlare e scrivere meglio, diretto da Aldo Gabrielli: "Come distinguere il troncamento [=apocope] dall'elisione? Chiunque si accorge che una parola 'troncata' si può pronunciare da sola conservando il suo significato; io posso dire: 'signor, cavalier, nobil, castel, fiorir, fuggir, buon, cantiam, insiem'; mentre non posso dire: 'l', dell', sant', senz'', eccetera. [...] Si prende la parola della quale non siamo ben sicuri che sia uscita raccorciata in seguito a troncamento oppure a elisione (p. es.: 'fior', nell'espressione 'fior alpestre') e la si colloca così accorciata davanti a una parola che comincia con consonante ('fior campestre'): se la parola può restare anche in questa nuova collocazione, vuol dire che si tratta di troncamento. Dunque 'fior' non vuole l'apostrofo. Prendiamo adesso l'espressione 'buon'anima'; facciamo la medesima operazione, mettiamo 'donna' al posto di 'anima' e domandiamoci: si può dire 'buon'donna'? Evidentemente no, risponderemo. Dunque, buon' è elisione, non troncamento, e in tal caso ci vuole sempre l'apostrofo."
Per questa ragione è preferibile la forma "qual è" senza apostrofo, perché si può dire "qual giorno", ecc.
Plurale di parole straniere
Le parole straniere ormai assimilate alla nostra lingua restano invariate al
plurale:
es.: i film, i dossier, due week-end, gli hamburger.
È norma editoriale, per parole straniere non considerate di uso comune, usare
il corsivo: in questo caso devono essere declinate
al plurale secondo le regole della lingua straniera.
| forma errata | forma corretta |
|---|---|
| non mi piace di fare i compiti | non mi piace fare i compiti |
| spetterà a lui di andare a vedere | spetterà a lui andare a vedere |
| toccherà a me di fare la spesa | toccherà a me fare la spesa |
| voglio provare di scrivere una poesia | voglio provare a scrivere una poesia |
Nel caso della locuzione "vale la pena" dipende dalla frase che regge. Esempio: è un libro che non vale la pena di leggere (il soggetto della frase è il libro); vale la pena raccontare (il soggetto della frase è raccontare).
Per esempio: il verbo rompere si può usare per molti casi: si può rompere un vetro, un uovo, un osso, un contratto; ma si infrange un vetro, si sguscia un uovo, si frattura un osso, si scinde un contratto.
Ci sono poi dei termini che vengono spesso usati a sproposito. Per esempio, fagocitare significa inglobare; la locuzione "piuttosto che" viene stranamente (ed erroneamente) usata per elencare alternative (al posto di oppure), mentre invece serve a esprimere preferenze (es.: "piuttosto che rivelare i nomi dei complici, si lasciò impiccare").
Evitate le ripetizioni di una stessa parola o di vocaboli simili all'interno di una frase (es. "il comandante comandò"; "la produzione poetica del noto poeta toscano"; "una villa sul mare e una villa in campagna"); cercate, quando possibile, di usare dei sinonimi.
Per esempio, per quanto riguarda gli spazi, seguite il seguente schema:
Generalmente, il corsivo viene usato per:
La punteggiatura dà al testo il ritmo, grazie ad essa il testo respira e chi legge non infila smarrito parole una dietro l'altra alla ricerca del senso: è la punteggiatura che guida il lettore alla decodifica del testo. Naturalmente, l'uso della punteggiatura denota lo stile di un autore. Ogni scrittore può avere un uso personale della punteggiatura, ma - se non siete scrittori di professione e non avete vinto il Nobel per la letteratura - vi consiglio di attenervi a queste regole basilari.
1. Mai separare soggetto da verbo o verbo da complemento oggetto. A volte il soggetto di una frase può essere molto lungo, perché costituito da un'altra frase: anche se pensate che ci stia bene una pausa, la virgola non va, perché crea una cesura sintattica.
