I SOSTANTIVI

 

 

Ciascun sostantivo in lingua italiana ha un genere (maschile o femminile) e un numero (singolare o plurale). Non c'è declinazione secondo i casi come nel latino. I significati che altre lingue rendono con la declinazione, in italiano sono resi tramite preposizioni o alterazioni dell'articolo che accompagna il sostantivo. Sostantivi privi della forma singolare o della forma plurale vengono detti difettivi (ad esempio: "le nozze"). Sono detti invariabili quelli le cui forme singolare e plurale sono identiche.

Le principali desinenze dei nomi:

In generale, sono invariabili in italiano i sostantivi che terminano in vocale accentata (la virtù / le virtù), i sostantivi (quasi tutti di origine straniera) che terminano in consonante (il bar / i bar), i sostantivi che terminano in -i non accentata (il bikini / i bikini, la crisi / le crisi), e diversi sostantivi (perlopiù accorciamenti di altre parole) che terminano in vocale non accentata (il boia / i boia, la moto / le moto).

 

 

 

La questione dei “generi”

Una questione molto meno rilevante (perché influisce poco sul significato e sulla comprensione delle parole) è quella dei “generi”. A differenza del latino, dell’inglese e del tedesco (ma come il francese e lo spagnolo) l’italiano ha perso l’uso di quell’utile risorsa che è il “neutro”.(si veda in proposito la terminazione del Nominativo e Genitivo delle 5 declinazioni latine) Così succede che “mare” è maschile in italiano e femminile in francese, che stranamente “automobile” è femminile in italiano (forse per il banale motivo che finisce con “e”). Eccetera eccetera...

In un tempo che sembra remoto... eravamo nel 1994... mi trovai a leggere con religiosa attenzione La Bibbia del Modem di Giorgio Banaudi. Come quasi tutti, mi ero abituato a seguire l’abitudine dominante e dire BBS al femminile. Ma quando mi accorsi che in uno dei migliori libri dell’epoca Banaudi scriveva BBS al maschile, mi chiesi perché (più tardi ebbi l’occasione di incontrare l’autore, che confermò la mia interpretazione). BBS sta per Bulletin Board System. “Sistema” è maschile, ed è abbastanza comico (oltre che improprio) tradurre, come alcuni fanno, “bacheca”. Da allora, imparata la lezione, dico e scrivo BBS al maschile (anche se questo ha provocato qualche conflitto con le redazioni di alcune riviste).

Ogni tanto qualcuno mi chiede: “internet” è maschile o femminile? La risposta mi sembra ovvia... net, “rete”, femminile. E ci sono anche motivi filosofici, strutturali, pratici e affettivi per cui penso che “la rete è femmina”.Per lo stesso motivo è femminile web (ma mi è accaduto di dover “girare la frase” per evitare un conflitto con un ostinato redattore che voleva web al maschile).

Ci sono cose bizzarre. Per esempio è diffusa l’abitudine di dire URL al femminile (si tratta dell’Uniform Resource Locator, in parole povere un indirizzo web). Mi sembra evidente che un “localizzatore” (o un “indirizzo“) sia maschile. Quando si tratta di GIF o JPEG, cioè “immagini”, succede un po’ di tutto... ma molti (come me) usano il femminile.

Chat (chiacchiera) è femminile: su questo sembra che siamo quasi tutti d’accordo. Così anche e-mail (“posta elettronica”). Potrei fare altri esempi, ma mi fermo qui. Credo che capire bene il senso delle parole sia importante; ma il “rigore grammaticale” lo è molto meno. Perciò non mi sembra preoccupante se si fa un po’ di confusione sui “generi”. L’importante è che si capisca di che cosa stiamo parlando.

 

 

 

Plurali

Esistono alcune regole particolari per i plurali.

Si usa anche dire che i nomi di persone hanno sempre il plurale in -ci e -gi, e tutti gli altri (cose, animali...) in -chi e -ghi.

