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LE AVVENTURE DI PLUTARCO " master da sbarco"
di
Marco Conti
Io sono Plutarco, un M40,
arruolato dalla Scuola nuoto adulti, ero entrato in vasca per togliermi la
pancetta ed ora mi ritrovo in viaggio sul torpedone della squadra. Sarà la mia
prima gara da Masters, ricordo ancora che alla mia seconda vasca dopo il
tuffo con pulsazioni da Formula Uno in pieno rettilineo, il coach, un
energumeno con un passato da agonista poco limpido, mi ha puntato il dito a due
centimetri dal naso dicendomi “tu farai le gare masters con noi, vero?”, ma
...veramente io, provai a balbettare, “ mi piacciono gli entusiasti, porta
due foto e fatti la visita medico-agonistica, ...entro oggi!”
Una settimana di allenamenti frenetici, di regole, teorie, virate con
ogni e qualsiasi parte del corpo, tuffi o meglio ‘panzate’, basta sono
pronto ad esordire nel Circuito Supermasters, io che di Circuiti conosco quello
delle Superbike, telecomando in mano, pantofole, bibite, dolci, caffè a
profusione, spaparanzato in poltrona. Ed ora eccomi con i miei compagni di
squadra, un gruppo di ultras che mai ho visto ridere se non quando il coach mi
ha comunicato le gare a cui mi aveva iscritto. “Da noi esiste una sorta di
iniziazione, chi comincia deve
farlo bene, altrimenti non è degno”. 1500 stile libero, per un novizio
non è un’iniziazione è una tortura degna dell’Inquisizione, “prendi
esempio da Walter Pfeiffer, M90 americano
che chiude i 400 misti e i 200 farfalla come uno scherzo”, mi hanno detto i
miei simpatici colleghi“chiamate lui allora”. Comunque ormai è fatta, ora
sono al Campionato Regionale Distanze Speciali, il mio coach, ha creato ad arte
un curriculum di tempi e prestazioni per giustificare la mia presenza nella
batteria dei possibili primatisti, accanto a me nomi altisonanti come Scaramel,
Seguiti, Marcato, Ermirio, Momoni, Venier, grossi e cattivi, io di grosso ho
solo la pancia e di cattivo l’alito. Partiamo e mi ritrovo indietro, mi
confondo e cerco già ai primi 25 metri di ‘spezzare il fiato’, dovevo farlo
dopo i 300, ma prevenire è meglio di combattere così, regolo ritmicamente il
respiro con la bracciata, canticchio la mia canzone preferita, do un ‘occhio
al bordo vasca e ci sono tutti lì che si sbracciano, chi mi dà i passaggi con
le dita della mano, chi fa roteare
l’asciugamano, chi brandisce una ciabatta e mima il gesto di
lanciarla...passano i metri e le vasche, provo a gettare un occhio nelle altre
corsie, ma non vedo niente, strano penso, poi rammento le parole del coach “non
guardare nessuno, devi costruirti un tunnel mentale ed infilartici dentro”
, ad un certo punto guardo anche fuori e non vedo più nessuno...caspita! Penso
“mi son creato un tunnel bestiale”, continuo a nuotare, sento le braccia
diventare prima dei legni, poi la consistenza del budino di mamma, la mamma,
solo lei mi potrebbe aiutare, mia moglie quando ha saputo che mi avevano
arruolato ha fatto degli strani salti di gioia ed è subito scappata a
telefonare a tutte le sue amiche, forse anche a qualche amico...ma sì, che si
diverta. Quante vasche mancheranno? Ho perso il conto dopo le prime due, mah,
saremo ancora a metà, mentre penso a questo, di botto ho la netta percezione
che la luce sia diminuita...ripenso alle parole del mio coach “potresti
avere delle allucinazioni, annebbiare la vista ed altro…” effettivamente
ora ricordo come qualcuno che in virata mi gridava qualcosa o fischiava , era
vestito di azzurro, poi più niente, ed adesso solo il buio ed uno strano
silenzio...devo resistere, i miei compagni, il coach si aspettano grandi cose da
me, “il tempo non ha importanza, importa che tu finisca questa gara, ci
servono i punti” mi avevano disinteressatamente urlato prima di partire,
ed io non posso deluderli, sono stati così carini a volermi in squadra. Che
strano questo silenzio, prima tante grida, poi più niente, penso, la gara è
così lunga che ci si stanca prima a vederla che a farla, poi mi ricordo dei
contavasche, mi giro in virata scorgo qualcosa nella penombra, mi sembra un 1, sì,
è finita, scatto, metto le gambe, respiro ogni quattro, mi allungo, tocco,
esulto dentro e fuori di me, sono arrivato, ce l’ho fatta...ma fuori non c’è
più nessuno, solo cartacce, la mia borsa abbandonata in un angolo,
l’accappatoio tristemente adagiato sulla sedia, esco e sopra intravedo un
biglietto, lo scarto, c’è una chiave dentro, leggo “Idiota! Erano gli
800, noi si và via, quando finisci chiudi tu l’impianto”.
Marco
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