2. I periodi troppo lunghi sono di difficile lettura: usate spesso il punto e virgola; isolate gli incisi: con due virgole se sono brevi, con due trattini o due parentesi se sono lunghi (ricordate sempre di "chiudere" con la stessa punteggiatura). Esempi di inciso:
Attenzione, non sono incisi le frasi relative che possono essere restrittive (es.: "la donna di cui ti ho parlato partirà domani"; ma "Francesco Rossi, di cui ti ho già parlato, prenderà servizio la prossima settimana").
3. Usate la virgola per separare elenchi di nomi ("c'erano donne, bambini, ragazzi e vecchi"), per separare frasi coordinate per asindeto ("non sento, non vedo, non parlo"), prima della congiunzione ma ("lo sapeva, ma non lo disse a nessuno"), per separare il vocativo ("Mamma, cosa fai là in piedi?").
4. Virgolette e lineette. Quando si riporta un discorso si possono usare le virgolette o le lineette, a vostro piacimento, seguendo le regole riportate negli esempi che seguono. Ricordate, però, di usare sempre lo stesso tipo di punteggiatura (operate la vostra scelta all'inizio e siate coerenti, uniformi) e di chiudere sempre ciò che aprite!
5. Il punto finale della frase va all'interno delle virgolette o delle parentesi se il periodo inizia all'interno delle virgolette o delle parentesi; va all'esterno se la frase tra parentesi o tra virgolette è racchiusa in (o introdotta da) una frase principale. Fanno eccezione il punto esclamativo e interrogativo, che chiudono sempre la frase interrogativa o esclamativa.
Esempi (per le virgolette, vedi nota a fianco):
6. Fate un uso limitato dei punti esclamativi e dei puntini
di sospensione: un uso eccessivo di entrambi denota una
scrittura immatura.
Troppi punti esclamativi danno alla narrazione un tono gridato,
strillato, quasi in falsetto, o un tono da venditore di piatti al
mercato.
Troppi puntini di sospensione indicano che non si ha chiarezza in quello
che si vuol dire, resta tutto sempre vago, sospeso.
7. Uso delle parentesi. Normalmente si usano solo le parentesi tonde: le graffe sono riservate alla matematica, le quadre si usano solo in casi particolari:
Per la punteggiatura vale quanto detto sopra. Ricordate sempre di chiudere la parentesi che aprite e di non chiudere una parentesi che non avete mai aperto: sono una coppia inseparabile. Per gli spazi, ricordate le regole esposte prima.
APPROFONDIMENTI
Il punto segna
una pausa forte, chiude un periodo o una singola frase. L'utilizzazione
del punto in questa situazione provoca che la parola successiva sia
scritta con la maiuscola. |
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Il punto si utilizza
ancora:
Di norma se una frase si
conclude con un'abbreviazione non ha bisogno di un punto fermo di
conclusione: parlo per tutti gli italiani, siciliani, lombardi,
piemontesi ecc. |
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Per esigenze di stile il
punto può caratterizzare una prosa spezzata e nervosa. In questo
caso può perfino sostituire la virgola (Era una giornata buia.
Faceva freddissimo. Per le strade non c'era un'anima)
La parola "punto" fa parte poi di parecchi modi di dire:
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La virgola indica una
breve pausa tra due parole o proposizioni ed è comunemente usata: Per separare gli elementi di una enumerazione (sostantivi, aggettivi o verbi). Di solito l'ultimo elemento dell'elenco è preceduto dalla congiunzione e: "Ho mangiato pane, burro e marmellata".
Per isolare un vocativo:
"Giulio, fa' il tuo dovere!" Perché, Marco, non rispondi?"
Per isolare apposizioni
o incisi: " Io, a dir la verità, non ho capito". "Roma, capitale d'Italia,
è nel Lazio.
Nelle date si usa dopo
il nome del luogo: Milano, 19 giugno 2001 |
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Si usa la virgola
davanti alle congiunzioni avversative ma, tuttavia, però, anzi.
Tra il soggetto e il
predicato.