 

Nomi concreti

I sostantivi della seconda classe possono anch'essi, per la maggior parte, avere il plurale; ma in un senso più o meno diverso dal singolare. Quelli indicanti materia usati in plurale esprimono una collezione di parti omogenee, per esempio le nevi, le piogge, le arene, le farine, le carni; oppure denotano varie specie della medesima materia, per esempio i vini, i latti, i burri, le lane, i metalli ecc.; ovvero oggetti fabbricati di una materia, come gli ori, gli argenti, per indicare utensili d'oro o d'argento, le lane, per le vesti di lana ecc.
Chiare, fresche e dolci acque, Ove le belle membra Pose colei ecc. (Petrarca). - Alquanto colle carni più vive e colle barbe più nere li vedete. (Boccaccio). - E facciam tanti burri e tanti latti, Che tutti ne van matti. Canti carnascialeschi. - Rimproverandogli non so che argenti che gli aveva donati. (Caro).

Nomi astratti

I plurali dei sostantivi astratti esprimono o una reale pluralità dell'idea riferita a più persone, come le morti degli imperatori, le nascite, le origini delle cose ecc. ovvero maniere, manifestazioni, atti dell'idea medesima, come gli odi, le vendette, gli amori, i timori, le invidie ecc.
È lecito a ciascuno di vendicare le sue private ingiurie con ferite e con morti. (Machiavelli). - O invidia nemica di virtute, Ch'ai bei principii volentier contrasti. (Petrarca). - Dipinto tutto forse di mille varietà di fiori. (Boccaccio). - Le donne, i cavalier, l'arme, gli amori, Le cortesie, l'audaci imprese io canto. (Ariosto). - Le inimicizie mortali, le insidie e gli odii saranno di presente in campo. (Boccaccio). - Passasti dagli amori impuri ad odii maligni. (Segneri). - Potrei distendermi lungamente sopra le emulazioni, le invidie, .... le parzialità, le pratiche e i maneggi occulti e palesi contro la tua riputazione. (Leopardi).

Si dice così le virtù, le verità, le bellezze, le dolcezze, le beatitudini ecc. Però, non tutti i sostantivi astratti si possono usare al plurale; sarebbe difficile usare le onestà, le mansuetudini, le pigrizie, le frette, le sanità, le saluti, le fortezze (in senso astratto), e tante altre forme somiglianti.

 

Nomi plurali per il singolare

Di parecchi sostantivi talvolta si usa il plurale nel medesimo o quasi nel medesimo significato del singolare; ciò accade specialmente nello stile scelto e nel verso: così si dice le vesti, per la veste, le chiome per la chioma, i cieli per il cielo, i veli per il velo; i costumi, gli effetti, le forze, le genti, le grazie, le misure, le mosse, i natali, i panni, le rime, le rovine, i sali (in senso di facezie), gli scenari, le vacanze, ed altri; forse per la ragione che tali cose sono o si guardano come molteplici. Si dice prendere le parti di qualcuno, e far le viste più spesso che prendere la parte o far vista; passare agli eterni riposi anziché al riposo eterno.
E con le braccia e con le vesti segno fa tuttavia perchè ritorni il legno. (Ariosto). - O padre nostro che ne' cieli stai. (Dante).

 

 

Nomi singolari

per il plurale

Di altri sostantivi si può invece usare il singolare nello stesso senso del plurale, specialmente dove si parla di membra o parti del corpo; per esempio l'occhio, il braccio, la gamba, la spalla, l'orecchio, il crine, il piede, per gli occhi, le braccia, i piedi ecc. e così pure il passo per i passi; la vela per le vele. Si dice essere di gamba lesta piuttosto che di gambe leste ecc. In verso si usa anche l'ala per le ali, l'onda per le onde, il flutto per i flutti ecc. Cautamente ciascuno ai colpi muove La destra, ai guardi l'occhio, ai passi il piede. (Tasso). - A quella foce ha egli or dritta l'ala. (Dante). - Lungi da lui tratto al sicuro s'era L'altro che avea la spalla più leggiera. (Ariosto).
Mano in singolare indica spesso la mano destra. Ma distendi oramai in qua la mano. - Dante. Porgimi la mano tua, bel maestro. (Passavanti).