In qualche situazione la
posizione della virgola può dare un significato diverso alla frase:
Ieri, dopo aver fatto
i compiti, con mio padre sono andato dalla zia
Anche con la parola "virgola"
in italiano c'è qualche modo di dire: |
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| Non cambierei una virgola di quello che ho fatto! | È una persona che sta attenta anche alle virgole! |
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Il punto e virgola ha
una funzione simile a quella del punto fermo, ma indica una pausa
meno intensa; separa tra loro due o più elementi ben distinti di un
periodo. |
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Un uso particolarmente frequente del punto e virgola è quello che lo vede utilizzato nelle enumerazioni per isolare o raggruppare elementi omogenei all'interno di una lista più vasta. Per esempio: Ho comprato pane, pasta, olio e sale; una camicia, una giacca e un pantalone; due quaderni, tre penne e un blocco
Un'altra occasione in
cui è consigliabile usare il punto e virgola è quando due frasi sono
collegate fra loro per il senso, ma hanno soggetti diversi (in
questo caso è alternativo alla congiunzione "e") |
I due punti si usano in primo luogo per introdurre il discorso diretto (e sono in questo caso seguiti da virgolette o da lineetta): L'uomo disse: "Questa è l'ultima volta che ti telefonerò"
I due punti servono
anche a introdurre parole che spiegano un pensiero precedente:
Non sapevo che fare:
ormai era tardi e il treno già era partito
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| Per questo sono
molto utilizzati (anche in questo paragrafo) per introdurre i vari
esempi. Allo stesso modo i due punti introducono una enumerazione: C'era una gran confusione in quella stanza: fogli, libri, vestiti e scarpe ovunque ATTENZIONE: I due punti non si possono usare tra il predicato e il complemento oggetto , anche se questo fa parte di un elenco. Quindi non possono essere usati nella frase: Marco ha comprato mele, pere, arance e banane |
Chiude di solito una frase esclamativa e serve a indicare: Indignazione: Tu
qui! Dopo il punto esclamativo, così come dopo il punto interrogativo, è richiesta di norma la lettera maiuscola, ma in molte situazioni la continuità della frase permette di fare qualche eccezione alla regola: È inutile che dici
scusa! scusa! se poi continui |
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Chiude di solito una frase interrogativa diretta. È l'unico segno di interpunzione veramente obbligatorio dato che il suo uso non dipende mai da scelte stilistiche ma da una vera esigenza comunicativa. La stessa frase con o senza punto interrogativo cambia completamente il senso: Dove abiti? Di dove sei? Quanti anni hai? Il punto interrogativo serve anche a segnalare l'incertezza su un dato o la sua totale assenza: Nelle opere di François Villon (morto nel 1463?) sono presenti i temi della morte e del disfacimento fisico Questo elemento di incertezza può essere usato anche con uno scopo ironico o provocatorio. In questo caso è una forma - tollerata anche nello scritto giornalistico - di utilizzo che ricorda da vicino le faccine che nella scrittura delle e-mail vanno sotto il nome di emoticone: L'avvocato (?) Rossi ha detto la sua opinione Frase questa in cui facilmente potrebbe essere usata una emoticona: l'avvocato Rossi :-P ha detto la sua opinione Dopo il punto interrogativo, così come dopo il punto esclamativo, è richiesta di norma la lettera maiuscola, ma in molte situazioni la continuità della frase permette di fare qualche eccezione alla regola: Lo sai che io - perché me lo chiedi ancora? - la penso così! |
E' formato da un punto
esclamativo ed interrogativo insieme. Va usato con moderazione
perché non è considerato un artificio stilistico di alto livello (così
come non sono considerati di buon gusto letterario tre punti
esclamativi!!!). L'ha uccisa. Possibile!? |
| I PUNTINI DI SOSPENSIONE |
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Sono generalmente tre e indicano una sospensione del pensiero dovuta a dubbio, confusione, agitazione, gioia, ironia, ecc. Io... non so...: che potrei dire? Si usano i puntini di sospensione anche quando si vuole lasciare la frase sospesa, incompleta per non esprimere un giudizio che riteniamo opportuno tacere, o siamo imbarazzati a manifestare. Io penso che Andrea sia…; ma lasciamo stare! In conseguenza di questa caratteristica i tre puntini servono a censurare nello scritto parole "irripetibili": Sembra che il calciatore abbia ammesso di aver detto all'arbitro un grosso vaff... Questo aspetto così "umano" dei puntini di sospensione che manifestano dubbi, incertezze, censure, ripensamenti, rende il loro uso particolarmente adatto a uno scritto che voglia in qualche modo riprodurre le incertezze di uno stile parlato-parlato. |
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| Non a caso i puntini abbondano nei fumetti, negli scritti "giovanili" (lettere, diari, bigliettini, SMS ecc.) mentre siano assai più rari in uno scritto letterario. |
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Le parentesi tonde servono a chiudere parole o frasi non strettamente legate al resto del periodo, parole e frasi di carattere perciò incidentale che nel parlato vengono in genere pronunciate con tono diverso, più basso o più in fretta. Talvolta queste espressioni nel parlato hanno un'introduzione che vuole sottolineare la loro incidentalità, introduzioni come "sia detto tra parentesi" oppure "e dico anche tra parentesi":
Una parentesi aperta va sempre chiusa. Ma al contrario una parentesi chiusa non sempre deve essere stata aperta. La parentesi chiusa serve infatti a isolare i numeri o le lettere in una enumerazione: a) primo caso b) secondo caso c) terzo caso |
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NOTA BENE: Alcuni segni, più che di intonazione, sono soltanto segni grafici e non hanno rilievo nella lettura, perché non indicano né pause né toni di voce diversa. E' il caso delle virgolette, della lineetta, del trattino, e dell'asterisco. Questi segni servono a rendere più evidente il valore di certe parole e di certe parti del discorso, a dare maggiore chiarezza allo scritto. |
Le virgolette si usano per racchiudere discorsi diretti, citazioni, titoli, oppure servono a mettere in risalto una parola con un valore di equivalenza:
Kennedy ha detto: "Io
sono berlinese!" |
Indica, in un dialogo,
il distacco tra le varie battute:
—L'hai vista? — gli
chiese. Si usa per evidenziare un inciso: L'ho detto — come vedi — per farla ragionare Nella lingua del computer e di Internet il trattino basso o la lineetta bassa è quel segno spesso presente negli indirizzi e-mail per colmare un vuoto lasciato da uno spazio: giovanni_rossi @ hotmail.com (leggi: giovanni, lineetta bassa, rossi, chiocciola, hotmail, punto, com) |
| IL TRATTINO |
| Il trattino si utilizza per collegare tra loro parole composte: |
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Si usa anche per la
divisione in sillabe quando si va a capo.
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| giovanni_rossi @ hotmail.com (leggi: giovanni, trattino basso, rossi, chiocciola, hotmail, punto, com) |
Si può usare da solo o
in gruppi di due o tre. Il Padre Cristoforo da *** era un uomo più vicino ai sessanta che ai cinquanta La parola "asterisco" è poi oggi molto usata in riferimento al tasto del telefono che è in genere abbinato all'altro che si chiama "cancelletto" (#) |
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| Totò
è stato probabilmente il più grande attore comico italiano. Il brano che segue è tratto da un suo film degli anni Quaranta (Totò, Peppino e la Malafemmena). Totò e Peppino sono due fratelli che vivono in campagna; hanno un nipote che è andato in città per studiare all'università. Ma in città questo nipote conosce una donna molto bella e frequentandola rischia di distrarsi dallo studio. Allora Totò e Peppino decidono di scrivere alla donna per convincerla a "sparire" dalla vita del nipote. Totò detta la lettera a suo fratello. E questo è il risultato: |
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TOTÒ
- Giovanotto! Carta, calamaio e penna, su... avanti, scriviamo! Dunque...