Alcuni sostantivi, benché appartengano alla classe dei numerici, prendono al singolare senso collettivo e valgono come se fossero usati al plurale; tali sono pesce e foglia, quando significa le foglie dei gelsi. Fece un bel vivajo .... e quello di molto pesce riempiè. Boccaccio. - Tutto dì noi veggiamo che sulle piazze intorno all'orzo si litiga, intorno al fieno, intorno alla foglia. (Segneri).

Si usa regolarmente il plurale per indicare uno stesso genere di cose tenute o usate da più soggetti. Tratte le spade (non la spada) fuori, gridaron tutti: ahi traditori, voi siete morti. (Boccaccio). - L'un l'altro addosso coi baston (non col baston) si ficca. (Berni). - Era con sì fatto spavento questa tribolazione entrata ne' petti degli uomini e delle donne, che l'un fratello l'altro abbandonava. (Boccaccio). - La novella punse i cuori delle donne ascoltanti. (Boccaccio).
Fa eccezione il caso in cui più cose o più persone hanno in comune una sola e medesima cosa, poiché in tal caso è chiaro che si richiede il singolare. Si usa anche il singolare quando il sostantivo è in una frase avverbiale o verbale oppure è in senso metaforico o quando, per una ragione qualsiasi, non deve essere posto in rilievo; per esempio avere in bocca per indicare qualcosa che si menziona ad ogni momento; mostrare in viso o in faccia, tenere in mano ecc. Colle gravezze cavavano il cuore (non i cuori) ai popoli. (Segni). - Vennero a quella festa tre gentiluomini della nostra città, giovani e d'alto cuore. (Bembo). - Camminavano con passo prestissimo contro le artiglierie. (Guicciardini). - (L'amor di patria) Empie a mille la bocca, a dieci il petto. (Monti).

 

Nomi con due plurali

Quanto ai sostantivi che possono avere due plurali, in i e in a, già accennammo i loro differenti significati, notando che il secondo aveva per lo più un senso particolare e ristretto e spesso anche collettivo. Qui porteremo qualche esempio di quei sostantivi, nei quali le due uscite, avendo un senso manifestamente diverso, sono usate tutte e due più di frequente.

Anella si usa oggi soltanto in senso metaforico, parlando dei capelli inanellati, come nel Tasso: Torse in anella i crin minuti.

Bracci ha solamente senso metaforico: Quella palla pongo nell'acqua legando il filo che la regge ad uno de' bracci della bilancia. (Galilei). - Molti bracci di mar chiusi fra terra Restar campi arenosi, arida terra. (Anguillara). - Così si dice bracci della croce, bracci di terra, di un fiume ecc. Quando però la parola indica misura, fa il plurale in a: per esempio era alto tre braccia.

Carra si usa per indicare il carico dei carri. Le carra de' cadaveri accumulati giravano ogni giorno per la città. (Segneri).

Cervella si usa talora in senso materiale e per maggiore evidenza, specialmente nella frase spargere le cervella, bruciarsi, forare le cervella e simili. Che fora ad uno Scotto le cervella, E senza vita il fa cader di sella. (Ariosto).

Cigli si usa in senso metaforico: cigli della fossa, del monte e simili.

Coltella si usa di rado al plurale e solamente per indicare una specie di daga. Messo mano alle coltella furiosamente si andarono addosso. (Boccaccio). Seppur raro e arcaico, si adopera anche in tal senso la coltella, le coltelle, nome femminile.

Cuoia si usa oggi solo per la pelle del corpo umano, o il corpo stesso e la vita, ma per lo più con un certo disprezzo, nelle frasi distendere, riposare, ripiegare, tirare, lasciare le cuoia.

Fila si adopera per indicare più fili che contribuiscono a comporre un tutto, e spesso in senso metaforico o speciale. Aveva le sue vestimenta di fila sottilissime. (Varchi). Due giovinette bionde come fila d'oro. (Boccaccio). Si chiamano fila i fili di tela disfatta che servono per le ferite; e far le fila si dice di qualsiasi sostanza viscosa, come formaggio e simili. Del resto si usa fili anche in senso metaforico, per esempio i fili del telegrafo, i fili di ferro ecc.