Hai scritto "dunque"? PEPPINO - Eh, un momento no? TOTÒ- E comincia su! PEPPINO - Carta... calamaio... e penna... oh.. la carta... TOTÒ - Signorina! ...Signorina!! PEPPINO - E... dove sta? TOTÒ - Chi è? PEPPINO - La signorina! TOTÒ- Quale signorina? PEPPINO - Hai detto: "Signorina!" TOTÒ - È entrata la signorina? PEPPINO - E che ne so? |
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| TOTÒ-
Signorina! PEPPINO - Avanti! TOTÒ - Animale! "Signorina" è l'intestazione autografa! Della lettera! Oh! Signorina,... (Peppino butta via il primo foglio di carta e comincia a scrivere su uno nuovo) TOTÒ - E vabbè... non era buona quella signorina lì? PEPPINO - Vabbè... TOTÒ- Signorina, veniamo... veniamo.. noi... con questa mia a dirvi PEPPINO - ...con questa mia a dirvi TOTÒ- A dirvi... una parola! Addirvi! PEPPINO - ... addirvi una parola... |
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TOTÒ
- che PEPPINO - che TOTÒ- che PEPPINO - che... TOTÒ- che è? PEPPINO - Uno? Quanti? TOTÒ - Che è? PEPPINO - Uno che? TOTÒ - Uno che? PEPPINO - Che è? Che è? TOTÒ - Scusate se sono poche PEPPINO - Che è? TOTÒ - Che è? ... Scusate se sono poche... Ma settecentomila lire, punto e virgola, noi ci fanno specie che quest'anno, una parola, questanno c'è stato una grande moria delle vacche, PEPPINO - ... una grande ... TOTÒ - Come voi ben sapete. Punto! PEPPINO - Punto. TOTÒ - Due punti! PEPPINO - ... due punti... |
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| TOTÒ
- Ma sì... fai vedere che
abbondiamo... abbundandis in abbundandum. Questa moneta servono... questa moneta servono... questa moneta servono a che voi vi consolate... Aoh... scrivi presto! PEPPINO - ...con insalate... TOTÒ - ... Che voi vi consolate... PEPPINO - ... ah, avevo capito "con l'insalata"... TOTÒ - E non mi far perdere il filo che ce l'ho tutta qui!... PEPPINO - Eh, avevo capito coll'insalata! TOTÒ - Dai dispiacere ... dai dispiacere che avreta... che avreta?... che avreta!! Eh già, è femmina... è femminile... che avreta perché... perché? |
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PEPPINO
- Non so... TOTÒ - Che non so? PEPPINO - Perché che cosa? TOTÒ - Perché che? PEPPINO - Ahh! TOTÒ - Dai dispiacere che avreta perché!!! È aggettivo qualificativo no? PEPPINO - Ah, io scrivo... TOTÒ - Perché dovete lasciare nostro nipote che gli zii che siamo noi medesimo di persona... Ma che stai facendo una faticata? S'asciuga il sudore...! PEPPINO - Ehh... TOTÒ - Che siamo noi medesimo di persona... vi mandano questo, perché il giovanotto è studente che studia... che si deve prendere una Laura... |
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| PEPPINO
- ... Laura... TOTÒ - Laura! ... che deve tenere la testa al solito posto, cioè sul collo. PEPPINO - ... sul collo. TOTÒ - Punto, punto e virgola. Punto e un punto e virgola! PEPPINO - Troppa roba! TOTÒ - Ah, lascia fare! Che dicono che noi siamo provinciali... siamo tirati... |
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PEPPINO
- Ma è troppo... TOTÒ - Salutandovi indistintamente... salutandovi indistintamente... sbrigati! Salutandovi indistintamente ... i fratelli Caponi. Che siamo noi. Questa ... apri una parente. Apri una parente e dici: "che siamo noi". I fratelli Caponi. Hai aperto la parente? PEPPINO - Mm. TOTÒ - Chiudila! PEPPINO - Ecco fatto TOTÒ - Vuoi aggiungere qualcosa? PEPPINO - Un "senza nulla a pretendere" non c'è? |
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