Fondamenta è assai raro: si usa al più in senso proprio per dare maggior forza al discorso, come se si dicesse: tremò la casa fino dalle fondamenta.

Fusa è usato solo in qualche frase, come quando diciamo che il gatto fa le fusa.

Guscia è poco usato anche nel senso indicato.

Membri si usa solo in senso metaforico; per esempio i membri di un'Accademia, i membri d'un periodo.

Mura si dice specialmente di città e fortezza e in generale per indicare muri grossi e forti d'uno stesso edificio. Si dice anche tra quattro mura nel senso di in carcere o simili.

Ossi dicesi di ossa non umane, riguardate sparsamente: per esempio al cane si danno gli ossi.

Pugna è d'uso poetico. Prese la terra e con piene le pugna La gittò dentro alle bramose canne. (Dante).

Risi sarebbe da usarsi appena in verso. Si usa però come plurale di varietà di riso.

Sacca indica misura. Per esempio: Semina venti sacca di grano. Si dice anche  comunemente: il tale ha quattrini a sacca.

Stai non è quasi mai adoperato.

Si noti che, quando si accenna in forma partitiva a uno solo degli oggetti aventi doppio plurale, questi conservano il plurale in i. Biondo era e bello e di gentile aspetto; Ma l'un de' cigli un colpo avea diviso. (Dante). Così si deve dire uno dei ginocchi, nessuno dei labbri, uno dei due lenzuoli, uno dei diti. Anche se si dice più spesso al singolare: un ciglio, un ginocchio, un dito, un lenzuolo ecc..

 

Femminili di professione

La terminazione essa è preferita a tutte le altre nell'uso comune, quando si debba estendere a donna o una professione o una dignità propria principalmente o soltanto maschile. Quindi da professore si fa professoressa; da canonico, canonichessa (non canonica che è invece il nome della casa parrocchiale); da esattore, esattoressa (e non esattrice); da avvocato, avvocatessa, e non avvocata che vale protettrice e si attribuisce quasi soltanto alla Madonna; da provveditore, provveditoressa e non provveditrice che avrebbe senso più generico; da medico, medichessa (e non medica che sarebbe appena tollerato in poesia), da procuratore, procuratoressa e non procuratrice.

 

Nomi astratti

per il concreto

L'uso di un sostantivo astratto invece di un concreto, o di un astratto derivato invece di un altro primitivo, specialmente in senso individuale, non collettivo, è in pochi casi conforme all'indole della nostra lingua, benché oggi, ad imitazione del francese, se ne faccia molto abuso. Sono da evitare, ad esempio, notabilità, celebrità, per uomo o uomini notabili, celebri; individualità per individuo illustre; esistenza per una persona esistente (per esempio ho perduto le più care esistenze che avessi); idealità per idea; novità per oggetti nuovi; specialità per cose o oggetti speciali; e quello che è peggio, viabilità per le vie. Di astratti passati in collettivi se ne usano parecchi, come gioventù per i giovani; servitù per i servi ecc. e si tollera pure umanità per gli uomini in generale.

Nomi propri abbreviati

I nomi propri di persona nel parlare familiare, nelle commedie e nei dialoghi più confidenziali si usano spesse volte accorciati per vezzo e per lo più con assimilazione della penultima sillaba all'ultima. Alcune delle più frequenti abbreviature sono Gigi per Luigi; Cecco per Francesco; Gianni o Nanni per Giovanni; Beppe o Geppe per Giuseppe; Tonio o Togno per Antonio; Cencio per Vincenzo; Maso per Tommaso; Betta per Elisabetta; Gegia per Teresa; Gigia per Luisa; Nena per Maddalena, ed altre. Non parliamo di quelle abbreviature che sono ormai riguardate come nuovi nomi; per esempio Corso da Accurzio, Manno da Alamanno, Neri da Ranieri, Nuto da Benvenuto, Vieri da Olivieri, Gino da Ambrogino, Cino da Guittoncino; le quali per conseguenza si conservano sempre.

Nomi propri al plurale

I nomi propri di persona si possono adoperare in plurale nei seguenti casi:

per indicare più persone dello stesso nome, per esempio gli Scipioni, i due Plinii, i due Seneca. Obizzo vedi e Folco, altri Azzi, altri Ughi, Ambi gli Enrichi, il figlio al padre accanto, Duo Guelfi eco. (Ariosto);

per maggiore enfasi, e per mettere un personaggio più in evidenza; per esempio Chiamerete voi dunque, infami i Basilii, infami i Nazianzeni, infami gli Atanagi, infami i Grisostomi perchè ci lasciarono esempi si memorabili di perdono? (Segneri). Al quale uso corrisponde nel singolare l'uso del nome proprio con l'articolo indeterminato un: Un Ambrogio arcivescovo di Milano fu sì pietoso, che somministrò lungamente il vitto ad un traditore che gli avea tramato rabbiosamente alla vita. (Segneri);

quando il nome proprio è adoperato come tipo d'una classe di persone, d'una virtù, d'un vizio ecc. (figura d'antonomasia). Crudel secolo, poi che pieno sei Di Tiesti, di Tantali e d'Atrei;

quando si vuole indicare col nome dell'autore quello dell'opera da lui fatta o messa in luce; per esempio vidi tre Raffaelli, possiedo cinque Danti, ho dodici Aldi, per dire: tre quadri di Raffaello Senzio, tre copie della Divina Commedia, dodici edizioni di Aldo Manuzio.

Anche i nomi propri geografici si fanno talvolta al plurale. Se dentro un mur, sotto un medesmo nome Fosser raccolti i tuoi palazzi sparsi, Non ti sarian da pareggiar due Rome (cioè due città grandi e belle come Roma). (Ariosto) (parlando a Firenze).

 

Sostantivi verbali

I sostantivi verbali in -tore, -trice non si possono formare a capriccio da tutti quanti i verbi, ma conviene restringersi a quelli soli che sono già nell'uso moderno della lingua, e adoperarli in senso nominale, piuttosto ché verbale. È divenuto andator di notte, apritor dei giardini e salitore di alberi - io che cominciatrice fui de' ragionamenti - il toccare i panni pareva seco quella cotale infermità nel toccator trasportare (Boccaccio). Invece di tali sostantivi si usa la costruzione del relativo con un verbo; per esempio invece di toccatore si dice chi li tocca: invece di fui la cominciatrice, fui quella che cominciò. Né si direbbe: un principe deve ben essere domandatore, e di poi circa le cose domandate paziente auditore del vero (Machiavelli), ma più semplicemente si risolverebbe la frase con l'infinito deve domandare e udire. E invece di dire il lettore di molti libri, dovremo dire chi legge molti libri ecc.

 

Ellissi

del sostantivo

Il sostantivo in alcune locuzioni può togliersi, restando sottinteso (figura di ellissi): così avviene del nome figlio, figlia (singolare) davanti al nome proprio del padre: Caterina di Ferdinando. (Davanzati). - Così pure del nome chiesa davanti a quello del santo, cui è dedicata: andare in S. Giovanni, in San Pietro ecc. E spesso del nome teatro o caffè: Nel San Carlo di Napoli, cioè nel Teatro di ecc. Andai al Niccolini, cioè al Teatro Niccolini ecc. Più avanti parleremo di quei casi, in cui l'aggettivo o il pronome o il nome numerale sottintendono un sostantivo.

Parti del discorso sostantivate

Infine facciamo notare che anche le altre parti del discorso possono fare da sostantivi, ossia essere sostantivate, come vedremo meglio parlando di ciascuna di esse: per esempio il bello, il buono; il due, il tre, il primo; questo, quello; il saio, il tuo; il dormire, il vegliare; un godere; il prima, il poi; il davanti, il di dietro; l'ahi, l'ahimè ecc.; dove per lo più si premette l'articolo o determinato o indeterminato.

 

 

 

 

NOMI ALTERATI                                                            

 

 

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